:: Feltrinelli #SenzaFiltri

24 ottobre 2014

banner-filtri120bIl 30 ottobre nasce Zoom Filtri, una collana digitale curata da Sergio “Alan D.” Altieri, che la Giangiacomo Feltrinelli Editore dedica alla narrativa “di genere”: dalla fantascienza al fantasy, dall’horror al giallo, dal romance all’erotico. Otto titoli apriranno la collana tra cui Scroogled, dell’ autore di fantascienza canadese Cory Doctorow. (Io comunque vi consiglio di non perdervi  In un giorno di pioggia, di Raymond Chandler).
Ma non solo, sempre il 30 ottobre, dalle 00.01 alle 23.59, la casa editrice Feltrinelli apre eccezionalmente le porte agli aspiranti scrittori di genere con l’iniziativa #SenzaFiltri. Per 24 ore tutti coloro che conservano un romanzo nel cassetto potranno inviare i loro inediti alla casa editrice e avere l’opportunità di essere selezionati per una vera e propria pubblicazione digitale, curata dalla revisione alla comunicazione.

Poche e semplici le regole per essere presi in considerazione:

Il vostro testo va inviato all’indirizzo zoom.filtri@feltrinelli.it – casella attiva solo ed esclusivamente in quel lasso di tempo.
Il testo inoltre deve rispondere ai seguenti requisiti: deve essere un testo di genere giallo/thriller/noir, fantasy, fantascienza, horror, erotico o romantico; deve essere di minimo 30.000 battute e massimo 200.000, spazi inclusi; deve riportare in prima pagina o a piè di pagina nome, cognome ed e-mail dell’autore; non deve presentare errori grammaticali almeno nelle prime cinque pagine. La mail di accompagnamento dovrà includere: il genere di appartenenza del testo e un riassunto di circa 300 caratteri del testo.

Qualora il testo inviato mancasse di uno di questi requisiti, verrà scartato senza ulteriori notifiche. Tutti i testi che rispetteranno invece i requisiti sopracitati saranno esaminati dai loro editor e solo gli autori dei testi ritenuti interessanti riceveranno una valutazione.
Tutte le informazioni comunque le potrete trovare su: http://bit.ly/Senza-Filtri

:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato

23 ottobre 2014

poeti_lont_copertinaPoeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza e di straniamento. Il lavoro delle due curatrici è come una musica – severa e generosa insieme – espansa tra le correnti di testi la cui resa poetica è sicuramente felice. L’intervista che segue, oltre a rispondere alle questioni preliminari inerenti il volume, esempla anche un memorabile vademecum su quella che dovrebbe essere la critica letteraria dei nostri anni.

Qui è possibile leggere alcuni testi tratti dall’antologia e consultare le biografie degli autori

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Nel 1893 l’accademico dei Lincei Ernesto Monaci intitolava un suo intervento “Ancora di Jaufre Rudel”, quasi a lamento del tourbillon critico con cui i più fini esegeti e filologi del XIX secolo avevano tormentato il sottile canzoniere di Jaufre Rudel, a cui l’amor di lontano dava linfa e suggello. Voi [SC & AP] oggi rilanciate la questione attraverso la curatela di una antologia poetica, in uscita per i tipi delle edizioni Marco Saya, il cui titolo emblematico riattualizza i significati di quella stessa lonh dalla quale l’esperienza poetica secondo novecentesca si era ben guardata dal farvi ulteriori riferimenti. Ecco dunque che il punto di apertura a questo breve dialogo sul vostro lavoro potrebbe proprio partire da una domanda memore e provocatoria: “Ancora della lontananza?”

*Antonella Pierangeli: Ancora della lontananza? “… e quan me sui partitz de lai /remembra·m d’un’amor de lonh:…” (e quando mi sono partito di là /mi ricordo di un amor lontano)verrebbe spontaneo citare il buon vecchio adagio rudeliano dalla sempre fascinosa e intatta bellezza, per poi chiarire subito i termini della questione: il tanto tormentato amor de lohn non costituisce affatto, se non nella similarità mutatis mutandis della condizione del poeta, il solo snodo tematico dei testi che presentiamo in questa raccolta, così come la lohn cui fa riferimento il titolo dell’antologia non si configura come la nostalgica ispiratrice di irraggiungibili tristia. La maieutica forza poetante della lontananza è qui infatti intesa come meditazione amara e profondamente consapevole sulla distanza e sullo sradicamento esistenziale di autori che, per motivi forzatamente personali o contingenti alla loro realtà lavorativa, hanno vissuto la condizione di separazione dal luogo di origine. Partendo dall’analisi di questo osservatorio privilegiato della coscienza, dal quale incastonare le proprie manganelliane “paludi definitive”, i propri perfetti silenzi e clamori su di un verso straniato e eterogeneo dalle possibilità espressive dissonanti e mai disgiunte da un’accurata tessitura fonica, si è giunti ad una vera e propria epifania di quel modus sentiendi che fa, della separazione dal luogo di origine, una sorta di primo motore non immobile delle ingolfate cerniere dell’Io di questi sette diversissimi poeti, forzatamente o spontaneamente in odore di lohn. I testi qui presentati, si badi bene però, non si caricano mai della dimensione assoluta del lirismo rudeliano, incentrato su nostalgiche proiezioni del soggetto poetante; vengono invece vitalizzati alla luce della contemporaneità proprio perché, attraverso una condizione di scissione esistenziale, ogni tentativo di fuga dal reale, fisico e immaginario che sia, s’incarni per mancanza di radici nei luoghi dell’altrove geografico, esistenziale, ideologico, in un pensiero poietico che renda la distanza fisica, capacità rivelatrice di quella distanza psichica che ne costituisce il magistrale alfabeto emotivo. L’insondabile vis passionale e drammatica che domina l’ispirazione dei testi qui raccolti, unita ad una percezione randagia dell’esistenza rappresenta, dunque, il canto amarissimo, ma al tempo stesso edificante, di uno status della coscienza poetica contemporanea che potremmo chiamare di derelizione, una dolorosa forma di nostalgia per tutto quello che la vita ti costringe a perdere per via, non empiricamente rivolto verso una persona reale o una situazione esistenziale ma, per così dire, ontologico: segno di un destino inevitabile segnato dalla perdita e dallo spaesamento emozionale in un mondo che diviene un luogo sempre più inospitale e globalizzato ma in cui, comunque, è pur sempre vivificante esserci.

Se è vero che Montale, a differenza di Yeats, riusciva a respirare solo se la sua musa si teneva a debita distanza, e se è condivisibile, come scriveva Simone Weil nel suo La pesanteur et la grâce, che sia la separazione l’unica creatrice di legami, potremmo forse concludere che tutta la poesia nasca e cresca in un processo di voluto distanziamento dal desiderato. A riguardo, l’operazione di definire come “della lontananza” particolari esperienze poetiche, e così volerle racchiudere in un jewel box di primizie altrimenti non fruibili, non rischia di apparire come il tentativo di voler costruire un recinto nel mare?

*Sonia Caporossi: La letteratura, del resto, è di per sé un recinto nel mare, giacché altro non è se non la mostra del dicibile. Potrei quindi risponderti con l’ennesimo rimando, questa volta alla Yourcenar che un giorno scrisse: “non darsi più è darsi ancora: significa donare il proprio sacrificio”. Ecco, concepire la poesia come la forma suprema del donarsi, nel senso in cui recentemente ne parlava Ghislaine Lejard, è a mio parere un imperativo etico oltre che estetico. La presa di distanza dal desiderato è un processo molto simile a quello che Savinio attribuiva allo hypokritès, “colui che esamina da sotto la maschera” il reale e che attraverso il velame ottundente dell’ermeneusi riesce a dipanarne i filamenti invisibili, la p-brane impalpabile. Il gioco dei rimandi circa la “lontananza” potrebbe essere infinito! Tornando però con i piedi per terra, posso dirti in che modo l’abbiamo concepita noi per renderla spunto di composizione critica e antologica. La silloge, come diceva poco fa Antonella, offre la lettura guidata di sette poeti italiani ultracontemporanei che più semplicemente “scrivono lontani da casa”. Questo significa che il tema portante è a doppio strato: da una parte la lontananza è fisica, materiale, iperreale, cronotopica e biografica, giacché questi poeti hanno scritto i testi riportati in silloge in determinati momenti e situazioni della propria vita in cui la krisis come “separazione” era per ognuno di loro un dato di vita vissuta; d’altra parte, il tema della lontananza richiama anche l’argumentum dei componimenti poetici, e allora qui si tratta di indagare criticamente, se vogliamo, le differenti modalità attraverso cui questi sette poeti diversissimi per tenore compositivo e stile fanno resuscitare in carne e sangue un tema che sulle prime potrebbe apparire abusato.

Nelle varie anticipazioni riguardanti il volume, avete dichiarato di aver lavorato un anno a questa antologia. In cosa è consistito tale lavoro?

Antonella Pierangeli: Direi che è stato soprattutto un lavoro certosino di ermeneusi incondizionata. Un anno di frequentazione umile con la poesia che ci ha visto immerse in una preliminare scelta e conseguente decodifica dei testi (quest’ultima operazione per me, filologa, foriera di una beatitudine panica e del tutto naturale) sempre accompagnate dalla consapevolezza che all’interno di questa antologia si dovessero rendere, pur sotto la spinta unificante e vivificante della tematica cui fa riferimento il titolo, voci di poeti irriducibilmente diversi, non solo formalmente e stilisticamente. Questo elemento pregnante ha fatto in modo che la grammatica del sentire e del rammemorare, leopardianamente presente in tutti i testi scelti, seppur adagiata vicino al fuoco di un calore stoico e scettico, si dotasse di risorse proprie, rielaborasse già al disvelarsi certe sue clausole emotive, certi suoi percorsi esistenziali, e agisse attraverso di noi come un catalizzatore di energia. Ci siamo infatti trovate per mesi a selezionare, editare e collazionare testi diversissimi con un entusiasmo che aumentava man mano che il lavoro si faceva più complesso. Nel dialogo serrato con gli autori, anche questo per forza di cose gestito de lohn attraverso il miracolo della rete, si sono scardinati meccanismi creativi e costruiti, di conseguenza, sistemi interpretativi che spesso duravano lo spazio di un invio sulla stringa della posta inviata. Sulla base delle varianti d’autore e sulle nuove lezioni, arrivate a volte in tempo reale, si aggiustava il tiro, si tessevano invenzioni e disvelavano visioni ad un ritmo tale da impegnarci per settimane dietro gli incastri e le geometrie di un singolo verso. Una volta poi compiuto il lavoro di sistemazione testuale ci si è immersi nella parte più eminentemente critico-letteraria, con la redazione di un saggio introduttivo per ogni autore, passando poi, in varie fasi, alla revisione finale dei testi. In definitiva un lavoro estenuante che però ci ha dato moltissimo.

In un passo della puntuale introduzione ai testi, ci tenete a sottolineare come oggi le antologie di poeti non debbano necessariamente partire da un presupposto di omogeneità metodologica, bensì proprio dal suo contrario, dalle «eterogeneità stilistiche, formali, anagrafiche». Approfondiamo questo punto.

Sonia Caporossi: Già altrove mi chiedevo: che senso ha, per esempio, definire un poeta in base all’età anagrafica oppure in base ad una presunta poetica comune? Mi rispondevo che se si fondano gruppi poetici in base alle semplici omogeneità anagrafiche o di poetica si rischia di fare un insieme di Cantor, metafora matematica del gruppo poetico al cui interno il contenuto dilegua nella polvere di un’indistinzione recata malauguratamente proprio dall’eccessiva comunanza. L’unica cosa che conta, nelle classificazioni letterarie, è la presenza di una vera e propria poetica differenziale, facendo emergere innanzitutto il textus di contro al nomen, e il verso del poeta di contro al gruppo. Ecco in cosa consiste la centralità del textus propugnata da Critica Impura come uno dei suoi mantra costitutivi. Solo attraverso un percorso metodologico e critico di questo tipo ci rende conto poi del passaggio successivo, ovvero del fatto che le classificazioni di genere e specie in letteratura lasciano criticamente il tempo che trovano, e sono buone solo ad una sommaria normatività funzionale (utili per esempio ad una scuola concepita come palestra di scrittura). Nel caso dei Poeti della lontananza, la profonda eterogeneità formale dei poeti antologizzati risponde ad una impostazione metodologica ben precisa: se si compone un’antologia che verte su un tema, dotata peraltro di un marcato apparato critico, è su di esso che bisogna far girare il kosmos nucleare del testo, e non sul nome degli autori o, peggio, su questioni di lana caprina sociologica totalmente estranei, a ben vedere, alle questioni poetiche ed estetiche propriamente dette. L’eterogeneità stilistica e formale è anzi addirittura auspicata per cercare di rendere exempla variegati di come lo stesso tema possa essere dipanato attraverso le interpretazioni artistiche di personalità e sensibilità diverse; ed è proprio quello che abbiamo cercato di fare. Certo, l’antologia non è onnicomprensiva, non vi sono contenuti “tutti” i poeti della lontananza o “tutti” i poeti italiani che vivono o scrivono o hanno scritto all’estero in condizioni di “lontananza” ideale. Ne mancano diversi che col senno di poi avremmo potuto inserire; ma poi il lavoro non sarebbe più finito, in un rimando continuo che l’avrebbe reso un oggetto dell’iperuranio di Platone. Abbiamo quindi preferito mostrare exempla differenti del tema attraverso gli ottimi autori chiamati in causa, piuttosto che tentarne un’irrealizzabile cosmografia: che è poi il motivo per cui le antologie non potranno mai e poi mai essere “totali” se non nella pre-sunzione del curatore illuso. Ecco allora a voi Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco. Nell’antologia la lontananza viene interpretata attraverso molteplici atteggiamenti poetici possibili: dal neolirismo alla poesia di ricerca.

In un altro luogo introduttivo scrivete come la «meditazione della distanza» coagulata nei versi dei vostri poeti, abbia «valenza civile». Pensiamo a Pasolini, o è un suggerimento ermeneutico?

Antonella Pierangeli: Si capisce che, alle prese con una silloge del genere, le citazioni e i rinvii potrebbero moltiplicarsi all’infinito, Pasolini fra tutti, se parliamo di poesia civile; tuttavia è fondamentale osservare, invece, che la valenza civile di una simile meditazione della distanza, in un tempo come il nostro in cui la tecnica trionfante è tutta all’insegna dell’eliminazione della distanza stessa, sia rintracciabile proprio nel significato che i nostri autori danno a queste meditazioni sul mondo disgregato in cui giocoforza, tutti, siamo dispersi prima ancora di esserne avvolti. L’azione poetica infatti si caratterizza innanzitutto come capacità di chiamare all’esistenza qualcosa che, generata da un assoluto caos di differenze (destini, condizioni esistenziali ed emotive altre, differenze stilistiche e formali) dia conto di una forza assoluta che, abolendo le distanze fra gli individui e mettendo a soqquadro l’ordine storico, teorico e poetico consolidato, sia in grado di porre la pluralità di una poetica differenziale come condizione stessa della libertà. Poesia civile dunque? Se intendiamo qualcosa che non è più poesia lontana dalla realtà ma forza cogente fortemente permeata di presente e piano sequenza del nostro costituirci, poeticamente e pasolinianamente, parte civile nei confronti del mondo, certo! L’etica della lontananza intesa come disperata ricerca di una via di fuga dalla desertificazione feroce della coscienza, bruciando il tempo e lo spazio ci scaraventa infatti in un desolato osservatorio interstiziale, una sorta di infra politico di arendtiana memoria, dal quale solo la poesia che si fa forza incomprimibile, incancellabile, inscalfibile può trarci in salvo. È proprio in quell’infra contemporaneo e scalpitante, che mette in comunicazione ma nel contempo separa, che questa raccolta si situa: in una traccia visibile di libertà necessaria. Poetica, stilistica, civile? Tutte e tre le cose insieme. Vediamola così: una parete su cui arrampicarsi in solitaria come fosse l’ultimo baluardo da scalare contro la barbarie. In questo senso la valenza civile di tale raccolta costituisce la corda più viva dell’essere poetico di questi testi, la consunzione transeunte di quell’invettiva di grande semplicità e forza evocativa che è da sempre la poesia.

Perché poeti della lontananza e non dalla lontananza?

Sonia Caporossi: Perché, come ho già detto, la lontananza è l’argumentum, il fine, non certo il mezzo, nonostante rappresenti anche il moto da luogo, nel senso che questi poeti scrivono anche “lontani da casa”. Tuttavia preferiamo che siano detti “poeti della lontananza” e non “dalla lontananza” perché, appunto, la lontananza è il tema, e il tema è il centro, è l’onfalos, il polo magnetico, il punto di richiamo, l’empireo attorno a cui vorticano le stelle fisse nell’orbe della poesia di questi autori, alcuni fra i migliori versificatori che le italiche sponde possano oggi offrire: la liricità feroce e la carnalità devastante di Ghiani e Ingenito, i versi narrativi di Terzago a metà fra lirismo e poesia civile, la forza concettuale della poesia meditativa di Bux, il neodecadentismo nichilista di Pravo, lo sperimentalismo formale e contenutistico di Porsia, la ricerca metagenere della poesia di De Francesco a metà fra poematica e cinematica, sono tutti stili e attitudini diverse attraverso cui si dipana il medesimo tema: questi poeti che pure provengono dalla lontananza, vivono la lontananza, appartengono alla lontananza, sono poeti della lontananza perché essa li pervade esistenzialmente e matericamente avvolgendoli in una sindone estetica di nitore assoluto.

Qual è la direzione che questo libro intende seguire e soprattutto far seguire al pubblico della poesia?

Sonia Caporossi: Si parla tanto, oggi, di crisi della poesia presso i lettori; si dice spesso che i lettori non si avvicinano più ad essa, che non la sentono più propria, che si è creata una distanza, uno stacco fra l’arte contemporanea e la poesia in particolare (specie quella di ricerca, come scrivevo già qui ) e i propri legittimi, secolari ma stanchi ed avvizziti fruitori. Per questo motivo, fra gli addetti ai lavori è diffusa la convinzione che la forma antologica sia un’arma nelle mani degli autori e degli editori che possa riavvicinare alla poesia un pubblico da troppo tempo in fuga: si mettono insieme vari autori, spesso anche nuovi o poco conosciuti, più frequentemente di gran nome, e li si propone in libreria. Come dicevo prima, infatti, oggi è tutto un proliferare di antologie sviluppate per il tramite di un quid in comune, a volte persino molto vago, a volte meno: l’età anagrafica, una seppur vaga poetica in comune, la militanza all’interno di un gruppo, l’appartenenza a un secolo, a una corrente letteraria o altro. A mio parere, c’è appunto l’errore di fondo della “polvere di Cantor” alla base di questa impostazione. Ma per ovviare come si può fare? Noi abbiamo cercato di tornare alla apparentemente vetusta ma sempre funzionale impostazione “per tema”: in questo modo, il lettore che scovi questa silloge fra gli scaffali di una libreria o nei meandri della Rete potrà facilmente interessarsi o disinteressarsi all’argomento, ricercarlo, indagarlo, penetrarlo per il tramite dei versi, delle vive parole di poeti che solo attraverso il tema, e non invece dopo o incidentalmente rispetto ad esso, imparerà a conoscere. A noi sembra una piccola battaglia vinta in direzione del ritorno alla centralità del textus di contro alla attuale, abusata e fallace centralità del nomen: che si tornino a leggere testi, non nomi! Vedremo se quest’antologia potrà tornare a creare un filone in questo senso, ai posteri l’ardua sentenza.

Quali reazioni vi aspettate?

Antonella Pierangeli: Attraverso questa antologia, come ha detto Sonia, si è voluto lanciare un messaggio di natura prevalentemente critica nei confronti delle monolitiche impostazioni metodologiche attualmente utilizzate per il montaggio delle antologie poetiche di autori ultracontemporanei. Tanto è vero che gli autori qui presenti non sono affatto accomunati come spesso accade da un’età anagrafica, né da una poetica e da uno stile che li raggruppi in senso stretto. Abbiamo infatti cercato, partendo sempre dall’eterogeneità stilistica e formale come elemento unificante della raccolta, di creare una nuova modalità di approccio alla poesia che anche un lettore non completamente affogato nella palude classificatoria ed ermeneutica del “critico laureato” potrà apprezzare: sette voci che provengono da sette vite che raccontano in sette modi diversi un lontano/vicino dialogo col mondo. Questa silloge e il suo cantare sono tutte qui. Un segmento percorribile in molteplici sensi di marcia, paradigmatico ma mai esaustivo. Piuttosto il luogo da cui partire per avventurarsi nel nuovo senza mai perdere del tutto la fiducia nel vecchio. La reazione che ci aspettiamo è soprattutto quella dell’attenzione e della curiosità nei confronti di un’operazione culturale che si prospetta fortemente innovativa. Poi tutto è perfettibile e assolutamente non pretende di essere onnicomprensivo. Anzi, coloro che pensano di trovare una definitiva sistemazione dell’argumentum saranno fortemente delusi. Naturalmente i poeti della lontananza non sono tutti qui e il nostro è soltanto un tentativo di disseminazione verso il cerchio del pensabile e del vivibile, o meglio del pensabile perché vivibile, poeticamente s’intende. Proponiamo soltanto un limite da trasgredire; in quale direzione? Ti dirò soltanto quello che ci auguriamo: che leggendo questa raccolta si possa restare annodati in una traccia traslucida nella memoria come una scia dubitosa: nella città delle perplesse interrogazioni che declinano la lontananza, sentirsi sempre più vicini all’indecifrabile che abbiamo dentro.

È, quella della lingua, una questione tuttora centrale della storia poetico-letteraria italiana, o ci siamo ormai definitivamente disancorati anche dall’idea di “questione linguistica” e “canone”?

Sonia Caporossi: Sulla questione del canone ho dibattuto recentemente, interpellata da Giacomo Raccis, in un’inchiesta critica per La Balena Bianca. Già lì scrivevo che il problema è evidentemente di natura metodologica: partendo dal presupposto che un canone letterario di autori viventi non è mai in funzione del domani, ma dell’oggi, e dal dato di fatto che un canone è sempre frutto di una parzialità, ovverossia di una posizione critica assunta apoditticamente, tant’è che un canone potrebbe non risultare parziale solo se fosse onnicomprensivo, cosa in natura impossibile, “ecco perché un canone davvero serio”, scrivevo, “in realtà è un’operazione che diventa irreale, intrinsecamente letteraria, borgesiana […] come se volessimo disegnare una carta geografica del globo che ricopre interamente la sua superficie, l’operazione diventa non solo inutile e disagevole, ma perde anche la propria istanza teleologica. A ciò aggiungiamo che il canone è principio autoescludente, perché ci sono generi e stili che rimangono “fuori” per forza di cose” (La critica nella terra della prosa, su La Balena Bianca, rivista di cultura militante, 16/07/2014 ). Di conseguenza, il concetto di canone è oggigiorno sinceramente abusato o, quantomeno, mal posto; al contrario, secondo me, della lingua, che in poesia, a ben vedere, è l’oggetto ermeneutico fondante. Pensiamo ai propri passaggi fondamentali: da Dante a Pietro Bembo, da Trissino a Manzoni, da Verga a Pasolini, a Gadda fino alle recenti sperimentazioni linguistiche di Gian Maria Annovi, la questione della lingua specialmente in poesia coincide strettamente con la questione della forma, e se la forma, in poesia, a sua volta coincide col contenuto rappresentando il tì estìn dell’atto poietico stesso, va da sé che l’unica impostazione in cui può risultare abusata è se continuiamo a concepirla come una mera questione di sociologia della letteratura: facciamola tornare alla propria istanza primigenia, estetica, sfrondandola da ciò che altrove ho chiamato “tutto ciò che ci gira intorno”. Noi di Critica Impura, quantomeno, operiamo così: purificando ovunque la parola letteraria da quegli orpelli che col tempo gli sono stati costruttivisticamente appiccicati addosso e facendola tornare alla purezza della propria impurezza. La “festa” e la “forza” di quest’ossimoro, in definitiva, è il nostro metodo.

*Sonia Caporossi (Tivoli, 1973) è docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio.

*Antonella Pierangeli (Roma, 1964) è docente, scrittrice, filologa, saggista, critico letterario. Ha insegnato lingua italiana presso il Dipartimento di Studi Romanzi dell’Università di Utrecht e svolto seminari su Anne Sexton presso il Dipartimento Vrouwen Studies del medesimo ateneo.

Insieme hanno fondato e attualmente dirigono il portale CRITICA IMPURA, dove è possibile leggere le loro biografie complete.

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Al fine di rendere più accurato l’approfondimento su questo lavoro, mi sono rivolta anche Marco Saya, poeta ed editore.

In qualità di editore di poesia, cosa si aspetta da un’antologia e, nel caso specifico, a chi intende rivolgersi, chi è il suo lettore ideale?

Quando si parla di Antologie poetiche il più delle volte si è abbastanza scettici per tanti motivi: disomogeneità degli autori proposti, le solite nicchie autoreferenziali che presentano solo i “loro” poeti o i 200 autori inseriti a caso a cui si chiedono dei contributi, potrei continuare per ore. Poeti della lontananza è un’opera, ritengo, unica nel suo impianto, contraddistinta da un’omogenea caratterizzazione e univocità degli autori coinvolti in una ricerca e direzione stilistica e di scrittura ben precisa. Molto semplicemente potrei dire che il target a cui è rivolta l’opera è il lettore che ama la buona poesia, che ha sete di conoscenza per quello che attiene l’evoluzione e il futuro della poesia contemporanea vista da importanti autori italiani residenti all’estero. Più in generale quando si parla di poesia contemporanea mi riferisco sia a una scrittura/percorso di ricerca sia ad un linguaggio che rispecchi e si compenetri con il nostro tempo/presente. È vero che la poesia è un mercato di nicchia ma è anche vero che lettura di “nicchia” è spesso la solita lettura dei soliti lettori che si scambiano le figurine/libro tra i soliti autori. Si tratta, appunto, di ribaltare questa visione con nuovi stimoli di lettura che siano fuori dai cori e non intonati con essi. È evidente che sarà, poi, il tempo a decretare se la scelta sarà stata efficace per far cambiare un giudizio spesso aprioristico e omologato sul presente della poesia contemporanea in Italia. Dunque il mio lettore ideale è quello che accetta questa sfida, di non adagiarsi passivamente a una lettura “coveristica” della poesia ma che intenda intraprendere un percorso di ricerca in sintonia con gli autori proposti in questa particolare e direi, unica, antologia.

:: Un’ intervista con Antonella Cilento a cura di Irma Loredana Galgano

21 ottobre 2014

9788804634478-lisario-o-il-piacere-infinito-delle-donne_copertina_piatta_foAntonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014)

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006

:: Un libro per un sorriso, Diego Collaveri in supporto dell’associazione Centro aiuti per l’Etiopia

20 ottobre 2014

anime assassineAlcune settimane fa Diego Collaveri mi ha contattato per chiedermi di aiutarlo a promuovere un’ iniziativa benefica, “Un libro per un sorriso”. Si parla tanto di aiutare gli altri, di fare qualcosa per il sociale, e Collaveri ha pensato di devolvere i proventi di un suo libro, Anime assassine- Anche tu te ne andrai, pubblicato come self su Amazon, (poi nei mesi successivi uscirà anche il cartaceo) dedotti tutti i costi vivi, a favore dei progetti in Etiopia del Centro aiuti per l’Etiopia, associazione a scopo benefico che si occupa della cura, e dell’educazione dei bambini più poveri della popolazione Etiope. A essere sincera è un’ associazione che non conosco, anche se ho legami con l’Etiopia, un paese vittima di una povertà che, per quanto noi ci lamentiamo per la crisi, non ci sogniamo nemmeno. Ma Collaveri conosce questa associazione da 8 anni e può garantire sul suo operato. L’ebook costa circa un Euro, una spesa che infondo implica più la fatica di andare su Amazon o su altri store e fare la transazione. Niente di più.

Questa è la trama dell’ebook, buona lettura.

Un apparente incidente stradale riporta l’ispettore Quetti su di un vecchio caso di riciclaggio di denaro sporco, legato a sabotaggi mortali avvenuti su dei cantieri. L’intuito lo metterà sulle tracce del killer professionista responsabile, unico collegamento rimasto coi vertici dell’organizzazione, ma le lancette corrono. Il tempo concessogli prima dell’archiviazione ufficiale dell’indagine si esaurisce inesorabile. Nella disperata ricerca di una prova che possa tenere ancora aperto il caso, Quetti si imbatterà in Elisa, sensuale cantante soul amata dal killer. Le malinconiche note della sua voce avvolgeranno l’ispettore, ignaro di un oscuro passato che lo porterà di fronte a una scelta che non avrebbe mai pensato di dover fare.

Il libro contiene anche il racconto breve “Doppio Gioco”, prima avventura di Quetti apparsa sulle pagine del settimanale Cronaca Vera.

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: Liberi junior: Rime del fare e non fare, Bruno Tognolini, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2014

Rime coverColori, disegni, parole in rima formano le filastrocche contenute in Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini, autore di testi per il pubblico bambino per la televisione e per il teatro. In queste pagine edite da Gallucci si susseguono tante musicali filastrocche create dall’autore su misura per ogni bambino. Brevi composizioni che hanno per protagoniste le cose da fare e da non fare con il corpo e quelle da sentire con il cuore. Nella prima parte, quella dedicata alle Filastrocche delle cose da fare, Tognolini crea simpatici giochi di parole per descrivere l’avvio del giorno, il camminare, il correre o il realizzare una torta. La seconda parte del libro comprende invece le Filastrocche di atti e sentimenti nelle quali i personaggi principali compagni di viaggio dei piccoli lettori sono i sentimenti, proprio come quelli degli adulti, che i bambini possono provare nelle diverse esperienze della loro vita in miniatura. La gioia, la paura, l’invidia, la felicità sono solo alcune delle emozioni che si susseguono proprio per far capire all’animo bambino quanto vario possa essere il fare e il sentire umano dell’adulto e del piccino. Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini utilizza le parole come i tasselli di un puzzle per raccontare ai bambini in modo giocoso e musicale la vastità delle cose e dei sentimenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi. A rendere tutto più coinvolgente i simpatici e colorati disegni di Giuliano Ferri.

Bruno Tognolini è nato a Cagliari nel 1951. Da bambino gli piaceva leggere e costruirsi i giocattoli con legnetti, chiodini e spago. Ha cominciato a scrivere quando ha capito, da lettore, che le storie erano come quei giocattoli: poteva costruirsele da sé. E così è diventato scrittore per bambini, a quarant’anni, ma neanche lui sa bene perché: per caso, per raccontare storie alla figlioletta Angela, perché poteva scrivere in rima… chissà. Ha scritto libri, testi per “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione”, teatro e canzoni e videogiochi. Ha vinto anche due Premi Andersen e ne è contento: però è ancora lì chino sui suoi legnetti e spaghi di parole, perché la storia e la poesia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/FlorenceEva era africanaLa pulce d’acquaLe tue antenate, La ballata di GeordieLe filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate Regina reginella.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

19 ottobre 2014

20140930141515Bentornato Luca su Liberi di scrivere. Ci siamo lasciati nel 2012 con L’uomo nero e ci ritroviamo nel 2014 con Nel posto sbagliato, appena uscito per E/O nella collana Sabotage. Cosa è successo in questi anni? Cosa è cambiato?

Bentrovata Giulietta, è successo che ho scritto due romanzi, uno dei quali per l’appunto è quello di cui parliamo oggi, una commedia per il cinema e ho lavorato a un progetto per una serie tv.

Nel posto sbagliato è un romanzo che si presta a diverse analisi, a diversi piani di lettura. Per un recensore, che ha modo di intervistare l’autore, insomma è un piccolo scrigno di significati. Iniziamo dalla tua nuova visione del noir. Unisci noir e fantascienza, un connubio piuttosto insolito. Nella mia recensione avvicino il tuo romanzo ad un celebre racconto di un grande come Philip K. Dick. Perché ritieni che questa forma di noir sia così insolita?

Per quanto riguarda il perché della mia scelta è presto detto, io parto sempre dalla storia. Mi premeva raccontare questa storia e toccare certi temi, ho semplicemente adoperato quelli che secondo me erano gli strumenti narrativi più adeguati. Allargando il discorso all’attuale panorama editoriale italiano sono d’accordo con te che la strada che ho intrapreso non è la più battuta, e in un momento di crisi sono pochi quelli che hanno voglia di abbandonare le proprie confortanti certezze.

La fantascienza è stata usata per lo meno da autori come Azimov, Ray Bradbury, John Wyndham, per parlarci del presente, e fungere da sentinella, avvisandoci dei mali che il futuro ci potrebbe portare. Anche tu hai usato questo genere ibrido con questo scopo? C’è un messaggio chiaro sotteso al racconto?  

Io sento un pericolo, avverto la netta percezione che dal Patriot Act in poi nel mondo occidentale si è deciso, o si è iniziato a decidere, che la privacy e i diritti civili del singolo possono essere sacrificati sull’altare della sicurezza collettiva. Una china molto pericolosa, dal mio punto di vista.

Io parlo di fantascienza, forse altri potrebbero classificare il tuo romanzo come un romanzo distopico. Infondo narra di una realtà alternativa, ma diciamo contemporanea. Non ci sono robot, astronavi, case con elettrodomestici avveniristici. In che anno è ambientato Nel posto sbagliato? Come preferisci venga classificato?

L’attentato alla stazione che dà il là alla storia avviene il 28 maggio del 2013 (quando finite di leggere il romanzo, non prima, inserite questa data su google, solo mese e giorno, potreste avere una sorpresa). Il termine distopico lo trovo calzante, ma io preferisco andare oltre, più che di una realtà alternativa io parlerei di un presente negato, di un qualcosa che sta già accadendo, ora e qui. Magari non nel modo che ho immaginato io, ma in quella precisa direzione. Facciamo un esempio su tutti: Wikileaks. Se qualcuno spia le mail di Angela Merkel a sua insaputa credete che si farebbero problemi a fare anche di peggio con noi?

A cosa si riferisce il titolo, quale è il posto sbagliato?

Il posto sbagliato può essere un qualsiasi luogo legato a un delitto. Ciò che lo rende pericoloso per chiunque vi si trovi non è però la presenza del criminale, bensì di chi gli dà la caccia. Una squadra speciale di polizia che si serve dell’ipnosi per utilizzare ignari cittadini (che loro chiamano POV) come fossero telecamere di videosorveglianza, invadendone la privacy e calpestandone i più elementari diritti civili.

Protagonista assoluto è senz’altro il commissario Vincent Tripaldi. Come hai costruito questo personaggio?

Volevo un commissario che seguisse un fine giusto (o apparentemente giusto), ma per i motivi sbagliati. Un uomo determinato nella propria ricerca dell’affermazione, del successo, del potere, ma che avesse anche un doppiofondo, una crepa, un’umanità malata, guasta. Vincent è un uomo solo con due serpenti nel terrario. L’asfissiante rapporto col fratello gemello ne ha segnato l’esistenza, rendendolo un misantropo che vive ogni tipo di rapporto sociale con fastidio e diffidenza.

Utilizzi molti colpi di scena, il più decisivo pressappoco a metà romanzo quando Vincent spara al terraio e libera i due serpenti, uno innocuo, uno velenoso. Ne uccide uno, non sappiamo quale dei due, e poi viene morso. Insomma per un attimo la storia potrebbe finire così, con la morte del protagonista. Ma vediamo bene che abbiamo molte altre pagine prima della fine. Questo comunque è solo uno dei colpi di scena, e di solito sono concentrati tutti sul finale, almeno i più determinanti. Perché questa scelta invece?

Ti posso fare i complimenti per la domanda o sembro ruffiano? Oramai te li ho fatti, amen. Hai colto nel segno, quello è un finto colpo di scena, qualsiasi lettore meno che scafato capisce che il protagonista non può morire a 80 pagine dalla fine del libro. A me quella scena, mi piace definirla così, tra l’altro è una delle mie preferite, serve a spiegare con un’azione reale e simbolica al tempo stesso lo stato in cui versa il mio protagonista. Vincent ha raggiunto un punto di rottura.

All’apparenza dunque è un romanzo poliziesco. C’è una squadra investigativa, un po’ avveniristica, (utilizza una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi delle persone che si sono trovate anche per caso in un luogo dove è avvenuto un omicidio, una strage,) ci sono varie indagini, si cercheranno vari colpevoli. Se questa dicevo è l’apparenza, la realtà quale è?

In realtà parlo del potere, di quanto ne si possa dare in mano a delle persone, se sia giusto delegare ad altri decisioni che possano segnare così profondamente le nostre esistenze. E, in ultima analisi, anche fossimo disposti a farlo, dell’uso che realmente verrebbe fatto di questo potere. Chi controllerebbe il controllore?

I pov vengono prelevati arbitrariamente, si scava nelle loro mento senza il loro consenso, violando i più basilari diritti civili, in nome della giustizia. I pov vengono individuati monitorando i cellulari di tutta la popolazione, ogni giorno in ogni momento. Pensi che sia questo il futuro che ci aspetta? Pensiamo solo ai social network. Verranno violati sempre più di diritti dei cittadini, primo tra questi quello alla privacy, in nome della cosiddetta sicurezza?

Proprio oggi è andata in onda una mia intervista al TG1, quando la registrai un paio di settimane fa Bruno Luverà mi disse riguardo al mio romanzo “la cosa più inquietante è che è tutto tremendamente più realistico di quanto possa sembrare”. Faccio mie le sue parole per risponderti.

La componente noir è principalmente legata alla nebbia un po’ oscura che attraversa tutto il romanzo. L’animo umano è molto noir. Per molti versi non c’è grande spazio per rassicuranti certezze, per il classico lieto fine. Come affronti nei tuoi libri l’animo noir che c’è in tutti noi?

L’essere umano che conosco meglio sono io, e sono certo che in me coabitano pulsioni nobili e orripilanti, come so che il male è capace di spaventarmi e affascinarmi al tempo stesso. Questo fa di me un uomo ambiguo, ma io vivo nella convinzione che l’ambiguità, intesa come non certezza, non classificabilità, niente lavagna dei buoni e dei cattivi, sia alla base di qualsiasi essere umano. Siamo tutti uguali? No, siamo tutti diversamente ambigui, questo per me è il noir.

La manipolazione della mente umana è un altro tema da te trattato. Parli di ipnosi, di messaggi subliminali. Tramite l’ipnosi si può indurre qualcuno al suicidio, o all’omicidio. Come ci si può difendere dall’uso distorto di queste tecniche mentali?

Premesso che quello dell’ipnosi è un mondo molto complesso in cui non esiste una verità univoca, detto ciò io mi sono documentato molto per scrivere questa storia, per cercare, nel limite del possibile di essere aderente alla realtà, o in secondo luogo al realistico. Nel romanzo ci sono delle indubbie forzature narrative, non ho mai voluto scrivere un saggio. Comunque l’inconscio è un territorio tanto misterioso quanto pericoloso, e ci sono soggetti particolarmente portati a essere manipolati, plagiati.

Nel tuo romanzo il tema della sicurezza viene utilizzato come un’arma politica determinante. C’è un premier e il suo antagonista che si combattono una guerra silenziosa, e senza regole. Il tuo scritto nasconde una analisi anche del sistema politico attuale?

Questa è stata un’altra sfida che ho deciso di accettare scrivendo questo romanzo, cercare di fondere distopia e realpolitik. Giocare su un piano narrativo a un livello globale, che riguarda tanto noi quanto qualsiasi altro stato occidentale, e su un altro, che fa quasi da corollario alla storia, ritornare su un vissuto, presente e passato, che è drammaticamente italiano, più che di altri paesi.

Sei tradotto all’estero. Cosa ci puoi dirci di questa esperienza? Fai tour letterari all’estero? Partecipi a conferenze, fiere, presentazioni? Come vedono l’Italia all’estero, per lo meno come vedono la cultura e la letteratura italiana?

Sono tradotto al momento solo in Francia, seppure con un editore molto importante, e per ora con un solo romanzo, la versione francese de L’uomo nero uscirà a Febbraio. Non sono stato ancora invitato a presentare il mio lavoro in Francia, ma il primo romanzo è andato bene e probabilmente accadrà col secondo. Posso dire che, malgrado la fama di sciovinisti che li accompagna, i francesi sono molto attenti alla letteratura di genere prodotta in Italia.

Bene l’intervista è finita, nel ringraziarti mi piacerebbe ancora chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro. Hai già in mente le trame dei tuoi prossimi libri?

Ho piuttosto chiari i seguiti tanto di Nel posto sbagliato che dell’altro romanzo che ho già terminato. Però prima di rigettarmi nella narrativa vorrei, almeno per qualche mese, dedicarmi a dei progetti per la serialità televisiva, è una sfida che mi affascina.

:: Arrivano i pagliacci, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2014)

19 ottobre 2014

arrivanoSi sa in Italia non si legge. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono i visi dei librai. Un mio sogno, quando sarò un’anziana zitella petulante (forse già lo sono), è proprio quello di aprire una libreria in cui abbiano diritto di asilo solo i libri belli, come in quei vecchi film con Meg Ryan. Lo so, sono sentimentale da far paura, ma è tutta colpa del libro che ho appena letto, perdonatemi.
Si sa in Italia si ama far altro invece di leggere, e a volte mi chiedo come mai blog come i miei abbiano lettori. Non tanti, ma ce ne ho. Ogni giorno. Fedeli. Eroici, oserei dire. Tengo questo blog aperto per loro, per voi. Questo blog con tutti i suoi difetti, con la mia gestione un po’ anarchica, un po’ eccentrica, con i costi che non rientrano, con i disagi e la vita di tutti i giorni che scorre parallela.
Comunque dicevo la gente non legge. Capirne i motivi sarebbe interessante. Studiarli, sviscerarli, analizzarli sotto la lente di ingrandimento. Magari attualmente ci sono decine di laureandi che stanno scrivendo una tesi su questo argomento. Mi piacerebbe leggerle. Mi piacerebbe capire.
E se il motivo reale, la causa di tutto fosse che non ci sono in circolazione buoni libri? Già, a volte me lo chiedo, e so che forse questa risposta è solo parziale, è solo un frammento del grande mosaico che è l’editoria. I classici sono sempre disponibili, Henry Miller, Vladimir Nabocov, Fëdor Dostoevskij, per citare i primi tre autori che mi vengono in mente, sono ancora disponibili. Ma a quanto pare nessuno legge neanche loro.
A quanto pare c’è un processo in corso complesso e strano, fatto di omissione, disinteresse, occultamento. Eppure, eppure ci sono menti creative, originali, eccentriche, anche tra gli scrittori contemporanei, scrittori ai quali perché non dare una possibilità?
Prendiamo Chiara Gamberale, autrice di Arrivano i pagliacci, il libro che ho appena letto, e ha suscitato in me tutte queste riflessioni.
Premetto che questo libro non parla di editoria, cali di vendita, o altro. E’ più che altro un diario, uno scritto di una ragazza di vent’anni, un po’ bizzarra, che lascia in un quaderno frammenti della sua vita legati agli oggetti che la sua casa contiene. Oggetti che ha intenzione di lasciare per colpa di un trasloco. E questo quaderno viene lasciato in eredità ai successivi proprietari. Come un dono, come un impegno preciso a mantenere la memoria delle cose. Perché è infondo la memoria che ci rende così caratteristici nella scala evolutiva.
E le parole costruiscono mondi, i bravi scrittori proprio questo riescono a fare. Lasciando ampi margini di libertà. Ogni lettore si può poi costruire la sua storia, facendo nascere le sue riflessioni, i suoi collegamenti mentali. Scavando nella propria memoria.
Dico la verità, se Maddalena di Babel Agency non me l’avesse proposto, non l’avrei letto. Non è il mio genere, anche se invecchiando sto diventando sempre più onnivora, tuttavia non mi pento di avere accettato. Forse anche per i motivi della nuova pubblicazione di questo libro. Arrivano i pagliacci uscì già nel 2003 per Bompiani, sono passati diversi anni da allora e come succede sempre sembra che i libri abbiano una scadenza e a volte diventino introvabili. La Gamberale così ha deciso di dare nuova vita al suo libro, tornando su uno scritto di quando era anche lei ventenne e dandolo, oggi, da pubblicare a Mondadori.
Così ecco di nuovo Allegra Lunare, e il suo associare ricordi della sua famiglia, dei suoi amori, dei suoi amici,  agli oggetti contenuti nella sua casa. Anche i libri letti in età diverse sono diversi. Figuarsi scriverli. Chissà che effetto avrà fatto all’autrice salire in questa particolare macchina del tempo? Un po’ come in quei film americani in cui gli studenti di una classe seppelliscono oggetti in una scatola del tempo e la riaprono vent’anni dopo. Allegria, tristezza, tragedie, eventi buffi. Tutto concentrato in un piccolo vaso di Pandora.
E poi probabilmente nella vita, come al circo, non ostante tutte le tragedie alla fine arrivano sempre i pagliacci.

Chiara Gamberale, giovane romana nata nel 1977 è scrittrice, collaboratrice di La Stampa, Il Riformista e Vanity Fair, conduttrice radiofonica e conduttrice televisiva italiana. Nel 1996 vince il premio di giovane critica Grinzane Cavour promosso da La Repubblica e nel 2008 riceve il Premio Campiello per il libro La zona cieca. Tra i suoi romanzi ricordiamo Le luci nelle case degli altriL’amore quando c’era, Quattri etti d’amore grazie e  Per dieci minuti.

:: Nel posto sbagliato, Luca Poldelmengo, (E/O, 2014)

18 ottobre 2014

20140930141515Unire noir e fantascienza non è una pratica che si usa spesso. Gli scrittori di noir preferiscono parlare del presente, del mondo contemporaneo senza deroghe o derive fantastiche o appunto fantascientifiche. Eccezioni ce ne sono, e ben vengano, pensiamo solo al bellissimo racconto di Philip K. Dick, “Minority Report”, da cui Stephen Spielberg trasse ispirazione per l’omonimo film, a dire il vero molto liberalmente tratto, con Tom Cruise. E vedendo questo film, proprio ieri, non ho potuto non fare collegamenti con il libro che stavo leggendo, Nel posto sbagliato, di Luca Poldelmengo, edito da Edizioni E/O nella collana Sabotage. Libro che ispira interessanti interrogativi e riflessioni sul nostro mondo contemporaneo, e sui dilemmi morali ed etici che le scoperte scientifiche generano. In Minority Report ci troviamo nel 2054, e per combattere l’alto tasso di omicidi viene creata una squadra, la PreCrimine, composta da agenti di polizia e da tre “precogs”, esseri che con i loro poteri precognitivi riescono a vedere gli omicidi prima che si compiano, proiettando attraverso una macchina queste visioni su alcuni schermi. Nel romanzo di Poldelmengo, apparentemente contemporaneo, ci troviamo di fronte a una macchina simile che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni, registrando anche suoni e odori dei testimoni di omicidio, chiamati, pov, (point of view). Tutto ciò avviene portando i soggetti ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di alcune sostanze chimiche. Soggetti non consenzienti, prelevati in modo arbitrario e portati in luoghi segreti, che alla fine non ricorderanno niente di questa esperienza. La squadra denominata Red è segreta, (anche in Minority Report l’azione della PreCrimine è piuttosto controversa tanto che prima di estenderla all’intero paese, viene mandato un agente federale in cerca di falle al sistema), almeno lo è all’inizio del romanzo, prima che il premier non ne parli apertamente in parlamento, dando in pasto la notizia all’opinione pubblica. Errore fatale? Punto di partenza di un effetto domino che porterà ad effetti incontrollabili? Sta di fatto che appena viene resa pubblica la notizia un membro della squadra viene ucciso, e un’ indagine, questa volta tesa alla sopravvivenza stessa di questo organismo, ha inizio. Un personaggio si chiede se è eticamente giusto che sopravviva, accenna per esempio al dibattito sulle intercettazioni telefoniche che violerebbero appunto la privacy dei cittadini, ma paragonate all’azione della Red, che scava arbitrariamente nella mente di persone ignare, azioni senz’altro meno gravi. Per combattere il crimine bisogna usare ogni arma, anche a scapito degli innocenti (un pov arriverà a suicidarsi per le conseguenze dell’ipnosi)? Ci sono regole e barriere da non oltrepassare? Come affrontare il dilemma etico se sia meglio liberare un colpevole o condannare un innocente? Che prezzo ha la giustizia? In una città invasa dalle immondizie, (anche questo eco di cronaca recente) i nostri personaggi si muovono portando il loro bagaglio di dolore. Vincent soprattutto, il personaggio più carismatico del gruppo, così efficiente e aggressivo sul lavoro, e fragile nella vita privata, resta l’eroe, anti-eroe del racconto, come in ogni noir che si rispetti. La manipolazione della mente, il desiderio di vendetta, le trame di gente senza scrupoli che pianifica subdole macchinazioni, tutto si intreccia in questa narrazione tesa e sincopata. Per quanto le scoperte scientifiche saranno in grado di fornirci strumenti per migliorare le nostre vite, il fattore umano farà sempre la differenza. Gli errori, i crimini, le debolezza sono sempre lì. Specchi distorti delle nostre più grandi aspirazioni. Questo sembra il messaggio sotteso al racconto. Un messaggio non tanto rassicurante, ma pur sempre veritiero.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 comincia ad affiancare quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco, anch’esso tradotto in Francia. I suoi libri sono pubblicati in Francia per Payot & Rivages.

:: Segnalazione: Doppio appuntamento con Alfredo Colitto

17 ottobre 2014

compagniaIn questo mite autunno 2014, doppio appuntamento in libreria con Alfredo Colitto, autore italiano di thriller storici che i lettori di questo blog conoscono bene per la saga dedicata al medico trecentesco Mondino de’ Liuzzi. Questa volta, con un piccolo salto temporale, ci troveremo nella Napoli del 1600 e avremo la possibilità di leggere, uno di fila all’altro, La compagnia della morte, che uscirà il 21 ottobre a un prezzo simbolico di 1,90, e Peste, in uscita l’11 Novembre, il primo prequel del secondo, romanzo vero e proprio. Pubblicato in 21 paesi e tradotto in 7 lingue, Colitto è un autore molto amato, oltre che un traduttore stimato, (pensate solo che traduce per Einaudi, Ellroy)[1], quindi se non lo conoscete ancora e amate il mistero e il thriller storico, dovreste segnarvi il suo nome. Di seguito, sperando di farvi cosa gradita, vi riporto le trame dei libri in uscita. E’solo una segnalazione, non ho avuto ancora modo di leggerli, ma so di andare sul sicuro. Buona lettura.

LA COMPAGNIA DELLA MORTE

Napoli, 14 agosto 1655. Il caldo torrido del pomeriggio non dà pace alle vie affollate della città, ma il pittore Sebastiano Filieri non può restarsene tra le fresche mura della cappella di Palazzo Agliaro, dove sta dipingendo un ciclo di affreschi. Lo attende un compito difficile: dire addio a Maria, la sorella di sua moglie Angela, l’ultimo affetto che gli resta della sua famiglia decimata.
Mentre Sebastiano è al suo capezzale, la donna pronuncia poche parole: un delirio, all’apparenza, ma a lui rivelano una verità che cercava da anni. La verità sulla morte di Angela.
Quelle parole lo riportano ai tragici giorni della rivolta di Masaniello, quando era entrato nella Compagnia della Morte, una società segreta di pittori che durante la notte cercavano e assalivano i soldati spagnoli nelle vie di Napoli, per testimoniare con la spada che la loro città mai si sarebbe rassegnata al dominio straniero.
Ma una notte, di ritorno da una missione, Sebastiano aveva trovato la moglie e la figlia crudelmente assassinate, da una persona che ormai era già morta. Distrutto dal dolore, aveva lasciato la Compagnia.
Ora, però, accanto a Maria, morente, comprende che il colpevole è un altro, e che la vendetta è ancora possibile.

PESTE

Napoli, 1655. Varcando la soglia di Palazzo Guzmán con la sua famiglia di saltimbanchi, per intrattenere gli ospiti del conte, Cecilia non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Dopo aver ricevuto gli applausi divertiti degli astanti, si ritrova nel parco del palazzo e assiste, impotente e terrorizzata, a un incontro segreto.
Il conte Guzmán e un altro uomo stanno parlando del destino di Napoli e di una congiura che potrebbe riportare la città nelle mani dei francesi. Cecilia non sa nulla di politica, ma comprende subito il pericolo in cui si trova: è l’unica testimone dell’atroce tradimento. Quella stessa notte, infatti, la sua famiglia viene assalita da tre sicari. Lei è la sola a sfuggire al massacro, grazie al provvidenziale intervento di un uomo che le permette di nascondersi in un palazzo deserto e misterioso.
Sebastiano Filieri non ha più nulla nella vita, se non la sua pittura. Ha perso la famiglia e gli ideali in pochi giorni, durante la breve, sfortunata rivolta di Masaniello.
Quando scopre il segreto di Cecilia, Sebastiano sa che il conte Guzmán non riposerà finché non l’avrà uccisa. La ragazza potrebbe riportarlo a combattere per la sua patria, per i valori che un tempo guidavano la sua esistenza, ma la città di Napoli è minacciata da un nemico più pericoloso della Francia, più infido dei governanti spagnoli: la peste.

Alfredo Colitto affianca all’attività di scrittore quella di traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro (finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), e La porta del Paradiso, il suo primo romanzo storico, sono stati tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi all’estero

[1] Poi vi racconto di quella volta in cui cercavamo in tutti i modi di contattare Ellroy, tipo piuttosto refrattario a tecnologia e internet.

:: Hiroshige Da Edo a Kyoto vedute celebri del Giappone. La collezione del Museo d’arte orientale di Venezia, a cura di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo (Marsilio, 2014) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2014

3172012Il catalogo della mostra in corso a Venezia, in Palazzo Grimani (20 settembre 2014 – 11 gennaio 2015) rappresenta un eccellente connubio di qualità ed economia.
Le ottanta pagine offrono una buona selezione di riproduzioni di alta qualità dell’opera del maestro incisore Hiroshige, alle quali si accompagnano articoli di approfondimento scritti con taglio accademico ma comunque estremamente accessibili.
Il volume riunisce interventi di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo Marchi, Silvia Vesco, Bonaventura Ruperti, Rossella Menegazzo e Magda di Siena.
I diversi articoli inquadrano storicamente e culturalmente lo stile ukyioe; esplorano i legami fra questa forma d’arte e la cultura popolare del giappone ottocentesco, e con il teatro in particolare; sottolineano il legame fra il Giappone e Venezia, fra l’Oriente e l’Italia. Non manca un approfondimento sull’influenza che l’arte giapponese ha avuto su quella occidentale, e sul legame fra pittura e fotografia (molte le splendide foto d’epoca incluse nell’opera).
È palese che i curatori hanno fatto tutto il possibile per far stare, nelle ottanta pagine del catalogo, quanto più materiale possibile – ed è altrettanto evidente che ci sono riusciti.
Proprio grazie alla vastità ed alla varietà degli argomenti trattati, pur restando centrale il tema dell’opera di Hiroshige, il volume edito da Marsilio riesce a superare la propria natura di “catalogo della mostra”, e diventa un solido, agile testo di riferimento per chiunque abbia un interesse o una curiosità nei confronti dell’arte Giapponese.
All’opera è accluso un CD con materiali multimediali aggiuntivi, che arricchiscono ulteriormente un’offerta già di per sé notevole.
La presenza di una galleria multimediale non sostituisce certamente una visita alla mostra, che è vivamente consigliata.

Fiorella Spadavecchia vive e lavora a Venezia, è direttore del Museo d’Arte Orientale di Venezia.

Utagawa Hiroshige (Edo, 1797-1858), è uno dei grandi maestri dell’ukiyo-e.