:: Intervista Alessio Arena per Letteratura Tamil a Napoli, (Neri Pozza 2014) a cura di Viviana Filippini

30 ottobre 2014

Arena e CoverBenvenuto ad Alessio Arena poliedrico artista e musicista con la passione della scrittura che nella sua tappa a Milano nella sede della case Editrice Neri Pozza ci ha raccontato come è nato il suo nuovo intrigante romanzo -multiculturale aggiungerei- Letteratura Tamil a Napoli.

Come è nata l’ idea di scrivere Letteratura Tamil a Napoli?

R: Per scrivere questo romanzo ho preso spunto della reale presenza della comunità singalese a Napoli, composta dai tanti vinti e vincitori della guerra che afflisse lo Sri Lanka a partire dalla metà degli anni Ottanta. Alla fine del conflitto molti abitanti decisero di lasciare la loro terra per emigrare altrove e a Napoli la comunità è presente dagli anni Novanta, proprio nel centro della città, nel Rione Sanità, dove sono nato anche io. Fin da piccolo ho sempre vissuto vicino a questa collettività e crescendo mi sono reso conto che, a parte un film Into Paradiso del 2010 della regista sceneggiatrice Paola Randi, non c’era materiale che raccontasse la letteratura Tamil e tutto il loro mondo e così ho pensato di scrivere il romanzo Letteratura Tamil a Napoli.

C’è una Napoli di superficie e una sotterranea. Raccontaci cosa accade nel ventre di Napoli.

R: Il mondo sotterraneo di Napoli è molto vitale, è il luogo dal quale arriva l’acqua per la città e durante la Seconda guerra mondiale è stato un vero e proprio rifugio dai bombardamenti per la popolazione. Nel mio libro, i Tamil trovano nel ventre di Napoli l’ambiente ideale per creare una seconda città, o meglio creano una città nella città come segno di libertà, anche se vivendo sempre più a contatto con le viscere di Napoli un poco alla volta anche i Tamil assumono su di loro i caratteri dei napoletani trasformandosi in Napo-tamil. Anche la letteratura che i Tamil puntano a ricreare dentro a questo cosmo che si trova nel sottosuolo è si qualcosa della loro tradizione, ma allo stesso è anche un qualcosa che recuperano da Napoli, perché girando nei sotterranei cittadini la maggior parte dei muri è ricoperta di scritte lasciate nel corso del tempo. Questi segni e parole sono la testimonianza che a Napoli è possibile farcela e sopravvivere. Tra i Tamil che creano libri, sfuggiti alla guerra dello Sri Lanka e i napoletani sopravvissuti alla guerra, c’è una somiglianza dettata dalla condivisione e dall’empatia della comune sofferenza determinata dalla guerra. Non a caso il primo libro tamil protagonista del mio romanzo racconta proprio la Napoli sotterranea durante il conflitto e per scriverlo ho preso ispirazione da Napoli 44, romanzo di memorie e visionario scritto da Norman Lewis.

Nel libro ci sono dieci personaggi impegnati a scrivere libri e loro corrispondono ad altrettante divinità indiane come mai?

R: I personaggi si muovono in un ambiente letterario in base all’avatar di Visnu nel quale si identificano di più, perché Visnu si reincarna per riportare l’ordine delle cose e nel mondo. Ogni avatar è un mito e i temi da loro recuperati hanno il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. I Tamil protagonisti del romanzo scrivono e nel momento in cui compiono questo atto lo fanno sotto la protezione di un avatar.

Che funzione hanno i libri che i diversi personaggi scrivono?

R: Ogni libro presente nel mio romanzo è un pezzo che assieme ad altri libri cerca di ridare vita nella città di Napoli alla storica biblioteca Tamil andata distrutta nella guerra tra Tamil e Singalesi. C’è quindi la volontà dei personaggi del libro di recuperare la tradizione della propria cultura di appartenenza per farla sopravvivere, per reinventarla e per crearsi un’ identità con il fine di comprendere il proprio posto nel mondo.

Quali fonti hai considerato per scrivere questo romanzo e quanto è importante conoscere culture nuove?

R: Per scrivere questo libro è vero ci ho messo del tempo, un po’ per la ricerca e un po’ per il mio lavoro da musicista che mi ha portato a girare in lungo e in largo in Italia e all’estero. Tra le fonti utili è stato fondamentale il contatto con i Tamil di seconda generazione, nati a Napoli e no. Parlando con loro ho percepito un forte senso di appartenenza all’Italia, loro non solo si sentono italiani, ma si sentono napoletani. Ho ascoltato le loro storie che mi hanno dato ispirazione per il mio libro e poi ha fatto riferimento ai dati storici relativi alla guerra tra Singalesi e Tamil. Per quanto riguarda la letteratura Tamil e l’approccio di conoscenza della letteratura leggendaria è stato molto utile approfondire la conoscenza della storia della letteratura Dravidica che influenzò la letteratura antica indiana e quella tamil. Conoscere altre culture, diverse da quella dove siamo cresciuti, è un importante percorso di conoscenza dell’altro, in quanto questo cammino di scoperta permette di individuare dei punti in comune tra mondo diversi. Per esempio, nel mio libro si noterà come i napoletani e i tamil siano uniti dalla condivisione del dolore e della sofferenza e come si dice in modo comune tra Tamil: “Siamo tutti sotto la stessa tempesta”.

I protagonisti hanno nomi in lingua Tamil e nomi in napoletano. Quale è la funzione di questa doppia identità?

R: Il doppio nome è un po’ una delle peculiarità delle gente di Napoli, nel senso che ogni abitante ha un nome e un soprannome. I personaggi del libro hanno sì un nome Tamil, ma si sentono anche molto legati a Napoli e per questo il loro soprannome, recuperato e spogliato da qualsiasi elemento dispregiativo, è rivalorizzato in modo positivo per sottolineare ancora di più il profondo legame con Napoli, che li ha accolti e accettati.

Come accadeva in L’infanzia delle cose, anche in Letteratura Tamil a Napoli ti occupi di piccoli gruppi etnici. Come mai hai questo interesse per le minoranze culturali?

R: Il mio interesse verso le minoranze etniche culturali è forse dovuto al fatto che anche io vengo da un parte di Napoli, il Rione Sanità, che in un certo senso è stato considerato una minoranza e una sorta di mondo a sé, spesso finito sotto etichette e pregiudizi nati nel corso degli anni. Quando ero piccolo in più occasioni mi son sentito escluso dal resto del mondo e un po’ sotterraneo come i protagonisti del mio libro, perché ho sempre sentito di appartenere ad una sorta di mondo altro presente nella città di Napoli. Basta pensare al fatto che a Napoli prima di conoscere l’italiano, in molte zone si impara il dialetto, che viene considerato una vera e propria lingua. Nel libro L’infanzia delle cose i protagonisti gitani si trovavano a vivre in una situazione di incontro e scontro tra culture diverse e tangenti che li voleva guidare a superare i propri limiti dettati dal contesto di vita. Una situazione che ho vissuto in un certo senso anche io, quando a sei anni mi son trasferito in Spagna, e mi son trovato ad entrare da piccola particella in un mondo vasto e sconosciuto che ho imparato a conoscere un po’ alla volta.

Tra i tanti personaggi presenti, molto intenso è il ritratto della zia transessuale di Bibberò. Raccontaci qualcosa di questa figura.

R: La zia transessuale di Bibberò è uno dei personaggi più affascinanti del libro per il viaggio alla scoperta di sé che compie durante la trama. Il parente del protagonista cerca di liberarsi da un corpo che non sente suo e quello che più mi appassiona suo è proprio cammino svolto per raggiungere la sua nuova e vera identità, attuando una nuova nascita. Chi nella realtà di ogni giorno vive un cammino simile, agisce per raggiungere un traguardo preciso e diventare ciò che sente davvero di essere. La zia di Bibberò e le tante persone che esperimentano questo percorso sono dei veri e propri libri scritti pronti a raccontarsi a noi lettori e uditori.

La religione è spesso presente nei tuoi libri compreso questo ultimo lavoro. Come convivono il cristiani e i tamil?

R: La religione è uno dei temi che spesso ritornano nei miei libri, e quello che più mi incuriosisce è il paganesimo della religione cristiana e anche i suoi aspetti più kitsch come le tante rappresentazioni delle statue di santi, le immagini e tutta una serie di oggettistica religiosa che era molto in voga negli anni Ottanta. A Napoli in ogni casa e in ogni angolo della città sono presenti oggetti e immagini di culto religiose che gente prega e venera con passione religiosa profonda, ma ora questi simulacri non sono più solo cristiani, perché compaiono anche quelli Tamil. Nel libro ad un certo punto la statua di San Gennaro viene sostituita con quella del Buddha e questo è un segno delle convivenza tra due mondi religiosi e cultura che c’è a Napoli, anche se non lo si dice in modo esplicito. Napoli è una città abituata a dare e ricevere e non a caso in lei gli italiani convivono tra loro e, da anni, gli italiani convivono con le diverse etnie presenti, tra le quali ci sono i singalesi, in un scambio reciproco di saperi e valori. Per capirci meglio, se fino a qualche anno a Napoli i manifestini attaccati ai muri con messaggi e avvisi di vario tipo erano scritti in italiano e napoletano, oggi accanto a loro ci sono pure annunci in lingua tamil. Questo dimostra che la convivenza e la mescolanza tra culture c’è, è viva ed è in atto una mescolanza tra tradizione e innovazione, come emerge dal libro.

Sei già al lavoro per un prossimo libro?

R: Il prossimo lavoro è in fase di stesura e sarà un libro che avrà per protagonista il transatlantico Homeland costruito nel 1905, che nell’estate 1950 effettuò 5 viaggi tra Napoli e New York.

:: Longbourn House, Jo Baker, (Einaudi, 2014) a cura di Elena Romanello

29 ottobre 2014

jo bakerSe c’è un’autrice iconica e amatissima ancora oggi, questa è Jane Austen, impareggiabile e ironica cantrice dell’alta società inglese tra Sette e Ottocento, soprattutto delle sue protagoniste femminili, ragazze in cerca d’amore in una società che dava poco spazio alle donne.
Jane Austen aveva lasciato però fuori alcuni personaggi dalle sue storie, i personaggi, anzi le persone grazie a cui era possibile tutto quello sfarzo di banchetti, abiti bellissimi e carrozze descritto nei suoi libri, gli appartenenti alla servitù, sempre silenziosi e sulo sfondo ma fondamentali per reggere questo splendore dai piedi d’argilla. Ed è ai servi dell’epoca austeniana che è dedicato Longbourn House, primo romanzo tradotto in italiano da Einaudi dell’inglese Jo Baker, i cui nonni facevano parte della servitù dell’aristocrazia e alla cui memoria ha voluto dedicare un libro capace di avvincere sin dalle prime battute, che descrivono la giornata del bucato, che rendeva le dame tutte bellissime ma non era certo piacevole da fare.
Longbourn House racconta la storia di Orgoglio e pregiudizio raccontata dal punto di vista della servitù, con particolare attenzione alla figura di Sarah, la cameriera di casa Bennett, ragazza orfana che lavora nella casa della volitiva Elizabeth fin dall’infanzia, con sogni, aspirazioni e una personalità che niente ha da invidiare a quella della protagonista che conosciamo da lei. Accanto a lei ci sono la governante e il maggiordomo, Mrs e Mr Hill, una coppia che nasconde qualche segreto, la giovanissima Polly che non può usare il suo nome Mary perché c’è già una Mary tra le sorelle Bennett e James, il valletto che arriverà in casa, stravolgendo il mondo di Sarah e non solo.
Il libro ripropone visti dagli occhi del mondo di sotto gli eventi più importanti di Orgoglio e pregiudizio, ma non è né una banalizzazione, né una storia pettegola, né una storia del buco della serratura, né una modernizzazione forzosa, quando un ritratto d’epoca vista in tutti i suoi aspetti, visto che nelle pagine di Jo Baker trovano spazio il contesto del tempo, fatto di guerre napoleoniche e lavoro sottopagato, gli aspetti che si tacevano, quali la sporcizia e cosa c’era letteralmente sotto tutto quel lusso delle dame, i segreti taciuti di alta società e classi più umili, dalle relazioni extraconiugali alle maternità segrete passando per le relazioni omosessuali, ma il tutto scritto senza compiacimenti e volgarità, con un linguaggio che sarebbe piaciuto alla Austen, grande ironia e un pizzico di classismo che non guasta, oltre a sentimenti e passioni e allo svelamento di una nuova eroina che resta nel cuore, sì proprio Sarah la cameriera di miss Bennett, qui molto di più.
Indubbiamente chi ama la serie troverà in questo libro che dovrebbe presto diventare un film dei richiami a Downton Abbey, che però racconta un altro momento della vita della servitù britannica, più vicino a noi, forse quello vissuto dai nonni di Jo Baker, di cui sarebbe interessante leggere a questo punto gli altri romanzi già usciti, diversi da questo.
Liberi di scrivere ha potuto conoscere questo divertente, interessante, coinvolgente e anche commovente libro in anteprima grazie ad un incontro organizzato dalla Einaudi presso la sua sede di Torino, scoprendo la passione messa nella pubblicazione e promozione di un libro di questo tipo, insieme ad altri blogger, critici e cultori dell’epoca della Austen. Traduzione di Giulia Boringhieri.

Jo Baker è nata nel Lancashire e ha studiato a Oxford e Belfast. Insegna scrittura creativa all’Università di Lancaster, è autrice di altri quattro romanzi – The Mermaid’s Child, The Telling, The Undertow e Offcomer – nonché sceneggiatrice. Tradotto in piú di dieci lingue, Longbourn House (Einaudi 2014) diventerà presto un film.

:: Mediorientarsi: Probabilmente mi sono persa, Sara Salar, (Ponte 33 Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

29 ottobre 2014

PMSP-digital-publishing-frontcoverProbabilmente mi sono persa è la prima traduzione in lingua straniera del romanzo d’esordio dell’autrice iraniana Sara Salar (2014, Ponte 33 Editore).
L’espediente narrativo scelto dalla Salar è curioso e moderno: una narrazione che non è una narrazione, ma bensì uno stream of consciousness che si avvicina agli esperimenti di Virginia Woolf. Citandone la definizione tecnica: il flusso di coscienza consiste nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi.
L’autrice ci conduce direttamente al centro dei pensieri della sua protagonista, una donna di trentacinque anni, moglie e madre, che, sotto il cielo grigio e lattiginoso di Tehran, compie un tortuoso viaggio dentro di sé alla ricerca della propria identità smarrita tanti anni prima, mentre era convinta di inseguirla. Il filo dei ricordi si dipana in una serie di flashback mescolati ai dialoghi e ai rapporti della vita quotidiana. La sofferenza e lo straniamento di cui lei si sente vittima hanno radici che affondano nei tempi del liceo, trascorsi in una cittadina sperduta del Baluchistan, quando avviene l’incontro rivelatore con l’adorata amica Gandom: l’inizio di quel percorso che la porterà a rinnegare la famiglia, le proprie origini ed infine se stessa.
Lo straniamento si accentua nello stridente contrasto fra la dimensione interiore della donna e la prepotente artificiosità della megalopoli in cui si muove, emblema del progresso e del consumismo. Le riflessioni della protagonista, di cui non conosciamo nemmeno il nome, sono in qualche modo sguaiatamente distratte da frammenti di programmi radiofonici e immagini di enormi cartelloni pubblicitari che scorrono all’orizzonte. Meditando sulla sua “vita contorta”, sui limiti e sulle paure che l’hanno accompagnata negli anni, lascia che il senso di colpa scavi piano dentro di lei. E’ difficile essere “una stupida idealista, una sciocca dogmatica”. Questa figura femminile ripensa alla persona che è diventata ed ha ancora paura: di non essere una buona amica, una buona madre, una buona moglie. E’ allo stesso tempo respinta ed attratta dalla vita reale di cui si sente prigioniera. Cosa penserebbe Gandom di lei se la vedesse ora? Quante cose sono davvero cambiate da quando si sono separate?
Il flusso altalenante dei ricordi si mischia all’immaginazione e sono molti gli schemi che si contrappongono nella riflessione: la scelta di lasciare la provincia per andare a studiare nella capitale, la continua confusione fra ciò che è presente e ciò che è passato e che non tornerà. Sono molte le domande che sembrano non trovare risposta: qual è il senso ultimo della libertà in un Paese “con regole molto precise”?
La scrittura di Sara Salar è fatta di frasi brevi, a volte spezzate, che rimangono appese ai tre punti di sospensione. Usa una lingua estremamente evocativa, iperrealista come esige la scelta dello stream of conosciousness: sfoghi, metafore e imprecazioni scorrono veloci sotto i nostri occhi dando al tutto un ritmo sincopato.
Il risultato è un intenso romanzo psicologico, in cui dallo sfondo emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori senza latitudini di riferimento. L’autrice ci lascia intendere che le strade di Tehran, piene di traffico convulso, potrebbero essere le strade di qualsiasi metropoli moderna, che i pensieri della sua protagonista potrebbero essere quelli di ogni donna che si sente schiacciata dalle proprie non-scelte, dai propri dubbi.
L’assetto stilistico e narrativo di questo breve romanzo potrebbe non risultare particolarmente accattivante per coloro che prediligono la prosa classica, lo consiglio quindi agli amanti del modernismo letterario e dell’introspezione psicologica, nonché ovviamente ai curiosi di letteratura iraniana contemporanea, e, specialmente, alle donne.

Sara Salar (1966) è nata a Zahedan, piccola cittadina del Baluchistan iraniano. E’ laureata in letteratura inglese ed ha iniziato la carriera letteraria come traduttrice facendo conoscere al pubblico iraniano Haruki Murakami. Probabilmente mi sono persa, pubblicato nel 2009 dopo uno stop prolungato della censura, ha conosciuto un immediato successo, aggiudicandosi anche il prestigioso premio letterario Golshiri. Sara Salar vive oggi a Tehran, è sposata e ha un figlio.

Tradizionalmente, le donne iraniane hanno avuto un ruolo importante nelle economie rurali, non solo partecipando all’attività aziendale di famiglia – come la tessitura dei tappeti – ma anche con la produzione dei principali prodotti alimentari. È interessante notare che circa il 90% delle donne iraniane nelle comunità rurali sono ancora impegnate in qualche tipo di attività. Al contrario, il ritmo veloce dell’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno cambiato il ruolo delle donne nelle città, ed insieme alle limitazioni sociali dell’Iran post-rivoluzionario hanno ridotto al minimo il loro peso nelle attività economiche. Secondo un articolo pubblicato nel numero di marzo 2014 dall’Iranian Economist, solo il 13% della forza lavoro iraniana è costituita da donne.
Nel corso degli ultimi cinque anni, si è registrato un significativo incremento nelle iscrizioni femminili all’università, fino a raggiungere una media del 60% sul totale degli studenti. Ciò nonostante, ancora oggi in Iran una donna non può ottenere un passaporto senza il permesso del marito o di un parente di sesso maschile. Le donne sono escluse dal frequentare determinati spazi pubblici, come gli stadi; la violenza domestica rimane generalmente impunita e la testimonianza di una donna in tribunale vale solo la metà di una maschile. A tutto questo sembra opporsi, almeno a parole, la politica dell’attuale Presidente Hassan Rohani, che ha scelto come sua vice Shahindothk Molaverdi, delegata alle politiche della famiglia e delle donne. Di certo i cambiamenti in Iran non saranno immediati, ci vorrà del tempo per modificare le leggi e la mentalità delle persone.

:: Lucca Comics and Games, non solo fumetti, a cura di Elena Romanello

28 ottobre 2014

imagesDal 30 ottobre al 2 novembre il centro storico di Lucca delimitato dalle mura ospita una delle più importanti manifestazioni mondiali legate ai fumetti e al mondo che gira intorno, Lucca Comics and Games, appuntamento che trasforma la città toscana nella capitale della cultura geek e nerd in tutte le sue forme, dal fumetto al cosplay, dai giochi di ruolo ai videogiochi, dai gruppi storici al fantasy, dalla narrativa alla musica in tema, all’artigianato tra fandom e arte.
Un appuntamento imperdibile per chiunque ami un mondo variegato e ricco di immaginazione, in cui i libri hanno ormai da anni un ruolo importante, a parte la considerazione che anche i fumetti sono da considerarsi ormai una forma di narrativa, come hanno capito da tempo vari editori.
I libri presenti sono per lo più quelli appartenenti ai generi del fantastico, fantasy in testa, con ospiti italiani e stranieri e il padiglione Carducci tutto dedicato all’editoria, con gli stand di nomi come Mondadori, Gainsworth Publishing, Cagliostrino di Serena Pietruccini, Multiplayer, La Corte e altri, per dare una panoramica ampia della produzione di oggi di letteratura fantastica nel nostro Paese tra grossi gruppi e editori indipendenti.
Molti gli ospiti legati al mondo della letteratura, come Joe Abercrombie, Pierdomenico Baccalario, Barbara Baraldi con il nuovo capitolo di Striges, l’illustratore Paolo Barbieri che presenta il suo volume sulle fiabe, Francesco Falconi, Markus Heitz, voce di gran successo del fantasy europeo, Roberto Giacobbo con il suo libro sui misteri dei faraoni, l’autrice di fantascienza distopica Emma Romero di cui si attende il seguito di Garden e Licia Troisi, che festeggia i dieci anni di carriera letteraria e del Mondo Emerso.
Sempre parlando di letteratura, va segnalato che da anni ormai il cosplay, nato come l’abitudine di travestirsi in Giappone da personaggio di manga e anime e negli Stati Uniti da Star Trek o Star Wars, si è allargato a vari ambiti, e non è raro incontrare personaggi di derivazione letteraria, come i protagonisti della saga di Harry Potter o del Signore degli anelli o del Trono di spade, ma anche come icone della narrativa fantastica come le eroine delle fiabe e Alice nel paese delle meraviglie.
Insomma, Lucca Comics and Games rappresenta i legami stretti tra le varie branche dell’immaginario e della fantasia, in un contesto unico, non dimenticando, se si va alla fiera, tutta dislocata nelle vie storiche, oltre ad un paio di scarpe comode, di dare un’occhiata ad alcune bancarelle di libri in piazzette e vicoli, e di scoprire le librerie della città, come la Ubik di via Fillungo e l’antro delle meraviglie de Il collezionista di piazza San Giusto.
Per il programma completo, con tutti gli ospiti, gli eventi, gli incontri e le piantine, visitare il sito ufficiale della manifestazione: http://www.luccacomicsandgames.com.

:: Liberi junior: Il libro ficcanaso, Andrea Valente, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2014

FiccanasoTra gli occhi e la bocca cosa c’è? Lui, il naso. Grosso, piccolo, a patata, lungo, corto, aperto chiuso e anche blu come quello di un cinese protagonista di una curiosa avventura qui scritta. Il naso è il principale protagonista di questa raccolta di racconti scritta da Andrea Valente, edita da Gallucci , intitolata Il libro ficcanaso. Accanto a storie dove i nasi vengono dipinti più o meno belli di come sono, dove diventano dei nasi porta passeri o vengono da un altro mondo perché extraterrestri (vedi la storia Il naso extraterrestre, dove il protagonista sorvola il pianeta terra stupendosi parecchio dello strambo comportamento del genere umano), ci sono simpatiche poesie in rima sul naso che fanno ridere grandi e piccini (Il naso senza la enne, Il naso arcobaleno o Il naso a cucù). Il linguaggio usato è semplice, piacevole e le storie inventate da Valente mescolano con maestria realtà, finzione e mitologia (divertente il racconto I due nasi di Polifemo) dando vita a storie divertenti che stuzzicano la fantasia del piccolo lettore. Andrea Valente, inventore del personaggio Pecora Nera, racconta la storia del naso, rendendo l’organo primario per percepire i profumi e gli odori presenti nel mondo il personaggio principale dei suoi racconti, per portare i piccoli lettori – e non solo- in un mondo nel quale Biancaneve ha sette nasi e il naso curioso si rivela essere un vero e simpatico ficcanaso! Dagli 8 anni in su.

Andrea Valente è nato a Merano nel 1968. Da bambino ha imparato a usare la macchina da scrivere prima della penna. La biro gli serviva per disegnare. Poi è diventato famoso con il personaggio della Pecora Nera. Con Gallucci ha pubblicato E la vita l’è bella!Non sta mai fermaChissà perchéPazza ItaliaTirabusciòQuando Babbo diventò NataleLa fantastica storia della prima OlimpiadeIl ritorno della BefanaHai voluto la bicicletta?!Il libro ficcanaso e Cervelloni d’Italia. Durante l’anno incontra un sacco di ragazzi nelle scuole. Se vuoi conoscerlo, puoi visitare il suo sito all’indirizzo http://www.andreavalente.it . Ma devi ricordarti di dargli del tu, altrimenti si offende.

:: L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del Paese, Luca Nannipieri, (San Paolo Editore, 2014)

26 ottobre 2014

Copertina-LItalia-da-salvare-658x1024Non è di per sé un libro d’arte, né una guida turistica, un atlante o un diario di viaggio il libro di cui vi parlerò oggi. O forse è tutte queste cose. Senza dubbio è un agile volumetto, dal titolo significativo L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del Paese, edito da San Paolo Editore nella collana Problemi sociali d’oggi, e scritto da Luca Nannipieri, giornalista, saggista, direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino.
Il titolo soprattutto mi ha incuriosito e fatto decidere di parlarne, un titolo che unisce le bellezze del nostro paese alla fraternità, e questa è la chiave di lettura, il messaggio anche spirituale che questo testo contiene. Che l’Italia sia uno scrigno d’arte non è un mistero per nessuno, che non si valorizzi il patrimonio, nemmeno e la ricetta, la cura che Nannipieri propone è molto semplice e nello stesso tempo scomoda e rivoluzionaria.
Al netto delle provocazioni, contenute in alcune interviste che l’autore ha concesso, (abolizione del Ministero dei Beni Culturali, dell’Unesco, etc…) è il punto di vista che cambia, una visone dal basso in cui sia l’uomo al centro del discorso, l’uomo che tutela, difende e valorizza i beni culturali e si unisce ad altri uomini, in una catena umana dove non servono lauree, sovvenzioni statali, permessi di Enti e Strutture. Il panettiere, la sarta, il geometra, chiunque può rimboccarsi le maniche e difendere ciò che infondo gli appartiene.
Nel libro si prospetta una rinascita, una rinascita possibile e questo è senz’altro il messaggio rivoluzionario in quest’epoca di crisi, dove il pessimismo sembra avere la meglio. La fraternità e il dialogo sembrano le armi a disposizione, capaci di cambiare le cose e Nannipieri sembra crederci davvero e ci fa esempi concreti. Sono tante infatti le comunità, le libere associazioni nate attorno a beni artistici e naturali da valorizzare, chiese, abbazie, grotte e mulattiere, e di per sé non è tanto il valore oggettivo del bene da difendere a fare la differenza, ma l’impegno, l’amore, che gente comune impiega per valorizzare il territorio, la comunità in cui vive.
Se nel Medioevo, periodo di crisi, l’aggregarsi intorno a comunità monastiche e non solo, l’esperienza della comunione fece la differenza, perché anche ora non fare lo stesso? L’unione fa la forza dopo tutto. In tutti i campi. Sebbene non arriverei ad abolire il Mistero dei Beni Culturali, né sottovaluterei l’impegno di professionisti capaci e competenti, certo l’idea e il progetto di questo libro sono affascinanti e meritano considerazione. Se però anche non condividete la filosofia che sta alla base di questo testo, la lettura non sarà inutile, avrete comunque la possibilità di scoprire dei siti poco noti, come il teatro romano di Volterra, o il borgo di Verdetto, o la chiesa di San Miniato al Monte a Firenze, l’unico luogo di quelli citati che io ho personalmente visitato. Il testo è disponibile anche in formato ebook. Buona lettura.

Luca Nannipieri, saggista, scrive su Il Giornale e su Panorama. Suoi interventi sulla cultura e sul patrimonio storico-artistico sono usciti anche su Libero, Il Resto del Carlino e sull’edizione tosco-emiliana del Corriere della Sera. È direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino. Per le Edizioni San Paolo ha già pubblicato La cattedrale d’Europa. La Sagrada Familia, la sfida di Gaudí alla modernità (2012).

:: L’angelo dell’oblio, Maja Haderlap, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2014

angelo dell'oblioL’angelo dell’oblio, vincitore del prestigioso premio Ingeborg-Bachmann-Preis ricevuto nel 2011 è il primo romanzo della scrittrice Maja Haderlap. I protagonisti effettivi di queste pagine, oltre ai personaggi che si alternano nella scena narrativa, sono i tanti ricordi che emergono pagina dopo pagina durante lo svolgersi della trama. Chi racconta- e non è difficile identificare nella voce narrate un alter ego dell’autrice stessa – ascolta con attenzione dalla voce della nonna i pezzi di vita passata, il tutto protetta dal caldo profumato della vecchia stube (tipica baita di montagna). Non mancano le storie dei vari compaesani della narratrice che, dalle trattorie di paese dove fumo, cibo e vino si mescolano, fanno emergere i tanti ricordi legati al dolore, alla sofferenza e alla lotta partigiana. Sono frammenti di vita, di sentimenti incompresi nei quali la deportazione nei lager e la lotta per la tutela della propria autonomia e identità aleggiano in ogni pagina. L’angelo dell’oblio racconta la storia di un popolo e allo stesso tempo la vicenda della famiglia della narratrice, nella quale emerge il difficile rapporto tra i genitori della protagonista, caratterizzato da continue e reciproche incomprensioni delle parti o, il non detto sulla detenzione carceraria e sull’azione di lotta per la propria autonomia attuata da amici e parenti della famiglia di appartenenza della giovane protagonista. Le scene di vita quotidiana nelle quali chi racconta è la voce narrante bambina sono un insieme di usi e costumi di una terra e di un tempo ormai passati e racchiusi nella sola mente di chi li ha vissuti e conosciuti sulla propria pelle. Altro aspetto interessante è il fatto che la protagonista decida di studiare teatro e di scrivere prima poesie, poi testi narrativi, per mettere nelle sue storie la lingua, la cultura e il mondo dal quale proviene (un piccolo centro della Carinzia tra Austria e Slovenia) nel quale è cresciuta nel tentativo di evitare che il tutto vada dimenticato. Il romanzo della Hederlap ha un forte sapore autobiografico nel quale si percepisce la necessità della scrittrice di mantenere vivo il proprio passato mettendo su carta i racconti e le storie che ha ascoltato da piccola, ma anche da giovane donna. Uno dei tanti intenti del libro è quello di ricordare le persone che la narratrice-autrice ha conosciuto e che sono entrate a fare parete della sua vita. L’angelo dell’oblio della Haderlap cerca di far capire quanto sia importante l’atto di raccontare, quanto valga il culto della memoria di ciò che è accaduto ad una famiglia (la sua, come tante altre) e a un popolo, perché tra queste pagine oltre ai forti legami di sangue e amore, aleggia anche l’ardita battaglia compiuta delle umili genti della Carinzia per la tutela della propria identità culturale e linguistica. Traduzione Franco Filice.

Maja Haderlap è nata nel 1961 a Eisenkappel/Železna Kapla in Austria, in una famiglia appartenente alla comunità di lingua slovena della Carinzia. Dopo gli studi teatrali, dal 1992 al 2007 ha lavorato come drammaturga allo Stadttheater di Klagenfurt, città in cui vive oggi. Ha pubblicato diversi volumi di poesie sia in tedesco che in sloveno. Con L’angelo dell’oblio, suo primo romanzo ha vinto nel 2011 il prestigioso premio Ingeborg Bachmann, riscuotendo immediatamente  un caloroso consenso di critica e di pubblico.

:: Liberi junior: Voglio fare l’innamorata, Paola Zannoner, (De Agostini, 2014) a cura di Micol Borzatta

25 ottobre 2014

COVER_VOGLIO FARE L'INNAMORATAMia è una ragazza giovanissima con la passione per la scrittura e per la lettura e ama specialmente i libri di Jane Austen.
Finita la scuola viene mandata dalla madre in una casa in campagna con la migliore amica della madre, Claudia, con la scusa di aiutarla a sistemare la casa della zia che Claudia ha ereditato.
Appena arriva Mia si sente tagliata fuori dal mondo, infatti non c’è internet e il cellulare non prende, Claudia poi è sempre fuori con la sua nuova fiamma, Fabrizio, un suo vecchio conoscente di quando era bambina.
Mia inizia a passare le giornate da sola in casa, ma ben presto scopre che in realtà non è da sola, infatti lo spirito di Jane Austen inizia a comparirle sempre più spesso, prendendola come allieva e insegnandole a scrivere il suo primo romanzo.
Un romanzo molto bello e coinvolgente che cattura il lettore fin dall’inizio grazie all’astuzia dell’autrice di iniziare il romanzo proprio con la comparsa di Jane.
Lo stile che viene usato è molto semplice e leggero adatto a qualsiasi tipo di lettore, dal più giovane al più esperto.
Ottima anche l’idea di scrivere un romanzo dentro al romanzo che porta così il lettore a leggere due libri in uno solo, anche se il romanzo che scrive la protagonista oltre ad assomigliare alle opere di Shakespeare, come fa notare la stessa Jane a Mia, è anche troppo simile al romanzo Cime Tempestose.
Lo sviluppo della storia denota una grande ricerca storica e di informazioni da parte dell’autrice, ricerca che difficilmente si nota nei romanzi specialmente scritti da autrici o autori sia giovani che meno giovani.
Segnalo la presenza di numerosi errori grammaticali e refusi di battitura ma nel complesso è un fantastico romanzo che consiglio vivamente a tutti di leggere sia per la trama avvincente che per gli insegnamenti letterari e la passione per i libri e la lettura che riesce a trasmettere al lettore, magari riuscendo ad avvicinare nuove persone alla passione per la lettura.

Paola Zannoner vive a Firenze. Consulente bibliotecaria, esperta di narrativa e scrittrice ha iniziato la sua carriera come critico letterario e bibliotecaria. Nel 1998 viene pubblicato il suo primo romanzo dalla Mondadori. Da quel momento si è dedicata anima e corpo alla scrittura, staccandosi solo per organizzare tenere corsi di formazione, seminari sulla scrittura narrativa, conferenze letterarie e incontri vari con i suoi lettori. Nella sua carriera di scrittrice ha pubblicato maggiormente romanzi diretti ai più giovani, ma ha anche pubblicato saggi, romanzi per adulti, pubblicando con Mondadori, Fanucci, De Agostini, Giunti, Castoro, ricevendo molti premi e vedendo i suoi testi tradotti in numerosi paesi del mondo.

:: Feltrinelli #SenzaFiltri

24 ottobre 2014

banner-filtri120bIl 30 ottobre nasce Zoom Filtri, una collana digitale curata da Sergio “Alan D.” Altieri, che la Giangiacomo Feltrinelli Editore dedica alla narrativa “di genere”: dalla fantascienza al fantasy, dall’horror al giallo, dal romance all’erotico. Otto titoli apriranno la collana tra cui Scroogled, dell’ autore di fantascienza canadese Cory Doctorow. (Io comunque vi consiglio di non perdervi  In un giorno di pioggia, di Raymond Chandler).
Ma non solo, sempre il 30 ottobre, dalle 00.01 alle 23.59, la casa editrice Feltrinelli apre eccezionalmente le porte agli aspiranti scrittori di genere con l’iniziativa #SenzaFiltri. Per 24 ore tutti coloro che conservano un romanzo nel cassetto potranno inviare i loro inediti alla casa editrice e avere l’opportunità di essere selezionati per una vera e propria pubblicazione digitale, curata dalla revisione alla comunicazione.

Poche e semplici le regole per essere presi in considerazione:

Il vostro testo va inviato all’indirizzo zoom.filtri@feltrinelli.it – casella attiva solo ed esclusivamente in quel lasso di tempo.
Il testo inoltre deve rispondere ai seguenti requisiti: deve essere un testo di genere giallo/thriller/noir, fantasy, fantascienza, horror, erotico o romantico; deve essere di minimo 30.000 battute e massimo 200.000, spazi inclusi; deve riportare in prima pagina o a piè di pagina nome, cognome ed e-mail dell’autore; non deve presentare errori grammaticali almeno nelle prime cinque pagine. La mail di accompagnamento dovrà includere: il genere di appartenenza del testo e un riassunto di circa 300 caratteri del testo.

Qualora il testo inviato mancasse di uno di questi requisiti, verrà scartato senza ulteriori notifiche. Tutti i testi che rispetteranno invece i requisiti sopracitati saranno esaminati dai loro editor e solo gli autori dei testi ritenuti interessanti riceveranno una valutazione.
Tutte le informazioni comunque le potrete trovare su: http://bit.ly/Senza-Filtri

:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato

23 ottobre 2014

poeti_lont_copertinaPoeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza e di straniamento. Il lavoro delle due curatrici è come una musica – severa e generosa insieme – espansa tra le correnti di testi la cui resa poetica è sicuramente felice. L’intervista che segue, oltre a rispondere alle questioni preliminari inerenti il volume, esempla anche un memorabile vademecum su quella che dovrebbe essere la critica letteraria dei nostri anni.

Qui è possibile leggere alcuni testi tratti dall’antologia e consultare le biografie degli autori

sonia_antonella
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Nel 1893 l’accademico dei Lincei Ernesto Monaci intitolava un suo intervento “Ancora di Jaufre Rudel”, quasi a lamento del tourbillon critico con cui i più fini esegeti e filologi del XIX secolo avevano tormentato il sottile canzoniere di Jaufre Rudel, a cui l’amor di lontano dava linfa e suggello. Voi [SC & AP] oggi rilanciate la questione attraverso la curatela di una antologia poetica, in uscita per i tipi delle edizioni Marco Saya, il cui titolo emblematico riattualizza i significati di quella stessa lonh dalla quale l’esperienza poetica secondo novecentesca si era ben guardata dal farvi ulteriori riferimenti. Ecco dunque che il punto di apertura a questo breve dialogo sul vostro lavoro potrebbe proprio partire da una domanda memore e provocatoria: “Ancora della lontananza?”

*Antonella Pierangeli: Ancora della lontananza? “… e quan me sui partitz de lai /remembra·m d’un’amor de lonh:…” (e quando mi sono partito di là /mi ricordo di un amor lontano)verrebbe spontaneo citare il buon vecchio adagio rudeliano dalla sempre fascinosa e intatta bellezza, per poi chiarire subito i termini della questione: il tanto tormentato amor de lohn non costituisce affatto, se non nella similarità mutatis mutandis della condizione del poeta, il solo snodo tematico dei testi che presentiamo in questa raccolta, così come la lohn cui fa riferimento il titolo dell’antologia non si configura come la nostalgica ispiratrice di irraggiungibili tristia. La maieutica forza poetante della lontananza è qui infatti intesa come meditazione amara e profondamente consapevole sulla distanza e sullo sradicamento esistenziale di autori che, per motivi forzatamente personali o contingenti alla loro realtà lavorativa, hanno vissuto la condizione di separazione dal luogo di origine. Partendo dall’analisi di questo osservatorio privilegiato della coscienza, dal quale incastonare le proprie manganelliane “paludi definitive”, i propri perfetti silenzi e clamori su di un verso straniato e eterogeneo dalle possibilità espressive dissonanti e mai disgiunte da un’accurata tessitura fonica, si è giunti ad una vera e propria epifania di quel modus sentiendi che fa, della separazione dal luogo di origine, una sorta di primo motore non immobile delle ingolfate cerniere dell’Io di questi sette diversissimi poeti, forzatamente o spontaneamente in odore di lohn. I testi qui presentati, si badi bene però, non si caricano mai della dimensione assoluta del lirismo rudeliano, incentrato su nostalgiche proiezioni del soggetto poetante; vengono invece vitalizzati alla luce della contemporaneità proprio perché, attraverso una condizione di scissione esistenziale, ogni tentativo di fuga dal reale, fisico e immaginario che sia, s’incarni per mancanza di radici nei luoghi dell’altrove geografico, esistenziale, ideologico, in un pensiero poietico che renda la distanza fisica, capacità rivelatrice di quella distanza psichica che ne costituisce il magistrale alfabeto emotivo. L’insondabile vis passionale e drammatica che domina l’ispirazione dei testi qui raccolti, unita ad una percezione randagia dell’esistenza rappresenta, dunque, il canto amarissimo, ma al tempo stesso edificante, di uno status della coscienza poetica contemporanea che potremmo chiamare di derelizione, una dolorosa forma di nostalgia per tutto quello che la vita ti costringe a perdere per via, non empiricamente rivolto verso una persona reale o una situazione esistenziale ma, per così dire, ontologico: segno di un destino inevitabile segnato dalla perdita e dallo spaesamento emozionale in un mondo che diviene un luogo sempre più inospitale e globalizzato ma in cui, comunque, è pur sempre vivificante esserci.

Se è vero che Montale, a differenza di Yeats, riusciva a respirare solo se la sua musa si teneva a debita distanza, e se è condivisibile, come scriveva Simone Weil nel suo La pesanteur et la grâce, che sia la separazione l’unica creatrice di legami, potremmo forse concludere che tutta la poesia nasca e cresca in un processo di voluto distanziamento dal desiderato. A riguardo, l’operazione di definire come “della lontananza” particolari esperienze poetiche, e così volerle racchiudere in un jewel box di primizie altrimenti non fruibili, non rischia di apparire come il tentativo di voler costruire un recinto nel mare?

*Sonia Caporossi: La letteratura, del resto, è di per sé un recinto nel mare, giacché altro non è se non la mostra del dicibile. Potrei quindi risponderti con l’ennesimo rimando, questa volta alla Yourcenar che un giorno scrisse: “non darsi più è darsi ancora: significa donare il proprio sacrificio”. Ecco, concepire la poesia come la forma suprema del donarsi, nel senso in cui recentemente ne parlava Ghislaine Lejard, è a mio parere un imperativo etico oltre che estetico. La presa di distanza dal desiderato è un processo molto simile a quello che Savinio attribuiva allo hypokritès, “colui che esamina da sotto la maschera” il reale e che attraverso il velame ottundente dell’ermeneusi riesce a dipanarne i filamenti invisibili, la p-brane impalpabile. Il gioco dei rimandi circa la “lontananza” potrebbe essere infinito! Tornando però con i piedi per terra, posso dirti in che modo l’abbiamo concepita noi per renderla spunto di composizione critica e antologica. La silloge, come diceva poco fa Antonella, offre la lettura guidata di sette poeti italiani ultracontemporanei che più semplicemente “scrivono lontani da casa”. Questo significa che il tema portante è a doppio strato: da una parte la lontananza è fisica, materiale, iperreale, cronotopica e biografica, giacché questi poeti hanno scritto i testi riportati in silloge in determinati momenti e situazioni della propria vita in cui la krisis come “separazione” era per ognuno di loro un dato di vita vissuta; d’altra parte, il tema della lontananza richiama anche l’argumentum dei componimenti poetici, e allora qui si tratta di indagare criticamente, se vogliamo, le differenti modalità attraverso cui questi sette poeti diversissimi per tenore compositivo e stile fanno resuscitare in carne e sangue un tema che sulle prime potrebbe apparire abusato.

Nelle varie anticipazioni riguardanti il volume, avete dichiarato di aver lavorato un anno a questa antologia. In cosa è consistito tale lavoro?

Antonella Pierangeli: Direi che è stato soprattutto un lavoro certosino di ermeneusi incondizionata. Un anno di frequentazione umile con la poesia che ci ha visto immerse in una preliminare scelta e conseguente decodifica dei testi (quest’ultima operazione per me, filologa, foriera di una beatitudine panica e del tutto naturale) sempre accompagnate dalla consapevolezza che all’interno di questa antologia si dovessero rendere, pur sotto la spinta unificante e vivificante della tematica cui fa riferimento il titolo, voci di poeti irriducibilmente diversi, non solo formalmente e stilisticamente. Questo elemento pregnante ha fatto in modo che la grammatica del sentire e del rammemorare, leopardianamente presente in tutti i testi scelti, seppur adagiata vicino al fuoco di un calore stoico e scettico, si dotasse di risorse proprie, rielaborasse già al disvelarsi certe sue clausole emotive, certi suoi percorsi esistenziali, e agisse attraverso di noi come un catalizzatore di energia. Ci siamo infatti trovate per mesi a selezionare, editare e collazionare testi diversissimi con un entusiasmo che aumentava man mano che il lavoro si faceva più complesso. Nel dialogo serrato con gli autori, anche questo per forza di cose gestito de lohn attraverso il miracolo della rete, si sono scardinati meccanismi creativi e costruiti, di conseguenza, sistemi interpretativi che spesso duravano lo spazio di un invio sulla stringa della posta inviata. Sulla base delle varianti d’autore e sulle nuove lezioni, arrivate a volte in tempo reale, si aggiustava il tiro, si tessevano invenzioni e disvelavano visioni ad un ritmo tale da impegnarci per settimane dietro gli incastri e le geometrie di un singolo verso. Una volta poi compiuto il lavoro di sistemazione testuale ci si è immersi nella parte più eminentemente critico-letteraria, con la redazione di un saggio introduttivo per ogni autore, passando poi, in varie fasi, alla revisione finale dei testi. In definitiva un lavoro estenuante che però ci ha dato moltissimo.

In un passo della puntuale introduzione ai testi, ci tenete a sottolineare come oggi le antologie di poeti non debbano necessariamente partire da un presupposto di omogeneità metodologica, bensì proprio dal suo contrario, dalle «eterogeneità stilistiche, formali, anagrafiche». Approfondiamo questo punto.

Sonia Caporossi: Già altrove mi chiedevo: che senso ha, per esempio, definire un poeta in base all’età anagrafica oppure in base ad una presunta poetica comune? Mi rispondevo che se si fondano gruppi poetici in base alle semplici omogeneità anagrafiche o di poetica si rischia di fare un insieme di Cantor, metafora matematica del gruppo poetico al cui interno il contenuto dilegua nella polvere di un’indistinzione recata malauguratamente proprio dall’eccessiva comunanza. L’unica cosa che conta, nelle classificazioni letterarie, è la presenza di una vera e propria poetica differenziale, facendo emergere innanzitutto il textus di contro al nomen, e il verso del poeta di contro al gruppo. Ecco in cosa consiste la centralità del textus propugnata da Critica Impura come uno dei suoi mantra costitutivi. Solo attraverso un percorso metodologico e critico di questo tipo ci rende conto poi del passaggio successivo, ovvero del fatto che le classificazioni di genere e specie in letteratura lasciano criticamente il tempo che trovano, e sono buone solo ad una sommaria normatività funzionale (utili per esempio ad una scuola concepita come palestra di scrittura). Nel caso dei Poeti della lontananza, la profonda eterogeneità formale dei poeti antologizzati risponde ad una impostazione metodologica ben precisa: se si compone un’antologia che verte su un tema, dotata peraltro di un marcato apparato critico, è su di esso che bisogna far girare il kosmos nucleare del testo, e non sul nome degli autori o, peggio, su questioni di lana caprina sociologica totalmente estranei, a ben vedere, alle questioni poetiche ed estetiche propriamente dette. L’eterogeneità stilistica e formale è anzi addirittura auspicata per cercare di rendere exempla variegati di come lo stesso tema possa essere dipanato attraverso le interpretazioni artistiche di personalità e sensibilità diverse; ed è proprio quello che abbiamo cercato di fare. Certo, l’antologia non è onnicomprensiva, non vi sono contenuti “tutti” i poeti della lontananza o “tutti” i poeti italiani che vivono o scrivono o hanno scritto all’estero in condizioni di “lontananza” ideale. Ne mancano diversi che col senno di poi avremmo potuto inserire; ma poi il lavoro non sarebbe più finito, in un rimando continuo che l’avrebbe reso un oggetto dell’iperuranio di Platone. Abbiamo quindi preferito mostrare exempla differenti del tema attraverso gli ottimi autori chiamati in causa, piuttosto che tentarne un’irrealizzabile cosmografia: che è poi il motivo per cui le antologie non potranno mai e poi mai essere “totali” se non nella pre-sunzione del curatore illuso. Ecco allora a voi Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco. Nell’antologia la lontananza viene interpretata attraverso molteplici atteggiamenti poetici possibili: dal neolirismo alla poesia di ricerca.

In un altro luogo introduttivo scrivete come la «meditazione della distanza» coagulata nei versi dei vostri poeti, abbia «valenza civile». Pensiamo a Pasolini, o è un suggerimento ermeneutico?

Antonella Pierangeli: Si capisce che, alle prese con una silloge del genere, le citazioni e i rinvii potrebbero moltiplicarsi all’infinito, Pasolini fra tutti, se parliamo di poesia civile; tuttavia è fondamentale osservare, invece, che la valenza civile di una simile meditazione della distanza, in un tempo come il nostro in cui la tecnica trionfante è tutta all’insegna dell’eliminazione della distanza stessa, sia rintracciabile proprio nel significato che i nostri autori danno a queste meditazioni sul mondo disgregato in cui giocoforza, tutti, siamo dispersi prima ancora di esserne avvolti. L’azione poetica infatti si caratterizza innanzitutto come capacità di chiamare all’esistenza qualcosa che, generata da un assoluto caos di differenze (destini, condizioni esistenziali ed emotive altre, differenze stilistiche e formali) dia conto di una forza assoluta che, abolendo le distanze fra gli individui e mettendo a soqquadro l’ordine storico, teorico e poetico consolidato, sia in grado di porre la pluralità di una poetica differenziale come condizione stessa della libertà. Poesia civile dunque? Se intendiamo qualcosa che non è più poesia lontana dalla realtà ma forza cogente fortemente permeata di presente e piano sequenza del nostro costituirci, poeticamente e pasolinianamente, parte civile nei confronti del mondo, certo! L’etica della lontananza intesa come disperata ricerca di una via di fuga dalla desertificazione feroce della coscienza, bruciando il tempo e lo spazio ci scaraventa infatti in un desolato osservatorio interstiziale, una sorta di infra politico di arendtiana memoria, dal quale solo la poesia che si fa forza incomprimibile, incancellabile, inscalfibile può trarci in salvo. È proprio in quell’infra contemporaneo e scalpitante, che mette in comunicazione ma nel contempo separa, che questa raccolta si situa: in una traccia visibile di libertà necessaria. Poetica, stilistica, civile? Tutte e tre le cose insieme. Vediamola così: una parete su cui arrampicarsi in solitaria come fosse l’ultimo baluardo da scalare contro la barbarie. In questo senso la valenza civile di tale raccolta costituisce la corda più viva dell’essere poetico di questi testi, la consunzione transeunte di quell’invettiva di grande semplicità e forza evocativa che è da sempre la poesia.

Perché poeti della lontananza e non dalla lontananza?

Sonia Caporossi: Perché, come ho già detto, la lontananza è l’argumentum, il fine, non certo il mezzo, nonostante rappresenti anche il moto da luogo, nel senso che questi poeti scrivono anche “lontani da casa”. Tuttavia preferiamo che siano detti “poeti della lontananza” e non “dalla lontananza” perché, appunto, la lontananza è il tema, e il tema è il centro, è l’onfalos, il polo magnetico, il punto di richiamo, l’empireo attorno a cui vorticano le stelle fisse nell’orbe della poesia di questi autori, alcuni fra i migliori versificatori che le italiche sponde possano oggi offrire: la liricità feroce e la carnalità devastante di Ghiani e Ingenito, i versi narrativi di Terzago a metà fra lirismo e poesia civile, la forza concettuale della poesia meditativa di Bux, il neodecadentismo nichilista di Pravo, lo sperimentalismo formale e contenutistico di Porsia, la ricerca metagenere della poesia di De Francesco a metà fra poematica e cinematica, sono tutti stili e attitudini diverse attraverso cui si dipana il medesimo tema: questi poeti che pure provengono dalla lontananza, vivono la lontananza, appartengono alla lontananza, sono poeti della lontananza perché essa li pervade esistenzialmente e matericamente avvolgendoli in una sindone estetica di nitore assoluto.

Qual è la direzione che questo libro intende seguire e soprattutto far seguire al pubblico della poesia?

Sonia Caporossi: Si parla tanto, oggi, di crisi della poesia presso i lettori; si dice spesso che i lettori non si avvicinino più ad essa, che non la sentano più propria, che si è creata una distanza, uno stacco fra l’arte contemporanea e la poesia in particolare (specie quella di ricerca, come scrivevo già qui ) e i propri legittimi, secolari ma stanchi ed avvizziti fruitori. Per questo motivo, fra gli addetti ai lavori è diffusa la convinzione che la forma antologica sia un’arma nelle mani degli autori e degli editori che possa riavvicinare alla poesia un pubblico da troppo tempo in fuga: si mettono insieme vari autori, spesso anche nuovi o poco conosciuti, più frequentemente di gran nome, e li si propone in libreria. Come dicevo prima, infatti, oggi è tutto un proliferare di antologie sviluppate per il tramite di un quid in comune, a volte persino molto vago, a volte meno: l’età anagrafica, una seppur vaga poetica in comune, la militanza all’interno di un gruppo, l’appartenenza a un secolo, a una corrente letteraria o altro. A mio parere, c’è appunto l’errore di fondo della “polvere di Cantor” alla base di questa impostazione. Ma per ovviare come si può fare? Noi abbiamo cercato di tornare alla apparentemente vetusta ma sempre funzionale impostazione “per tema”: in questo modo, il lettore che scovi questa silloge fra gli scaffali di una libreria o nei meandri della Rete potrà facilmente interessarsi o disinteressarsi all’argomento, ricercarlo, indagarlo, penetrarlo per il tramite dei versi, delle vive parole di poeti che solo attraverso il tema, e non invece dopo o incidentalmente rispetto ad esso, imparerà a conoscere. A noi sembra una piccola battaglia vinta in direzione del ritorno alla centralità del textus di contro alla attuale, abusata e fallace centralità del nomen: che si tornino a leggere testi, non nomi! Vedremo se quest’antologia potrà tornare a creare un filone in questo senso, ai posteri l’ardua sentenza.

Quali reazioni vi aspettate?

Antonella Pierangeli: Attraverso questa antologia, come ha detto Sonia, si è voluto lanciare un messaggio di natura prevalentemente critica nei confronti delle monolitiche impostazioni metodologiche attualmente utilizzate per il montaggio delle antologie poetiche di autori ultracontemporanei. Tanto è vero che gli autori qui presenti non sono affatto accomunati come spesso accade da un’età anagrafica, né da una poetica e da uno stile che li raggruppi in senso stretto. Abbiamo infatti cercato, partendo sempre dall’eterogeneità stilistica e formale come elemento unificante della raccolta, di creare una nuova modalità di approccio alla poesia che anche un lettore non completamente affogato nella palude classificatoria ed ermeneutica del “critico laureato” potrà apprezzare: sette voci che provengono da sette vite che raccontano in sette modi diversi un lontano/vicino dialogo col mondo. Questa silloge e il suo cantare sono tutte qui. Un segmento percorribile in molteplici sensi di marcia, paradigmatico ma mai esaustivo. Piuttosto il luogo da cui partire per avventurarsi nel nuovo senza mai perdere del tutto la fiducia nel vecchio. La reazione che ci aspettiamo è soprattutto quella dell’attenzione e della curiosità nei confronti di un’operazione culturale che si prospetta fortemente innovativa. Poi tutto è perfettibile e assolutamente non pretende di essere onnicomprensivo. Anzi, coloro che pensano di trovare una definitiva sistemazione dell’argumentum saranno fortemente delusi. Naturalmente i poeti della lontananza non sono tutti qui e il nostro è soltanto un tentativo di disseminazione verso il cerchio del pensabile e del vivibile, o meglio del pensabile perché vivibile, poeticamente s’intende. Proponiamo soltanto un limite da trasgredire; in quale direzione? Ti dirò soltanto quello che ci auguriamo: che leggendo questa raccolta si possa restare annodati in una traccia traslucida nella memoria come una scia dubitosa: nella città delle perplesse interrogazioni che declinano la lontananza, sentirsi sempre più vicini all’indecifrabile che abbiamo dentro.

È, quella della lingua, una questione tuttora centrale della storia poetico-letteraria italiana, o ci siamo ormai definitivamente disancorati anche dall’idea di “questione linguistica” e “canone”?

Sonia Caporossi: Sulla questione del canone ho dibattuto recentemente, interpellata da Giacomo Raccis, in un’inchiesta critica per La Balena Bianca. Già lì scrivevo che il problema è evidentemente di natura metodologica: partendo dal presupposto che un canone letterario di autori viventi non è mai in funzione del domani, ma dell’oggi, e dal dato di fatto che un canone è sempre frutto di una parzialità, ovverossia di una posizione critica assunta apoditticamente, tant’è che un canone potrebbe non risultare parziale solo se fosse onnicomprensivo, cosa in natura impossibile, “ecco perché un canone davvero serio”, scrivevo, “in realtà è un’operazione che diventa irreale, intrinsecamente letteraria, borgesiana […] come se volessimo disegnare una carta geografica del globo che ricopre interamente la sua superficie, l’operazione diventa non solo inutile e disagevole, ma perde anche la propria istanza teleologica. A ciò aggiungiamo che il canone è principio autoescludente, perché ci sono generi e stili che rimangono “fuori” per forza di cose” (La critica nella terra della prosa, su La Balena Bianca, rivista di cultura militante, 16/07/2014 ). Di conseguenza, il concetto di canone è oggigiorno sinceramente abusato o, quantomeno, mal posto; al contrario, secondo me, della lingua, che in poesia, a ben vedere, è l’oggetto ermeneutico fondante. Pensiamo ai propri passaggi fondamentali: da Dante a Pietro Bembo, da Trissino a Manzoni, da Verga a Pasolini, a Gadda fino alle recenti sperimentazioni linguistiche di Gian Maria Annovi, la questione della lingua specialmente in poesia coincide strettamente con la questione della forma, e se la forma, in poesia, a sua volta coincide col contenuto rappresentando il tì estìn dell’atto poietico stesso, va da sé che l’unica impostazione in cui può risultare abusata è se continuiamo a concepirla come una mera questione di sociologia della letteratura: facciamola tornare alla propria istanza primigenia, estetica, sfrondandola da ciò che altrove ho chiamato “tutto ciò che ci gira intorno”. Noi di Critica Impura, quantomeno, operiamo così: purificando ovunque la parola letteraria da quegli orpelli che col tempo gli sono stati costruttivisticamente appiccicati addosso e facendola tornare alla purezza della propria impurezza. La “festa” e la “forza” di quest’ossimoro, in definitiva, è il nostro metodo.

*Sonia Caporossi (Tivoli, 1973) è docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio.

*Antonella Pierangeli (Roma, 1964) è docente, scrittrice, filologa, saggista, critico letterario. Ha insegnato lingua italiana presso il Dipartimento di Studi Romanzi dell’Università di Utrecht e svolto seminari su Anne Sexton presso il Dipartimento Vrouwen Studies del medesimo ateneo.

Insieme hanno fondato e attualmente dirigono il portale CRITICA IMPURA, dove è possibile leggere le loro biografie complete.

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Al fine di rendere più accurato l’approfondimento su questo lavoro, mi sono rivolta anche Marco Saya, poeta ed editore.

In qualità di editore di poesia, cosa si aspetta da un’antologia e, nel caso specifico, a chi intende rivolgersi, chi è il suo lettore ideale?

Quando si parla di Antologie poetiche il più delle volte si è abbastanza scettici per tanti motivi: disomogeneità degli autori proposti, le solite nicchie autoreferenziali che presentano solo i “loro” poeti o i 200 autori inseriti a caso a cui si chiedono dei contributi, potrei continuare per ore. Poeti della lontananza è un’opera, ritengo, unica nel suo impianto, contraddistinta da un’omogenea caratterizzazione e univocità degli autori coinvolti in una ricerca e direzione stilistica e di scrittura ben precisa. Molto semplicemente potrei dire che il target a cui è rivolta l’opera è il lettore che ama la buona poesia, che ha sete di conoscenza per quello che attiene l’evoluzione e il futuro della poesia contemporanea vista da importanti autori italiani residenti all’estero. Più in generale quando si parla di poesia contemporanea mi riferisco sia a una scrittura/percorso di ricerca sia ad un linguaggio che rispecchi e si compenetri con il nostro tempo/presente. È vero che la poesia è un mercato di nicchia ma è anche vero che lettura di “nicchia” è spesso la solita lettura dei soliti lettori che si scambiano le figurine/libro tra i soliti autori. Si tratta, appunto, di ribaltare questa visione con nuovi stimoli di lettura che siano fuori dai cori e non intonati con essi. È evidente che sarà, poi, il tempo a decretare se la scelta sarà stata efficace per far cambiare un giudizio spesso aprioristico e omologato sul presente della poesia contemporanea in Italia. Dunque il mio lettore ideale è quello che accetta questa sfida, di non adagiarsi passivamente a una lettura “coveristica” della poesia ma che intenda intraprendere un percorso di ricerca in sintonia con gli autori proposti in questa particolare e direi, unica, antologia.

:: Un’ intervista con Antonella Cilento a cura di Irma Loredana Galgano

21 ottobre 2014

9788804634478-lisario-o-il-piacere-infinito-delle-donne_copertina_piatta_foAntonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014)

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006