:: La vita in ogni respiro, Blanca Busquets, (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

14 settembre 2014

index“Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalla musica, come se stessi togliendo la polvere dal busto di Beethoven. La musica mi punge il cuore. Che bel suono ha il violino, anche se è quello della signora Anna. Non posso evitare di sorridere, come suona bene lo Stainer…….”

Ho sempre pensato che la musica e la letteratura appartengano allo stesso albero genealogico emozioni. Ad entrambi infatti è stato regalato il dono di saper risvegliare i sensi, anche quelli più reconditi e assopiti, l’unica differenza è il mezzo attraverso il quale questo straordinario effetto avviene: il musicista è colui che usa lo studio e l’esecuzione di un brano musicale, e dopo aver accordato alla perfezione il suo strumento, arriva a far vibrare le corde della nostra anima; lo scrittore, invece, si dedica all’ uso della parola scritta e attraverso la narrazione della sua storia ci trascina in una coinvolgente e stimolante analisi personale.
Quando ho iniziato la lettura di “La vita in ogni respiro” della scrittrice spagnola Blanca Busquets pubblicato da Piemme, non sapevo che mi sarei trovata tra le mani un’opera vera e propria. Immaginavo di leggere le avventure di un grande direttore d’orchestra che ha amato molte donne, le quali, sedotte e abbandonate come spesso accade nelle migliori storie d’amore, si trovano sole a rivangare  inutilmente i “se “e i “ma” della loro complicata relazione.
Invece…
La storia inizia con la voce di Teresa, giovane fanciulla povera e sfortunata, la quale si trovò tra le mani, in maniera del tutto casuale, un violino nella discarica che usava frequentare in compagnia di sua madre, per l’esattezza uno Stainer del 1672, un pezzo unico nel suo genere. Per lei, questo fu un incontro fondamentale, la classica porta che si apre sul mondo, l’apparente banale evento che poi, tanto banale non è visto che cambia lo svolgimento di una vita intera. Teresa dopo anni di fatiche e studio riuscì a diventare una eccellente violinista nonché una ricercata insegnante di musica. Durante le sue abituali lezioni incontrò una delle allieve più capaci di sempre, Anna, la quale afflitta da una vita famigliare povera di amore, sembrò aver perduto per sempre la propria anima e la sua voglia di felicità.
E poi c’è lui, Karl T. ,il perno attraverso il quale si snoda l’intero romanzo e trait d’union tra i personaggi: famoso direttore d’orchestra tedesco di nascita, vissuto nei migliori anni della sua giovinezza nella repressiva Berlino Est, approdato a Barcellona grazie al suo straordinario talento per la musica e ad un particolare violino, un lasciapassare verso l’occidente libero, deceduto a causa di una disfunzione cardiaca.  La sua misteriosa esistenza venne scandita dalla devota e acuta Maria, domestica fissa che oltre che essere una lavorante diventò, con la sua semplicità e il suo talento nascosto, suo riferimento emotivo, musicale e personale, da Mark, il figlio che non sapeva di avere, e che improvvisamente un giorno si presentò alla sua porta dichiarando di essere un musicista anch’egli e dalle tante artiste donne, sedotte lentamente e inesorabilmente durante le estenuanti prove all’interno del suo studio-salotto.
La Busquets compie una scelta coraggiosa ma decisamente riuscita: decide di non affidare ad un estraneo narratore le pagine del passato del suo protagonista, preferisce farlo rivivere attraverso la voce, qualche volta confusa tra vicende passate e incontri nel presente, dei personaggi che hanno avuto con lui una profonda e indimenticabile relazione umana e professionale.
Così il lettore viaggia attraverso la musica, principalmente, ma non solo, sulle note del famoso “Concerto a due violini” di Johann Sebastian Bach, opera immortale che il nostro protagonista  studiò ossessivamente al fine di riuscire a riprodurne la perfezione e attraverso il quale compone uno dei suoi più prestigiosi concerti nella sua Berlino ormai libera da ogni vincolo sociale e politico, e anni dopo la prematura scomparsa di Karl, attraverso un omaggio alla sua memoria che proprio suo figlio decide di organizzare per far rivivere l’importanza che l’evento ha avuto su tutti loro. Come una perfetta equazione matematica Karl e il perduto violino Stainer diventano il legame e il destino di vari personaggi, mentre le due violiniste, le migliori, le più abili, le più veloci dita di sempre, Anna e Teresa naturalmente, si rincorrono, si scontrano, si attaccano, si escludono l’un l’altra nella loro musicale esistenza così come avviene sul palcoscenico durante l’elaborata esecuzione del brano di cui sopra.
Lo scritto si affaccia al pubblico con una scrittura rapida e diretta, senza troppe variazioni di stile, inoltre, incuriosisce particolarmente la scelta, molto apprezzata a mio parere, di lasciare i dialoghi all’interno della struttura narrativa, infatti non esiste alcuna punteggiatura ad annunciare l’arrivo di una conversazione. Anche questa diventa una scelta efficace e riuscita attraverso la quale si aggiunge maggiore spessore e completezza ai numerosi conflitti interiori dei personaggi.

Blanca Busquets è nata a Barcellona nel 1961 ed è tra le maggiori autrici catalane. Ha ricevuto nel 2011 il prestigioso Premio Llibreter per l’acclamato romanzo L’ultima neve di primavera (Piemme 2013). Appassionata di musica classica, ha lavorato a lungo per la radio ed il teatro.

:: Un cuore timido, Steve Martin (Kowalski, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

13 settembre 2014

serenaRicordo Steve Martin colorare, con la sua inconfondibile chioma bianco-neve, i film visti e poco capiti nella mia infanzia. Eppure le amavo – queste commedie per adulti che chiaramente non erano state prodotte per me, semmai per i miei genitori – e le guardavo e riguardavo per provare ancora una volta quella simpatia naturale che Martin mi causava a ogni apparizione. Mi ero affezionata ai suoi ruoli da comico temperato, non grottesco ma un po’ parodico, ammantato da quella dolce tristezza tipica dei clown.
Poi mi trovo in mano, per caso, un romanzo firmato proprio da lui.
Un cuore timido, recita il titolo.
Un romanzo d’amore?
Solo collateralmente. Solo nella misura in cui qualsiasi essere umano – anche quelli per cui farsi amare è più difficile – inciampa nell’amore.
Un cuore timido è la storia, scritta in prima persona, di Daniel Pecan Cambridge, trentenne (forse, dipende dal momento) la cui vita quotidiana è strutturata e cadenzata dalle nevrosi che formano il suo carattere. Daniel è un ossessivo compulsivo al penultimo stadio, un passo prima di cadere definitivamente nel proprio mondo interiore fatto di simmetrie da rispettare, proporzioni da ristabilire e calcoli matematici con cui riempirsi la mente nel caso in cui il mondo esterno, caotico e irrazionale, disturbi troppo il suo precario equilibrio. Daniel è un genio, ma di quella specie che paga a caro prezzo il proprio vantaggio. Ma Daniel è anche e soprattutto un essere umano che non demorde, neanche e soprattutto dinnanzi a se stesso, che continua imperterrito a inseguire i propri sogni.
Il sogno corrente di questo cuore timido è Elizabeth, agente immobiliare tanto perfetta quanto lui è imperfetto. Lei è la Donna Ideale, il fine ultimo, ma non l’unica che causi in Daniel un tenero affetto. C’è anche Philipa, attrice costantemente emergente e sua dirimpettaia, troppo attraente per essere un’amica con tutti i crismi del caso, troppo amichevole per fantasticare romanticherie su di lei. C’è poi Zandy, farmacista da cui Daniel acquista i propri farmaci, presenza costante nella sua vita ma proprio per questo irraggiungibile: difficile flirtare con una donna che sa esattamente quanto fuori di testa tu sia. Infine c’è Clarissa, apprendista strizzacervelli a cui è affidato, due volte a settimana, Daniel.
Sarà proprio Clarissa – la persona che, per deontologia, dovrebbe essere più distaccata – che aprirà a Daniel il mondo delle relazioni “normali”, che di normale, una volta viste da vicino, hanno ben poco. Lei ha tanti problemi quanti ne ha lui, semplicemente di natura diversa: ha un figlio e nessun padre che lo possa crescere degnamente. Paradossalmente sarà proprio il disadattato Daniel, più per caso che per scelta, a trovarsi in casa il piccolo Teddy e a occuparsi di lui; e sarà proprio questo bambino, paradossalmente, a insegnare a Daniel a risolvere i propri problemi. Beh, almeno alcuni. Abbastanza per aprire uno spiraglio nella propria gabbia di nevrosi, e quindi amare e farsi amare.

Paradossalmente, ora sapevo del mio strizzacervelli più di quanto lei sapesse di me, dato che non le avevo mai permesso di valicare i confini delle mie compulsioni, che d’altra parte esistono proprio per questo.

La scrittura di Steve Martin evoca quell’amara, un po’ comica, dolcezza con cui l’attore ha costruito molti dei suoi personaggi. La sua è una prosa semplice, a tratti pedante e infantile – come deve essere, trattandosi di un personaggio come Daniel – e a tratti incredibilmente acuta e tagliente proprio grazie allo sguardo disincantato con cui descrive la “normalità”:

La qualità che ci accomunava consisteva nel fatto di essere brave persone. Ma non era una virtù che ci fossimo davvero guadagnati. Era una caratteristica che gli imbranati acquisiscono per default, a causa della nostra incapacità di esercitare sul mondo una forza superiore a un buffetto.

Perché leggere Un cuore timido?
Perché rientra in pieno in quel genere di romanzi che, approfittandosene della sospensione dell’incredulità del lettore, ci permettono di osservare il mondo con il punto di vista di un “folle”, e così di scoprire – grazie alla sua inaspettata iper-lucidità – quante follie compongano la “normalità”.

Steve Martin (1945) è un attore (più di cinquanta film dagli anni ‘70 a oggi), musicista (dieci album dagli anni ‘70 a oggi) e scrittore statunitense. Come romanziere, ha debuttato con Shopgirl nel 2000.

:: Segnalazione di Casa di carne, Francesca Bonafini, (Avagliano, 2014) a cura di Natalina S.

12 settembre 2014

indexCasa di carne, Avagliano editore, è il titolo che Francesca Bonafini – scrittrice veronese- “strappa alle stelle” per descrivere l’essenza di quel pericolo bello, l’amore. L’amore che, appunto, ha volto di sensi, vibrazioni. L’amore che è raro ma accade. L’amore che restituisce libertà, identità.
Ed è il sentire di Angela, protagonista principale del romanzo, a condurci in questo straordinario perigeo di sensazioni. Si sporge al di là del crinale Angela, nuda, spoglia, senza armi e paura. È lei stessa ad insegnarci che lì dove la fragilità non ha timore di mostrarsi e abbandonarsi risiede l’amore, in tutta la sua lealtà e autenticità. Parte, senza se e senza ma. Parte, forse, proprio da quel pezzo che le manca, incerto allo stesso modo di un se ed un ma: la morte dei suoi genitori, che inconsciamente o consciamente la spinge a cercare il grembo in cui sentirsi a casa.
Casa di carne è un peregrinare tanto fisico quanto spirituale; il tentativo di arginare il mare in cui ci sente naufraghi in cerca di un’ancora a cui rimanere impigliati, non per forza però perché l’amore non ha bisogno di costrizioni. La costrizione è illecita come attribuire l’illecito a ciò che illecito non è.
Angela – Francesca – è un’amante della letteratura e lo sa bene che le parole hanno un peso, che sono voci di carne viva, in grado di conferire il giusto significato alle cose, di farti sentire a casa, come l’amore.
Ed io che le parole le amo nel loro matrimonio in frasi d’armonia ricche di significato ho trovato una casa in cui ho voglia di rientrare, nuove mura in cui dimorare.
Storia di viaggi e di attraversamenti sia fisici sia esistenziali, e sulla ricerca di sé. Trieste, Brest, Rio de Janeiro, Lisbona, ogni città è per Angela una frontiera da oltrepassare. Trova finalmente un lavoro stabile come cameriera in un albergo, prepara le colazioni, ma vive con profonda inquietudine e curiosità: ha sempre lo zaino pronto, si innamora di Miriam, incontra Alessio, va a vivere con Tiago e non smette mai di credere nell’amore come unico luogo a cui tornare. Salvo poi prendere atto che la fine di ogni sentimento è un addio preparatorio all’ultimo addio della vita. Tra partenze, amicizie, avventure Angela è pronta a gettare via le sue maschere. Ma a quale prezzo? E sapranno fare lo stesso anche i compagni che incontrerà lungo la strada? Un romanzo che ha in sé tutta la meraviglia e il pericolo dello sconfinamento.

Francesca Bonafini: (Verona 1974) vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Mangiacuore (Fernandel 2008) e il romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel 2011). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango 2008) con il lemma “zaino”. Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium 2011). Cura la rubrica “Mandibola. I nutrimenti di Bonnie” sulla rivista “Stra Occupati, free press abruzzese.

:: Criminali, Philippe Djian, (Voland, 2014)

12 settembre 2014

indexPhilippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Caustico, dissacrante, tagliente, politicamente scorretto, i suoi libri, non veri e propri noir, (anche se in senso lato, perchè no?) più che altro, storie sul male di vivere contemporaneo, lasciano sempre un’ eco di inquietudine e disillusione nei lettori. Io lo trovo un autore notevole, più che altro per il senso di autentica empatia che provo verso i suoi personaggi, sconfitti, falliti, incapaci di attraversare la vita senza riempirsi di piaghe e di ferite esistenziali. E la capacità di esprimere autenticità tramite una scrittura variegata e composita, volutamente letteraria, non è un pregio da poco.
Criminali (Criminels, 1996) rientra a pieno titolo tra i romanzi più neri di questo autore, che non sembra, perché lo fa con una certa leggerezza e immediatezza, ma è capace di ferire e di lasciare il lettore stordito e disorientato.
Tradotto da Daniele Petruccioli ed edito in Italia da Voland (in Francia sempre dalla storica Gallimard), secondo romanzo della trilogia Sainte-Bob che comprende anche “Assassini” (Voland 2012), “Sainte-Bob” in prossima pubblicazione sempre da Voland, Criminali ci porta di peso nella vita di Francis, cinquantenne appesantito da una serie di scelte più o meno consapevoli, più o meno libere.
Divorziato, con un figlio con cui non comunica, una compagna che rischierà di perdere, un fratello omosessuale, un padre malato d’Alzhaimer che deciderà di assistere in casa sua con ripercussioni impreviste, un lavoro che per problemi alla schiena è sempre sul punto di perdere perdendo anche la precaria stabilità economica, un gruppo di amici, non più psicologicamente solidi e realizzati di lui, un nemico contro il quale concentrerà tutto il suo odio e la sua frustrazione, insomma Francis ha una vita complicata, ed è o non è un criminale lo deciderete a fine lettura, quando l’irreparabile si compirà.
Stessa domanda si pone per gli altri personaggi. Sono o non sono criminali? Se lo sono lo sono di piccoli crimini, di tradimenti più che altro verso gli altri e soprattutto verso se stessi, forse solo in due casi, due soli personaggi compiranno davvero qualcosa che si può avvicinare a un delitto. Uno pagherà, l’altro non lo sapremo mai. Sono infatti i crimini senza punizione, quelli per cui non si va in galera, le disattenzioni, gli atti mancati, le piccole meschinità che incidono più a fondo nell’anima creando disagio e scurendo il male di vivere, l’esistenziale incapacità ad essere felici.
E’ un romanzo triste, malinconico, privo di certezze, ma nello stesso tempo sincero, e umanamente credibile. Djian non pone i suoi personaggi in zone completamente bianche o nere, gioca con i chiari scuri. Non scaglia invettive, né cerca giustificazioni, espone i fatti, e lascia che la storia avanzi a sbalzi, senza grandi colpi di scena, ma appunto trasportata come dalla corrente di un fiume, lo stesso fiume che aleggia sullo sfondo, un fiume inquinato, un fiume che da e riceve morte, conservando una sua certa disperata bellezza.

Philippe Djian, nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Il cardellino, Donna Tartt, (Rizzoli 2014) a cura di Viviana Filippini

12 settembre 2014

indexDonna Tartt ha come un’aura di mistero che la attornia e ascoltandola si ha la sensazione – mia personale- che le sue parole ti attraversino. Il cardellino, Premio Pulitzer 2014 è l’ultimo lavoro di questa  americana che pubblica libri a cadenza decennale (Dio delle illusioni nel 1992 e Il piccolo amico del 2002 sono le opere precedenti). Questo libro è il più poderoso dei tre romanzi fino ad ora scritti, ma non dovete farvi spaventare dalle dimensioni del tomo (900 pagine e passa che lo fanno assomigliare ad un mattone), perché la storia che anima le sue pagine è un percorso di formazione e amicizia con protagonista Theo Decker. Theo vive a New York con la madre, donna colta, appassionata di libri e di arte, magari con qualche piccola ansia che però non le impedisce di crescere il figlio in un rapporto genitoriale solido ed empatico. Il tutto si complica quando la donna muore in un tragico evento. Per Theo, affidato al padre ex attore dedito al gioco e alla bottiglia, comincerà un periodo cupo e travagliato alla ricerca di sé stesso e del proprio posto nel mondo. In questo romanzo di appredistato, che ad un certo punto presenta dei tratti letterari tipici del thriller, c’è un sottile fil rouge che collega tutti i personaggi. Esso è sempre presente anche se non si vede, ed è il cardellino del dipinto secentesco. Nell’antica cultura pagana il piccolo ed esile uccellino rappresentava l’anima dell’uomo che al momento della morte volava via, significato mantenuto anche in ambito cristiano, dove il cardellino diventa il simbolo della passione di Cristo. Questi valori messi in relazione alla vicenda narrata dalla Tartt ritornano in ognuno dei personaggi-persone usciti dalla sua mente. Tutti – compreso il pittore olandese Carel Fabritius, autore del dipinto che morì giovane a Delft nel 1654 nell’esplosione di una fabbrica di polvere da sparo- sono accomunati da esistenze di dolore e sofferenza. Il libro della Tartt ha un intreccio narrativo corposo nel quale Theo diventerà adulto dividendosi tra l’amore e il rispetto per Pippa e Hobie che lo accolgono come se fosse un figlio; tra l’amicizia fraterna, ma allo stesso tempo pericolosa con Boris e il segreto – che lui stesso scoprirà non essere così segreto- che per anni rimarrà nascosto dentro al suo zaino da adolescente. In realtà tra le pagine de Il cardellino si scorgono molti altri temi. L’autrice mette riferimenti alla letteratura americana, non manca una buona dose di storia dell’arte e poi c’è l’indagine nei meandri della vita umana. La Tartt porta chi legge in un mondo nel quale, oltre agli eventi reali, c’è una profonda indagine introspettiva di persone che hanno subìto forti traumi psichici e fisici (Theo e Pippa ne sono un esempio) che influenzeranno per sempre la oro esistenza. Theo, rimasto orfano, soffre e questo intenso dolore lo porterà a scegliere la non proprio legale via dell’imbroglio e del raggiro (vende mobili pseudo antichi spacciandoli per originali) per salvare l’attività di restauro e commercio del suo amico, e padre ideale che avrebbe voluto, Hobie. C’è spazio per l’amore non corrisposto e per le rocambolesche avventure che Decker vivrà insieme a Boris a Las Vegas, a New York e in Olanda. Tutte sono segnate da fughe, da uso e abuso di alcool e droga e da esperienze di vita al limite della resistenza e sopravvivenza umana. Per certi aspetti il continuo cambio di luogo, il girovagare a vuoto a piedi o con mezzi di fortuna alla ricerca di una meta che non sembra essere ben definita all’orizzonte e la ricerca di se stessi, mi hanno ricordato molto Sulla strada di Jack Kerouac, dove i protagonisti si muovono in lungo e in largo per gli Stati Uniti d’America senza avere una meta precisa. Ne Il cardellino Donna Tartt crea una voce narrante seducente che parla e guida chi legge alla scoperta delle gioie e dolori di un giovane uomo in crescita. Un cammino non facile durante il quale non solo Theo, ma anche il mondo che lo circonda e il lettore stesso saranno in trasformazione continua. Traduzione Zilahi De’ Gyurgyokai M..

Donna Tartt è una scrittrice statunitense è nata a Greenwood, nel Mississippi ed è cresciuta nella vicina città di Grenada. Nel 2014 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino. Il suo esordio è avvenuto a ventotto anni con il romanzo Dio di illusioni (Rizzoli 1992, disponibile in BUR), clamoroso best seller tradotto in 23 paesi. I suo secondo lavoro è Il piccolo amico (Rizzoli, 2002, disponibile BUR).

:: You God, Annarita Petrino, (Il Papavero, 2014)

11 settembre 2014

you-godLa fantascienza fin dal suo nascere è un genere che si è prestato a contaminazioni di varia natura tant’è che esistono numerosi generi, dalla fantascienza tecnologica alla fantascienza postapocalittica, dallo space opera al cyberpunk, senza contare poi i sottogeneri caratterizzati da ragioni tematiche più o meno ibride. Ne esiste anche un filone forse meno noto, sottogenere della soft science fiction, denominato fantascienza cristiana. Sottogenere di cui ne ignoravo l’esistenza ma che ha anche all’estero esponenti come Clive S.Lewis o Walter M.Miller Jr. Esiste comunque pure in Italia, per esempio, una rivista di fantascienza cattolica http://www.futureshock-online.info/index.html che vanta sparuti lettori ma sembra sopravvivere. Il binomio fantascienza e fede più che un connubio sembra quasi un azzardo, legato alle stesse difficoltà che nascono dal legame scienza e fede. Ho conosciuto scienziati credenti e non credenti, per cui posso tranquillamente sostenere che non è l’intelligenza a differire, ma appunto la fede, che è un dono, c’è chi lo possiede e chi no. Può essere interessante vedere la fantascienza da questo punto di vista, ovvero leggere fantascienza scritta da scrittori credenti che utilizzano il genere per veicolare le loro convinzioni? Penso di sì, rientra nel campo delle libertà individuali, e certo la lettura ne accresce il fascino, più è alta la qualità della scrittura. E la mancanza di fanatismo. La fantascienza cristiana di Annarita Petrino rientra in questa tipologia di scritti, buona scrittura (migliorabile certo) e una certa lievità e delicatezza nel proporre temi dal punto di vista di un credente proiettati nel futuro con vari gradi di distopia. You God è una raccolta di racconti, per la precisione 4, editi da un editore piuttosto piccolo, con copertina povera, una certa cura nell’impaginazione e una pregevole assenza di refusi. I racconti sono nell’ordine “Imperfezioni“, “Judy Bow“, “Hic Et Nunc” e “You God che da il titolo alla breve antologia. Sì parla di diversità, di eternità dell’anima, di fine del mondo, di etica medica, naturalmente proponendo una giusta visione delle cose (quella del credente) contrapposta a una giudicata negativa in cui i mali della modernità impediscono di avere un corretto concetto di Dio. A sostegno delle tesi sostenute, ragionamenti piuttosto consolidati, niente di eccessivamente innovativo, ma tuttavia l’esperimento è in fin dei conti interessante. Scrittori più stilisticamente maturi avrebbero potuto fare meglio, ma è senz’altro apprezzabile lo sforzo dell’autrice di esprimere le sue convinzioni, maturate dopo una conversione, tramite i topos classici della fantascienza, senza violare la libertà di chi legge e cercando di dare un po’ di speranza nel futuro. Ciò renderà la lettura apprezzabile da credenti e non credenti, a mio avviso. Buona lettura.

Annarita Petrino è nata nel 1977 a Giulianova (in provincia di Teramo) sulla costa Adriatica. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università degli studi G. D’Annunzio di Pescara), lavora in una scuola materna. Scrive racconti di fantascienza da qualche anno, che hanno visto la luce su diverse riviste on-line, quali Intercom, Future Shock, Nigra la Tebra, Continuum.

:: Delitto irrisolto, Catherine Coulter, (Longanesi, 2008) a cura di Laura M.

7 settembre 2014

DELITTO IRRISOLTOCatherine Coulter è un’autrice che non conoscevo, sebbene in America sia un nome piuttosto noto, sempre presente nella classifica dei bestseller. Ha scritto nella sua carriera per lo più romanzi storici, per poi negli anni Novanta iniziare alcune serie di romanzi contemporanei di genere poliziesco romantico. Assai famosa la sua serie dedicata a due investigatori dell’FBI a cui appartiene anche Delitto irrisolto (Blowout, 2004) pubblicato in Italia da Longanesi nel 2008, e tradotto da Sara Caraffini. Non è quindi un titolo molto recente, preso in biblioteca quasi per sbaglio, ma si è rivelato invece una lettura piuttosto piacevole.
Premetto che c’è una coppia di investigatori, per di più marito e moglie, quindi una fetta di lettori ama il thriller ma non questo schema sarà scoraggiato, pur tuttavia la storia prende; sparizioni, omicidi, indagini parallele, e un ambiente piuttosto esclusivo come l’alta corte degli Stati Uniti, fanno di questo romanzo una lettura non impegnativa ma gradevole se si vogliono passare alcune ore di sano intrattenimento.
La Coulter è brava, la dura scuola del romance l’ha resa capace intrattenere senza risultare eccessivamente prolissa o cavillosa. Ha una scrittura pulita, funzionale, per nulla leziosa, timore principale di un lettore di thriller quando affronta un autore specializzato nel romance. Ora settantenne, e affiancata di norma da J.T. Ellison, è sicuramente una scrittrice instancabile, questo luglio è uscito il suo 18° romanzo della serie dedicata all’FBI. Se devo fare un appunto, forse riguarda le trame, decisamente complicate e contorte, ma con un po’ di attenzione l’ostacolo si supera agevolmente.
Delitto irrisolto si dipana intorno a un delitto inspiegabile sul quale aleggia l’ombra… di un fantasma. Poi la trama torna nei binari del consueto quando torna a occuparsi della morte per strangolamento di un giudice della Corte suprema a cui seguono l’uccisione di due suoi assistenti. I due investigatori dell’FBI Dillon Savich e Lacey Sherlock (ok, a forza di telefilm polizieschi americani tutti abbiamo la convinzione più che fondata che due agenti dell’FBI non possano avere una storia, fuguriamoci sposarsi, pensiamo solo agli scrupoli di Gil Grissam e Sara Sidle, in CSI Las Vegas, ma pazienza), indagano con la convinzione che i tre delitti siano legati assieme da qualche oscura trama.
Poi un antico delitto di trent’anni prima sembra assumere sfumature inquietanti, una donna bellissima era infatti stata pugnalata in modo misterioso e il figlio era scomparso. Cosa unisce questo delitto alle morti recenti? Toccherà alla coppia di investigatori scoprirlo e non sarà facile soprattutto perché una terza assistente del giudice rischia di essere uccisa. Ma l’FBI… ok, non vi dico altro. Ripeto la trama è così complessa che si fatica a raccapezzarsi almeno fino al finale, ma le pagine si voltano con rapidità come nel più classico page- turner. Buona lettura.

Catherine Coulter è una delle più affermate narratrici americane, nota non solo per i gialli dell’FBI della coppia Savich e Sherlock, ma anche per una fortunata serie di romanzi storico- sentimentali: due filoni che la pongono in testa alle classifiche dei bestseller. Vive in California.

:: Phobia, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2014)

7 settembre 2014

phobiaLetto in bozze in anteprima questa estate, Phobia (Phobia, 2013), ultimo romanzo di Wulf Dorn, edito in Germania con Heyne Verlag, del gruppo Random House  e in uscita per in Italia con Corbaccio nella collana Top Thriller la prossima settimana, per la precisione l’11 settembre, tradotto dal tedesco da Leonella Basiglini, è un classico psichothriller alla Wulf Dorn, caratterizzato da forte tensione psicologica, una spruzzata di horror, (pensate solo al sogno in cui Mark vede la compagna morta in stato di decomposizione, o anche solo il volto deturpato dalle cicatrici del villain della situazione che compare all’improvviso dal buio, solo per fare un esempio) personaggi solidi e sfaccettati e buone ambientazioni, questa volta dislocate tra Londra e Francoforte.
Ritroviamo Mark Behrendt, personaggio già visto ne La psichiatra (ricordate lo psichiatra che aiutava Ellen Roth a far luce sulla scomparsa della paziente della camera numero 7) in questo romanzo provato dalla tragica morte della compagna, quasi alcolizzato, sospeso dalla professione, insomma in condizioni estreme e pur tuttavia l’unico che si decide ad aiutare Sarah Bridgewater, protagonista assieme al figlio Harvey e al marito Stephen di Phobia.
Dunque tutto ha inizio una notte nel quartiere londinese di Forest Hill. Sarah è sola in casa, una di quelle eleganti villette unifamiliari che sorgono nella periferia residenziale, con suo figlio, un bambino di 7 anni, sente dei rumori in cucina e si trova davanti uno sconosciuto, con i vestiti di suo marito, l’auto di suo marito, la borsa di suo marito, che dice di essere suo marito e conosce particolari della sua vita che solo suo marito potrebbe conoscere. Ma l’uomo non è suo marito. Sarah lo avverte chiaramente non ostante il suo volto sia deturpato da orribili cicatrici. Chi è? Cosa vuole dalla sua famiglia? E soprattutto dov’è Stephen?
Come è apparso, l’uomo scompare e la polizia avvisata sembra guardarla come una mitomane. Suo marito per loro sta bene, è in viaggio d’affari e presto tornerà a casa. Convinzioni confermate da una telefonata rassicurante alle forze dell’ordine da questo fantomatico “sconosciuto” a cui tutti sembrano credere. Ma Sarah avverte che quell’uomo è un pericolo, per lei, per suo figlio e soprattutto per Stephen molto probabilmente prigioniero nelle sue mani.
In una storia dove tutti nascondono qualcosa, dove nessuno è limpido come apparentemente può sembrare, compreso Stephen, il lettore si troverà ad assistere a una lotta contro il tempo, in un susseguirsi di fatti apparentemente slegati, fino almeno alla chiarificazione finale.
Sorprendente? Forse. Non vi aspettavate niente di quanto succederà? Molto probabile. La particolarità di questo romanzo è quella di giocare con le paure della gente, con il concetto stesso di paura. Fisiologica, patologica, vicina a tutti noi, improbabile. La paura a quanto apre si insinua nella mente della gente e al spinge ad agire, comportarsi a volte in maniera contraddittoria, e irragionevole. La paura della morte, dell’abbandono, di essere traditi, di essere delusi.
Alcuni traumi possono condizionare le esistenze, farci perdere tutto da un giorno all’altro come capita a Mark, o farci credere che quello che ci capita è una giusta punizione, qualcosa che ci meritiamo come capita a Stephen. Insomma Wulf Dorn scava nei meccanismi della psiche e ne trae materia per un romanzo di suspense, forse più che un thriller. E con al sua scrittura piana e levigata rende il tutto immediato e diretto. Siamo ai livelli dei precedenti, una conferma per chi ama questo autore tedesco, capace di portare sulla carta vere esperienze vissute, casi di cronaca, reali sfumature psicologiche. Buona lettura.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivowww.wulfdorn.net

:: L’amore quando c’era, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 settembre 2014

indexQual è la ricetta della felicità? Qual è quell’ingrediente che rende una persona felice? Che cos’è che fa sì che una vita sia degna di essere vissuta? Se lo chiede Amanda, la protagonista di questo breve romanzo di Chiara Gamberale.
Amanda ha trentanove anni, insegna lettere in una scuola media, è una scrittrice mancata ed è appena stata lasciata da Manuel, il suo compagno, perché ultimamente il suo chiodo fisso era quello di diventare madre. Vive in un appartamento con il suo cane Poirot. Una vita normale, quella di Amanda. Eppure sente che qualcosa le manca. Non è completamente felice. Ha un buco dentro che non riesce a riempire. Per trovare la risposta al suo vuoto ha perfino assegnato un tema ai suoi alunni: Perché la vita ha un senso o non ce l’ha, secondo te? Le risposte dei suoi alunni hanno un comune denominatore: l’amore. Sembra che tutto giri intorno a questo sentimento: felicità, tristezza, paura e vuoto dipendono dall’amore. Amore che c’è e amore che non c’è.
E l’amore è al centro anche della vita di Tommaso, ex di Amanda, piantato alla vigilia della partenza per un viaggio in Cina senza un perché. Dopo dodici anni Amanda si rifà viva con lui in occasione della morte del padre. Tra i due nasce una fitta corrispondenza fatta di messaggi e mail. Tommaso è un avvocato, è sposato e ha due splendidi bambini. Fa il lavoro dei suoi sogni, ha una moglie che lo ama e che lui ama e i bimbi sono fonte di gioia. La sua vita sembra perfetta. E allora ecco che Amanda si chiede se forse Tommaso è riuscito a trovare il segreto per essere felici. La vita di Tommaso, agli occhi di Amanda, sembra perfetta, piena, compiuta. Non come la sua che sembra mancare di qualcosa. Eppure, dal loro scambio di mail si intuisce che forse anche a Tommaso manca qualcosa per essere pienamente felice.
Ma allora quale sarà la risposta alla domanda di Amanda? L’amore, come sostengono i suoi alunni? È l’amore per qualcuno o qualcosa a fare la differenza? Basta davvero solo amare e essere amati? Il segreto della felicità è realmente solo l’amore? Ma l’amore quando c’è, quando non c’è o quando c’era? La risposta è tra queste pagine.

Chiara Gamberale vive a Roma, dove è nata nel 1977. Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile, seguito da Color Lucciola (2001), Arrivano i pagliacci (2003), La zona cieca (2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (2010), L’amore, quando c’era (2012) e Quattro etti d’amore, grazie (2013). È autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra, su Rai Tre, e Io, Chiara e L’Oscuro, su Radio Due. Collabora con “Vanity Fair” e “Donna Moderna”, e tiene un blog sul sito di “Io Donna” del “Corriere della Sera”. Per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Per dieci minuti (2013).

:: Le navi dei vichinghi, Frans Gunnar Bengtsson, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

4 settembre 2014

naveSono cresciuta con le storie dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, con le divinità greco-romane, ma pure quello che riguarda le culture altre, sparse per il mondo e diverse da quella dove sono nata mi affascinano da sempre. Il mondo nordico rientra in questa categoria non solo perché tra le mie attrici preferite del muto c’è Greta Garbo, tra i registi c’è Ingmar Bergman, tra i pittori che amo c’è Edvard Munch e come non ricordare la musica degli ABBA che da anni risuona a casa mia. In realtà, ci sono anche le tante storie scritte. La letteratura del Nord – e non solo il tipico giallo- non scherza riguardo la seduzione nei confronti del lettore, tanto per intenderci La saga di Gösta Berling o Il carretto fantasma di Selma Lagerlof con le loro atmosfere da leggenda vengono proprio dal Nord Europa. Tra alcuni dei libri che ho letto di recente e che arrivano da lassù c’è Le navi dei vichinghi, pubblicato per la prima volta nel 1941 da Frans Gunnar Bengtsson con il titolo di Röde Orm (Orm il Rosso). Le navi dei vichinghi è tornato di recente in libreria grazie alla casa editrice Beat che ha dato nuova vita a questa avventurosa epopea ambientata attorno all’anno 1000 con protagonista Orm il Rosso, figlio di Toste. Orm e Odd sono gli unici due sopravissuti degli otto figli della coppia composta dall’energico Toste e dalla bonaria Asa. I fratelli sono diversi, Odd è basso, cupo e un po’ attaccabrighe. Orm più alto, con la pelle chiara, i capelli ramati,è più coscienzioso e minato da una ipocondria cronica che lo accompagnerà nella sua vita di viaggi, sempre alla scoperta dello sconosciuto mondo lontano dalla sua amata Scania (una contea meridionale della Svezia). I tre viaggi narrati da Bengtsson sono immaginari, ma per come vengono descritti appaiono plausibili e ogni sosta per Orm e per gli altri uomini del Nord sarà un modo per conoscere nuovi popoli, usi, costumi e religioni. La narrazione di Bengtsson è un esempio tipico di epopea epica, però allo stesso tempo i suoi contenuti mettono in evidenza le trasformazioni, la conoscenza dell’altro e la non sempre facile convivenza che più scatenarsi dal confronto con culture diverse dalla propria. Tra le pagine si leggono storie di guerre rocambolesche, lotte all’ultimo colpo d’arma, intrighi politici, tresche amorose e ricerche di tesori. In realtà, l’autore non si limita a raccontare Orm dal solo punto di vista pubblico, perché chi scrive ci fa conoscere il Rosso anche nella sua dimensione privata con un ritratto della vita nei villaggi e nella fattorie dove il protagonista è nato e cresciuto e tornerà a vivere per nuove avventure. Le navi dei vichinghi è un libro curioso, in quanto grazie alla storia vissuta dai protagonisti il lettore ha la possibilità oltre a leggersi episodi degni dell’action movie di entrare in contatto con riflessioni dell’autore sulla religione. Ed ecco che è qui che emerge la fine ed elegante astuzia letteraria di Bengtsson che, attraverso il vissuto di Orm e compagni, ci parla del valore del cristianesimo mettendolo a confronto che la cultura islamica e con gli antichi culti di fede delle popolazioni delle foreste nordiche. Il tutto nel tentativo di comprendere quale sia il giusto comportamento umano e il senso che il vivere può assumere per le persone. Le eroiche gesta di Orm e le riflessioni sulla vita si mescolano così alla perfezione e son fatte con talmente tanto garbo, che è impossibile non amare questo libro di Frans Gunnar Bengtsson, andando ad allungare la lista di persone, tra le quali lo scrittore americano Michael Chabon autore dell’introduzione al volume, che hanno letto Le navi dei vichinghi rimanendone piacevolmente impressionate. Traduzione Lucia Savona

Frans Gunnar Bengtsson (4 ottobre 1894-19 dicembre 1954) è stato uno dei maggiori scrittori, poeti e saggisti svedesi. Si occupò di Francois Villon, Wlater Scott e Joseph Conrad e scrisse una importante biografia su Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però, Le navi dei vichinghi (in originale Röde Orm) pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945. Amava dire: «Giovanna d’Arco, Carlo XII e Garibaldi sono le sole persone che avrei voluto conoscere. Per loro la verità era più importante dell’intrigo».

:: Un giorno sull’isola, Concita De Gregorio in viaggio con Lorenzo (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

4 settembre 2014

978885841328GRAAccade tutto su un’isola. Piccola o grande poco importa. E’ l’isola in cui tutto sembra succedere attraverso le parole. Sono quelle che Concita De Gregorio, insieme al figlio Lorenzo, cerca di rimettere insieme per ritrovare il filo di un discorso interrotto. Sono le storie che il giovane, diversi anni prima, si era divertito a costruire insieme al nonno scrittore, fissate su un taccuino, mai più ritrovato.
Attraverso un viaggio a ritroso, nell’estate dell’isola di un tempo, dove l’autrice aveva vissuto e dove Lorenzo aveva trascorso le sue estati di bambino, prendono forma quelle storie che entrambi pensavano perdute.
Io ti indico un luogo tu fai succedere in quel posto una cosa e vediamo come va a finire”.
Così sulla pagina bianca ritroviamo la vita di un’isola che porta impresse su di sé le orme lasciate dai suoi abitanti o da coloro che l’hanno solo attraversata, che da lì sono partiti per non tornare più.
Basta poco: un faro, anzi due, per chi ha smarrito la via; una locomotiva che vuole ripartire; una vela che cerca il suo vento; un anello perduto e ritrovato e due insoliti compari, un Gatto e un Corvo. Al resto ci pensano il mare, il vento e un orizzonte di attese. Perché sull’isola ci sono sempre nuovi arrivi e inevitabili partenze.
Da poppa si vedeva l’isola, era bella, una cosa viva.
Così l’incontro tra madre e figlio diventa scoperta e condivisione. Le parole si fanno strada e creano l’occasione, colmano l’assenza, si fanno collegamento e pezzo mancante.
Perché non si sbaglia mai, quando si gioca con le parole: l’errore è bandito da questa terra così come la punizione, il giudizio. Le parole fioriscono e diventano quello che vogliono. Inventano terre che non c’erano.

Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de «la Repubblica» dove attualmente lavora, è stata per tre anni direttore de «l’Unità». Cura e conduce un programma di cultura su RaiTre, Pane quotidiano. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue (Laterza). Per Mondadori sono usciti Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2006) e Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2008). Nel 2010 è uscito Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent’anni di cronache italiane (il Saggiatore). Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi Stile libero Così è la vita, nel 2013 Io vi maledico e nel 2014 Un giorno sull’isola (scritto con il figlio Lorenzo).

:: Professione editoria

3 settembre 2014

imagesVuoi lavorare nel campo dell’editoria? Ti sei chiesto se i gruppi editoriali italiani assumono ancora e con quali modalità? Serve ancora inviare il c.v.? I master in comunicazione fanno ancora la differenza? Quali sono le figure professionali più richieste? Ci sono ancora assunzioni dirette, magari a tempo indeterminato, o preferiscono assumere liberi professionisti con Partita Iva? Per rispondere a domande come queste ho deciso di scrivere questo breve reportage, non esaustivo certo, ma spero utile per aiutarci a fare il punto della situazione.

Diciamolo subito l’editoria è in crisi, i libri non si vendono, editori con decenni di esperienza si trasformano in editori a pagamento, la concorrenza è altissima e molti pur di lavorare lo fanno gratis, ma chi sceglie di lavorare in questo ambito non lo fa solo per il vil denaro e per pagare le bollette, c’è autentica passione, inventiva creatività spesso necessaria anche nei ruoli più impensati come l’addetto stampa, il lettore professionista, il correttore di bozze o l’esperto di marketing.

Professionisti con anni e anni di esperienza, e competenze di ogni genere, dalla conoscenza del giapponese all’ abilità nel sapere vita morte e miracoli di un incunabolo, cercano lavoro. E le offerte sono poche, e spesso non si sa oggettivamente quali sono i contatti necessari per anche solo essere minimamente presi in considerazione. I principali gruppi editoriali in Italia sono senz’altro pochi: Gruppo Editoriale RCS, Gruppo Editoriale Mondadori, Gruppo Editoriale L’Espresso, Gruppo Editoriale Il Sole 24 Ore, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Ma perché sottovalutare le opportunità di piccole realtà editoriali indipendenti.

Nella seconda parte di questo articolo chiederò ai principali editori italiani informazioni in merito e vi dirò chi mi ha risposto e cosa. Ah, dimenticavo, seguirò anche io i consigli, poi vi dico se funzionano. Se volete lasciare nei commenti testimonianza delle vostre esperienze, spero anche felici, sarà di certo utile a coloro che cercano lavoro in questo ambito.