:: Un’ intervista con Antonella Cilento a cura di Irma Loredana Galgano

21 ottobre 2014

9788804634478-lisario-o-il-piacere-infinito-delle-donne_copertina_piatta_foAntonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014)

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006

:: Un libro per un sorriso, Diego Collaveri in supporto dell’associazione Centro aiuti per l’Etiopia

20 ottobre 2014

anime assassineAlcune settimane fa Diego Collaveri mi ha contattato per chiedermi di aiutarlo a promuovere un’ iniziativa benefica, “Un libro per un sorriso”. Si parla tanto di aiutare gli altri, di fare qualcosa per il sociale, e Collaveri ha pensato di devolvere i proventi di un suo libro, Anime assassine- Anche tu te ne andrai, pubblicato come self su Amazon, (poi nei mesi successivi uscirà anche il cartaceo) dedotti tutti i costi vivi, a favore dei progetti in Etiopia del Centro aiuti per l’Etiopia, associazione a scopo benefico che si occupa della cura, e dell’educazione dei bambini più poveri della popolazione Etiope. A essere sincera è un’ associazione che non conosco, anche se ho legami con l’Etiopia, un paese vittima di una povertà che, per quanto noi ci lamentiamo per la crisi, non ci sogniamo nemmeno. Ma Collaveri conosce questa associazione da 8 anni e può garantire sul suo operato. L’ebook costa circa un Euro, una spesa che infondo implica più la fatica di andare su Amazon o su altri store e fare la transazione. Niente di più.

Questa è la trama dell’ebook, buona lettura.

Un apparente incidente stradale riporta l’ispettore Quetti su di un vecchio caso di riciclaggio di denaro sporco, legato a sabotaggi mortali avvenuti su dei cantieri. L’intuito lo metterà sulle tracce del killer professionista responsabile, unico collegamento rimasto coi vertici dell’organizzazione, ma le lancette corrono. Il tempo concessogli prima dell’archiviazione ufficiale dell’indagine si esaurisce inesorabile. Nella disperata ricerca di una prova che possa tenere ancora aperto il caso, Quetti si imbatterà in Elisa, sensuale cantante soul amata dal killer. Le malinconiche note della sua voce avvolgeranno l’ispettore, ignaro di un oscuro passato che lo porterà di fronte a una scelta che non avrebbe mai pensato di dover fare.

Il libro contiene anche il racconto breve “Doppio Gioco”, prima avventura di Quetti apparsa sulle pagine del settimanale Cronaca Vera.

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: Liberi junior: Rime del fare e non fare, Bruno Tognolini, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2014

Rime coverColori, disegni, parole in rima formano le filastrocche contenute in Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini, autore di testi per il pubblico bambino per la televisione e per il teatro. In queste pagine edite da Gallucci si susseguono tante musicali filastrocche create dall’autore su misura per ogni bambino. Brevi composizioni che hanno per protagoniste le cose da fare e da non fare con il corpo e quelle da sentire con il cuore. Nella prima parte, quella dedicata alle Filastrocche delle cose da fare, Tognolini crea simpatici giochi di parole per descrivere l’avvio del giorno, il camminare, il correre o il realizzare una torta. La seconda parte del libro comprende invece le Filastrocche di atti e sentimenti nelle quali i personaggi principali compagni di viaggio dei piccoli lettori sono i sentimenti, proprio come quelli degli adulti, che i bambini possono provare nelle diverse esperienze della loro vita in miniatura. La gioia, la paura, l’invidia, la felicità sono solo alcune delle emozioni che si susseguono proprio per far capire all’animo bambino quanto vario possa essere il fare e il sentire umano dell’adulto e del piccino. Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini utilizza le parole come i tasselli di un puzzle per raccontare ai bambini in modo giocoso e musicale la vastità delle cose e dei sentimenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi. A rendere tutto più coinvolgente i simpatici e colorati disegni di Giuliano Ferri.

Bruno Tognolini è nato a Cagliari nel 1951. Da bambino gli piaceva leggere e costruirsi i giocattoli con legnetti, chiodini e spago. Ha cominciato a scrivere quando ha capito, da lettore, che le storie erano come quei giocattoli: poteva costruirsele da sé. E così è diventato scrittore per bambini, a quarant’anni, ma neanche lui sa bene perché: per caso, per raccontare storie alla figlioletta Angela, perché poteva scrivere in rima… chissà. Ha scritto libri, testi per “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione”, teatro e canzoni e videogiochi. Ha vinto anche due Premi Andersen e ne è contento: però è ancora lì chino sui suoi legnetti e spaghi di parole, perché la storia e la poesia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/FlorenceEva era africanaLa pulce d’acquaLe tue antenate, La ballata di GeordieLe filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate Regina reginella.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

19 ottobre 2014

20140930141515Bentornato Luca su Liberi di scrivere. Ci siamo lasciati nel 2012 con L’uomo nero e ci ritroviamo nel 2014 con Nel posto sbagliato, appena uscito per E/O nella collana Sabotage. Cosa è successo in questi anni? Cosa è cambiato?

Bentrovata Giulietta, è successo che ho scritto due romanzi, uno dei quali per l’appunto è quello di cui parliamo oggi, una commedia per il cinema e ho lavorato a un progetto per una serie tv.

Nel posto sbagliato è un romanzo che si presta a diverse analisi, a diversi piani di lettura. Per un recensore, che ha modo di intervistare l’autore, insomma è un piccolo scrigno di significati. Iniziamo dalla tua nuova visione del noir. Unisci noir e fantascienza, un connubio piuttosto insolito. Nella mia recensione avvicino il tuo romanzo ad un celebre racconto di un grande come Philip K. Dick. Perché ritieni che questa forma di noir sia così insolita?

Per quanto riguarda il perché della mia scelta è presto detto, io parto sempre dalla storia. Mi premeva raccontare questa storia e toccare certi temi, ho semplicemente adoperato quelli che secondo me erano gli strumenti narrativi più adeguati. Allargando il discorso all’attuale panorama editoriale italiano sono d’accordo con te che la strada che ho intrapreso non è la più battuta, e in un momento di crisi sono pochi quelli che hanno voglia di abbandonare le proprie confortanti certezze.

La fantascienza è stata usata per lo meno da autori come Azimov, Ray Bradbury, John Wyndham, per parlarci del presente, e fungere da sentinella, avvisandoci dei mali che il futuro ci potrebbe portare. Anche tu hai usato questo genere ibrido con questo scopo? C’è un messaggio chiaro sotteso al racconto?  

Io sento un pericolo, avverto la netta percezione che dal Patriot Act in poi nel mondo occidentale si è deciso, o si è iniziato a decidere, che la privacy e i diritti civili del singolo possono essere sacrificati sull’altare della sicurezza collettiva. Una china molto pericolosa, dal mio punto di vista.

Io parlo di fantascienza, forse altri potrebbero classificare il tuo romanzo come un romanzo distopico. Infondo narra di una realtà alternativa, ma diciamo contemporanea. Non ci sono robot, astronavi, case con elettrodomestici avveniristici. In che anno è ambientato Nel posto sbagliato? Come preferisci venga classificato?

L’attentato alla stazione che dà il là alla storia avviene il 28 maggio del 2013 (quando finite di leggere il romanzo, non prima, inserite questa data su google, solo mese e giorno, potreste avere una sorpresa). Il termine distopico lo trovo calzante, ma io preferisco andare oltre, più che di una realtà alternativa io parlerei di un presente negato, di un qualcosa che sta già accadendo, ora e qui. Magari non nel modo che ho immaginato io, ma in quella precisa direzione. Facciamo un esempio su tutti: Wikileaks. Se qualcuno spia le mail di Angela Merkel a sua insaputa credete che si farebbero problemi a fare anche di peggio con noi?

A cosa si riferisce il titolo, quale è il posto sbagliato?

Il posto sbagliato può essere un qualsiasi luogo legato a un delitto. Ciò che lo rende pericoloso per chiunque vi si trovi non è però la presenza del criminale, bensì di chi gli dà la caccia. Una squadra speciale di polizia che si serve dell’ipnosi per utilizzare ignari cittadini (che loro chiamano POV) come fossero telecamere di videosorveglianza, invadendone la privacy e calpestandone i più elementari diritti civili.

Protagonista assoluto è senz’altro il commissario Vincent Tripaldi. Come hai costruito questo personaggio?

Volevo un commissario che seguisse un fine giusto (o apparentemente giusto), ma per i motivi sbagliati. Un uomo determinato nella propria ricerca dell’affermazione, del successo, del potere, ma che avesse anche un doppiofondo, una crepa, un’umanità malata, guasta. Vincent è un uomo solo con due serpenti nel terrario. L’asfissiante rapporto col fratello gemello ne ha segnato l’esistenza, rendendolo un misantropo che vive ogni tipo di rapporto sociale con fastidio e diffidenza.

Utilizzi molti colpi di scena, il più decisivo pressappoco a metà romanzo quando Vincent spara al terraio e libera i due serpenti, uno innocuo, uno velenoso. Ne uccide uno, non sappiamo quale dei due, e poi viene morso. Insomma per un attimo la storia potrebbe finire così, con la morte del protagonista. Ma vediamo bene che abbiamo molte altre pagine prima della fine. Questo comunque è solo uno dei colpi di scena, e di solito sono concentrati tutti sul finale, almeno i più determinanti. Perché questa scelta invece?

Ti posso fare i complimenti per la domanda o sembro ruffiano? Oramai te li ho fatti, amen. Hai colto nel segno, quello è un finto colpo di scena, qualsiasi lettore meno che scafato capisce che il protagonista non può morire a 80 pagine dalla fine del libro. A me quella scena, mi piace definirla così, tra l’altro è una delle mie preferite, serve a spiegare con un’azione reale e simbolica al tempo stesso lo stato in cui versa il mio protagonista. Vincent ha raggiunto un punto di rottura.

All’apparenza dunque è un romanzo poliziesco. C’è una squadra investigativa, un po’ avveniristica, (utilizza una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi delle persone che si sono trovate anche per caso in un luogo dove è avvenuto un omicidio, una strage,) ci sono varie indagini, si cercheranno vari colpevoli. Se questa dicevo è l’apparenza, la realtà quale è?

In realtà parlo del potere, di quanto ne si possa dare in mano a delle persone, se sia giusto delegare ad altri decisioni che possano segnare così profondamente le nostre esistenze. E, in ultima analisi, anche fossimo disposti a farlo, dell’uso che realmente verrebbe fatto di questo potere. Chi controllerebbe il controllore?

I pov vengono prelevati arbitrariamente, si scava nelle loro mento senza il loro consenso, violando i più basilari diritti civili, in nome della giustizia. I pov vengono individuati monitorando i cellulari di tutta la popolazione, ogni giorno in ogni momento. Pensi che sia questo il futuro che ci aspetta? Pensiamo solo ai social network. Verranno violati sempre più di diritti dei cittadini, primo tra questi quello alla privacy, in nome della cosiddetta sicurezza?

Proprio oggi è andata in onda una mia intervista al TG1, quando la registrai un paio di settimane fa Bruno Luverà mi disse riguardo al mio romanzo “la cosa più inquietante è che è tutto tremendamente più realistico di quanto possa sembrare”. Faccio mie le sue parole per risponderti.

La componente noir è principalmente legata alla nebbia un po’ oscura che attraversa tutto il romanzo. L’animo umano è molto noir. Per molti versi non c’è grande spazio per rassicuranti certezze, per il classico lieto fine. Come affronti nei tuoi libri l’animo noir che c’è in tutti noi?

L’essere umano che conosco meglio sono io, e sono certo che in me coabitano pulsioni nobili e orripilanti, come so che il male è capace di spaventarmi e affascinarmi al tempo stesso. Questo fa di me un uomo ambiguo, ma io vivo nella convinzione che l’ambiguità, intesa come non certezza, non classificabilità, niente lavagna dei buoni e dei cattivi, sia alla base di qualsiasi essere umano. Siamo tutti uguali? No, siamo tutti diversamente ambigui, questo per me è il noir.

La manipolazione della mente umana è un altro tema da te trattato. Parli di ipnosi, di messaggi subliminali. Tramite l’ipnosi si può indurre qualcuno al suicidio, o all’omicidio. Come ci si può difendere dall’uso distorto di queste tecniche mentali?

Premesso che quello dell’ipnosi è un mondo molto complesso in cui non esiste una verità univoca, detto ciò io mi sono documentato molto per scrivere questa storia, per cercare, nel limite del possibile di essere aderente alla realtà, o in secondo luogo al realistico. Nel romanzo ci sono delle indubbie forzature narrative, non ho mai voluto scrivere un saggio. Comunque l’inconscio è un territorio tanto misterioso quanto pericoloso, e ci sono soggetti particolarmente portati a essere manipolati, plagiati.

Nel tuo romanzo il tema della sicurezza viene utilizzato come un’arma politica determinante. C’è un premier e il suo antagonista che si combattono una guerra silenziosa, e senza regole. Il tuo scritto nasconde una analisi anche del sistema politico attuale?

Questa è stata un’altra sfida che ho deciso di accettare scrivendo questo romanzo, cercare di fondere distopia e realpolitik. Giocare su un piano narrativo a un livello globale, che riguarda tanto noi quanto qualsiasi altro stato occidentale, e su un altro, che fa quasi da corollario alla storia, ritornare su un vissuto, presente e passato, che è drammaticamente italiano, più che di altri paesi.

Sei tradotto all’estero. Cosa ci puoi dirci di questa esperienza? Fai tour letterari all’estero? Partecipi a conferenze, fiere, presentazioni? Come vedono l’Italia all’estero, per lo meno come vedono la cultura e la letteratura italiana?

Sono tradotto al momento solo in Francia, seppure con un editore molto importante, e per ora con un solo romanzo, la versione francese de L’uomo nero uscirà a Febbraio. Non sono stato ancora invitato a presentare il mio lavoro in Francia, ma il primo romanzo è andato bene e probabilmente accadrà col secondo. Posso dire che, malgrado la fama di sciovinisti che li accompagna, i francesi sono molto attenti alla letteratura di genere prodotta in Italia.

Bene l’intervista è finita, nel ringraziarti mi piacerebbe ancora chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro. Hai già in mente le trame dei tuoi prossimi libri?

Ho piuttosto chiari i seguiti tanto di Nel posto sbagliato che dell’altro romanzo che ho già terminato. Però prima di rigettarmi nella narrativa vorrei, almeno per qualche mese, dedicarmi a dei progetti per la serialità televisiva, è una sfida che mi affascina.

:: Arrivano i pagliacci, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2014)

19 ottobre 2014

arrivanoSi sa in Italia non si legge. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono i visi dei librai. Un mio sogno, quando sarò un’anziana zitella petulante (forse già lo sono), è proprio quello di aprire una libreria in cui abbiano diritto di asilo solo i libri belli, come in quei vecchi film con Meg Ryan. Lo so, sono sentimentale da far paura, ma è tutta colpa del libro che ho appena letto, perdonatemi.
Si sa in Italia si ama far altro invece di leggere, e a volte mi chiedo come mai blog come i miei abbiano lettori. Non tanti, ma ce ne ho. Ogni giorno. Fedeli. Eroici, oserei dire. Tengo questo blog aperto per loro, per voi. Questo blog con tutti i suoi difetti, con la mia gestione un po’ anarchica, un po’ eccentrica, con i costi che non rientrano, con i disagi e la vita di tutti i giorni che scorre parallela.
Comunque dicevo la gente non legge. Capirne i motivi sarebbe interessante. Studiarli, sviscerarli, analizzarli sotto la lente di ingrandimento. Magari attualmente ci sono decine di laureandi che stanno scrivendo una tesi su questo argomento. Mi piacerebbe leggerle. Mi piacerebbe capire.
E se il motivo reale, la causa di tutto fosse che non ci sono in circolazione buoni libri? Già, a volte me lo chiedo, e so che forse questa risposta è solo parziale, è solo un frammento del grande mosaico che è l’editoria. I classici sono sempre disponibili, Henry Miller, Vladimir Nabocov, Fëdor Dostoevskij, per citare i primi tre autori che mi vengono in mente, sono ancora disponibili. Ma a quanto pare nessuno legge neanche loro.
A quanto pare c’è un processo in corso complesso e strano, fatto di omissione, disinteresse, occultamento. Eppure, eppure ci sono menti creative, originali, eccentriche, anche tra gli scrittori contemporanei, scrittori ai quali perché non dare una possibilità?
Prendiamo Chiara Gamberale, autrice di Arrivano i pagliacci, il libro che ho appena letto, e ha suscitato in me tutte queste riflessioni.
Premetto che questo libro non parla di editoria, cali di vendita, o altro. E’ più che altro un diario, uno scritto di una ragazza di vent’anni, un po’ bizzarra, che lascia in un quaderno frammenti della sua vita legati agli oggetti che la sua casa contiene. Oggetti che ha intenzione di lasciare per colpa di un trasloco. E questo quaderno viene lasciato in eredità ai successivi proprietari. Come un dono, come un impegno preciso a mantenere la memoria delle cose. Perché è infondo la memoria che ci rende così caratteristici nella scala evolutiva.
E le parole costruiscono mondi, i bravi scrittori proprio questo riescono a fare. Lasciando ampi margini di libertà. Ogni lettore si può poi costruire la sua storia, facendo nascere le sue riflessioni, i suoi collegamenti mentali. Scavando nella propria memoria.
Dico la verità, se Maddalena di Babel Agency non me l’avesse proposto, non l’avrei letto. Non è il mio genere, anche se invecchiando sto diventando sempre più onnivora, tuttavia non mi pento di avere accettato. Forse anche per i motivi della nuova pubblicazione di questo libro. Arrivano i pagliacci uscì già nel 2003 per Bompiani, sono passati diversi anni da allora e come succede sempre sembra che i libri abbiano una scadenza e a volte diventino introvabili. La Gamberale così ha deciso di dare nuova vita al suo libro, tornando su uno scritto di quando era anche lei ventenne e dandolo, oggi, da pubblicare a Mondadori.
Così ecco di nuovo Allegra Lunare, e il suo associare ricordi della sua famiglia, dei suoi amori, dei suoi amici,  agli oggetti contenuti nella sua casa. Anche i libri letti in età diverse sono diversi. Figuarsi scriverli. Chissà che effetto avrà fatto all’autrice salire in questa particolare macchina del tempo? Un po’ come in quei film americani in cui gli studenti di una classe seppelliscono oggetti in una scatola del tempo e la riaprono vent’anni dopo. Allegria, tristezza, tragedie, eventi buffi. Tutto concentrato in un piccolo vaso di Pandora.
E poi probabilmente nella vita, come al circo, non ostante tutte le tragedie alla fine arrivano sempre i pagliacci.

Chiara Gamberale, giovane romana nata nel 1977 è scrittrice, collaboratrice di La Stampa, Il Riformista e Vanity Fair, conduttrice radiofonica e conduttrice televisiva italiana. Nel 1996 vince il premio di giovane critica Grinzane Cavour promosso da La Repubblica e nel 2008 riceve il Premio Campiello per il libro La zona cieca. Tra i suoi romanzi ricordiamo Le luci nelle case degli altriL’amore quando c’era, Quattri etti d’amore grazie e  Per dieci minuti.

:: Nel posto sbagliato, Luca Poldelmengo, (E/O, 2014)

18 ottobre 2014

20140930141515Unire noir e fantascienza non è una pratica che si usa spesso. Gli scrittori di noir preferiscono parlare del presente, del mondo contemporaneo senza deroghe o derive fantastiche o appunto fantascientifiche. Eccezioni ce ne sono, e ben vengano, pensiamo solo al bellissimo racconto di Philip K. Dick, “Minority Report”, da cui Stephen Spielberg trasse ispirazione per l’omonimo film, a dire il vero molto liberalmente tratto, con Tom Cruise. E vedendo questo film, proprio ieri, non ho potuto non fare collegamenti con il libro che stavo leggendo, Nel posto sbagliato, di Luca Poldelmengo, edito da Edizioni E/O nella collana Sabotage. Libro che ispira interessanti interrogativi e riflessioni sul nostro mondo contemporaneo, e sui dilemmi morali ed etici che le scoperte scientifiche generano. In Minority Report ci troviamo nel 2054, e per combattere l’alto tasso di omicidi viene creata una squadra, la PreCrimine, composta da agenti di polizia e da tre “precogs”, esseri che con i loro poteri precognitivi riescono a vedere gli omicidi prima che si compiano, proiettando attraverso una macchina queste visioni su alcuni schermi. Nel romanzo di Poldelmengo, apparentemente contemporaneo, ci troviamo di fronte a una macchina simile che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni, registrando anche suoni e odori dei testimoni di omicidio, chiamati, pov, (point of view). Tutto ciò avviene portando i soggetti ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di alcune sostanze chimiche. Soggetti non consenzienti, prelevati in modo arbitrario e portati in luoghi segreti, che alla fine non ricorderanno niente di questa esperienza. La squadra denominata Red è segreta, (anche in Minority Report l’azione della PreCrimine è piuttosto controversa tanto che prima di estenderla all’intero paese, viene mandato un agente federale in cerca di falle al sistema), almeno lo è all’inizio del romanzo, prima che il premier non ne parli apertamente in parlamento, dando in pasto la notizia all’opinione pubblica. Errore fatale? Punto di partenza di un effetto domino che porterà ad effetti incontrollabili? Sta di fatto che appena viene resa pubblica la notizia un membro della squadra viene ucciso, e un’ indagine, questa volta tesa alla sopravvivenza stessa di questo organismo, ha inizio. Un personaggio si chiede se è eticamente giusto che sopravviva, accenna per esempio al dibattito sulle intercettazioni telefoniche che violerebbero appunto la privacy dei cittadini, ma paragonate all’azione della Red, che scava arbitrariamente nella mente di persone ignare, azioni senz’altro meno gravi. Per combattere il crimine bisogna usare ogni arma, anche a scapito degli innocenti (un pov arriverà a suicidarsi per le conseguenze dell’ipnosi)? Ci sono regole e barriere da non oltrepassare? Come affrontare il dilemma etico se sia meglio liberare un colpevole o condannare un innocente? Che prezzo ha la giustizia? In una città invasa dalle immondizie, (anche questo eco di cronaca recente) i nostri personaggi si muovono portando il loro bagaglio di dolore. Vincent soprattutto, il personaggio più carismatico del gruppo, così efficiente e aggressivo sul lavoro, e fragile nella vita privata, resta l’eroe, anti-eroe del racconto, come in ogni noir che si rispetti. La manipolazione della mente, il desiderio di vendetta, le trame di gente senza scrupoli che pianifica subdole macchinazioni, tutto si intreccia in questa narrazione tesa e sincopata. Per quanto le scoperte scientifiche saranno in grado di fornirci strumenti per migliorare le nostre vite, il fattore umano farà sempre la differenza. Gli errori, i crimini, le debolezza sono sempre lì. Specchi distorti delle nostre più grandi aspirazioni. Questo sembra il messaggio sotteso al racconto. Un messaggio non tanto rassicurante, ma pur sempre veritiero.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 comincia ad affiancare quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco, anch’esso tradotto in Francia. I suoi libri sono pubblicati in Francia per Payot & Rivages.

:: Segnalazione: Doppio appuntamento con Alfredo Colitto

17 ottobre 2014

compagniaIn questo mite autunno 2014, doppio appuntamento in libreria con Alfredo Colitto, autore italiano di thriller storici che i lettori di questo blog conoscono bene per la saga dedicata al medico trecentesco Mondino de’ Liuzzi. Questa volta, con un piccolo salto temporale, ci troveremo nella Napoli del 1600 e avremo la possibilità di leggere, uno di fila all’altro, La compagnia della morte, che uscirà il 21 ottobre a un prezzo simbolico di 1,90, e Peste, in uscita l’11 Novembre, il primo prequel del secondo, romanzo vero e proprio. Pubblicato in 21 paesi e tradotto in 7 lingue, Colitto è un autore molto amato, oltre che un traduttore stimato, (pensate solo che traduce per Einaudi, Ellroy)[1], quindi se non lo conoscete ancora e amate il mistero e il thriller storico, dovreste segnarvi il suo nome. Di seguito, sperando di farvi cosa gradita, vi riporto le trame dei libri in uscita. E’solo una segnalazione, non ho avuto ancora modo di leggerli, ma so di andare sul sicuro. Buona lettura.

LA COMPAGNIA DELLA MORTE

Napoli, 14 agosto 1655. Il caldo torrido del pomeriggio non dà pace alle vie affollate della città, ma il pittore Sebastiano Filieri non può restarsene tra le fresche mura della cappella di Palazzo Agliaro, dove sta dipingendo un ciclo di affreschi. Lo attende un compito difficile: dire addio a Maria, la sorella di sua moglie Angela, l’ultimo affetto che gli resta della sua famiglia decimata.
Mentre Sebastiano è al suo capezzale, la donna pronuncia poche parole: un delirio, all’apparenza, ma a lui rivelano una verità che cercava da anni. La verità sulla morte di Angela.
Quelle parole lo riportano ai tragici giorni della rivolta di Masaniello, quando era entrato nella Compagnia della Morte, una società segreta di pittori che durante la notte cercavano e assalivano i soldati spagnoli nelle vie di Napoli, per testimoniare con la spada che la loro città mai si sarebbe rassegnata al dominio straniero.
Ma una notte, di ritorno da una missione, Sebastiano aveva trovato la moglie e la figlia crudelmente assassinate, da una persona che ormai era già morta. Distrutto dal dolore, aveva lasciato la Compagnia.
Ora, però, accanto a Maria, morente, comprende che il colpevole è un altro, e che la vendetta è ancora possibile.

PESTE

Napoli, 1655. Varcando la soglia di Palazzo Guzmán con la sua famiglia di saltimbanchi, per intrattenere gli ospiti del conte, Cecilia non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Dopo aver ricevuto gli applausi divertiti degli astanti, si ritrova nel parco del palazzo e assiste, impotente e terrorizzata, a un incontro segreto.
Il conte Guzmán e un altro uomo stanno parlando del destino di Napoli e di una congiura che potrebbe riportare la città nelle mani dei francesi. Cecilia non sa nulla di politica, ma comprende subito il pericolo in cui si trova: è l’unica testimone dell’atroce tradimento. Quella stessa notte, infatti, la sua famiglia viene assalita da tre sicari. Lei è la sola a sfuggire al massacro, grazie al provvidenziale intervento di un uomo che le permette di nascondersi in un palazzo deserto e misterioso.
Sebastiano Filieri non ha più nulla nella vita, se non la sua pittura. Ha perso la famiglia e gli ideali in pochi giorni, durante la breve, sfortunata rivolta di Masaniello.
Quando scopre il segreto di Cecilia, Sebastiano sa che il conte Guzmán non riposerà finché non l’avrà uccisa. La ragazza potrebbe riportarlo a combattere per la sua patria, per i valori che un tempo guidavano la sua esistenza, ma la città di Napoli è minacciata da un nemico più pericoloso della Francia, più infido dei governanti spagnoli: la peste.

Alfredo Colitto affianca all’attività di scrittore quella di traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro (finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), e La porta del Paradiso, il suo primo romanzo storico, sono stati tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi all’estero

[1] Poi vi racconto di quella volta in cui cercavamo in tutti i modi di contattare Ellroy, tipo piuttosto refrattario a tecnologia e internet.

:: Hiroshige Da Edo a Kyoto vedute celebri del Giappone. La collezione del Museo d’arte orientale di Venezia, a cura di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo (Marsilio, 2014) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2014

3172012Il catalogo della mostra in corso a Venezia, in Palazzo Grimani (20 settembre 2014 – 11 gennaio 2015) rappresenta un eccellente connubio di qualità ed economia.
Le ottanta pagine offrono una buona selezione di riproduzioni di alta qualità dell’opera del maestro incisore Hiroshige, alle quali si accompagnano articoli di approfondimento scritti con taglio accademico ma comunque estremamente accessibili.
Il volume riunisce interventi di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo Marchi, Silvia Vesco, Bonaventura Ruperti, Rossella Menegazzo e Magda di Siena.
I diversi articoli inquadrano storicamente e culturalmente lo stile ukyioe; esplorano i legami fra questa forma d’arte e la cultura popolare del giappone ottocentesco, e con il teatro in particolare; sottolineano il legame fra il Giappone e Venezia, fra l’Oriente e l’Italia. Non manca un approfondimento sull’influenza che l’arte giapponese ha avuto su quella occidentale, e sul legame fra pittura e fotografia (molte le splendide foto d’epoca incluse nell’opera).
È palese che i curatori hanno fatto tutto il possibile per far stare, nelle ottanta pagine del catalogo, quanto più materiale possibile – ed è altrettanto evidente che ci sono riusciti.
Proprio grazie alla vastità ed alla varietà degli argomenti trattati, pur restando centrale il tema dell’opera di Hiroshige, il volume edito da Marsilio riesce a superare la propria natura di “catalogo della mostra”, e diventa un solido, agile testo di riferimento per chiunque abbia un interesse o una curiosità nei confronti dell’arte Giapponese.
All’opera è accluso un CD con materiali multimediali aggiuntivi, che arricchiscono ulteriormente un’offerta già di per sé notevole.
La presenza di una galleria multimediale non sostituisce certamente una visita alla mostra, che è vivamente consigliata.

Fiorella Spadavecchia vive e lavora a Venezia, è direttore del Museo d’Arte Orientale di Venezia.

Utagawa Hiroshige (Edo, 1797-1858), è uno dei grandi maestri dell’ukiyo-e.

:: Un’ intervista con Carsten Stroud

15 ottobre 2014

9788830431843_niceville_-_la_resa_dei_contiBentornato Carsten su Liberi di scrivere. E’ appena uscito per Longanesi Niceville- La resa dei conti (The Reckoning), dunque non puoi sottrarti ad alcune domande sul libro e sul tuo futuro di scrittore. Iniziamo con una domanda facile facile, sei soddisfatto di questa serie, di come è giunta al termine?

In primo luogo dovete perdonare il mio terribile italiano. Sto cercando di imparare la lingua – che è molto bella – ma mi sembra di essere un idiota e ho problemi a fare le cose giuste. Ma se sarete così gentili da capire questo, devo dire che a mio parere la Niceville Trilogy è il miglior lavoro che abbia mai fatto. Sono stato prima un giornalista e poi uno scrittore per 25 anni e ho scritto diciotto libri, sotto il mio nome e sotto un altro nome che devo per ora mantenere segreto (non per molto). Credo di aver creato un mondo molto strano in Niceville, un mondo originale che è allo stesso tempo spaventoso e buio, eppure illuminato da lampi di umorismo sardonico. Quindi, sì, sono molto soddisfatto, e sono anche felice che così tanti lettori italiani abbiano così bene accolto i miei libri, che devo dire la verità hanno avuto molto successo. Sono davvero grato.
Comunque sì, sono soddisfatto, ma è stato molto difficile e ha richiesto mesi di attenta riflessione. Per onorare il lettore è necessario premiare la sua fede in voi, dando loro più di quello che desidera. Ma lo si deve fare nel rispetto delle regole dei libri. Nessun Deus Ex Machina. Nessuna sequenza di sogno. Nessun inganno. E questi obblighi sono molto impegnativi ma per i miei lettori credo di aver tenuto fede alla loro fiducia e credo anche che Niceville La resa dei conti sia il miglior libro della trilogia.

Niceville – La resa dei conti è l’ultimo episodio della trilogia. Molti misteri troveranno una spiegazione, sapremo cos’è il “raccolto”, il ruolo di Rainey Teague, chi è la presenza oscura che funesta Crater Sink e tutta Niceville. C’è qualcosa che hai voluto tenere oscuro, non risolto?

Sì. Ho mantenuto alcuni misteri per me. E ‘meglio lasciare questo mondo con alcuni segreti che ancora vivono nei luoghi oscuri di Niceville.

Il romanzo inizia con eclatanti episodi di violenza, assieme al ritorno di molta gente che era scomparsa, che non ricorda niente del tempo trascorso lontano da Niceville. Cosa determina questa accelerazione? Questo precipitare degli eventi?

L’entità che ho chiamato Nulla è cresciuta, è impaziente con le persone di Niceville. E dal momento che “lei” è stata sola per molti eoni, desidera avere un’altra mente con cui unirsi, e questa mente ha bisogno di un corpo vivente da abitare. Per questo vuole Rainey Teague. Lei è cresciuta ed è stanca di aspettare. La sua forza la porta alla lotta. E così Niceville diventa più pericolosa, più caotica. Più violenta.

Abel Teague e Rainey Teague, sono padre e figlio? Che legame li lega?

Sì, Abel e Rainey Teague sono padre e figlio, ma non in modo sacro. Rainey è stato concepito da un crimine violento, seguito da un uccisione. Questo è stato il modo di fare dei Teague per duecento anni. E ora per Rainey è arrivato il momento di diventare parte di questa eredità.

Un ruolo piuttosto determinante in questo episodio lo riveste Charlie Danziger. Un bel personaggio, quasi ruba la scena a Coker. E’ vivo? E’ morto? E’ legato a Glynis Ruelle? Il Male ha quasi paura di lui. Quale è il suo ruolo nella narrazione?

Charlie Danziger è un uomo molto cattivo che però diventa meno malvagio e forse trova anche un modo per essere buono. Gli viene data una possibilità di redenzione, e lui ha il coraggio di prenderla. Questo tipo di spirito è spaventoso per entità veramente malvagie come il Nulla.
E inoltre tra i suoi lati positivi, ha un senso dell’umorismo molto oscuro. Come molti uomini buoni-cattivi che ho conosciuto nel mondo reale. Poliziotti. Soldati. Killers. Tutti hanno una parte in Charlie Danziger. Ecco perché gli ho dato tutte le battute migliori.

Sul finale è Kate praticamente che affronta il Male e gli tiene testa. Perché non hai scelto, per esempio, che fosse Nick? Le donne sono più forti degli uomini?

Perché Kate e non Nick? Non lo so. In tutti i libri della serie le persone avevano vita propria. Hanno fatto molte cose che non mi aspettavo. Avevo programmato che Nick fosse l’ultimo strumento di giustizia. Ma non lo è stato. Le donne sono più forti degli uomini? Forse, in molti modi, sì, lo sono. So che la mia vita è stata resa meravigliosa da tutte le donne forti che ho conosciuto e amato. Un mondo gestito solo da uomini sarebbe un posto molto oscuro. Se dubitate di questo, guardate solo il Medio Oriente.

Mi ha fatto meno paura degli altri due episodi, forse perché le spiegazioni, per quanto fantastiche, rendono la paura meno paralizzante. E’ stata una scelta, o la storia ti ha preso la mano e ha voluto così?

No, non è stata una scelta. Non avevo idea di come i buoni di questi libri potessero sopravvivere all’Inferno che avevo creato per loro. Ma lo hanno fatto. Tutto da soli. So che suona ridicolo. Ma è vero. Questo libro sembra si sia materializzato davanti ai miei occhi. Qualcosa di molto strano stava succedendo. E io sono stato abbastanza intelligente da farne parte.

In questo episodio prevale la componente thriller o horror?

Questo romanzo è sia horror che thriller. Volevo che fosse qualcosa di molto diverso da ogni altro libro che avevo letto. E, anche secondo Stephen King – che ha detto ” è un libro come nessun altro che abbia mai letto” – mi è riuscito.

Un po’ misterioso l’episodio del ferimento di Nick. Che cosa succede davvero quella notte?

Avevo intenzione di ucciderlo. Non solo che rimanesse ferito. Ma lui non è morto!

Non ti mancheranno un po’ i personaggi di Nick e Kate, di Mavis Crossfire, di Coker, di Lemon Featherlight, di Glynis Ruelle, di Charlie Danziger? Ritorneranno in una nuova trilogia?

Sì, mi mancheranno molto. Ma li sento là fuori. Sono ancora vivi nel mondo. Questo mi rende felice. Ma di tutti loro, più di tutti mi mancherà Mavis Crossfire. Penso di essermi innamorato di lei. Ma non parlare di questo a mia moglie Linda. E’ molto pericolosa se si arrabbia.

La trilogia di Niceville ha qualcosa di speciale, di oscuro, ti sei chiesto anche tu cosa sia?

Sì, c’è qualcosa di molto strano che vive all’interno di queste pagine. Che cos’è? In fondo tra le parole, c’è qualcosa di oscuro e crudele, che vive ancora. L’ho visto nel mondo – nel profondo Sud dell’America, sotto piccoli ponti in pietra di Venezia, sui campi di battaglia. Questa crudeltà ha avuto un nuovo parco giochi in Medio Oriente questo autunno. Ma in un istante si stancherà e troverà qualcosa di nuovo con cui giocare. Questo è ciò che vive a Niceville. Quindi, forse le persone che stanno leggendo i libri della serie non li dovrebbero lasciare aperti quando vanno in un’altra parte della casa.

Non sei solo l’autore di Niceville, puoi parlarci anche degli altri tuoi libri, molti mi pare non ancora editi in Italia.

Ho scritto diciotto libri. Alcuni di loro storie vere, molti dei quali thriller. La mia speranza è che molti di loro siano pubblicati in Italia, e che un giorno mia moglie Linda ed io – stiamo entrambi studiando l’Italiano – trascorreremo parte dell’ anno ad Arezzo e Cortona.

A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Una società televisiva di Los Angeles sta cercando di sviluppare la Niceville Trilogy come una serie televisiva. Questo è ciò a cui io e mia moglie stiamo ora lavorando! Auguraci buona fortuna!

:: Mediorientarsi: Il manoscritto incompleto, Kamal Abdulla, (Sandro Teti Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

15 ottobre 2014

manoscrittoKamal Abdulla ripropone in questo suo libro un classico espediente letterario – il ritrovamento di un misterioso manoscritto, scintilla d’innesco per la narrazione – che vanta illustri precedenti, basti pensare a I Promessi Sposi di A. Manzoni, o a Il Nome della Rosa di U. Eco. Grazie a questo stratagemma l’autore dipana il filo del racconto seguendo tre diversi piani narrativi. Il primo è ambientato nel presente e precisamente presso il Fondo Manoscritti dell’Istituto Nazionale di Baku, capitale dell’Azerbaijan, dove il protagonista-ricercatore scopre il manoscritto incompleto. Sarà la trascrizione di quest’ultimo a condurre il lettore nell’Asia Centrale del IX secolo, popolata dalle tribù turche degli Oghuz e, parallelamente, nel cuore dell’Impero Persiano del XVI, al tempo di Ismail I, lo shah-poeta di origini azere.
Mentre la seconda storia si esaurisce in un circoscritto seppur affascinate cammeo, il filone turco-oghuz è senz’altro parte predominante nella narrazione, che si incentra su un’importante inchiesta condotta dal Khan dei Khan per “smascherare quel vile figlio di un vile che sta distruggendo gli Oghuz dall’interno”. Per trovare il colpevole il Khan presiede una serie di colloqui-interrogatorio. Mettendo a confronto le voci dei nobili Oghuz scaverà nelle dispute famigliari, ripercorrendo i trionfi e le bassezze dei suoi uomini e cercherà di farsi rivelare le ordite trame mosse dalla bramosia per il potere.
Assieme al protagonista-ricercatore si scopre che il narratore di questa cronaca altri non è che il celebre Dede Korkut, autore del più importante poema epico di epoca Oghuz: il Kitab-e Dede Korkut, testo rivelatore dei valori più significativi per la vita sociale dei turchi nomadi, delle loro gesta e delle loro credenze pre-islamiche. La scelta dell’ambientazione si fonda certamente su un notevole lavoro di ricerca storico-geografica, non a caso Kamal Abdulla viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani contemporanei.
Abdulla si destreggia su diversi piani d’azione storicamente e linguisticamente diversi tra loro, senza però perdere il ritmo di una narrazione sapientemente costruita che, anzi, viene forse disturbata dalla volontà di marcare il passaggio da una “scena” all’altra con stili grafici differenti. Apprezzabile è anche la scelta del curatore dell’edizione italiana (2014, Sandro Teti Editore) di mantenere alcune parole in lingua originale per favorire l’immersione del lettore in quello che è un ambiente – non solo letterario – sconosciuto ai più. Tuttavia la collocazione delle note a fine volume non riesce a invogliarne la consultazione regolare.
Il manoscritto incompleto suggerisce molti riferimenti ad altre affascinanti opere letterarie: l’epica di tradizione omerica, il ciclo bretone – Dede Korkut potrebbe quasi assomigliare a Merlino, consigliere e guida, nonché custode dei sogni e dei segreti – ma anche storie più recenti, come Il mio nome è rosso (O. Pamuk), in cui si dipana un’altra intrigante inchiesta ambientata alla fine del 1500. Tutto ciò sembra creare un filo sottile che unisce la tradizione letteraria Occidentale a quella Orientale, e a coloro che hanno avuto modo avvicinarsi alla cultura di Paesi come la Turchia o l’Azerbaijan il collegamento apparirà tutt’altro che casuale.
Volendo riassumere l’essenza di questo romanzo, la prefazione di Franco Cardini, esperto medievalista, evidenzia come Kamal Abdulla ci parli, attraverso i personaggi coinvolti nei tre filoni narrativi, della difficoltà di cogliere la verità, non sempre perché sia troppo sapientemente celata ai nostri occhi, ma perché essa potrebbe semplicemente non esistere, o potrebbero esisterne molte, diverse e legittime versioni. Un libro raffinato e complesso, ma allo stesso tempo capace di catturare la curiosità del lettore. Consigliato agli amanti dei romanzi storici e a coloro che vogliano esplorare l’affascinante cultura caucasica.

Kamal Abdulla (1950) è scrittore e sceneggiatore teatrale, autore di numerosi romanzi, racconti e saggi tradotti in varie lingue. Oggi viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani, eminente turcologo e slavista, è stato a lungo rettore dell’Università di Studi Slavi di Baku. Attualmente riveste l’incarico di Consigliere di Stato per i Rapporti Multiconfessionali e il Multiculturalismo.

La patria originaria degli Oghuz era la regione Uralo-altaica dell’Asia centrale, che è stata il dominio delle popolazioni turciche fin dall’antichità. Ci sono diverse opinioni riguardo al significato della parola Oghuz, le più quotate sostengono che significhi “tribù”, “unione di tribù”, “unione di tribù affiliate”. La maggioranza degli Oghuz conduceva una vita nomade, dedicandosi principalmente all’allevamento. Tuttavia, vi erano anche gruppi Oghuz sedentari, che venivano chiamati “yatuk”, ovvero pigri, come a sottolineare l’importanza e la funzionalità della condizione nomade per quel tempo. Come si può capire dalla lettura de “Il manoscritto incompleto”, la vita errante non impedì agli Oghuz di sviluppare strutture politiche e sociali ben definite. Alleanze basate sul matrimonio e la parentela erano i tessuti connettivi della loro società. Fu proprio un clan degli Oghuz, i Selgiuchidi, ad abbracciare, primo fra le popolazioni turciche, l’Islam. Lo stesso completò l’espansione-migrazione verso occidente iniziata nell’800. Con la conquista della Persia nacque il Grande Impero Selgiuchide, che soccomberà alla nascente dinastia degli Ottomani.

A chi volesse approfondire l’argomento, o saperne di più sul “Libro di Dede Korkut”, più volte menzionato nel romanzo sopra recensito, consiglio due testi scritti da due dei massimi esperti di turcologia e storia della Turchia: “The book of Dede Korkut” di Geoffrey Lewis (1974, Penguin Classics) e “The Turks in World History” di Carter Vaughn Findley (2004, Oxford University Press).