:: Lingua in bocca: Storie di sesso, delitti e derelitti, Miss Seline (Amazon Media, 2014) a cura di Franco Forte

16 aprile 2014

Lingua in bocca BASSACharles Bukowski al femminile? Be’, per certi versi sarebbe facile affibbiare questa definizione alla misteriosa Miss Seline (pseudonimo dietro a cui si cela un’autrice italianissima), se non altro per il modo che ha di raccontare le sue storie, e per il piglio dei protagonisti dei suoi racconti, aggregati in questa antologia dal titolo che incuriosisce. Da’altra parte, ritengo che una definizione del genere sarebbe riduttiva, perché diversamente da Bukowski, re assoluto della trasgressione alcolico-sessuale, nei racconti di Miss Seline compare a tinte forti (ma non rosa) la componente femminile, che l’autrice non riesce a tenere a bada nemmeno quando costruisce dei protagonisti maschili. E’ una questione di sentimenti e di prospettive, più che di linguaggio e di azioni (questi sì bukowskiani), e lo capiamo fin dalla scelta del punto di vista narrativo, che viene assegnato a quello che dovrebbe essere l’alter ego dell’autrice: una donna che ogni notte posiziona il suo furgoncino Minonzio sotto i piloni dell’autostrada, nella periferia di una città che non è difficile identificare come la capitale meneghina, e mentre distribuisce panini, alcolici e Coca Cola agli sbandati della notte, ascolta i loro racconti, tragici, folli e sconclusionati, e li riporta al lettore.
Certo, a guardare la copertina di “Lingua in bocca”, quelle gambe magnifiche calzate da scarpe che ben si adattano a uno dei personaggi dell’ultimo racconto della raccolta (“Profilo di platino”), e che sappiamo essere le gambe dell’autrice stessa, non è facile credere che la voce narrante dell’antologia possa agghindarsi in quel modo, mentre serve ai tavoli del suo furgoncino (se fosse così, ditemi dov’è, che corro subito a vedere!), eppure c’è una correlazione fra tutti gli elementi che compongono questo libro, e che ci dà il quadro preciso della scrittrice con cui abbiamo a che fare: racconti tosti, senza recriminazioni, fatti di lacrime, sangue e irriverenza; belle gambe offerte in modo spavaldo al lettore; pseudonimo di garanzia per chi sa che i suoi racconti ci vanno giù pesante; una voce narrante fredda e distaccata che rappresenta l’anima indifferente della società che assiste ogni giorno al degrado delle periferie, e che non può fare nulla per invertire il processo.
Tutto questo in un ebook da 2,68 euro, una cifra più che abbordabile per chiunque voglia dedicarsi non alla solita lettura pulp da sottoscala, ma a un prodotto di rabbia e furia genuine, che si fa apprezzare per i significati profondi e per il modo del tutto inusuale che ha di parlare ai lettori, senza i filtri anemici della retorica letteraria di questi ultimi tempi.

Miss Seline è uno pseudonimo dietro il quale c’è una misteriosa scrittrice italiana. Sue sono le gambe raffigurate in copertina. L’ebook è disponibile su Amazon a questo link, (qui).

:: La giostra dei fiori spezzati, Matteo Strukul, (Mondadori, 2014)

15 aprile 2014

giostraPadova, 1888. Un serial killer ante litteram, un predatore si aggira per il quartiere malfamato di Borgo Portello e uccide senza pietà giovani donne, prostitute, mettendo in scena un personale rito quasi pagano. Ad indagare l’ispettore Roberto Pastrello, poliziotto scaltro e esperto, che intuisce quanto questo caso si discosti dalla norma, dai soliti delitti che si verificano in città. Questa volta la mente omicida da perseguire è pericolosa, oltre che disturbata. Per catturare l’assassino sono necessari due collaboratori d’eccezione: il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz. Solo loro possono avere una possibilità. Solo unendo le forze questo predatore potrà essere individuato e catturato. E il tempo stringe, perché il killer continua a uccidere, uscendo anche dal Portello, diffondendo il terrore in tutta la città.
La giostra dei fiori spezzati di Matteo Strukul, edito nella collana Omnibus di Mondadori, terzo romanzo dello scrittore padovano dopo i due dedicati a Mila, si discosta dal pulp noir contemporaneo, marchio di fabbrica dell’autore, per virare verso il thriller storico, in un’accezione decisamente originale e surreale, contaminata da generi e suggestioni, non solo letterarie, che vanno dal gotico tardo Ottocentesco, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle su tutti, mediato dalla trasposizione cinematografica di Guy Ritchie a cui ruba di sicuro l’ispirazione per il personaggio della zingara Erendira dalla misteriosa zigana, Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows), alle più recenti atmosfere dark e decadenti di molta cinematografia contemporanea che prende linfa dall’immaginario fumettistico e gothic rock, di un Tim Burton per esempio.
Omaggi e citazioni, in puro spirito postmodernista, si susseguono, o apertamente menzionate, (come dimenticare I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe) o più occulte in vere sfide per il lettore, che non farà fatica invece a confrontarsi con l’ormai leggendario Jack Lo Squartatore della Londra fine Ottocento, vero serial killer di prostitute, non unica fonte di ispirazione per il personaggio maledetto dell’Angelo Sterminatore.
Al genere, riveduto e corretto da Strukul, si aggiungono venature horror, se non splatter, malsane e malate, presenti nelle raccapriccianti descrizioni dei cadaveri orrendamente sfigurati, e posti, anzi esibiti, in modo macabramente artistico, in ciò che diventa più che una scena del crimine, una rassegna di ego degenerato e aberrante. Ad alleggerire le atmosfere tenebrose, la decadente ambiguità di una Padova oscura e misteriosa, una spruzzata di ironia portata dal personaggio del giornalista Giorgio Fanton (sorta di dottor Watson) contraltare dell’altro protagonista, il criminologo Alexander Weisz, che proprio come Holmes è gravato da una dolorosa dipendenza dalla droga (il laudano), oltre che dalla tragica morte della madre (e qui più che a un personaggio letterario di fantasia non ho potuto non pensare a un vero autore di noir in carne ed ossa).
Fanton e Weisz, strana coppia di investigatori, si troveranno così uniti sulle tracce di un serial killer, spietato e senz’anima, capace dei gesti più efferati, (arriverà a sventrare le sue vittime, e mangiarne le interiora), nelle innevate vie di una Padova ottocentesca, che ancora rivive nei dagherrotipi color seppia di qualche collezionista. E così passeremo dal malfamato quartiere di Borgo Portello, zona franca per tagliagole, prostitute e derelitti, all’elegante caffè Pedrocchi, o al teatro Nuovo, in via dei Livello, dove si esibiva Eleonora Duse, sulle tracce insanguinate di questo oscuro criminale, che a capitoli alterni l’autore presenta, in un’ impersonale terza persona.
Il resto della narrazione è descritta da Fanton, voce narrante e testimone di questa indagine pericolosa e quasi impossibile. Arrivare all’assassino sarà un percorso labirintico e tortuoso che metterà i protagonisti a confronto con i loro incubi e le loro paure, illuminati da Erendira, zingara e prostituta, personaggio ambiguo ma di grande fascino e carisma, informatrice dei nostri e possibile vittima dell’Angelo Sterminatore. Ma ogni prostituta uccisa porta il nome di un fiore, questa è l’unica traccia che Weisz, con l’aiuto di Fanton, potrà seguire, traccia che porterà a scoprire il colpevole, le ragioni dei suoi delitti, ragioni oscure, che non porteranno sollievo, non porteranno vera giustizia, in un finale del tutto inaspettato (sfido il lettore a individuare il rimando ad un celebre romanzo di un noirista francese).
Il linguaggio è moderno, contemporaneo, a volte diretto, (a differenza di molti autori di romanzi storici non utilizza parole obsolete o passate di moda per dare la patina del tempo), anche la sensibilità è moderna, seppure descrive molte tecniche investigative dell’epoca e dibattiti tra luminari, forse troppo didascalici, come per esempio citando Lombroso, che arrivava a teorizzare che l’aspetto morfologico di un volto potesse determinare la propensione al crimine di una persona, teoria avversata da Weisz, più vicino alle teorie in cui ambiente, educazione, alimentazione, potessero essere determinanti.
La ricostruzione storica è accurata, non priva di accenni di denuncia sociale. La povertà, la vera e propria miseria in cui vivevano ampi strati della popolazione, è descritta in modo realistico e accurato e la sua descrizione alterna con ritmo il procedere dell’indagine. Le osterie, dove servivano vini canforati e adulterati, i bordelli, le strade popolate di ladri e scippatori, diventano scenario di una commedia umana in cui la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale, povertà quest’ultima che non lascia indenni neanche i ricchi, in cerca di forti emozioni nelle zone malfamate.
Questa è la prima indagine del criminologo Alexander Weisz, ma sicuramente non sarà l’ultima, il personaggio si presta appunto a diventare un protagonista seriale, sebbene questa avventura sia perfettamente autoconclusiva. Non ci resta dunque che armarci di pazienza e stare a vedere cosa ci riserva il futuro.  

Matteo Strukul (Padova, 1973) è scrittore e sceneggiatore di fumetti. Laureato in Giurisprudenza e Dottore di ricerca in Diritto Europeo dei Contratti, vive fra Padova e Berlino.
Scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per le Edizioni E/O i romanzi La ballata di Mila e Regina nera, la giustizia di Mila, in corso di pubblicazione in 15 Paesi -fra cui Stati Uniti, Inghilterra, Australia e India.
Il suo ultimo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, è uscito ad aprile 2014 per Mondadori.
Ideatore e fondatore del movimento letterario Sugarpulpe direttore artistico dell’omonimo festival, Matteo collabora con diverse testate, tra cui Tuttolibri.

:: Segnalazione di L’assassinio di Pitagora, Marcos Chicot (Salani, 2014)

14 aprile 2014

Chicot - L'assassino di PitagoraL’assassinio di Pitagora
Marcos Chicot
Traduzione di Andrea Carlo Cappi
Titolo originale: El asesinato de Pitagoras

510 a.C. Un’ombra incombe sulla comunità pitagorica di Crotone. Mentre il filosofo, ormai anziano, sta cercando un successore in grado di dirigere con la sua stessa autorevolezza la scuola da lui fondata, una serie di omicidi efferati colpisce i collaboratori a lui più vicini. Ogni morte avviene in un modo sconcertante e imprevedibile, che sembra indicare una mente oscura e potentissima, in grado di superare quella del maestro stesso.
Quale oscuro ed eversivo disegno porta avanti l’uomo che nasconde il suo volto e la sua identità dietro una maschera?
Per venire a capo del mistero, Pitagora chiama dall’Egitto Akenon, un uomo dall’acume eccezionale, che inizia a indagare con discrezione all’interno della comunità, affiancato da Arianna, la bellissima e geniale figlia del filosofo, che nasconde nel suo passato un terribile segreto.
Insieme Akenon e Arianna scopriranno una verità orribile, perché il male si nasconde nel luogo più impensato…
Un affascinante viaggio nella Magna Grecia, un avvincente thriller storico che intreccia sapientemente realtà e fantasia, per far vita a una storia che avvince e seduce fino all’imprevedibile finale.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta. L’assassinio di Pitagora è stato il romanzo in e-book più venduto in Spagna nel 2013, prima di essere tradotto in oltre dieci paesi.

:: La rossa di Bukowski, Pamela Wood, (WhiteFly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 aprile 2014

cover ris mediaA febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.
Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».

Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.

:: Prenditi cura di lei, Kyung-sook Shin, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 aprile 2014

prenditi_curaTraduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi

Park Sonyo ha 69 anni e un giorno mentre cammina assieme al marito per raggiungere la stazione dei treni, scompare. La donna si volatilizza senza lasciare tracce o segni che possano aiutare i suoi familiari (i tre figli e l’anziano marito) a trovarla. Park Sonyo non ha con sé documenti, soldi o altro che possa esserle utile per chiedere aiuto ed è come se fosse stata inghiottita dalla marea umana che anima e vive nella città coreana di Seul. La famiglia della donna comincia una ricerca disperata per ritrovare la madre e la moglie che per anni li ha sempre sostenuti, cresciuti ed aiutati. Nel romanzo della Shin si alternano i punti di vista di tutti i personaggi coinvolti, dai quali emergono non solo i loro caratteri, ma anche tutta una serie di domande che evidenziano quanto poco questi figli e il marito conoscessero l’amata donna sparita. A cercare Park Sonyo ci sono Chi-on la figlia scrittrice di successo e nubile, Hyong- Chol, il figlio molto preso dal suo lavoro ,la figlia più piccola, una farmacista sposata con tre bambini e il capofamiglia che per ragioni di età più che muoversi tra i meandri della città, ripercorre mentalmente la vita passata con la moglie, accorgendosi di non avere mai avuto per lei le attenzioni dovute. Ogni domanda che i quattro si pongono formerà una catena di interrogativi la cui unica risposta è la presa di coscienza che loro non hanno mai conosciuto a fondo la loro madre e moglie. Il libro si svolge tra il presente e il passato dal quale emerge la figura di una madre-moglie che ha sempre fatto di tutto per sostenere e aiutare la propria famiglia – e non solo-sacrificando le sue ambizioni personali in nome di un profondo amore per il marito e i figli. Prenditi cura di lei è un viaggio dentro alla disperazione di un nucleo familiare che ha perso una persona amata e non riesce a trovarla, ma allo stesso tempo l’autrice ci racconta il cammino introspettivo e psicologico compiuto da ognuno dei congiunti della scomparsa. Il percorso interiore sarà rivelatore per il lettore, in quanto evidenzierà i caratteri dei personaggi presenti in questa vicenda e farà capire a chi legge chi tra i quattro “ricercatori” è quello più impegnato e coinvolto nell’ indagine. In tutto il romanzo aleggia un’imperante atmosfera di angoscia e dolore, ma anche un crescente senso di colpa, perché quella donna che per i figli è sempre stata forte è disponibile ora, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno del loro aiuto e Chi-on e i fratelli non sanno cosa fare. Prenditi cura di lei, non è solo il titolo del libro della Shin che ha commosso tutto il mondo, ma è anche la frase ripetuta più volte nelle pagine, una sorta di passaparola che va da un personaggio all’altro e che evidenzia la dolorosa consapevolezza da parte di tutti, e in particolare di Chi-on, di non essere stati capaci di curarsi dell’unica persona che li ha messi al mondo e che più li ha amati.

Kyung-Sook Shin è nata in una remota regione montuosa nella Corea del Sud.Ha esordito come scrittrice nel 1985 con il racconto Fiaba d’inverno, seguito poi nel 1993 dalla raccolta di racconti Dov’era un tempo l’harmonium. Con Prenditi cura di lei, un romanzo tradotto in tutti i maggiori paesi occidentali e pubblicato in Italia da Neri Pozza (2011) ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale.

:: Il sapore inatteso delle cose perdute, Jessica Soffer (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

11 aprile 2014

saporiDevo confessare che ho qualche difficoltà a scrivere la recensione del romanzo “Il sapore inatteso delle cose perdute” pubblicato da Piemme Editore , primo lavoro dell’americana Jessica Soffer: è piuttosto difficile trovare il modo di spiegare un libro cosi intenso senza svelarne i segreti più intimi che la storia stessa nasconde; è anche piuttosto complicato affrontare i temi che la scrittrice ha deciso di raccontare: ci si trova immersi in paure, autolesionismo, indifferenza, abbandono, adozioni, tantissima solitudine, moltissima voglia di amare e di essere accettati.
La solitudine non ha età, il dolore causato dall’abbandono ha lo stesso peso, che sia vissuto da una ragazzina o da una donna anziana; il bisogno di amare, di essere accettati e di far parte di una famiglia, ha la stessa importanza che voi siate fanciulle o donne adulte; la disperazione e la paura di essere abbandonati e dimenticati, ha lo stesso peso che voi siate bambine o che voi siate vicine alla fine dei vostri giorni.
Lorca e Victoria sono le protagoniste del romanzo e sono due personaggi le cui vicende sono piuttosto complicate, ognuna delle due infatti vive una condizione estremamente difficile e di grande solitudine:
Lorca ha solo 15 anni e vuole farsi amare da sua madre, Victoria è anziana e dopo la morte del marito crede di non avere più nessuno da amare;
Lorca si convince che se imparerà a cucinare alla perfezione il piatto preferito di sua madre, lei non finirà in un collegio; Victoria aveva un ristornate e ha deciso di dare lezioni private di cucina, per combattere la solitudine e sentirsi di nuovo utile;
Lorca si fa del male, Victoria ne ha fatto tanto in passato al marito quando decise di non tenere la loro bambina;
Lorca ogni tanto pensa che se sua madre potesse conoscere i suoi genitori biologici, forse sarebbe meno fredda e arrabbiata, Victoria invece vorrebbe incontrare la figlia che diede alla luce tanti anni prima e che per scelta decise di dare in adozione;
Lorca vuole avere un futuro; Victoria desidera fare pace con il passato;
Lorca è tornata a vivere a New York con la madre dopo la separazione dal padre, Victoria è irachena ma è arrivata nella Grande Mela tantissimi anni prima con il marito per sfuggire alle violenze che la sua gente ha dovuto subire;
Il piatto che Lorca deve imparare a cucinare è il masgouf, piatto a base di pesce tipico della cucina irachena.
Lorca e Victoria non potranno più fare a meno l’una dell’altra.
Le storie delle due protagoniste si fondono, e si crea un legame indissolubile tra di loro. E il tutto avviene all’interno di una grande cucina dove i sapori si sposano con i sentimenti, gli odori si scontrano con le lacrime, le delusioni si confondono con le gioie, gli ingredienti vengono miscelati alla perfezione e creano un rapporto unico, che va oltre ogni età, ogni classe sociale, ogni paese di origine.
Il lettore non può fare a meno di amare le due protagoniste: Lorca per la sua spontaneità e personalità e Victoria per la sua ironia e fragilità.

Jessica Soffer è figlia di uno scultore e pittore iracheno emigrato in America negli anni 40. Vive a New York e insegna letteratura al Connecticut College. Il sapore inatteso delle cose perdute è il suo primo romanzo e ha avuto un’ottima accoglienza da parte della critica e del pubblico.

:: I signori dei cavalli, Irene Grazzini, (Libromania, 2014) a cura di Micol Borzatta

10 aprile 2014

i_signori_dei_cavalli_irene_grazziniMuwatalli, il grande imperatore e sacerdote del Dio del Tempesta della città di Hattusas, deve trovare una soluzione per il Morbo Nero, una malattia che ha colpito la sua città. Si rinchiude nel tempio del Dio della Tempesta per avere un segno che gli riveli la soluzione e scopre che deve trovare la Figlia della Luna, solo lei potrà far finire la pestilenza che li ha colpiti.
Ishtar è la figlia di Medea, la Strega degli Kaskas, un popolo situato a Nord. Ishtar, come sua madre, ha un dono: è in grado di entrare in trance e di Camminare con gli animali, ovvero entrare nelle loro menti e muoversi con loro.
Durante una scorribanda della banda di Ullik, mercenario fedele al Re Ittita Muwatalli, trovano Ishtar, e vedendo il suo tatuaggio a forma di luna sulla sua fronte la portano via con loro reputandola la Figlia della Luna.
La strada verso Hattusas è lunga e dura, all’inizio gli uomini e Ullik stesso non sopportano la compagnia di Ishtar, ma più passano i giorni più iniziano a rispettarla. Una notte, mentre sono fermi in un villaggio, durante la notte, Ishtar esce dalla stanza dove la tengono prigioniera e gira per il villaggio. Lì incontra un ragazzo dai capelli scuri che la vede, rimangono per un po’ a fissarsi poi lo sguardo di lei lo mette in allarme dandogli la possibilità di salvarsi da un agguato.
A Hattusas il Morbo Nero inizia a passare appena giunge la voce che sta arrivando la Figlia della Luna, così il popolo e il Re stesso sono convinti che sia merito di Ishtar.
Quando arriva a Hattusas Ishtar viene presa subito in antipatia da Arinna, la concubina del Re che sta tramando alle sue spalle per uccidere lui e il fratello, Hattusili, in modo da mettere suo figlio, Urhitesup il bastardo del Re, sul trono.
Il tempo passa, Ishtar inizia a insegnare alle ancelle del castello a tirare con l’arco e a combattere. Il Re non sarebbe d’accordo, ma la testardaggine di Ishtar lo convincono a darle il permesso.
Permesso che risulta molto utile quando, durante la battaglia contro Ramses II, Muwatalli viene tradito e si ritrova ad avere la peggio, ma l’intervento delle donne che lo avevano seguito di nascosto ribaltano la situazione e, sempre grazie a Ishtar e al suo incontro con Nefertari, riescono a creare un’alleanza tra i due regni.
Muwatalli decide di celebrare il matrimonio tra Ishtar e Hattusili, matrimonio che all’inizio non volevano fino a quando vedendosi si riconoscono, sono i due ragazzi che nel villaggio si erano guardati e innamorati a prima vista.
L’abilità nel combattere delle donne è utile anche quando ritornano a Hattusas. Arinni e suo figlio infatti uccidono Muwatalli e attaccano Hattusili, Ishtar e le sue donne però intervangono e riescono a sconfiggere i traditori.
Urhitesup però scappa, cercando rifugio da Ramses II non sapendo dell’allenanza con Hattusili.
Un romanzo dalla trama avvincente che riesce a mischiare storia e fantasia in modo realistico, tant’è che è difficile dividere il vero dal falso.
Le descrizioni sono minime, ma ben strutturate, non appensantiscono la lettura, che purtroppo è lenta di suo. Lo stile di narrazione infatti è lento nonostante ci siano molti colpi di scena.
Molto ben descritti i sentimenti dei vari personaggi, che vengono in questo modo resi tridimensionali.
Ottimo romanzo che però avrebbe bisogno di un po’ più di sprint.
Libromania è un “un progetto di editoria digitale sviluppato da De Agostini libri e Newton Compton per scoprire nuovi talenti e portarli velocemente e gratuitamente alla pubblicazione in ebook con l’ausilio di uno staff editoriale in tutte le fasi: selezione, editing, redazione e produzione.”

Irene Grazzini è nata ad Arezzo nel 1985. Medico di giorno e scrittrice di notte, ama leggere, scrivere, andare a cavallo e tutto quello che la fa sognare.
Ha già pubblicato alcuni romanzi tra cui fantasy, saggi sull’anoressia, fantascienza e racconti.
Collabora con la rivista Fantasy Magazine dove pubblica recensioni di videogiochi.

:: E l’angelo partì da lei, Pino Farinotti (Edizioni San Paolo, 2014)

9 aprile 2014

lei Milano, la città della moda, del lusso, la più internazionale metropoli italiana, all’avanguardia in molti campi, anche in quello medico, città dove è ambientata la storia narrata in questo nuovo romanzo di Pino Farinotti, scrittore e critico cinematografico. Il romanzo si intitola E l’angelo partì da lei e per quanto i temi trattati siano piuttosto impegnativi e se vogliamo anche dolorosi, bisogna riconoscere all’autore una leggerezza e una capacità di raccontare i sentimenti, le reazioni emotive, le difficoltà di una madre ad affrontare la malattia del figlio, decisamente rari e per nulla retorici o scontati. Il dolore protagonista silenzioso di questo romanzo giunge autentico al lettore e si stempera in qualcosa d’altro che ha ben poco a che fare con l’accettazione, o la rassegnazione. Innanzitutto il male, la malattia di un bambino, non è una punizione meritata inflitta ai genitori, questa verità è uno dei fili conduttori della trama (quale dolore per una madre e un padre può essere maggiore della morte di un figlio?) in alcuni passi dove un guru ipotizza questa corrispondenza secondo la legge del karma, abbiamo una reazione molto severa da parte di uno dei personaggi più miti del racconto. Elena, voce narrante del romanzo, è una donna moderna, in carriera se vogliamo, sicura di sé, sposata con un affermato professionista, sempre in giro per il mondo, e madre di Massimo un ragazzino di 8 anni dolce e simpatico, intelligente, vivace, pieno di amici, esperto di internet, un ragazzino come tanti, con tutta la vita ancora davanti, chiusa ancora in una promessa. Poi di colpo il male entra nelle loro vite, la diagnosi suona come una sentenza, tumore al cervello, certo la speranza della guarigione resiste, ma le difficoltà sono tante. La malattia del figlio innesca nella coppia meccanismi distruttivi e la separazione è quasi inevitabile. Vanni, il padre, pur non rifiutando il suo ruolo e mantenendo un legame con Massimo, va via di casa, accetta lavori che lo tengono lontano, allontanandosi sempre più da Elena e lasciandola sempre più sola ad affrontare la prova che si trova ad affrontare. Poi un giorno nella loro vita entra una donna, Maria, una volontaria, che opera all’Istituto dei Tumori di Milano (mai citato per nome). E con lei arriva una sorta di dolcezza e di consapevolezza. Elena e Maria diventano amiche, e mentre questo rapporto si rafforza, un dubbio attraversa la mente di Elena: chi è in realtà Maria? donna così misteriosa, di cui sa così poco. Una volta aveva un marito, una volta aveva un figlio, ora vive da sola in una stanza ammobiliata, ma quando passa le mani sulla testa di Elena, il mal di testa che la opprimeva quasi svanisce per magia. E se fosse davvero… Questo dubbio accompagna la protagonista durante il viaggio a Lourdes, in cerca di un miracolo, in cerca di un perché a tutto il dolore che sta vivendo. E l’angelo partì da lei è un romanzo profondo e nello stesso tempo soffuso di una grande leggerezza e delicatezza, scritto straordinariamente bene, per stile e ritmo narrativo. Il dolore non viene mai spettacolarizzato né forzato, ma con dignità e riserbo evocato in modo realistico e nello stesso tempo sincero. L’autore si immedesima in una madre gravata dalla malattia del figlio, e rivive con lei rabbia, speranza, amore, tristezza, come se vivesse tutto ciò sulla propria pelle, e questa capacità rende il romanzo interessante e umanamente ricco. Si parla anche di fede, della sua mancanza, di innocenza e di giustizia. Quando un tumore colpisce un bambino la ragione umana si blocca, e allora subentra una ragione superiore, capace di spiegare l’inspiegabile. E proprio questo tenta di fare questo romanzo. Riuscendoci a mio avviso.

Pino Farinotti, milanese, giornalista e critico di cinema, è titolare del “Farinotti”, il dizionario dei film giunto alla 12a. Già opinionista di Rai 1, è referente del Presidente e del Direttore generale della Rai per la fiction e il cinema e membro di varie commissioni fra cui la Biennale di Venezia. Scrive su Famiglia Cristiana, Avvenire e Sorrisi e canzoni TV. È direttore responsabile del quotidiano informatico Mymovies. Ha ottenuto riconoscimenti importanti, fra cui il Premio Bancarella Speciale (1991) col romanzo La grande ambizione. La sua sceneggiatura Per giusto omicidio è stata giudicata “Opera di interesse nazionale culturale”, così come il suo romanzo 7 Km da Gerusalemme. Nel luglio del 2003 il presidente Carlo Azeglio Ciampi, su proposta del ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, lo ha nominato “Benemerito della cultura e dell’arte”, uno dei più alti riconoscimenti del Paese.

:: Boeing 777 cronaca di una strage, Ferdinando Pastori, Paolo Roversi, (Milanonera, 2014) a cura di Micol Borzatta

9 aprile 2014

cronacaThomas Walker è un ingegnere che ha appena inventato una nuova maschera antigas. Proprio durante un viaggio di lavoro per la presentazione del suo prodotto, viene coinvolto in una tragica avventura.
L’aereo su cui viaggia viene dirottato sparendo completamente da ogni radar, in un primo momento rimane l’unico superstite, ma mentre l’aereo finisce il carburante incontra due jet militari. Per Thomas non rimangono molte speranze e decide di registrare sul suo cellulare gli avvenimenti di quel viaggio terribile sperando che prima o poi qualcuno li ritrovi.
Romanzo molto breve scritto con un linguaggio semplice e uno stile particolare, sembra più un diario. Tutto in prima persona coinvolge il lettore fino alla fine dando la sensazione di essere il protagonista, di cui non si sa quasi nulla fino alle ultime pagine dove si scopre anche il nome.
Gli avvenimenti descritti pur essendo di fantasia sono narrati talmente bene che potrebbero essere veri.
Unico difetto riscontrato sono alcuni refusi rimasti durante il lavoro di editing, ma nel complesso un ottimo racconto che si legge in un soffio, ma che ha la capacità di farti estraniare e tenerti con il fiato sospeso.

Ferdinando Pastori è nato a Galliate (NO) nel 1968.
Attualmente vive e lavora a Milano e ha alle spalle la pubblicazione di quattro romanzi e due raccolte.

Paolo Roversi è scrittore e giornalista.
Ha alle spalle la pubblicazione di otto romanzi che sono stati tradotti anche in Francia, Spagna, Germania e negli Stati Uniti.
Nel 2006 ha fondato MilanoNera di cui ne è il direttore.

:: Una luna magica a New York, Suzanne Palmieri, (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

8 aprile 2014

streghePeriodicamente l’immaginario fatto di romanzi, film, telefilm e fumetti torna ad occuparsi delle streghe, figure iconiche prima profondamente disprezzate e demonizzate e poi esaltate come simbolo del femminismo e del potere delle donne. In una produzione però abbastanza massificata e uguale a se stessa spicca il romanzo di Suzanne Palmieri, Una luna magica a New York, perché le sue sono streghe decisamente un po’ diverse, non maliarde, non potentissime, non paladine contro il male, ma simili alle donne che si incontrano e che forse Suzanne ha conosciuto nella sua vita.
Le protagoniste magiche di questa storia sono infatti italo americane, come l’autrice, ma sono soprattutto donne, tra ieri e oggi, dotate di immancabili poteri paranormali ma alle prese con tanti problemi reali, nella loro casa misteriosa di New York, a metà strada tra quella della famiglia Addams e quella delle sorelle Halliwell, ma comunque accogliente per chi è in cerca di risposte e di un nido a cui tornare.
Tutto parte quando Eleanor, brillante studentessa a Yale, fugge dall’ex fidanzato violento di cui è incinta ma anche dalla madre Carmen, attrice che l’ha seguita molto poco, e si rifugia a New York, dalla nonna e dalla prozia, dove sa di poter essere felice e protetta, anche se non ricorda niente della sua infanzia. In quella casa singolare e stregata, dove sono successi fatti strani e anche tragici in particolare negli anni della Seconda guerra mondiale, Eleanor scoprirà i misteri della sua famiglia, a cominciare da quelli sconcertanti e toccanti dell’anziana Itsy, e della sua vita, con il perché non ricorda niente, e troverà un nuovo inizio, riscoprendo un vecchio amore in Anthony, un principe azzurro sui generis, ma anche in questa maternità non cercata ma voluta, che difenderà con l’aiuto di queste parenti anziane ritrovate.
Una luna magica a New York è un libro che può piacere a vari tipi d pubblico, innanzitutto a chi ama le storie al femminile, visto che qui il tema dei poteri magici, vissuti dalle protagoniste più come una maledizione che come un privilegio, è presente ma non predominante come in altre storie, e si parla dell’essere donna tra ieri e oggi, di amore, aspirazioni, maternità, sogni, strade da percorrere.
Il libro potrà anche piacere agli amanti di narrativa fantastica, magari quelli che apprezzano le mescolanze tra i generi e più il realismo fantastico (quello presente, a livelli però più alti, in tanti romanzi sudamericani), tenendo conto che qui si parla di poteri magici per parlare di cose reali, a cominciare dalla violenza sulle donne ad opera di ex, tema attualissimo, ma anche di razzismo e rapporti familiari, e non c’è l’ennesimo scontro tra Bene e Male, tra streghe buone e demoni malvagi, come ci hanno abituato negli anni altre storie, dai romanzi di Melissa Marr al serial Charmed.
Spiace forse un po’ che il finale sia leggermente confuso, visto che Suzanne Palmieri non conclude tutte le storie come meriterebbero, in questa realtà intrisa di magia, dove il paranormale si nasconde nella vita di tutti i giorni ma dove non riesce ad avere comunque l’ultima parola, perché quello che conta è la realtà, con tutti i suoi problemi, drammi, ma anche le sue gioie. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi, titolo originale,The Witch of Little Italy.

Suzanne Palmieri, insegnante e scrittrice, vive nel Connecticut con il marito e le tre figlie. Venduto in tutto il mondo, Una luna magica a New York, il suo romanzo d’esordio, ha ricevuto consensi entusiastici dalla stampa, dai librai e dai lettori.

:: La trama del matrimonio, Jeffrey Eugenides (Mondadori, 2011) a cura di Serena Bertogliatti

8 aprile 2014

Eugenides_lightRiassumere La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides sarebbe semplice:
Lei, Lui, l’Altro.
Ma una trama riassunta è uno spazio troppo esiguo per contenere la tridimensionalità di una vita vissuta, per non parlare di tre vite.
Lei è Madeleine Hanna ed è prima di ogni cosa una Lettrice. Madeleine legge, non importa cosa, purché possa leggere, e se all’università studia letteratura è per esclusione: non sa cosa vuole fare nella vita, non sa chi è, sa solo che ama leggere. Ingurgita libri su libri mentre, attorno a lei, nell’università degli anni Ottanta, essere lettori forti non basta più. Nelle aule è entrato lo strutturalismo: divorare acriticamente un romanzo – sia pure un buon romanzo – è ormai più un vizio che una virtù. L’imperativo è: criticare. L’imperativo è: decostruire. L’imperativo è: liberarsi dei vecchi costrutti sociali. Ma Madeleine passa attraverso tutto ciò senza esserne mutata: è, e rimane, una bambina persa in una fiaba, sia pure quella sbagliata.
Lui è Mitchell Grammaticus ed è alla ricerca del proprio Dio. Non sa che foggia abbia, quale religione l’abbia fatto proprio, ma si rende conto che c’è una piccola e immensa parte in lui che non può essere soddisfatta da nessuno dei mille strumenti che il secolarizzato Ventesimo Secolo gli mette a disposizione. E così si domanda: perché negare l’esistenza di Dio a priori? Perché quest’esigenza, propria dei suoi coevi, di togliere ogni funzione alla religione? Perché questa smania, così forte negli anni Ottanta che vive da studente, di negare l’esigenza di una sfera mistica? E, intanto, Mitchell si innamora. Fatalmente. L’amore lo inchioda a Madeleine senza chiedere la sua opinione, e soprattutto senza tenere in considerazione il fatto che nella fiaba di Madeleine non è lui – non può essere lui – il principe azzurro.
L’Altro è Leonard Bankhead ed è un genio ribelle. È intelligente quanto Madeleine non sa essere e affascinante quanto Mitchell non può essere. Ha tutte le carte per essere il principe e il rivale, e lo diviene. Eppure è l’Altro. Eugenides ci fa aspettare fino a romanzo inoltrato per darci il suo punto di vista, e ci fa aspettare ancor di più per farci entrare nel suo dramma. Non è meno protagonista di Madeleine e Mitchell, ma entra nella storia come oggetto di desiderio e invidia. Il romanzo s’intitola La trama del matrimonio, e in questa trama Leonard entra di straforo, come una comparsa che sottragga il costume all’attore principale per poi guadagnarsi a fatica il suo ruolo.
Poi c’è la trama.
Il dizionario Treccani ( http://www.treccani.it/vocabolario/trama/ ) definisce “trama” come “L’intreccio, la linea essenziale di svolgimento dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera”. Il matrimonio ha una propria trama, un insieme ordinato di passi da compiere per attenersi il più fedelmente possibile al copione. Il matrimonio è una fiaba ancora da realizzare, in cui, in modi diversi, i tre protagonisti credono, ed è proprio tale tendere verso l’ideale a far loro scegliere un percorso anziché un altro, delineando la trama di questo romanzo.
Il copione richiede un uomo, una donna, l’amore, ma anche un certo status – perché il matrimonio è una fiaba sociale, con principi e principesse – e Leonard lo sa. La sua vita ha troppe pecche, pecuniarie e mentali, per rientrare nella società in cui Madeleine è cresciuta. La sua esistenza imperfetta offende il buon gusto borghese. Mitchell, invece, tanto amato dai genitori di Madeleine, manca di quel nonsoche che rende un principe principesco, e non un qualsiasi ragazzo vestito d’azzurro. E Madeleine? Leggete e saprete.
La trama del matrimonio è un romanzo candidamente critico. Non c’è acrimonia, nella prosa fluida ma densa di Eugenides, ma anzi una certa sim-patia per questi protagonisti persi nelle proprie stesse trame. C’è una morale? Forse. Ma non è il narratore a esprimere giudizi, se non – raramente – con una punta di ironia compartecipe.
È un romanzo che spazia, dalle atmosfere di dibattito intellettuale estremo che caratterizzano gli anni Ottanta – in cui la critica nata nel dopoguerra è stata così tanto affilata da ritorcersi contro chi la impugna – all’indigenza, individuale e sociale, di una vita nata nella sfortuna, che sopravvive nonostante le condizioni avverse, passando poi per la Miseria con la M maiuscola, persi in un’India che vacilla tra misticismo e squallore. Eugenides non si fa mancare nulla, ritraendo vite troppo complesse e contraddittorie – squisitamente tridimensionali – per poter rientrare in una trama preconfezionata.

Jeffrey Eugenides
è uno scrittore statunitense di origine greca e irlandese. Laureato in scrittura creativa, ha ottenuto il riconoscimento internazionale con il suo primo romanzo, Le vergini suicide (1993), da cui è stato tratto l’omonimo film da Sofia Coppola. Il suo secondo romanzo, Middlesex, ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2003.

:: Recensione di Passi sull’acqua di Ilaria Mainardi (Edizioni Smasher, 2013) a cura di Alessandra Bava

8 aprile 2014

copertina_ilariamainardi_isbnCi sono libri di poesie in grado di lasciare un solco profondo con la loro meravigliosa ed originale levità. Passi sull’acqua prima raccolta poetica di Ilaria Mainardi, stupisce per la capacità dell’autrice di segnarci sfiorandoci appena con la sua penna.
Vi è un fil rouge sottilissimo ad accompagnarci in questo percorso: è il respiro del verso, che si espande sulla pagina bianca, con immagini che fanno implodere le nostre certezze ad ogni passo; quello che Mainardi stessa definisce come “l’attrazione ottusa per la gravità.” È facile sentirsi smarriti come Teseo nel labirinto, ma ne abbiamo ben ragione visto che l’autrice non ci rassicura regalandoci, come Arianna, un filo dipanatore. L’intento è volutamente quello di farci perdere ad ogni angolo, ad ogni pagina. Finiamo sempre in luoghi diversi da quelli che avevamo immaginato. Gli ultimi due versi di “Direzioni” ci regalano la chiave di volta: “se c’è ancora un posto per chi/non sa dove andare.” Perché questo è in fondo ciò che la poesia è: il luogo dello smarrimento e del ritrovamento, di noi stessi in primis
Nel percorrere questo dedalo, siamo colti dal prepotente senso di distacco, assenza, vuoto e solitudine che chi scrive cerca di riempire con un controllo sapiente delle immagini. L’amato in queste liriche è perennemente sfuggente, lontano, assente, ma la sua presenza è evocata con forza, come nelle briciole di “Incontro” che si fanno “pane di versi/fuggitivi”. “D’istinto apro la bocca”: è proprio nel verso che Mainardi cerca la sazietà, trovandola, ed è nutrendosi del “poco” che appaga la sua famelica brama di totalità.
Partendo dalle poesie della raccolta, muovendoci tra haiku e poesie giovanili di sorprendente maturità, Mainardi ci conduce per terra e per mare, ma ci insegna soprattutto che, per fuggire dal labirinto, occorre librarsi con le ali di Icaro, diventare leggeri, inseguire la levità proposta da Paul Valéry nella citazione che introduce le sue poesie: “être léger comme l’oiseau et non comme la plume.” Essere leggeri come l’uccello e non come la penna. Quando anche la protagonista delle poesie rimanga a volte ancorata al suolo, incapace di volare, è la scrittura stessa di Mainardi a riuscire nell’intento scarnificandosi, con un’aderenza tra parola e contenuto che la porta a elevarsi, e noi con lei, in modo baudelairiano.
Passi sull’acqua è poesia che ci impone il volo. Preparate dunque il vostro cappello da aviatore e allacciate le cinture prima della lettura.

Ilaria Mainardi nasce e cresce a Pisa. Parte della sua tesi di laurea è contenuta nel cofanetto “’Na specie de cadavere lunghissimo”, edito dalla BUR – Biblioteca Universale Rizzoli. Ha pubblicato, per Siska Editore, il saggio digitale “The Day Is Yours. Kenneth Branagh”, tradotto in inglese, da Kay McCarthy, per lo stesso editore. Un saggio sull’attore Michael Fassbender è stato pubblicato da Vincenzo Grasso Editore.