:: Recensione di L’uomo d’argento di Claudio Morici (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

E’ un mondo inquietante e cupo quello presentato da Claudio Morici nel romanzo L’uomo d’argento. E’ un mondo afflitto da una grave crisi economica che ha annientato ogni cosa: non ci sono più i soldi, non c’è più il lavoro, non c’è più stabilità economica e il benessere è ormai un miraggio. Tutto è stato travolto da un manto di depressione che ha cancellato la felicità, la gioia, lo spirito vitale degli umani rendendo instabili le loro psicologie e le scelte d’azione. In questo cosmo di desolazione c’è forse un posto dove la salvezza esiste. Ed è qui che il protagonista de L’uomo d’argento pubblicato dalla E/O, si è ritirato con alcuni ragazzi dando vita ad una specie di comunità umana, fondata sulla promiscuità sessuale, sulla birra che scorre a fiumi, sullo sballo assoluto e sulla mancanza totale di progetti di vita. In questa tribù dominata dalla mancanza di responsabilità e di decisioni vogliono recarsi tutti coloro che sono in fuga dal mondo della crisi. Questo flusso migratorio degli “appenaarrivati” – spesso donne uomini depressi, insoddisfatti del proprio vivere  e per questo emarginati dalla società d’origine – è numeroso  e tra loro c’è una ragazza, tal Jenny, che è diversa da tutti gli altri. Lei è una “nuova”, ma nei modi di fare sembra essere una veterana della città dove vive il protagonista che attratto – come non gli capitava da anni- dalla ragazza inizierà con lei una sorta di relazione amorosa. Un rapporto a due instabile da subito, fatto di continui prendersi e lasciarsi, da bugie, da confessioni e da insormontabili differenze culturali. Questo disastroso modo di vivere il rapporto di coppia è in realtà un specchio riflettente la grave malattia sociale dell’umanità, incapace di vivere in modo ordinato e di organizzare il proprio futuro. Tutto sembra prossimo al tracollo, tranne lui, il Maestro, uno strano uomo tutto dipinto d’argento seduto su un panchina, al quale l’anonimo protagonista rivolge domande senza ricevere mai risposta! Il cosmo presentato in L’uomo d’argento da Claudio Morici non può essere collocato in uno luogo materiale preciso e un in tempo definito, ma è un epoca  a venire, futura e dal mio punto di vista, per come sta andando la nostra società di oggi, direi non molto lontano da noi. Facendo un paragone tra l’universo del romanzo di Morici e la nostra società contemporanea è possibile trovare molti, anzi troppi punti in comune. Tanto per cominciare l’universo sociale è afflitto da un grave crisi economica che riverbera i sue effetti collaterali sugli individui, rendendo vane, flebili e fallimentari le relazioni economiche e umane.  Poi, l’umanità protagonista è traumatizzata a tal punto che ogni scelta o possibilità d’azione si frantuma e svanisce nel nulla, portando i personaggi ad essere apatici e incapaci di compiere gesti determinanti per il loro vivere.  Il protagonista principale – quello che si innamora pazzamente di Jenny – è anonimo, non ha un nome e nemmeno un’identità precisa, a dimostrazione della forte spersonalizzazione che il suo io ha subito nel corso del tempo. Lui ha dimenticato a tal punto se stesso che non si ricorda perché è finito nella città dove vive, come è nato e cosa ha fatto in passato, ma allo stesso tempo chi ci racconta la storia – come tutti gli altri  coinquilini – non ha la più pallida idea di quello che sarà il domani. La vitalità di Jenny è per il protagonista un “faro nella nebbia”, è la scossa che lo porta a rendersi conto che forse è possibile ritrovare un senso giusto del vivere, ma purtroppo questa aspettativa di rinnovamento sarà bloccata da un drammatico evento. Il fatto tragico minerà per sempre l’anima del narratore anonimo, portandolo alla scelta dell’autoesclusione volontaria da un mondo ormai impossibile da cambiare, dove il senso del vuoto, la mancanza completa di valori e di responsabilità hanno ormai preso il sopravvento sulle persone. Il protagonista scegliendo di essere come il Maestro si autoesclude in modo volontario, prendendo sì una decisione drastica, ma necessaria. In questo modo l’io narrante si mette in una posizione di superiorità rispetto agli altri, perché lui ha capito che tutto quello che ha fatto fino a quel momento è stata un catena di errori. L’atto dell’esilio volontario è estremo, ma non è da intendersi come mancanza di coraggio. Dal mio punto di vista esso è la rappresentazione della consapevolezza dell’io narratore sul fatto che il mondo dove credeva di aver trovato la salvezza si è rivelato essere una mera illusione destinata alla perdizione totale di sé, per tale ragione ci si può salvare solo osservandolo in modo silenzioso e distaccato come farebbe una statua d’argento.

Claudio Morici nato a Roma nel 1972, è uno scrittore italiano. Dopo la laurea in psicologia all’Università di Roma la Sapienza, pubblica la sua tesi sui sogni lucidi in un’antologia edita dal Punto d’Incontro (1997) e lavora in diverse comunità terapeutiche a contatto con pazienti affetti da psicosi. Questa esperienza nel mondo della follia, nel 2003 gli ha ispirato il suo primo romanzo Matti Slegati che ha come protagonista un infermiere psichiatrico che lavora in una comunità terapeutica alle porte di Roma. Nel 2007 esce  Actarus, la vera storia di un pilota di robot, un romanzo drammatico-demenziale su Goldrake e il mondo del lavoro in Italia. Nello stesso anno Morici, lascia tutto e parte. Inizia un periodo di 5 anni  in viaggio in cui Morici si muove in giro per il mondo, alternando periodi stanziali a Città del MessicoGranadaLondra e Berlino. Viaggiando scrive La terra vista dalla Luna (pubblicato da Bompiani nel 2009) e L’uomo d’argento (2012, edito da E/O) scritto in almeno trenta città diverse.

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