:: Un’ intervista a Giorgio Manacorda (Il corridoio di legno, Voland)

Benvenuto, Professore,  su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Docente universitario, critico letterario, poeta, romanziere. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Giorgio Manacorda?

Buona domanda. Ho fatto tante cose nella vita. Mi annoio dopo che ho imparato. Scrivo, dipingo anche. Forse sono un ragazzo che non vuole crescere e vuole sempre imparare.

Ci parli di come è nato il suo amore per la letteratura e la poesia in particolare.

Non ci ho mai pensato. Ero un bambino molto malato. Così leggevo. Ho precocemente letto tutta la romanzeria mondiale. Poi da ragazzo, sui 13 anni, sono guarito, sono andato fuori casa in collegio e non ho letto più niente fino ai 18 anni quando ho iniziato a scrivere versi. Forse un ruolo l’hanno giocato Heine e Kleist, letti a scuola. Comunque in quel periodo ho ripreso a leggere, forse perché ho iniziato a scrivere. Il mio amore per la letteratura è iniziato così.

Docente di germanista: in che misura il nazismo o meglio l’opporsi a questa ideologia ha influenzato la letteratura tedesca contemporanea?  

Il problema non è stata l’influenza, ma come dimenticare. Ma dimenticare è impossibile. Dopo il secondo dopoguerra i giovani scrittori si sono trovati davanti ad un deserto. Ma anche con grandi poeti, anche compromessi, penso a Benn. Molti scrittori che erano andati in esilio sono tornati in Germania, sono nate le prime riviste, tutto è ricominciato.

Quali sono i suoi autori preferiti, quelli che la hanno maggiormente influenzata?

In assoluto Kafka che considero il più grande autore del Novecento. Per quanto riguarda la poesia, sempre restando in Germania, Rilke e Gottfried Benn. In Italia Pasolini e Montale.

Mi parli del suo processo di scrittura. Come opera? Scrive una scaletta, procede per immagini, lascia che il flusso di coscienza scorra libero?

Mai scritte scalette, non solo per i romanzi ma neanche per i saggi critici o teorici. Quando scrivo scatta qualcosa, è un processo analogico, per immagini. Non fa differenza che scriva una poesia, un saggio, un romanzo, il processo è sempre lo stesso. C’è un termine fuori moda che userei: l’ispirazione. Seguo l’ispirazione. Poi naturalmente rivedo ciò che ho scritto, procedo ad un lavoro di limatura, di pulitura, pulisco la struttura ma non riscrivo mai una pagina da capo. Molti scrittori lo fanno, io se non riesco a scrivere bene una pagina la prima volta non ci ritento, sarebbe inutile.

Ha esordito in letteratura con il romanzo Il corridoio di legno (Voland). Ce ne vuole parlare. Da cosa nasce questo libro?

Questo libro ha avuto una gestazione lunghissima. Ho iniziato a scriverlo negli anni 80. L’ispirazione nacque dopo aver letto Per questa notte, edito mi pare da Feltrinelli, di un autore sudamericano Juan Carlos Onetti. E’ un libro molto cupo, parla di terrorismo, servizi segreti, etc… Ha fatto scattare qualcosa in me, la certezza che il terrorismo ha posto fine alla rivoluzione. Ho fatto i conti con la mia formazione, provengo da una famiglia di intellettuali comunisti che credevano in certi ideali. Il corridoio di legno è stato la mia palestra, mi ha dimostrato che ero capace, potevo  scrivere anche narrativa.

Ci parli della sua avventura allo Strega. Per un esordiente è una bella soddisfazione vedere il proprio libro proposto, anche se poi non è arrivato nella cinquina finale. Se avesse vinto a chi avrebbe dedicato la vittoria?

L’avrei dedicata alla mia compagna Ursula che non c’è più, è mancata a dicembre e non ha potuto vedere l’uscita del libro. Ma il libro è già dedicato a lei, che ne ha seguito con affetto critico la lenta gestazione. Quanto al Premio Strega, è solo un gioco, comunque ho perso onorevolmente, sono stato il primo escluso. Va bene così.

Il corridoio di legno ha un’ ambientazione immaginaria. Perché questa scelta?

Me lo sono chiesto anche io non avendo fatto scalette. Diciamo che i terroristi hanno sofferto di un certo scollamento nato dal fatto che quando si vuole fare una rivoluzione ci si vuole opporre ad una dittatura, ad un regime autoritario. In Italia negli anni 70 questo non c’era, nel bene o nel male c’era una democrazia. Nei loro proclami le Br parlavano di dittatura delle multinazionali, etc… ho voluto mettere in scena i loro desideri, prospettare uno scenario che giustificasse davvero una lotta armata. E’ una metafora, tutto il libro è una metafora.

Tratta temi seri e difficili: il terrorismo, le origini del male e della violenza. Ma l’uomo è fondamentalmente malvagio, senza speranza di riscatto?

Assolutamente sì. Ci ho creduto da giovane, che fossimo perfettibili, non a 70 anni. Al di là del contratto sociale c’è la barbarie.

Quale è la sua scena preferita, quella che racchiude il senso del romanzo?

Non lo so davvero. Ho un rapporto molto particolare con ciò che scrivo. Mi prenderai per matto ma non mi ricordo un gran che di quello che scrivo. Considera che non mi ricordo a memoria neanche un verso di una mia poesia. Certo a grandi linee so di cosa parla il mio libro. (Sorride). Se proprio devo scegliere una scena direi il finale che non ti dico. Forse perché c’è un piccolo spiraglio di luce.  

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Per ora ancora no. Ci sono agenti stranieri molto interessati. Chissà. Una traduttrice, che ha vinto una grande premio in America e conosce anche molto bene l’italiano perché suo marito è italiano, ha fatto spontaneamente un saggio di traduzione. E’ un buon inizio. Vedremo.

In che misura le ideologie condizionano l’uomo, e offuscano la sua capacità di ragionare e compiere scelte liberamente? Cos’è la libertà?

Il concetto di ideologia credo sia necessario definirlo un attimo e spiegarlo. C’è il concetto marxiano di falsa coscienza,  di falsa percezione della realtà e questo offusca realmente la capacità di ragionare e compiere scelte liberamente. Poi c’è il concetto di visione del mondo, Weltanschauung in tedesco, e chi non è ha una. L’uomo da un senso alla sua vita tramite la sua visione del mondo. E ciò che ci distingue dagli animali, dare un senso alla nostra vita.  La libertà poi è un concetto relativo, diciamo che in una democrazia ci sono le libertà. Poi dovrei essere un filosofo per risponderti più esaurientemente e forse anche un filosofo non riuscirebbe a trovare una definizione di libertà.

Ci parli di Pasolini. Un ricordo insolito, un aneddoto che ama ricordare.

Gli devo molto. Ho imparato tante cose da lui, ho pubblicato le mie prime poesie grazie a lui. E’ così che ci incontrammo. Ad un incontro gli diedi le mie poesie e lui, il giorno dopo, mi chiamò a casa sua e mi disse che gli erano piaciute. Era molto timido, anzi eravamo molto timidi entrambi, non facevamo grandi discorsi, sì si parlava di letteratura, di politica ma tra noi c’erano anche grandi silenzi. Aveva casa all’Eur, dalle vetrate di casa sua si vedeva la campagna, non so se ci sia ancora. Cenavamo fuori alla Carbonara in Campo dei Fiori. Era un uomo piuttosto serio, non era uno che faceva battute questo no. Non era allegro, ma neanche triste o meglio forse un fondo di tristezza ce l’aveva. Se vuoi un aneddoto: gli ho presentato Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo Secondo Matteo. Enrique era spagnolo e fuggiva dal franchismo. Era venuto in Italia per raccogliere fondi per la sua causa. Io, a quel tempo, ero nella Direzione nazionale dei Giovani Comunisti, avevamo 25 o 26 anni, ed Enrique venne da me in cerca d’aiuto. Così lo presentai a Pasolini. Lo guardò e gli chiese se volesse fare del cinema. Enrique disse di no; lui a quel tempo mi pare studiasse economia. Ma Pasolini lo convinse. Gli chiese: cerchi finanziamenti? Se reciti in questo film i soldi che guadagnerai li potrai usare per fare la tua rivoluzione.

Ha pubblicato otto libri di poesia, il più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009. Cosa distingue la buona poesia dalla cattiva poesia?

Devo leggerla una poesia per sapere se è buona. Forse sai che mi sono occupato di critica poetica. Non ci sono regole generali, ma per chi ha orecchio si vede subito se un testo è valido. Diciamo che una caratteristica della poesia mediocre è la banalità delle metafore.

Infine per concludere, nel ringraziarla per la sua disponibilità, può anticiparci i suoi progetti futuri?

Pubblicare quello che ho nei cassetti. Piano, piano. Sono in pensione ma non ho mai lavorato così tanto. Certo non timbro il cartellino, ma dirigo una rivista e sono nel Consiglio di amministrazione dell’ Istituto Italiano di Studi Germanici. Me ne occupo molto.

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Una Risposta to “:: Un’ intervista a Giorgio Manacorda (Il corridoio di legno, Voland)”

  1. :: Recensione di Il corridoio di legno di Giorgio Manacorda (Voland, 2012) a cura di Michela Bortoletto « Liberi di scrivere Says:

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