:: Un’ intervista a Cristiana Astori

Grazie Cristiana di aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscirvere. Iniziamo subito con le presentazioni. Descriviti come se fossi un personaggio uscito da un film in bianco e nero degli anni 40.

Anni Cinquanta vale lo stesso? Mi sento molto vicina al personaggio di Gloria Grahame ne Il grande caldo di Fritz Lang, la donna dal viso per metà sfigurato dal caffè bollente. In lei convivono due parti, l’aspetto buono e la sua metà oscura che si intrecciano e confondono. Così mi sento quando scrivo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per il cinema?

Quello per la scrittura ce l’ho dentro fin da bambina, ed è venuto di conseguenza alla mia passione per la lettura. Già alle elementari passavo ore a leggere alla biblioteca del mio paese, poi cercavo di imitare le storie che leggevo scrivendole su quadernetti o sulla Olivetti di mio nonno. Anche quello per i film mi è nato quand’ero piccola, non tanto per quelli visti quanto per quelli che avrei voluto vedere e di cui mi inventavo le storie, osservando le locandine del cinema di fronte a casa mia.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti? Se sì, dove hai trovato la forza per continuare a seguire la tua strada?

A dire il vero non ho avuto troppa difficoltà a pubblicare racconti su antologie o riviste, quanto a far apprezzare il mio romanzo. “Tutto quel nero” ha ricevuto parecchi rifiuti con la critica di non essere commerciale perché tratta personaggi e tematiche diverse dal solito best-seller, ed è una contaminazione tra generi diversi. La mia idea di scrittura però è proprio questa: non ricalcare un’ondata preesistente, ma seguire quello che mi passa per la testa, ovviamente sempre con l’occhio a chi legge. E per fortuna a forza di tener duro qualcuno ci ha finalmente creduto, e di questo ringrazio Alan D. Altieri e Franco Forte.

Pensi che il tuo essere donna ti abbia penalizzata o avvantaggiata all’inizio della tua carriera o ritieni che quello che conta sia il talento e uomini e donne abbiano le stesse possibilità?

Se il mondo dell’editoria e i lettori stessi manifestano o hanno manifestato pregiudizi nei confronti delle donne, posso dire di aver avuto la fortuna di non esserne stata toccata. Ho avuto modo di notare attraverso la pagina di Facebook e le lettere ricevute che il pubblico di Tutto quel nero è indiscriminatamente di entrambi i sessi, con una prevalenza maschile, nonostante la protagonista del libro sia una donna. Credo che ciò che conta sia la storia e il modo di raccontarla; certo, se scrivessi romanzi rosa sarebbe diverso, ma per fortuna il genere di cui mi occupo vanta precedenti illustri come Mary Shelley e Agatha Christie.

Traduttrice, sceneggiatrice e scrittrice. Da profana penso che il lavoro di traduttrice sia una dura scuola, cimentarsi con grandi come Richard Stark, Jeffery Deaver e Jeff Lindsay tra gli altri, penso implichi una grande organizzazione, una severa disciplina e un’assoluta dedizione. In che misura questo background importante ha influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Indubbiamente un buon traduttore dovrebbe possedere tutte e tre queste caratteristiche. Per conto mio pecco decisamente della prima e mi tocca supplire con una dose maggiore delle altre due, trovandomi spesso a lavorare a orari impossibili e a consegnare un minuto prima della scadenza (ma mai in ritardo, precisiamo!).

Da traduttrice quale è stato il consiglio più prezioso che hai ricevuto?

La mia gratitudine più totale va ad Andrea Carlo Cappi che mi ha pazientemente insegnato tutti i ferri del mestiere. Un consiglio sopra tutti: mai leggere il romanzo prima di tradurlo, altrimenti se sai già come va a finire il lavoro diventa di una noia mortale, e la traduzione stessa ne risente.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato, quelli da cui hai imparato lezioni fondamentali?

Stephen King, Richard Stark, Alessandro Manzoni, Edgar Allan Poe, Joe R. Lansdale, Joyce Carol Oates. E alcuni registi.      

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi: scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

Entrambe le cose. A volte parto da un’immagine, o da un’atmosfera, poi costruisco una scaletta di massima con finale prefissato. Ma amo le digressioni durante il viaggio.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sicuramente mi ispiro parecchio al cinema. Amo lo stile visivo che mostra anziché spiegare, infatti mi piace esprimere emozioni e punti di vista attraveso i dialoghi e soprattutto le immagini. Spesso la costruzione dei periodi è ispirata ai movimenti di macchina: frasi brevi e secche per riprodurre un montaggio rapido e alternato e periodi più lunghi e articolati per i piani sequenza. Il regista che mi ispira di più a livello stilistico, ma anche di contenuto è David Lynch; poi molto cinema degli anni Settanta, i gialli di Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Bava e Dario Argento. E quel gioiellino di Charles Laughton che è La morte corre sul fiume.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Ci sono state critiche costruttive che ti hanno spinto a modificare il tuo lavoro, magari fatte da persone che stimi, che ti hanno arricchito?

La mia speranza è che il romanzo successivo sia sempre migliore del precedente, altrimenti vuol dire che non c’è stata evoluzione. E l’evoluzione viene sempre dal feedback di critici e lettori. Dunque ben vengano le critiche se sono motivate e non fini a se stesse. Per esempio mi è stato detto da alcuni che in Tutto quel nero ci sono troppi flashback (che ammetto sono sempre stati la mia fissazione, fin dai racconti de Il re dei topi), e ho seriamente deciso in questo nuovo romanzo di sperimentare un tipo di narrazione più semplice e scorrevole di quella precedente.

Preferisci l’horror o il noir? E soprattutto c’è reale differenza tra i due generi?

Entrambi sono un modo di raccontare la dimensione oscura della nostra esistenza. La differenza è che nell’horror si ricorre al soprannaturale, mentre nel noir no. Io sono per una contaminazione tra i due generi, ma preferisco comunque mantenermi sul realistico e raccontare di orrori della mente, un ibrido tra Edgar Allan Poe e Jim Thompson se vogliamo. Non disdegno comunque raccontare storie di mostri, ma sempre mantenendo un aggancio alla realtà, senza sconfinare nel fantasy puro.

Quanto è importante la scelta di un buon titolo? Potresti farmi un esempio pratico e parlarmi dei titoli che hai amato di più?

Sicuramente un buon titolo conta. A mio parere dovrebbe contenere un che di folle ed evocativo che ti stuzzica, ma essere sufficientemente indeterminato da farti venir voglia di approfondire. Tra i miei preferiti: Il lungo addio di Raymond Chandler, Nella mia fine è il mio principio di Agatha Christie (anche se qui è opera del traduttore), Qualcosa che brucia di Gianfranco Bettin e  Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick.

Quale è la migliore collezione di racconti che hai letto?

Maneggiare con cura di Joe R. Lansdale e A volte ritornano di Stephen King.

Per il Giallo Mondadori hai pubblicato nell’ottobre 2011 Tutto quel Nero. Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ho visto il Dracula di Jess Franco, la scena in cui Christopher Lee morde Lucy/Soledad Miranda. Lo sguardo di lei mi ha inquietato più di quello del Conte e ho sentito un forte impulso a celebrarla in una storia in cui anche quell’attimo venisse catturato. Sonno partita dalla forte malia che sprigionava la Miranda e dal senso di vertigine che suscita l’eros quando si confonde con thanatos.

Hai pubblicato racconti su varie antologie tra cui Notturno alieno, Eros&Tanatos, La sete, Anime nere reload. Quale è il segreto di un buon racconto?

Un incipit che catturi, un colpo di scena finale e, se c’è lo spazio, un personaggio intrigante che resti nel cuore.

L’antologia Il re dei topi ed altre favole oscure, edito da Alacran ha addirittura avuto le lodi di Joe Lansdale. Ci vuoi raccontare come è andata?

L’avevo incontrato anni fa al Noir in Festival di Courmayeur e, dopo aver scoperto la comune passione per i fumetti, gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto mandargli alcuni miei racconti tradotti. Quando ho ricevuto i suoi apprezzamenti sono rimasta senza parole e a pensarci adesso ancora mi emoziono; Lansdale è infatti uno dei miei autori caposaldo, ne apprezzo la capacità affabulatoria, le metafore sempre incisive e l’ironia che anziché distanziarti dalla storia ha il potere di coinvolgerti ancora di più.

Da poco hai pubblicato in formato eBook per MilanoNera il racconto Il buono, il bruto e la bionda. Ce ne vuoi parlare? E più in generale cosa pensi degli ebook?

BBB è il primo esperimento di slasher letterario, ovvero il tentativo di ricreare su carta quei film horror americani in voga negli anni Ottanta come Venerdì 13, Nightmare, Non aprite quella porta, ovviamente in spirito parodistico e con un finale a sorpresa. Un racconto politicamente scorretto (e di chiara ispirazione lansdaliana) da divorare al sabato sera, davanti a una maxi porzione di popcorn… L’ebook è il mezzo ideale per  un’operazione simile perché permette di diffondere racconti one shot slegati da antologie; non sono però un’integralista della tecnologia, specie perché adoro l’odore della carta stampata e la sua consistenza. Voto dunque per la coesistenza dei due supporti!

L’intervista è finita nel ringraziarti per la tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti attualmente quali sono i tuoi progetti. Stai traducendo, stai scrivendo un nuovo libro?

Ho da poco tradotto una storia di zombie molto particolare che nello stile e nell’ambientazione ricorda Cormac McCarthy e sono ora impegnata nella scrittura di un nuovo romanzo, ma per scaramanzia non rivelo altro…

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