:: Un’ intervista con Enzo Antonio Cicchino per La fonte di Mazzacane (Laruffa editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

Benvenuto da Liberi di Scrivere ad Enzo Antonio Cicchino, scrittore e regista, ha lavorato come assistente alla regia con i fratelli Paolo e Vittorio Taviani e con Valentino Orsini e ha all’attivo la realizzazione di film e documentari ad argomento storico per la Rai. Qui nel nostro blog lo ospitiamo per fare una bella chiacchierata in relazione al suo nuovo romanzo storico La fonte di Mazzacane. Quando ri tedeschi ammazzarono all’intrasatta edito da Laruffa.

Ciao Enzo raccontaci come è nato il tuo romanzo La fonte di Mazzacane?

Ha avuto una storia piuttosto complessa. Ma per darne il senso va fatta una premessa. E riguarda la mia vita. Sono nato in una terra marginale, il Molise, a Isernia, in una famiglia del sottoproletariato contadino. La mia conoscenza della lingua italiana era pessima. Dopo una rocambolesca avventura da giovane, a fine anni 70 decisi che avrei voluto fare il regista di cinema e presi contatto con i fratelli Taviani, in particolare Vittorio, di cui divenni amico. Proponevo soggetti cinematografici che sognavo di realizzare… Quando ebbi la sorpresa di accorgermi che Vittorio Taviani rimaneva colpito soprattutto dal mio modo di scrivere, corposo, imprevedibile, antico, “strano”.
A fine 1981, ero a Londra. Avevo appena terminato la mia collaborazione al film La Notte di San Lorenzo come assistente alla regia. Abitavo in una pensioncina in King’s Cross Road. Per vincere la solitudine iniziai e rivangare il mio passato per farne un soggetto cinematografico. Man mano che affrontavo le pagine mi accorsi però che il testo assumeva sempre più le forme del romanzo.
Ma intanto con che stile? Le pagine che avevo proposto a Vittorio erano figlie dell’istinto. Ora invece dovevo acquisire coerenza, spessore, sviluppo organico. Dovevo dare un senso al mio linguaggio. Si sa, il buon scrivere nasce dallo studio dei classici. Invece l’unica cultura che portavo nel sangue era il dialetto di espressioni primitive, sannite, latine, greche, longobarde. In aggiunta, gli sgorbi della lingua di Dante storpiata dai soldati di Napoli.  Decisi… La mia lingua doveva essere questa. Il dialetto, evoluto, reso comprensibile.

Perché hai deciso di raccontare la ricostruzione del dopo guerra?

Il dopoguerra è un concetto dell’anima. E le macerie simbolo di naufragio. Ancora oggi ad Isernia vi sono angoli diruti, resti dei molti bombardamenti di cui pare di sentir l’eco. Qui la ricostruzione non è ancora finita. E’ l’incompiuto il tragico “vezzo” del Sud.  Ma più che la ricostruzione mi ha attratto il disinganno non rimarginato, quei sogni di riscatto che hanno trovato forza solo nella emigrazione devastante, sogni di uomini in cerca di mete… da cui non hanno fatto ritorno.  Il mio sguardo sulla ricostruzione verte sulla destrutturazione emotiva del boom economico. Non crescita, non civiltà, bensì perdita dei valori. Il Molise, come tanto Sud, ha vissuto uno sviluppo all’incontrario, l’annacquamento delle coscienze; profonde eucarestie consumistiche sfamate solo dalle scorribande nei supermercati fra carrelli di surgelati e merende farcite di conservanti.
E’ una vita rimodulata dalla televisione, il video ha preso il posto del focolare come motore della parola. E’ scomparso dialetto e polenta, i ceci e cicerchie che hanno riempito gli stomaci dei cafoni, è scomparso il vigore dei millenni. Ormai regna il vuoto dell’essere unicamente italiani.
Questa è la mia metafora. Il mio deserto dei Tartari. Questa è la dimensione epica della mia perdita. E che assaporo nel romanzo.

Nel libro ci sono tanti personaggi, ma sono sovrastati in toto dall’ambiente. È possibile parlare di un romanzo corale dove ogni piccolo protagonista è una tessera che va a comporre l’unico e assoluto personaggio che regge il tutto, cioè l’ambiente molisano?

L’ambiente è quello che fu. Oggi è altro. La Fonte è un romanzo corale sul passato che va in frantumi. Sul tutt’uno fra uomini, animali e microcosmo. E’ sorgente del microterritorio in cui si coltiva la memoria. Intreccio fra cose vive e scolpite. Tutto si unifica nell’animismo pagano dei protagonisti. Che siano cafoni, conti, dottori, pazzi, vagabondi. L’ambiente rimane ancora quel  mare di colori, odori, forme in cui germoglia la microdiversità. Volti e suoni. Bocche da sfamare. E’ il passato che sta per porre domande per cui non esistono risposte. E’ il cinico senza pietà che non offre scampo. Ho dovuto fare una scelta. Quali protagonisti salvare dalle onde. Quali far testimoniare.  Ho cercato di essere semplice. Individuare totem. Colpi d’occhio. Personaggi favolosi estremi ciascuno col proprio orciolo di verità. Col proprio rancore. Ciascuno con l’impronta della natura che gli si impone, che lo pervade e lo assassina.

Tra i tanti personaggi, c’è il poeta contadino Cipresso. È un giovane colto, menomato, che ad un certo punto della narrazione ha una incredibile esplosione di rabbia. Il suo perdere il senso della ragione mi ha ricordato l’Orlando dell’Orlando furioso di Ariosto. Sei stato influenzato da questa figura letteraria?

Dalla sua rabbia che disordina il rito dell’iniziazione. Cipresso è in bilico tra le pieghe della poesia e quelle di un amore torbido esploso tra le carezze mature di una donna. La sua furia distruttiva nasce dall’ambizione, dalle ferite. Vorrebbe essere accolto nel salotto buono della ricca borghesia di Gavena ma non ci riesce. Non è Angelica, è la poesia a tradirlo! Non sono le tracce dell’amore con Medoro bensì quelle sotterranee della consapevolezza di non avere abbastanza coraggio per osare fino in fondo. Non ha forza di abbandonare la propria terra per cercarne altre. E’ questo il male dei giovani del Sud. Aver timore delle Colonne d’Ercole. Quaggiù vivono meno Ulisse di quanto si voglia credere, è questo il problema, con l’aggravante… coloro che partono non tornano più. Non v’è Itaca per chi ha fatto fortuna in America.
Cipresso è uomo in bilico. Dovrebbe tentare di essere ardito. Invece non sulla luna, ma tra le braccia di una brava ragazza e nel matrimonio ritrova il senno. E lì resta. Epilogo grigio lo ritiene il suo mentore Anacleto. Cipresso ha scelto la mediocre normalità. I valori borghesi, il quieto lavoro, il mettere al mondo figli.  Se l’incipit è Orlando, l’epilogo è Pinocchio divenuto uomo perbene. E come tutti, un consumatore.

Quale è l’atteggiamento di Anacleto verso il tradimento della moglie, e perché inserire il tema dell’infedeltà coniugale (quindi la distruzione di un relazione), in un mondo in fase di ricostruzione materiale ed emotiva?

Plasmato dal coro di sassi, straduzze, stamberghe, declivi su cui precipita, ogni giorno costretto a rialzarsi a cavallo della sua motocicletta di veterinario, Anacleto è nel profondo l’altra faccia di Cipresso. E’ l’altra faccia dell’amore, del matrimonio, della felicità, della non normalità.
Il suo epilogo tragico è quello di chi, percorso fino in fondo il sentiero, è sceso nell’abisso del calice. Ha accettato il totale valore dell’amore anche quando questo gli si rivolta contro. Amore, ambiguo amore. Ma è proprio su questo che si innerva il secondo aspetto della narrazione. Il paradosso dell’amplesso, il pericolo in quota che impone la vita: il tradimento. Che spezza, disintegra, devasta. Che spazza le convenzioni. L’amore dolore. L’amore conflitto. L’amore al di là. L’amore condannato, disprezzato, ma conquistato e ritrovato.
Se la via in ultimo scelta da Cipresso e Giovanna è una superstrada dell’ovvio. Quella di Anacleto con Peruffa è lastricata di spade, si taglia in due tra l’incredibile e l’assurdo. E’ la pazzia dell’amore mutata in valore per la vita. Al di là delle attese. Al di là del giudizio, al di là della tradizione millenaria. Il sardonico veterinario decide per quel che v’è di più supremo, spezza per sempre il suo rapporto di coniuge finto, inadeguato, “stronzo”. E accetta di cancellarsi, restituendo, pur con bizzarra mostruosità, chiave umana alla felicità. A lei, che avrebbe dovuto amare, verso cui ha mancato, concedendo per sempre il tornare alla passione pura di un amore di guerra.

Il mondo molisano incarna la civiltà contadina. Quanto e perché i personaggi rimangono saldamente ancorati alle loro origini rurali?

Vi restano legati con la dualità dell’odio. L’ambiente è il nemico. Ed è padre.
Mollare l’ancora, abbandonarlo, emigrare vuol dire mutarsi in altro. Assumere nuova identità. Perdersi. Partire è fuggire dalla prigione. Nel romanzo se ne sente il passo. Nella pagina mi sono soffermato su chi resta. Sugli anni cinquanta sessanta. Sul campo di battaglia Molise teatro di sconfitta. L’ambiente contadino odia le mutazioni. La sua dimensione etica è connessa al tempo, alle stagioni, al firmamento. Il fraseggio coglie le fratture che subiscono i personaggi. La montagna. Il vento. I mie ritratti agiscono. Qui Anacleto: veterinario, mago, clinico, medico, incantatore. E’ lui che raccoglie la confessione terribile del favoloso Barbaruscio. E’ lui il cucitore di tutte le storie. Mingantonio, Bartolo, Arturo, Clotilde, e Irene l’anziana aristocratica nobildonna amante segreta del riluttante Cipresso.
Sìi Barbaruscio. Il primitivo ubriacone. L’assassino di due tedeschi durante la guerra, seppelliti nella grotta in cui vive tra le solitudini di una poiana. E’ mostro e dio notturno insieme. Il rapace gli somiglia, lo libera ogni notte in volo per fargli conquistare cibo e sogni.

Leggendo il tuo romanzo oltre a Ignazio Silone e Gavino Ledda, le dure relazioni tra gli umani e le asperità dell’ambiente mi hanno fatto venire in mente Gente in Aspromonte di Alvaro Corrado.  E possibile relazionare il tuo lavoro a quello di Alvaro?

In Gente in Aspromonte siamo di fronte ad uno scontro dirompente. Nella Fonte di Mazzacane il conflitto è invece nel sottotesto, più pirandelliano.
L’affinità semmai è su un altro terreno: nell’immaginario a cui accede lo scrittore molisano. Al calabrese Alvaro aggiungerei anche i siciliani Verga, Sciascia, Camilleri. Al contrario di quanto si crede il Molise profondo non guarda Napoli e la cultura campana patria della canzone ‘anima e core’ e della sceneggiata. Troppo marinara, troppo dispersiva, non possiede le croste del sangue e del sole. Il Molise guarda alla tragedia greca, agli strazi della sofferenza senza lamento. Non è un caso poi che l’autore delle Terre del Sacramento, il più importante scrittore molisano Francesco Jovine fosse amico di Alvaro.

Quale è la funzione della fonte di Mazzacane che compare poco nella narrazione, ma il suo spirito aleggia in modo costante nella storia? Cosa rappresenta essa per i personaggi e per i lettori?

La Fonte di Mazzacane è un ossimoro. Fonte, è vita, è circolo, è origine attorno a cui si genera uomo e donna. Fonte disseta, disinganna. E’ freschezza. Riflette.
Mazzacane invece è morte. Dà morte. Il mazzacane è un sasso grande come un pugno che i crudeli usavano per ammazzare un cane, un cane vecchio, un cane mordace, un cane umano inutile. Fonte, Mazzacane. E’ un sentiero dialettico tra vita e morte, disperazione e speranza, corvo che infila i tetti, correndo appresso alla ruggiosa motocicletta di Anacleto. Inanella case, contrade, borghi, solitudini; lupi, sulla stessa acqua in cui i pecorari si abbeverano.

Quanto è importante in La fonte di Mazzacane il rapporto tra uomo/natura/ animali?

Sono la stessa cosa. V’è congiunzione. Modulari. Sfaccettati da un identico esistere.
Gli animali radicati nelle case. In cucina, sotto il forno, accanto al fuoco. Porci, galline, conigli. Povere famiglie in cui la donna fa più figli di una scrofa. Asini, vacche, buoi, la perdita di una bestia a volte è peggiore d’un uomo. Intimità che rasenta l’amore, la malattia, la perversione.
Meravigliosi e orchi gli abitanti delle case.  Egoisti, cinici, disinteressati. Empi contro umani e sogni. Chi è inutile viene ucciso. I contadini veri sono infelici felici di essere mostri. Altro che osservatori di stelle come vogliono certi scrittori!

Un altro aspetto che mi ha incuriosito è la mescolanza tra un linguaggio narrativo pittorico, e anche poetico, che dipinge con le parole le persone e le cose. Come è stato farlo convivere con il dialetto molisano?

Il dialetto possiede la sapienza delle emozioni vissute nei millenni. Potente, pur se inconsapevole. L’istinto selvatico che lo anima sovrasta di un palmo la lingua dotta che gli ha detto addio. La gestualità, il corpo, le voci; urla di mani, battere di piedi, gesti volgari, abbracci violenti, unghie carezzose, galoppi melmosi. Interiezioni, rutti, sghignazzi, scricchiolii! Il dialetto possiede la volgarità del sesso, la passione degli odi, la tenerezza del parto, il dolore del primo amore. Tutto gli appartiene, conosce miseria e morte.I futuristi hanno creduto in una rivoluzione della lingua, ed invece è ritorno allo spessore del primitivo perché sintesi. E’ ritorno all’ascia, alle carnali caverne della pietra, alle schegge ingannevoli mai sgradite dei colpi di baionetta.
Anch’io le ho burlate queste voci, queste sensazioni nel mio libro e mi hanno perciò additato scrittore sperimentale che occhieggia Marinetti. Invece no. Io parlo solo di quel che è mio, dei miei uomini, le mie donne, la mia gente. Della loro voce. La sintassi sincopata, gli anacoluti, le forme ablative. Il porre a fine frase il verbo, il soggetto, il ghigno.
E’ il molisano questo… di Isernia, Castelpetroso, Valgianese. Lingua che si muta in metro. Che si muta a metro. Che non si umilia. Con un proprio vocabolario che si adegua al terreno, alle colline, ai fiumi. Anche per il ciuco il raglio non è lo stesso! La ricostruzione, la scuola dell’obbligo ormai ha imposto una lingua comune, televisiva, pulita, troppo sbiancata dalla varrechina. Orfana delle millenarie spaccature. Gli incomprensibili immaginari. Le microculture. Di queste voglio preservarne il germe.

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