::Recensione di 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi, 2011) a cura di Claudio Ughetto

Murakami Haruki è uno scrittore giapponese di portata globale, capace di coniugare sia la cultura del suo paese (antica e moderna) con la letteratura “alta” e bassa, europea e americana, tutto catalizzato da un immaginario collettivo che va dai manga al cinema.
Murakami sa mettere insieme Kafka con David Lynch, Stephen King e Philip K. Dick, l’iperletterarietà del romanzo ottocentesco e i pensieri dettagliati dei personaggi dei fumetti in personaggi che del fumetto hanno ben poco, descritti e analizzati come sono in ogni minimo aspetto. Niente di nuovo in quest’epoca che sta tuttora elaborando i residui del postmodernismo, nella quale i  “produttori d’immaginario” si rendono improvvisamente conto che il cinema è diventato un’arte obsolescente, buona semmai ad alimentare qualche residuo dei fasti holliwoodiani, mentre in televisione si producono telefilm che si fanno carico di tutta la complessità e potenzialità del cinema del passato. Di Murakami mi colpisce come questa sua abilità metaletteraria (e non solo) non mini affatto il suo potenziale poetico. Egli ha un mondo suo ben riconoscibile, costituito da personaggi ipersensibili, solitari, che transitano in una realtà brutale, dalla quale si proteggono rifugiandosi nel sogno (che talvolta diventa incubo) o cercando rapporti umani esclusivi, spesso idealizzati, che proprio nella realtà possono essere anche belli ma in sostanza fugaci. Si tratta di romanzi scritti con uno stile dettagliattissimo, che non perde neppure un istante della vita dei suoi personaggi, pieni di fughe e digressioni, con soluzioni narrative affascinanti che sconfinano nei territori dell’ultimo David Lynch. Eppure, nell’insieme, conservano un alone quasi fiabesco, d’incanto che può ipnotizzare chi sta al gioco (e siamo in tanti: Murakami è uno scrittore complesso che vende come J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter) o irritare chi vuole scorgere in quest’incanto una furberia. È successo a Franco Cordelli, tra i pochi scrittori che hanno stroncato quasi con odio 1Q84, la sua ultima monumentale opera di cui in Italia deve ancora uscire il secondo volume
1Q84 non fa riferimento al 1984 che abbiamo vissuto ma a una sua variante alternativa. Non “parallela”, semmai da intendere come una diramazione senza possibilità di ritorno, nella quale finiscono i due protagonisti del romanzo: Aomame (una bella killer che uccide gli stupratori con un sottilissimo punteruolo, dando loro una morte istantanea e indolore) e Tengo (aspirante scrittore e ghost writer che riscrive un affascinante romanzo, La crisalide d’aria, che la sua autrice, diciassettenne e dislessica, ha scritto con una scrittura inadeguata). In realtà 1Q84 è così ambizioso da essere inenarrabile nella sua precisa struttura che si dipana in 2 parti (in questo volume) e in 24 capitoli per parte; i capitoli si alternano per trattare separatamente le storie di Aomame e di Tengo, uniti da un incontro infantile e lontano, desiderosi di incontrarsi in questo presente distopico nel quale, per il momento, rimangono separati. In questo loro presente ci sono due lune, c’è un personaggio enigmatico chiamato Leader che ha qualcosa in comune con il sacerdote del Ramo D’oro (a Aomame, proprio come nel testo antropologico di Frazer, tocca recarsi da lui per ucciderlo) e degli strani “omini”, detti Little people, che sono come degli dèi e che interagiscono nel destino degli umani di questo mondo, provocando non pochi disastri.
Chiaramente, se come Franco Cordelli siamo dei patiti della “verosimiglianza”, se non siamo disposti a portare fino all’estremo la nostra “sospensione dell’incredulità”, un libro come questo potrà solo infastidirci, insieme a tutta l’opera di Murakami (tranne forse che per Norwegian wood). Il che significa ignorare che la miglior letteratura di quest’epoca, ovvero quella che rifiuta di lasciarsi impoverire e normalizzare dall’editing sconsiderato e dalla forzata collocazione nel genere, ha fatto proprio dell’inverosimiglianza, dell’iperbole, dell’ipercomplessità, della metanarrazione e dell’apparente inconcludenza la sua stessa poetica. Andando nel passato recente, basta leggersi Il tamburo di latta di Gunther Grass, i romanzi di Kundera o quelli del miglior Salman Rushdie per accorgersene. Se in questi autori è palese  l’intenzione di riportare nella modernità la fantasia e la libertà che stavano alle basi del romanzo stesso (anche se Rushdie già s’immerge a piene mani nella cultura postmoderna), in quelli che verranno dopo di loro la consapevolezza d’essere nati in un’epoca d’assoluto relativismo artistico-culturale sembra trovare le sue naturali difese nel progetto (più o meno consapevole) di realizzare opere capaci, nel loro interno, di nobilitare il caos in cattedrali letterarie che hanno la stessa consistenza dei sogni. O sarebbe meglio dire degli incubi. Non mi sembra affatto casuale che, pur nelle loro abissali differenze, autori come Roberto Bolano e Murakami Haruki siano così ardui e nel contempo venduti. Ma di nomi potremmo farne altri: il Bret Eston Ellis di Lunar Park (molto vicino a Murakami sia per l’approccio pop ai più diversificati materiali narrativi, sia per l’insistenza a citare marche d’abiti, d’arredamento, d’auto e di bevande…), Steve Erickson con le sue trovate inverosimili e metaletterarie (autore tuttavia poco conosciuto in Italia) o il Jonathan Lethem di La fortezza della solitudine1. Volendo poi attenerci a due capisaldi, impossibile non citare lo Stephen King di romanzi come La storia di Lisey o (in un altro campo) il maestro David Lynch – che con i suoi ultimi film ha intrapreso un percorso di estrema ridefinizione delle potenzialità espressive del cinema stesso, azzerando fino all’autolesionismo il concetto di verosimiglianza.
Alla fine si tratta di decidere da che parte stare: c’è chi, come Pietro Citati ci esorta con ragione alla rilettura dei classici e rimpiange la grande lezione dell’ibridazione tra critica e romanzo degli anni 80 (Le nozze di Cadmo e Armonia di Calasso), disgustato dal successo di un Faletti che gli risponde paragonandosi addirittura a Dumas; chi difende il genere (romanzo di genere) come strumento per narrare il presente e chi, più venalmente, vede in questa forma (almeno in Italia) l’unico veicolo per far sopravvivere l’oggetto romanzo; chi continua a coltivare un’idea di romanzo puro, esistenziale, spesso degenerante nell’effimero o nel midcult. Io preferisco scorgere nelle opere di Murakami o di Steve Erickson (o, in modo diverso, nel Neil Gaiman di American Gods) dei tentativi di rinnovamento e di libertà espressiva romanzesca che più di altri si riallacciano alle origini del romanzo stesso, pur tenendo conto di dover narrare storie – molteplici storie in un’unica storia – adeguate al Terzo Millennio. Con distacco e partecipazione. Un punto di vista che richiederebbe dei critici adeguati, come adeguati alla letteratura dell’epoca erano i critici della prima metà del secolo scorso. Critici che, piaccia o no, sono cresciuti leggendo Joyce e guardando Twin Peaks e poi LOST, appassionandosi nel contempo per alcuni libri di Stephen King senza dimenticarsi di studiare la cultura popolare e i miti.
Naturalmente, applicare un simile approccio, non significa approvare acriticamente qualsiasi  cosa scrive Murakami. Il mio ipotetico critico dovrebbe possedere gli strumenti per andare oltre i facili entusiasmi e le facili stroncature pregiudiziali. Non si può certo considerare 1Q84 un “romanzo perfetto”: all’interno di momenti alti e affascinanti, di rappresentazioni disarmanti del mondo attuale, di un’empatia partecipe e di un’ironia non sempre decifrabile, di profonde analisi dell’animo umano, non mancano cadute e lungaggini. Lo stile di Murakami non è schioppettante come quello di Salman Rushdie, che passa da una scena all’altra quasi capriolando, pur con i suoi barocchismi, né riesce a creare più immagini nella stessa frase attraverso associazioni arbitrarie. Per portare Tengo e Fukaeri nella casa del vecchio tutore di lei, Murakami si dilunga in un viaggio nel quale è soprattutto importante darci la percezione di come il giovane percepisce la ragazza. La sua attenzione al presente vissuto dai personaggi, istante per istante, è maniacale. Per alcuni suoi fans questa maniacalità realista, contrastante con la l’inversimiglianza delle storie, è uno dei punti forti della sua arte. Io noto che funziona meglio nelle opere brevi o di media lunghezza, mentre rischia di stancare alla lunga. Ho trovato poi banale la lacrima che scende dall’occhio del padre di Tengo, affetto da demenza senile, dopo il lungo discorso che il figlio gli rivolge nella casa di riposo. Cordelli ha ragione: i maschi di Murakami eiaculano troppo, un po’ come in certi manga pornografici. Ma questo può non essere un difetto: rispetto ai ragazzini di quei manga, dilungarsi sulle eiaculazioni di Tengo è un modo per sondarne la sensibilità.
Questi i difetti. Sui pregi ho accennato più sopra e potrei dilungarmi per pagine e pagine. In realtà 1Q84 è soprattutto un grande e affascinante contenitore di storie. La crisalide d’aria, il romanzo nel romanzo scritto da Fukaeri e rivisto da Tengo, è di per sé una storia che poteva reggersi da sola. Chissà che Murakami non abbia pensato per davvero di scriverla? Eppure qui è in continua relazione con le storie dei due protagonisti e di tutti gli altri personaggi. L’invenzione del paese dei gatti, poi, altra storia nella storia, infilata in un viaggio, è un racconto d’altri tempi di per sé funzionale, senza nessuna concessione al postmoderno.
Borges, Orwell (privato dall’opprimente pedagogia di Orwell), Dick, King, Lynch, Kafka, Frazer e chissà quanti altri autori. 1Q84 è la letteratura al suo meglio. Ma è soprattutto l’essere un  vorticoso catalizzatore di storie a farne una di quelle opere che a mio avviso si distinguono nell’arte del romanzo del Terzo Millennio.


1 E’ un caso che questi autori, tranne Ellis, siano tutti influenzati da Philip K. Dick, visionario e nel contempo acuto interprete del suo tempo e ancor più del nostro?

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5 Risposte to “::Recensione di 1Q84 di Murakami Haruki (Einaudi, 2011) a cura di Claudio Ughetto”

  1. Laura Costantini Says:

    Ho questo libro, devo ancora iniziarlo. Affiancarlo al Tamburo di latta, libro che ho odiato e lasciato a metà, non mi incoraggia. Ma affronterò comunque il cimento.
    Faccio notare che l’autrice di Harry Potter NON si chiama Costance.

  2. liberdiscrivere Says:

    Intervista a Haruki Murakami apparsa su Repubblica:

    http://olivero.blogautore.repubblica.it/2011/11/08/intervista-a-murakami-haruki/

  3. ada collio Says:

    Sono una patetica romantica se confesso che 1Q84 alla fine mi ha lasciato nel cuore semplicemente l’Amore? L’idea che l’Amore debba cercare il proprio mondo, superare i propri ostacoli, i propri little people….E’ una storia meravigliosa.

  4. yumiyoshi Says:

    http://noiblogghiamo.it/libri-2/dancedancedance/

    Amo Murakami. Al momento è il mio autore preferito…ho scritto un parere (non una recensione) su dance dance dance che ho trovato molto particolare.Se ti va dacci un’occhiata :)

    http://noiblogghiamo.it/libri-2/dancedancedance/

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