:: Intervista con James Sallis

sallisJames, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è James Sallis?

Qualcuno che spende un sacco di tempo a guardare uno schermo di computer chiedendosi cosa fare dopo.

Come pensi ti ritenga tua moglie, che ti conosce bene?

Un essere umano meraviglioso. (Non è quello che dice a me, ma so che è quello che pensa veramente.)

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Ho sempre raccontato storie agli altri sin da  quando ero molto giovane, penso di aver sempre saputo dove ero diretto. Anche i miei genitori lo sapevano, ma ne erano molto preoccupati.

Chi sono le tue prime influenze ?

Gli scrittori di fantascienza sono stati quelli che ho imparato prima ad amare. Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, Richard Matheson, Alfred Bester. Ho letto i  racconti di Sturgeon e di Phil Farmer più e più volte, cercando di capire da dove proveniva la loro magia.

Cosa preferisci in un libro: la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Un senso del luogo, del mondo fisico, è ovviamente molto importante. La cosa più importante, per me, è la voce: ho bisogno del suono di una voce nel mio orecchio, di qualcuno che mi chiami e mi sussurri all’orecchio: “Ho qualcosa di importante da dire.”

Raccontaci qualcosa della tua New Orleans. Il suo quartiere francese, la sua musica, il suo cibo.

È allo tempo stesso la più e la meno “americana” delle nostre città, un meraviglioso calderone di culture, un miscuglio di architettura e di storia, calda, lussureggiante, impoverita, vergognosamente ricca, puzzolente, meravigliosa.

Ora vivi a Phoenix, Arizona. Raccontaci qualcosa di questo paese. Ti piace il deserto?

Sono un meridionale, abituato al sud degli USA, abituato ad un modello di città verticale, ho dovuto  abituarmici, ma sì, ho trovato una grande bellezza nel deserto. Phoenix è ormai la quinta o la sesta più grande città degli Stati Uniti, ma, come Los Angeles, è un mosaico, una proliferazione di comunità, di quartieri, di periferie. Intorno a noi, il deserto. A nord, un paese di montagne bellissime.

Tu scrivi saggi, racconti, poesie, romanzi?

Commenti, critiche, articoli di musicologia, canzoni, sceneggiature. Anche  lettere, occasionalmente.

La mosca dalle gambe lunghe” è il tuo primo romanzo con Lew Griffin. Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio. È vero che questo romanzo è nato come un racconto?

La prima sezione, sì, è stata scritta come un racconto. Pensavo di scrivere un racconto, ma il personaggio mi restava in mente, mi sussurrava in un orecchio. Così ho scritto un altro capitolo. Poi altre due. Così ne ho fatto un romanzo. Ma no, ancora quel sussurro nell’orecchio che non si fermava. Così ho scritto ancora cinque romanzi.

Lew Griffin è una sorta di eroe dark afroamericano. Ti è simile in molti aspetti?

Ci sono un sacco di cose di Lew in me, o per meglio dire molto di me in Lew, sì. Ma c’è anche un sacco di invenzione. E un sacco ho rubato i tratti, le storie e gli atteggiamenti alle persone che ho conosciuto. E c’è un sacco di Chester Himes.

Cypress Grove, Cripple Creek, e Salt River, sono la trilogia su John Turner. Questo personaggio si ispira ad una persona reale?

No, è pura invenzione. La serie è iniziata quando ero fuori a passeggio. Ho avuto una visione di un uomo accanto a una baracca nel bosco, che ascoltava il rumore di un motore di automobile da lontano. Ho cominciato a farmi domande: Chi era costui? Perché è qui? Chi si avvicina? Con il tempo sono tornato a casa, ho scritto il primo capitolo del romanzo. Il resto del romanzo è stato scritto per rispondere alle domande che continuavano a venirmi in mente.

Raccontaci qualcosa su Luca Conti il tuo traduttore italiano. È per te un amico, un figlio, un partner molto prezioso? Raccontaci qualcosa di divertente su di lui.

Luca è un traduttore sorprendentemente bravo e lo dico perché sono anche io un traduttore. Sono profondamente onorato di vedere i nostri nomi insieme. “Divertente”? Oh, no: siamo entrambi molto, troppo seri.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

A questa domanda potrei rispondere con una lista molto lunga. Ti dico i primi che mi vengono in mente: Donald Harington, James Lee Burke, Jack O’Connell, Daniel Woodrell, China Miéville, Jonathan Carroll, Thomas Pynchon, Ken Bruen, Peter Robinson, Jerome Charyn, Gene Wolfe e tanti altri.

Suoni musica folk e blues. In che modo la musica ha influenzato la tua scrittura?

Suonare e scrivere sono un po’ la stessa attività, e io uso un sacco di metafore musicali (troppe, pensano i miei studenti) in campo didattico e quando parlo di scrittura. Io sono un improvvisatore in entrambe le attività. Ho in “testa” – la melodia nella musica, la trama di un romanzo – e ci gioco tutto intorno, vado via, torno, cerco di scoprire cosa c’è dentro.

Raccontaci qualcosa di “Drive“. Ti piace il cinema?

Drive è stato scritto in un tentativo di aggiornamento, ovvero di rendere contemporanei quei meravigliosi vecchi tascabili del Gold Medal. Il successo del libro ha sorpreso tutti – in particolare gli editori di New York che l’avevano rifiutato di pubblicare a causa della sua lunghezza ed eccentricità. Rob della  Poisoned Pen Press, un fan per lungo tempo, ne ha visto il potenziale. Amo il cinema. Spesso, infatti, accanto alle influenze letterarie, cito film di fantascienza dei film anni ’50 e i film  europei che hanno avuto grandi influenze sul mio lavoro.

Ti piace Chester Himes?

Enormemente – altrimenti non avrei scritto una biografia sostanziale di quest’uomo-. Era, come ho accennato in precedenza – la sua vita ha avuto – una profonda influenza sui romanzi di Lew Griffin.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

La gente si è accorta del mio lavoro sin dall’inizio , e le recensioni sono state ottime. Così, per quanto riguarda le recensioni ho avuto successo sin dall’inizio, commercialmente, non tanto. Dall’inizio ho anche avuto la fortuna di avere molti lettori stravaganti e leali. Io, naturalmente, ho indossato il cappello del critico per molti anni, lavorando come recensore e columnist del “Washington Post”, il “Boston Globe”, e il “Los Angeles Times”.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Ho una predilezione particolare per The Long-Legged Fly, dato che mi ha aperto tutte le porte. Quello preferito da mia moglie è Moth, che credo sia un romanzo estremamente elegante dal punto di vista testuale. Io non credo che riucirò mai a scrivere un romanzo migliore di Eye of the Cricket o Ghost of a flea. Probabilmente mi sono divertito di più a  scrivere i  tre romanzi con Turner. Salt River mi sorprende per per il fatto che tanto può essere “detto” in un romanzo  in modo breve e apparentemente disarticolato.

Cosa stai scrivendo al momento?

Un romanzo strano intitolato The Killer Is Dying, che ho iniziato come un altro duro romanzo come Drive e rapidamente sto trasfornmandolo in una cosa con molte teste – tre personaggi, tre vite molto diverse. Sono forse a 4/5 della strada da percorrere, chiedendomi sempre cosa succederà dopo.

Ti piace il noir francese?

Oh, sì. Il primo film “straniero” che ho visto – e questo, solo perché ero a Memphis, quando frequentavo le scuole superiori, e partecipavo ad un programma di studio estivo – è stato “Breathless”. Ero cresciuto vedendo i brutti  films di Hollywood, avevo 16 anni , e pensavo vedendolo:  E cos’è questo? Mi ha colpito moltissimo. Poi  ore e ore di Ingmar Bergman, di film giapponesi, i classici film italiani e dopo i film francesi. Credo che gran parte del mio modo di mettere insieme le storie, anche il mio modo di scrivere – la visualità , l’allusività – derivino da tali film.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Di concentrarsi prevalentemnete sulla scrittura, e scoprire cosa si può fare che nessun altro può fare, e come trasmettere la propria visione del mondo. Gli studenti spesso vengono da me a fare domande su agenti ed editori e sul modo migliore per mercificare il loro lavoro, quando non sanno scrivere una storia coerente o una frase interessante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Non posso fare di meglio che citare uno dei miei romanzi preferiti, l’ Ulisse: “Ho paura di quelle grandi parole che ci rendono così infelici.”

Chandler o Hammett?

Entrambi. Assolutamente. La vita non è o , o . E neanche la letteratura. Questo tipo di pensiero aristotelico, come “quelle grandi parole,” è materiale pericoloso.

Ti senti ispirato da avvenimenti reali quando crei le tue trame?

No. Sono ispirato dal tenore del tempo – perseguo ciò che Lionel Trilling considera l’intento “avversario” della scrittura, nuoto controcorrente per ottenere una “conoscenza comune”.

La solitudine dell’uomo moderno è un tema importante nei tuoi libri. Sei stato ispirato dall’ esistenzialismo francese?

Inevitabilmente. L’Etranger è stato uno dei primi romanzi che ho rubato quando ero molto giovane, avevo dodici anni o poco più, ne lessi una copia di mio fratello che la portò a casa dall’ università. Ma la letteratura francese nel suo complesso ha avuto su di me una straordinaria influenza: Queneau, Vian, Pinget, Baudelaire, Verlaine, Ponge, Robbe-Grillet, Apollinaire.

Chi è il tuo poeta preferito? Ti piaciono i  poeti russi come Anna Achmatova?

Non so come potrei mai sceglierne uno preferito. Io amo W.S. Merwin, Robert Lowell, James Wright, posso citare Dylan Thomas. Blaise Cendrars, in particolare La Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France. Ho tradotto Cendrars, Yves Bonnefoy, Neruda, Voznesensky, Jacques Dupin e molti altri. La poesia è stata indicibilmente importante per me tutta la mia vita. Un critico ha detto una volta dei miei romanzi “Poesia dalla porta di servizio.” Sì. Nel Sud, la porta sul retro è dove i nostri amici possono entrare.

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