“Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida

flem

La prima premessa è che il disadattamento è demodè. La seconda è che hai cercato in tutti i modi di riconquistare la tua unicità in questo mondo a cubicoli con l’aria condizionata spenta e lo scarico del cesso rotto, ma non ci sei riuscito. La terza – più che è  una premessa, una drammatica evidenza – è che sei profondamente convinto di esserci riuscito. Hai elaborato strategie mirabolanti per tornare ad essere di nuovo un individuo. Per poter riprendere in mano il tuo nome, i tuoi vestiti, la tua voce e metterti al margine. Perchè di base, da quanto hai dedotto dalla tua più o meno breve esperienza di vita, l’individuo è sempre solo. Un eroico furore gli anima lo spirito, puro e incorruttibile. Appena fuori dal cerchio del tuo fuoco sacro, al mercato nero più vicino venditori di idee e compratori di opinioni ti fanno segno di avvicinarti, che potresti trovarlo lì, quello che fa al caso tuo. Roba originale assicurata, col marchio di fabbrica stampato di fresco, solo qualche piccolo difetto qua e là a rifinire il tutto di quell’aria vissuta, da appestati borderline che quella gioventù bruciata anni ’70 strafatta d’acido, urlata a vuoto in un megafono, se la sarebbe sognata. Abbiamo trucchi nuovi, noi. Siamo dei vincenti. E i vincenti non perdono mai il controllo, non sbagliano mai obiettivo, non fanno mai niente per niente. Si dichiarano figli dell’anarchia, neomissionari dediti alla cultura del libero pensiero, della libera informazione, della libertà d’espressione. Si dichiarano liberi, per farla breve. Liberi di e liberi da. Una libertà non convenzionale, certo sempre di sinistra, ma alla fine non poi così sicura su da che parte stare, disinteressata alle posizioni da prendere, ai ruoli da gestire, agli impegni da rispettare prima di superare la data di scadenza e tritare giù nel secchio pacchetti 3×2 di slogan preconfezionati. Una libertà disinformata, perchè spesso ad esser così libero di informarti, finisci per non informarti affatto e trovi che annuire a tempo con le zazzere degli altri e applaudire col suggeritore in tasca non sia poi così riprovevole. Ti fa guadagnare tempo, ti permette di correre di più. Perchè i ragazzi di nuova generazione hanno l’arma giusta, signori: la velocità. Ogni notte si divorano chilometri di superstrada in un’aritmia di luci artificiali e risate sintetiche, ingoiano spensieratezza liquida e digrignano i denti tra sorrisi smaglianti e residui di insoddisfazione riciclata dai loro genitori. Ogni giorno affollano metro ed autobus, avari della loro noia da pièce teatrale, sputano cubetti mezzi sciolti di una rabbia che sbadiglia. Correndo. Sempre correndo a perdifiato. Disperdendo nell’aria ad ogni passo un pò più  del loro niente. Un niente cattivo, svuotato, che non si può scrivere perchè non ha spina dorsale. Ma va veloce, è un meccanismo perfetto ed essenziale, basato sull’aculturazione e sull’omologazione dei connotati identitari. La velocità è una prerogativa. Fermarsi è segno di debolezza, ti rende meno competitivo, ti affossa nella morsa dei perdenti, ti fa parte del sistema, ti preclude ogni possibilità di comunicazione autentica, ti isola a te stesso, ti rende un numero di matricola, ti  sbatte faccia al muro contro un traguardo che non taglierai mai, perchè sei troppo lento, non produci abbastanza e non consumi quanto dovresti. Non vendi né compri. Sei autosufficiente, un’entità a se stante, fuori da ogni definizione di coppia, gruppo, comunità. Sei un animale rapace, un lupo selvatico, una bestia che non si fa addomesticare. Tu sì che hai l’eroico furore solitario dell’individuo al limite. Quando riscopri la flemma, inizi ad essere percepito per quello che sei. Un campo minato a distanza ravvicinata, senza più un artificiere che sappia fare il suo mestiere nei dintorni. Non sei il terrorista, la mano umana che pianifica l’esplosione. Sei l’ordigno a orologeria e il conto alla rovescia inizia quando nasci. Per anni scegli di stare in silenzio. Accetti di costringerti ad un esilio forzato, di ridere a intervalli regolari risate preregistrate, di sbronzarti pur di non ascoltare le puttanate che ti bruciano l’ossigeno intorno, di condividere i tuoi letti sfatti con chi vorresti azzannare nella barbarie di una danza primitiva. Ti fai spirito della foresta e reclami sangue per rigenerare vita da una terra in via di estinzione. Essere pulsazione dei tuoi organi vitali, sentirti respirare nei tessuti e ridisegnarti tra nuove geometrie molecolari. Tirare fuori i denti, non più  per sorridere. Questa volta, forse l’ultima, per uccidere. Per questo sei carne e artigli. Per questo e per nient’altro sei gambe in movimento, per essere predatore oppure preda. Per questo sei circuito sinaptico, per attaccare o per fuggire. Rispondi a basilari istinti naturali, curandoti con quella lentezza necessaria a risvegliare i tuoi riflessi di sopravvivenza, in coma per eccesso di velocità. Scegli l’unica forma di vita incontaminata che ti rimanga, la flemma. La scegli nel sacrificio e nel rituale. Torni uomo. Ora, arrivati a questo punto del dicorso potrei anche sbagliarmi, ma io credo che Paolacci ce l’abbia fatta. Che l’abbia scritto, questo libro tanto atteso sulla e contro la nostra generazione. E che l’abbia fatto nel modo più spietato che poteva. In un crescendo dionisiaco di rock’n’roll e di vecchi cantastorie, “Flemma” descrive gli universi paralleli di una serie di storie che si inseguono tra Bologna e il Cilento. Davide, un attore di teatro che recita monologhi di satira, una maschera d’odio a coprire ogni sbavatura d’incertezza. Clara, una fumettista innamorata della morte, senza talento per la vita o forse con un talento troppo grande per pensare anche solo di affrontarla, per decidere da dove cominciare. Macaco, un ragazzo di provincia, soffocato da vent’anni di silenzi familiari e da quegli sguardi che ti dicono, con un ghigno che si divora gli occhi, che non andrai lontano. L’agente Lenzi, vissuta da sempre nell’ombra del proprio corpo, fagotto informe, corrosa dall’invidia per una generazione di belli ritoccati, di pelle elastiche e di pance piatte. Luca, un tredicenne orfano, messo al bando dai suoi coetanei, mandato in guerra contro una cattiveria che non si può scrivere, perchè è cattiveria del niente, il niente vuoto, nero di notte e di letargo della fantasia. Se arrivate all’ultima pagina di questo gran pezzo di critica sociale e vi chiedete che cosa ci sia di noir in un romanzo del genere. Beh. Vuol dire che in quel niente ci siete dentro fino al collo. Perchè nera è questa generazione d’automi e automatismi, nera è questa libertà fatta d’abitudine. E non ve ne tirerete fuori tanto facilmente.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. Ha vissuto a Torre Orsaia (SA) fino alla fine del liceo, poi si è trasferito a Bologna, dove vive tutt’ora. Si è laureato in Discipline dello Spettacolo. Ha tenuto lezioni all’università e scritto articoli sul cinema. È stato lettore in casa editrice e ha collaborato con alcune agenzie letterarie. Dal 2008 coordina le giurie del premio “Lama e trama” e ha avviato un proprio studio editoriale. Un suo racconto è apparso nell’antologia Amore e altre passioni (Zona, 2005). Flemma è il suo primo romanzo.  Qui il suo blog.

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Una Risposta to ““Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida”

  1. utente anonimo Says:

    questo pezzo mi piace molto.complimenti!silvia

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