:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick

fanPhilip K. Dick, – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott-, non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi, con alterne fortune, ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati, ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile, (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958, – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press-, racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura, fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla, trascina i suoi giorni, ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e non ostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria, che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene, apertamente, non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, come era, tra l’altro, nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

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2 Risposte to “:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick”

  1. farid Says:

    Ciao, avrei bisogno di un chiarimento premettendo che non sono un gran lettore. Non capisco se nell’ultimo capitolo si parli della vita reale o sia solo un sogno di Bruce.

    • liberdiscrivere Says:

      Attenzione Spoiler- Premesso che è un romanzo “realistico” e quindi anche l’interpretazione letterale può avere un suo senso, e l’autore un po’ ci mette volontariamente in errore dicendo”c’è anche il lieto fine cosa volete di più” ritengo ma è una mia interpretazione personale, prendila con le pinze, che Bruce incarni il fallimento del sogno americano, un loser al quale poco si addice un lieto fine con famigliola felice accanto. Per me è semplicemente una sua fantasticheria, una proiezione di tutte le sue ossessioni e una rivalsa dai fallimenti della sua vita se non addirittura come hanno scritto alcuni critici “un tema scolastico che Bruce ricorda in una camera di motel mentre ripensa a tutta la vicenda: un compito scritto ai tempi della scuola, nel 1944, nel quale gli era stato richiesto di immaginare il proprio futuro.”

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