:: Intervista a Enrico Remmert

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Grazie Enrico dell’intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Sei nato a Torino nel 1966, sei uno scrittore, hai due bimbe, sei laureato in Scienze Politiche, scrivi per diverse riviste come GQ, Slow Food e molte altre. Raccontami una tua giornata tipo.

La mia giornata tipo non esiste più, per fortuna. Ho una tale varietà di lavori che l’unica costante è portare le mie due figlie a scuola. Poi ogni giornata è diversa.

Oltre a scrivere che lavoro fai? 

Ho lavorato per sedici anni in azienda, cambiando in quell’arco di tempo cinque datori di lavoro e cinque settori merceologici, sempre a causa di un’inquietudine difficile da descrivere, e che continuo a sentirmi addosso. Comunque oggi sono un free-lance della scrittura e mi capita di applicare questa capacità agli ambiti più diversi. Negli ultimi cinque anni ho scritto per quotidiani e magazine, ho scritto per la pubblicità, ho scritto per il mondo aziendale, per la televisione, il fumetto, il cinema e il teatro, ho scritto testi musicali, ho scritto testi tecnici, ho fatto il traduttore e l’editor, ho insegnato ai corsi di scrittura, e così via. Inoltre continuo a fare consulenze aziendali, che alla fine si trasformano in brief, documenti strategici, piani operativi… insomma, in una parola: qualcosa di scritto. Ma non credo di essere una mosca bianca: la maggior parte degli scrittori che conosco, anche quei pochissimi che potrebbero vivere solo di scrittura “alta”, si destreggiano in molti altri ambiti della scrittura. Insomma, siamo in tanti a sentirci un po’  Bianciardi.

Hai pubblicato con Marsilio tre romanzi “Rossenotti” (1997, Marsilio), “La ballata delle canaglie” (2002, Marsilio) e Strade bianche (2010, Marsilio). C’è un filo conduttore che lega questi libri, un processo di evoluzione nella tua scrittura, nel tuo modo di concepire l’arte e la letteratura in particolare?

La seconda parte della domanda è impossibile da esaurire in poche battute. Quanto al filo conduttore, invece, credo sia molto evidente: mi interessano storie italiane, legate al presente, al cui interno i protagonisti manifestino qualcosa che, per semplificare, potrei definire “smarrimento”. Perciò mi prendo questi piccoli mondi, intimi, e cerco di sviscerarli. Nel farlo brancolo tentando di ricercare un equilibrio fra profondità e superficie, fra spessore e disinvoltura, cercando a tutti i costi una strada mia, il più possibile riconoscibile. È ovvio che un approccio del genere costringe a non essere molto prolifici.

Strade bianche il tuo ultimo romanzo ha avuto una lunga gestazione o è nato di impulso? Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Quando hai detto “è pronto per camminare con le sua gambe” e l’ hai dato alle stampe?

Strade bianche ha una gestazione complessa, molti padri e molte madri, ma è impossibile raccontarla. Diciamo che ci lavoro dal 2005.

Un road movie dell’anima” è stato definito. In un racconto di viaggio il panorama cambia sempre e incide sugli umori dei personaggi. Quanto i luoghi influenzano la tua scrittura?

I luoghi poco, le atmosfere dei luoghi moltissimo. La scena alle saline di Santa Margherita di Savoia, ad esempio, deriva dal fatto che ci sono stato realmente, d’inverno, e quel giorno lì nevicava, una cosa che non accadeva da quasi vent’anni.

I tuoi personaggi nascono dalla realtà? Sono figli, frammenti, di persone che hai conosciuto o a che anche solo hanno incrociato il tuo cammino?

Naturalmente.

Tre voci narranti che si intersecano, si sovrappongono, vivono di vita propria come un canone a tre voci. Perché questa pluralità di punti di vista? La realtà per essere compresa, per far emergere la verità, deve essere analizzata trasversalmente?

Quello che posso dire è che è stata una scelta molto complessa da gestire sotto il profilo sia narrativo che stilistico, ma vedo che, a parte un inevitabile smarrimento iniziale, i lettori apprezzano e, anzi, molti non se ne accorgono neppure, che è la migliore testimonianza che funziona.

Le road story sono tipiche del contesto americano, grandi spazi, viaggiatori solitari, magari con zaino in spalla e un block notes per raccogliere impressioni e sensazioni. Penso a On the road di Jack Kerouac, o Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Come ti è venuta l’idea di un viaggio tra Torino e la Puglia?

Esiste più di una risposta. Prima di tutto, nella mia infanzia ho avuto la fortuna di viaggiare molto: mio padre non ha mai lavorato in Italia e questo fa di me uno che, a sette anni d’età, ne aveva vissuti due in Cile e cinque in Kenya. Crescendo, anche se a quel punto abitavo a Torino, ho passato interi mesi in Irlanda e poi, nell’ordine, in Svizzera, in Danimarca, in Brasile e in Argentina. Forse, alla fine, ne è nata una sorta di rigetto: oggi, come uno dei tre protagonisti del libro, provo un forte disagio fisico nel viaggiare, esattamente quello che descrivo nelle parti di Vittorio. D’altra parte questo disagio non mi hai mai fatto rinunciare a viaggiare: mi piace quella sorta di latenza mentale che il viaggio provoca, il vedere le cose da una prospettiva diversa. Parlo del viaggio non come mero spostamento da qui a lì, ma come attraversamento di uno spazio, non necessariamente fisico. In ultimo mi interessava quella strana frenesia occidentale, per cui sembra che si viva solo per scappare via. Da qui nascono certe riflessioni, come quella di Vittorio quando dice: “Nella mia visione, le agenzie di viaggio sono luoghi di smistamento emotivo. E leggo in questa frenesia di viaggiare dei miei coetanei non curiosità per il mondo, ma un tentativo di esportare il proprio disagio: cambiare posto all’insoddisfazione mettendola in un altro scenario, chiedere tutto in una volta alla distanza quello che il tempo non potrebbe concedere se non a poco a poco”.

Cito Le Figarò: “Con questo libro Remmert prende posto tra gli autori più dotati della sua generazione”. Che sensazione hai provato leggendo questo commento?

La consapevolezza che, all’estero, badano a quello che hai scritto e non alla tua posizione in seno al mondo editoriale, a quanto ti fai vivo sui siti che contano, a quanto lisci il pelo ai baroni, a quanto prendi parte ai dibattiti e alle polemiche del mondo letterario e così via. Io sono un appartato, mi faccio i fatti miei: questo in Italia costa caro, in termini di visibilità, ma all’estero per fortuna no.

Quali sono le tue letture preferite, i tuoi scrittori totem?

Ce ne sono decine: mi riconosco nel famoso verso di Borges: “Gli altri si vantino delle pagine che hanno scritto/ io sono orgoglioso di quelle che ho letto.” Ho in casa quasi duemila volumi, ma non è niente rispetto alla libreria di famiglia. Perciò non riesco a fare dei nomi isolati, per me vale tutto: i classici greci e latini, Shakespeare, i nordamericani, i russi, i boemi, i poeti spagnoli del Ventisette, i grandi sudamericani, da Miguel Angel Asturias a Marquez, lo splendido Novecento italiano… come si fa a fare solo qualche nome?

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei un perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Ho una scrittura a strati, qualcosa che via via si sedimenta e prende corpo in maniera differente da com’era all’inizio. Nel senso che butto giù due/tre pagine alla volta ma poi le riscrivo all’infinito, soprattutto tagliando. Lavoro in modo accurato su tutti gli aspetti: sulle parole, sullo stile, sulla musicalità della frase, ma anche sulla narrazione vera e propria, sulla storia che racconto, che secondo me è il punto focale. Leggo molti scrittori che scrivono benissimo, ma sembrano dimenticare che la scrittura non è fine a se stessa, ma è al servizio di una storia e, quando questa non c’è, invece che letteratura si dà vita alla noia. Si può dire bene o male dei miei libri, ma di certo non regalo sbadigli.

Raccontami Torino la tua città. Colori, odori, suoni. Parlami dei luoghi che preferisci e di quelli che cambieresti. Città sabauda, città post industriale come coniuga passato e presente?

L’ho descritta molto in Rossenotti e nella Ballata. È una città che amo, un “luogo” in contrapposizione a certe città che sono dei “non-luoghi”. Abito in San Salvario, vicino a Piazza Madama Cristina, ed è un quartiere in cui mi sento a mio agio, dove i negozianti li conosci per nome e aleggia su tutto la dimensione del borgo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo sempre più libri contemporaneamente, in genere tre, ma mai dello stesso genere, per non fare pasticci. La terna consueta è un romanzo, un libro di poesia e un libro di racconti. Oppure, oltre alla narrativa e alla poesia, un saggio o una biografia. Attualmente sono su “Il piacere non può aspettare” di Tishani Doshi, “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout e “La gioia di scrivere”, l’antologia completa delle poesie della Szymborska.

E la tua avventura con i Motel Connection?

Un esempio di com’è strana la vita. Molti anni fa andavo a vedere i concerti dei Subsonica, oggi scrivo canzoni gomito a gomito con Samuel, il loro cantante. E poi c’è dj Pisti, uno con cui puoi parlare di Fenoglio o di Norman Cook, di Herzog o di Massimo Campigli, e sei sicuro che ha sempre qualcosa di interessante da dire. In generale questa è la vera soddisfazione nell’aver scritto dei libri che sono piaciuti: per esempio, una volta andavo alle mostre di Daniele Galliano, per me uno dei vertici della pittura contemporanea, e oggi stiamo mettendo in piedi un progetto insieme. Questo sì che non ha prezzo, altro che Le Figarò…

Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Ho appena finito un libro a sei mani: una favola per bambini, ma anche no, con testo mio e di Luca Ragagnin e illustrazioni di Paolo d’Altan. S’intitola “Il viaggio semiasciutto di Ulisse il pesce volante” e uscirà a fine ottobre per Edizioni BD.

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