:: Intervista a Tommaso Pincio a cura di Valentino G. Colapinto

pincio2Grazie Tommaso per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Il tuo vero nome è Marco Colapietro, sei nato a Roma nel 1963 e sul colle Pincio sorge il parco dove giocavi da piccolo; dopo aver frequentato l’Accademia Di Belle Arti, hai cominciato come fumettista e poi hai lavorato alle dipendenze di pittori italiani e stranieri; hai diretto per dieci anni una galleria d’arte internazionale e negli anni Novanta hai vissuto a New York per poi tornare nella tua Roma; ti sei dedicato solo tardivamente alla letteratura. Scrivi sotto pseudonimo e, secondo alcuni, manderesti addirittura un tuo amico alle (rare) occasioni pubbliche cui partecipi. Lo Spazio Sfinito è il tuo secondo romanzo (su cinque complessivi finora). Vuoi aggiungere altro?

È tutto esatto, più o meno. A parte quella storia delle occasioni pubbliche. Non ho mai mandato nessun amico a impersonare me stesso. Se vado, vado.

In un’intervista hai confessato di aver cominciato la tua carriera artistica e professionale con i fumetti. Disegnavi “fumetti porno-horror”, per l’esattezza. Si trattava di cose tipo “Jacula”, “Zora la Vampira” o “Sukia”, oggi diventate di culto? Puoi darci qualche particolare in più?

L’ho fatto per breve tempo. Era un lavoro schifoso, alienante. Dopo qualche mese, provato allo stremo, non ce l’ho fatta più e ho rassegnato le dimissioni. Ero impiegato presso uno studio dove si producevano le cose più disparate, dai cartoni animati per bambini ai fumetti porno. Fui giustappunto assegnato a quest’ultimo settore perché ero abbastanza veloce e preciso a “fare le matite”, che in gergo significa abbozzare le tavole che poi vengono ripassate a china dall’inchiostratore. Ogni mese ci venivano recapitati dei plichi contenenti sceneggiature demenziali su donnine in calore che copulavano con mostri di ogni tipo.
In particolare ne ricordo una ambientata a Venezia nel ‘700. Parlava di una specie di Casanova che si ritrova trasformato in una specie di orrendo polipo. Nottetempo l’ottopode riemerge dalle acque limacciose della laguna per introdursi nelle stanze da letto di fanciulle addormentate, che ovviamente vengono penetrate in un tripudio di tentacoli bavosi e mugolii di piacere.
Credo che la testata per cui realizzavamo simili capolavori si chiamasse “Oltretomba”. O magari “I sanguinari”. Ma può darsi mi sbagli: veniva pubblicata un sacco di quella porcheria in quegli anni ed è trascorso davvero molto tempo. La cosa interessante è che quando iniziai a lavorare ero ancora minorenne, appena diciassettenne, ma il capo non si fece scrupoli. Soltanto in un caso ebbe qualche tentennamento: una vignetta per la quale la sceneggiatura richiedeva testualmente un primo piano del membro del protagonista. “Forse è meglio che questa la disegni io” mi disse. Lo fece in controluce, tutto nero cioè. Diceva che a questi sceneggiatori partiva un po’ la brocca certe volte.

Sono passati ormai dieci anni dalla pubblicazione originaria di Lo Spazio Sfinito nella coraggiosa collana AvantPop di Fanucci, purtroppo poi chiusa, su cui erano pubblicati autori come Philip K. Dick, Joe Lansdale o William T. Vollmann. A quell’epoca eri ancora poco conosciuto e, soprattutto, non eri assurto al rango di “autore di culto”. Qual è adesso il tuo rapporto con questo romanzo degli esordi o quasi? Sei stato tentato di rivederlo o integrarlo in qualche sua parte?

Consegnato alle stampe, un romanzo appartiene al passato e ai lettori, se credono. La tentazione di rimetterci le mani non mi sfiora mai. Per me sarebbe come cercare di riportare in vita un cadavere. Preferisco conservarlo nel ricordo, coi suoi pregi e coi suoi difetti, come si fa con i morti.

Hai raccontato di aver vissuto negli anni ’90 come un hippie, inseguendo i modelli di Kerouac e Burroughs, vagabondando per l’Oriente e cercando quella che un tempo si chiamava l’espansione della coscienza. È in questo periodo che hai scritto Lo Spazio Sfinito e devo dire che si sente. Lo definirei, infatti, un’operetta beat. Che cosa rimane oggi di quel periodo della tua vita?

In realtà, ho vissuto in maniera sbandata soltanto la parte terminale di quel decennio. Agli inizi degli anni ’90 vivevo a New York e avevo abitudini d’altro genere. Soprattutto facevo un lavoro che mi obbligava a tenere un certo contegno. Dirigevo una galleria d’arte e avevo contatti quotidiani con persone importanti e danarose. Non bisognava essere inappuntabili come broker, ma l’apparenza aveva comunque un suo peso ed è facile immaginare perché: non puoi chiedere cinquantamila dollari per un quadro coi jeans strappati e le sneaker, sebbene fosse proprio quella la mia mise ideale.
Poi è accaduto qualcosa, o meglio una serie di cose che mi hanno indotto a sbracare, per così dire. Si è trattato in parte di una reazione: il mondo danaroso e sopra le righe col quale mi toccava tenere contatti quotidiani aveva parecchi lati che cozzavano col mio carattere. Ho iniziato a vivere disordinatamente, acquisendo anche qualche abitudine non molto salubre. Ma non mi pento di nulla: è stato un periodo piene di scoperte.

Come già per Cinacittà, hai realizzato personalmente la copertina della nuova edizione de Lo Spazio Sfinito, lanciando tra l’altro un sondaggio su Facebook per scegliere tra la versione in bianco e nero e quella colorata. Inoltre, hai ripreso ultimamente il pennello in mano, realizzando personalissimi ritratti di scrittori famosi, sia scomparsi che viventi. Penso, per esempio, alla vera e propria Icona che hai realizzato di Giuseppe Genna. Qual è per te il rapporto tra scrittura e arti figurative?

I ritratti degli scrittori sono un passatempo, una distrazione. Mi diverto a disegnarli e dipingerli ma non sono così insensato da attribuirgli chissà quale valore artistico, anche se l’idea di fare una mostra mi solletica parecchio.
In termini più generali, tutto ciò che è visivo ha uno stretto legame con la mia scrittura. Sono abituato a ragionare per immagini perché questa è stata la mia formazione. Da ragazzo non facevo che vedere quadri, visitare mostre, musei. Avevo un grande interesse anche per i fumetti perché la distinzione tra cultura alta e bassa non ha mai fatto parte della mia indole. Mio zio e mio padre gestivano un’edicola di giornali; ci passavo giornate intere da bambino e in quel chiosco pieno di carta stampata le cose erano una accanto all’altra senza troppa distinzione.
Un fascicolo dei Maestri del colore dedicato a Caravaggio poteva trovarsi a pochi decimetri da un numero dell’Uomo Ragno o di Playboy. La commistione di mondi lontani che caratterizza buona parte del mio lavoro deriva probabilmente da come il mio occhio è stato educato nell’infanzia. Se mio padre fosse stato un antiquario probabilmente non avrei mai scritto certi romanzi.

Lo “Spazio Sfinito”, tecnicamente, è un’ucronia per quanto sui generis. Hai dimostrato di amare molto questo genere letterario, ancora poco praticato in Italia (anche se ultimamente ci sono state parecchie eccezioni). Eco ci ha spiegato come anche la Parigi di Dumas Padre o di Simenon fosse in realtà ucronica, perché – per esempio – contemplava strade o civici inesistenti. Più in generale, tutta la letteratura sembra essere più o meno ucronica, alternativa alla realtà storica ed empirica, per quanto spesso voglia convincerci del contrario. A questo proposito, cosa ne pensi di quanti da qualche anno a questa parte vanno predicando – in forme diverse – un “ritorno alla realtà” nella narrativa?

Non mi pare una grande novità. Tu usi la parola “ritorno”, ma di fatto il reale non è mai scomparso dal nostro panorama narrativo. L’amore per il vero è il nostro feticcio nazionale. E anche il nostro guasto peggiore, perché ci illudiamo che un racconto “vero” apra le porte della verità quando spesso è proprio il contrario. Qualunque eccesso di realismo determina nel lettore una reazione superficiale, emotiva, perché tutto si concentra nello scandalo del momento. Ci si indigna, ci si accalora, ma poi? Trasfigurare la realtà attraverso la finzione ci obbliga invece a vedere le cose da una prospettiva diversa. Può capitare di sentirsi meno coinvolti, meno catturati empaticamente dal racconto, ma questa perdita viene compensata da uno spazio più meditativo. Il lettore è costretto a chiedersi perché la storia gli viene raccontata in una certa maniera.
La verità è che noi italiani gradiamo poco la fatica delle domande. Vogliamo risposte e le vogliamo semplici; risposte che vadano dritte al cuore senza sfiorare troppo la mente. Ma sia chiaro, non sono affatto avverso a una narrativa di tipo realista. Quel che trovo nefasto e non posso condividere è il primato morale che gli viene riconosciuto.

“Vuoto”, scritto sempre con l’iniziale maiuscola, è sicuramente la parola chiave del tuo romanzo. Un Vuoto da riempire per Marilyn Monroe, un Vuoto da inseguire per Jack Kerouac o da rifuggire per Neal Cassidy. E il Vuoto Spaziale, nero e assoluto, fa da contraltare al Vuoto interiore dei personaggi che si aggirano fragili e spauriti tra le pagine del romanzo. Possiamo affermare che c’è una componente mistica, di stampo buddista, nel Vuoto di cui parli e che l’Albert Einstein del libro (emblema del pensiero scientifico occidentale) cerca altresì di negare? E il Muggito del Tutto è forse un richiamo ironico all’Ohm induista?

Più o meno. È stato proprio in quel periodo che mi sono avvicinato al pensiero orientale. In parte leggendo Kerouac, il vero Kerouac intendo. E in parte frequentando la scena delle feste Goa.
Ero solito partecipare a questi raduni di party people dove si suonava musica psichedelica per tre o quattro giorni di seguito. Era un pullulare di giovanastri, ma anche di attempati reduci dell’era hippy, che aprivano le porte delle loro percezioni usando come chiave speciali sostanze chimiche non sempre ammesse dalla legge. Queste feste erano decorate con dipinti di sapore decisamente visionario dove il simbolo dell’Om la faceva da padrone.
C’è però un’altra ragione per cui ho scelto di velare d’oriente i reiterati riferimenti al Vuoto. Lo spazio sfinito è intriso di nostalgia. Di un sentimento di rimpianto per cose andate perdute. Una di queste cose è proprio il Vuoto, il Nulla.
Il nostro tempo è infatti un immenso pieno. Ogni secondo della nostra esistenza è riempito da un suono, da uno stimolo. A qualunque ora del giorno o della notte tu accenda la televisione trovi sempre un deficiente che ha qualcosa da dire o un nuovo prodotto da comprare o un culo perfetto dietro il quale sbavare. Ai tempi della mia infanzia non era così. Esistevano un inizio e una fine delle trasmissioni. Se accendevi l’apparecchio al mattino compariva l’immagine fissa del logo Rai e udivi un sibilo, una specie di serena sorda, un mugolio elettronico che mi faceva pensare al nulla. Nel ricordo quel nulla mi sembra più pieno della gran massa di cose ammassate nelle nostre vite di adesso. Ma forse è soltanto l’effetto della nostalgia.

Ti offenderesti, se ti definissero uno scrittore di fantascienza? Jonathan Lethem ha recentemente ricordato come nel 1973 “L’Arcobaleno della Gravità” di Thomas Pynchon avesse rischiato di vincere il Premio Nebula, il più prestigioso riconoscimento della fantascienza letteraria.
In Italia purtroppo gli editori sono costretti a pubblicare romanzi di fantascienza come i tuoi o quelli di Laura Pugno come opere mainstream, per paura di inibire i lettori nostrani, notoriamente avversi al genere, mentre in America grandissimi come Kurt Vonnegut o David Forster Wallace hanno scritto sf senza alcun pudore. E qual è secondo te la differenza che separa la sf dalla letteratura postmoderna?

Mi hanno definito più volte così e non mi sono mai offeso. Sai chi è un’appassionata lettrice di fantascienza? La pornostar Stoya. Nelle interviste le chiedono sempre quali sono i suoi autori preferiti, e pare si sia scocciata di fare sempre i nomi di William Gibson e Anne McCaffrey.
Ti dico questo perché il primo a notare uno stretto legame tra queste due sfere all’apparenza lontane è stato Kurt Vonnegut, un autore sempre in precario bilico tra genere e mainstream. A suo avviso, che quel che fantascienza e pornografia hanno in comune è la visione di un mondo impossibilmente ospitale. La penso esattamente come lui e pertanto non vedo nessuna particolare differenza tra sf e letteratura postmoderna.

Partito come scrittore sperimentale con la tua opera prima M. (1999) hai sempre più “normalizzato” il tuo stile, fino a raggiungere quasi un grado zero di scrittura, convinto come sei che sia più importante cosa si racconta di come lo si racconta. Questo ti qualifica sicuramente come uno dei più importanti narratori italiani in attività. La nostra letteratura, però, è da sempre sbilanciata verso la prosa d’arte e la sperimentazione formale e chi fa sceglie, come te, una lingua più ordinaria è visto con sospetto se non disapprovato pubblicamente, come pure ti è capitato da parte di critici famosi. Perché tanto pregiudizio in Italia per la narrazione tout-court?

Una caratteristica del nostro paese è quella di concepire la cultura in termini elitari. Non esistono vie di mezzo. O sei un’artista vero, d’avanguardia, o sei popolare, di massa. Tra i due estremi ci sarebbe un sacco di spazio, ma nessuno vuole starci con tutte le scarpe.
Avviene così che il falso culturale di spacciare libri commerciali per alta letteratura diventi norma. Il fenomeno è riscontrabile anche nel cinema e in tv. Si è persino coniato un neologismo truffaldino, lo stra-cult, col quale la schifezza della schifezza della schifezza assurge ad arte proprio perché schifezza in sommo grado. Mi dirai: cosa c’entra questo con la narrazione? C’entra, perché la narrazione è proprio quella grande terra di mezzo dove nessuno vuole stare. O meglio: dove stanno in molti, pretendendo però di essere altro ovvero di essere “anche” quello ma in modo speciale.
Il vero termometro della cultura di un paese non andrebbe cercato né nei suoi picchi né nei suoi baratri, come si è soliti fare nel nostro paese, bensì nella qualità di ciò che sta in mezzo, nella qualità del livello medio. La vera narrazione è buona mediocrità: per questo c’è tanto pregiudizio nei suoi riguardi.

Io amo molto il pop-surrealismo o lowbrow art, che anche in Italia va di moda da qualche anno a questa parte, soprattutto dopo l’apertura di gallerie specializzate come Dorothy Circus Gallery o Mondo Bizzarro.
Le tue opere mi sembrano alquanto affini a questa corrente artistica o almeno al suo comune sentire, che cerca di mescolare la cultura alta con quella bassa (graffiti, tatoo, fumetti, ecc.) e di ritornare al figurativo e a un’arte che sia facilmente “comprensibile” e “gradevole”.
Immagino che anche a te piacciano artisti come Ray Caesar, Takashi Murakami e Kris Lewis… o mi sbaglio?

Non sbagli affatto. Ammiro molto quegli artisti e li trovo molto affini. Purtroppo nei salotti buoni dell’avanguardia il Surrealismo Pop viene guardato con la puzza sotto al naso. E anche questa è una vecchia storia. Il surrealismo è stato il movimento più importante del XX secolo ma è spesso guardato con sospetto, se non liquidato come una sorta di eccessivo, incontrollato sconfinamento nel cattivo gusto. Eppure è l’anima della modernità. Piet Mondrian, dunque un pittore in apparenza agli antipodi, ebbe a dire: “In fondo, siamo tutti surrealisti”.

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