Recensione di “Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia a cura di Valentino G. Colapinto

1Riportando tutto a casa è il terzo romanzo di Nicola Lagioia, giudicato fin dal suo esordio con Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001) una delle migliori promesse della letteratura italiana. A quasi un decennio di distanza è lecito affermare che la promessa è stata mantenuta, e la vittoria di uno dei premi letterari più antichi e prestigiosi come il Viareggio è da considerarsi come una consacrazione per lo scrittore barese, emigrato ormai da molti anni a Roma dove dirige Nichel, la collana della Minimum Fax dedicata alla narrativa italiana.
Etichettato agli inizi come scrittore postmoderno, Lagioia invece approda con questo romanzo della raggiunta maturità a un crudo realismo (quasi pasoliniano), una balzachiana anatomia della rampante borghesia barese degli anni ’80, colta nel momento di massimo e inaspettato fulgore, cui seguirà l’altrettanto inaspettato e precipitoso declino negli anni ’90 di Tangentopoli.
Lagioia quindi racconta Bari non com’è oggi, ma com’era negli anni della sua formazione, quando veniva paragonata a Milano per il dinamismo economico e la Puglia era considerata la California del sud.
Protagonisti sono tre adolescenti, compagni di classe a partire dal 1985-6, che diventano subito amici pur essendo molto diversi: il gioviale, prodigo e impacciatissimo Giuseppe, figlio di un industriale arricchitosi con capitali sporchi, il bello e tenebroso Vincenzo Lombardi, erede di un principe del foro da lui detestato e che lo fa pedinare da un losco individuo soprannominato lo Sgigno, e l’anonimo narratore, figlio di un commerciante di corredi, cui l’improvviso successo causerà un esaurimento nervoso. Ma anche i ricchi piangono come recitava il titolo di una telenovela di grande successo in quel periodo e, nonostante il benessere materiale che bacia padri e figli, tutti sono pervasi da un’ombra, un malessere oscuro, che finisce per rovinare le loro vite o comunque segnarle per sempre.
Dotato di una padronanza linguistica invidiabile e di uno stile letterario con pochi eguali tra i connazionali, l’autore barese si rivela anche abilissimo nel ricostruire l’atmosfera di un decennio, che ha improntato profondamente tutti quelli successivi con lo sfrenato consumismo e la spettacolarizzazione della vita. Vengono così rievocati episodi tragici come l’incidente mortale di Gilles Villeneuve (8/5/82), la strage dell’Heysel durante la finale di Coppia dei Campioni Juventus-Liverpool (29/05/85), il disastro dello Space Shuttle Challenger (28/01/86) o il disastro di Chernobyl (26/04/86), tutti o quasi appresi in diretta televisiva.
E anche qui – così come nel bellissimo Devozione della concittadina Antonella Lattanzi (già recensita e intervistata su Liberidiscrivere; uno dei più importanti esordi del 2010) – protagonista nascosta è l’eroina. La “roba” assurge a merce perfetta, simbolo di quegli anni ruggenti: facile via di fuga dal conformismo borghese degli odiati genitori ed enorme fonte di business per i trafficanti, che trasformano un intero quartiere barese, Japigia, nel più grande bazar di droghe a cielo aperto di tutta Italia (una Scampia ante litteram, insomma).
Dell’eroina si serve indirettamente Vincenzo, il quale mosso da un’irredimibile malvagità, focalizzata inizialmente sul padre o sulle sventurate spasimanti e poi allargata fino a inglobare anche i più cari amici, decide di trascinarli tutti quanti negli inferi tossici di Japigia, per godere poi della loro rovina. E alla fine del romanzo è il solo ad aver ottenuto il “successo” (unico valore sopravvissuto al crollo del muro di Berlino), il solo non tormentato da rimorsi o ferite che non si rimarginano anche a distanza di vent’anni.
In questo romanzo ogni frase trasuda idee, immagini e spunti, rendendo a volte la lettura un po’ difficoltosa, soprattutto al lettore ormai avvezzo alla prosa tradotta e omogeneizzata dei bestselleristi seriali, ma superato lo scoglio della scarsa abitudine con una lingua ancora e orgogliosamente letteraria, il lettore più perseverante sarà premiato da una ricchezza narrativa ormai rara nella narrativa contemporanea italiana.

Nicola Lagioia è nato a Bari nel 1973. Con minimum fax ha pubblicato Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (2001), e con Einaudi Occidente per principianti (Supercoralli 2004), Riportando tutto a casa (ultima edizione ET Scrittori 2017; Premio Viareggio-Rèpaci, Premio Vittorini, Premio Volponi) e La ferocia (Supercoralli 2014, Super ET 2016; Premio Strega 2015). www.minimaetmoralia.it

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