:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011)

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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti in somma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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