:: Recensione di Il mosaico di ghiaccio di Lars Rambe

Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad.  Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.

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