:: Intervista con Riccardo Perissich autore de Le regole del gioco Longanesi

Benvenuto Riccardo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ci parli di lei. Nato a Milano nel 1942, laureato in Scienze Politiche. Quali sono le sue origini? Chi è Riccardo Perissich?

La mia famiglia è di origine dalmata. Dal lato di mio padre erano fedeli all’Austria e a casa parlavano tedesco. Mio nonno, prima della grande guerra, era magistrato e presidente del tribunale di Trieste. La nonna era viennese. Dalla parte di mia madre invece erano irredentisti italiani e la nonna materna era veneziana. Ho passato la prima infanzia in Svezia, poi sono cresciuto a Milano e in seguito a Roma. Ho fatto studi d’ingegneria e di scienze politiche ma non mi sono laureato: è stato il mio personale ’68. Poi sono stato 24 anni a Bruxelles presso la Commissione europea al seguito di Altiero Spinelli e sono tornato in Italia alla metà degli anni ’90.

Giornalista, studioso di relazioni internazionali, responsabile a Bruxelles presso la Commissione Europea, dirigente presso importanti società italiane, ora scrittore. Da Europeista convinta, nutrita degli insegnamenti di Altero Spinelli, le chiedo da esperto: quale sarà il futuro dell’Europa? E da scrittore: sarà lo scenario ideale per nuove spy story?

Chi come me è stato coinvolto personalmente e idealmente non può fare previsioni; deve solo sperare, e per quanto può operare, perchè si mantenga e si consolidi. Bruxelles è sempre stata un covo di spie, ma è molto difficile usarla come scenario per un thriller. Il lettore deve sentire che il contesto gli è emotivamente famigliare e le istituzioni europee sono troppo astruse e lontane. Il lettore europeo si lascia facilmente trasportare a Roma, a Parigi, a Londra, anche a Washington, ma non a Bruxelles; è un peccato, ma è così.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Ho sempre amato la scrittura: è l’unico modo per capire se le proprie idee, o anche le proprie emozioni, hanno un senso. In gioventù sono stato per breve tempo giornalista e anche in seguito non ho mai smesso di scrivere articoli per riviste e giornali. Quando alcuni anni fa ho lasciato gli incarichi operativi, mi è stato chiesto di scrivere un libro sulla mia esperienza europea (L’Unione Europea, una storia non ufficiale – ed. Longanesi). Poi l’editore mi ha stimolato a scrivere un romanzo.

Quale strumento di scrittura preferisce usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Un tempo, quando esistevano ancora segretarie che conoscevano la stenografia, dettavo. Ora scrivo al computer.

Quali sono i suo maestri letterari?

Sono appassionato di thriller da quando, giovanissimo, ho scoperto Sherlock Holmes. Poi sono stato particolarmente attratto dalle spy stories. I grandi maestri sono inglesi: John Buchan (cui ho voluto rendere omaggio nel romanzo), Eric Ambler, John Le Carré, Graham Green, Ian Fleming e altri. Anche per chi scrive romanzi, non bisogna poi sottovalutare l’influenza del cinema e delle serie televisive, soprattutto americane: per esempio, “24”.

Ha esordito nella narrativa con Longanesi con Le regole del gioco.  Un intrigo internazionale, un uomo sul punto di perdere tutto, tradimenti, coperture, un intricato ginepraio con devastanti ripercussioni. E’ una storia che si basa sulla realtà o è pura fantasia?

E’ pura fantasia, ma calata in uno scenario che tenta di essere plausibile.

Ci parli del suo protagonista il colonnello Giulio Valente. Coraggioso, determinato, tenace. Come ha costruito questo personaggio?

Volevo un personaggio italiano, ma non provinciale. Nella letteratura del genere ci sono due estremi. Gli eroi di Le Carré o di Graham Green: ambigui, introversi, pieni di dubbi. Poi ci sono quelli, la maggioranza, sicuri di sé, un po’ macho, privi di dubbi. Volevo Valente vicino ai primi, ma con un pizzico di demistificazione dei secondi. C’è una collana molto popolare in Francia: Sua Altezza Serenissima, di Gérard de Villiers. L’eroe è Malko Linge, un principe austriaco che vive nel suo castello, ma è anche un agente della CIA e passa il suo tempo in missioni piene di sesso e di violenza. James Bond non è un principe, ma gli piacerebbe molto e per questo a volte è un po’ patetico. Il risultato di tutto questo è Valente, un principe romano rinnegato, mezzo tedesco, con problemi d’identità e assalito da angosce esistenziali. Forse c’è una piccola traccia di me stesso: ha tutti i pregi e i difetti di un italiano, ma è anche cittadino del mondo.

Quale è la sua scena preferita di Le regole del gioco? Quella che scrivendola si è detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

Forse è quella iniziale, a Saint Tropez. E’ la prima che mi ha colpito e, dopo averla scritta, mi ha convinto a continuare. Oppure il dialogo a distanza tra Valente e Anne Dumont attraverso un brano di Chopin. La musica è l’altra mia passione. Mi piacerebbe che il lettore, nelle pause di lettura, ascoltasse i brani che accompagnano il racconto. Ma probabilmente è chiedere troppo.

Durante la stesura di un libro preferisce occuparsi della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Sono tutte cose importanti, ma i personaggi prima di tutto. Un autore deve dare l’impressione che prende sul serio tutti i personaggi, anche quelli negativi.

La verità e la menzogna si alternano dettando le regole del gioco. La lealtà e la fiducia sono le merci più rare?

Le scelte morali sono il dilemma più grande cui siamo confrontati: si sceglie poi si paga. Non esiste mai una sola lealtà.

Presentazioni, interviste, inviti in televisione, come vive la sua nuova vita da scrittore?

Scoprire che alla mia tenera età ci sono persone sconosciute che s’interessano a me per una cosa che non ho mai fatto è una sensazione nuova e sarei ipocrita se dicessi che non è piacevole.

Le regole del gioco diventerà presto un film? Cosa ne pensa della relazione tra letteratura e cinema? Quale attore vedrebbe bene nella parte di Giulio?

Sicuramente mi piacerebbe e credo che la storia si adatterebbe bene a un film o a una fiction televisiva. Però è troppo presto per pensarci.

Ci parli di una sua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Imprevedibile. Ho anche altre occupazioni, quindi mi metto a scrivere quando ho la testa abbastanza libera dal resto.

Vuole essere uno scrittore di intrattenimento o vuole mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Se qualcuno pensa di avere un messaggio per l’umanità, è meglio che scriva un saggio. Un romanzo deve avere una storia da raccontare, dei personaggi e delle situazioni che toccano le emozioni prima del cervello. Anche la prosa, non solo la poesia, ha una sua musica e un suo ritmo. Sono queste le cose che contano. Poi, un autore ci mette inevitabilmente la sua cultura; quindi può darsi che ci sia anche un messaggio, ma è secondario. La cosiddetta letteratura impegnata è la cosa più noiosa che esista.

Quali sono le sue letture: saggi, romanzi, testi poetici?

Leggo di tutto, con una particolare predilezione per la storia.

Le piace la letteratura russa?

Come fa a non piacere? E’ uno dei vertici della nostra cultura.

A cosa sta lavorando in questo momento?

“Lavorando”, forse è un po’ troppo. Sto riflettendo a una nuova avventura di Valente e Anne Dumont.

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2 Risposte to “:: Intervista con Riccardo Perissich autore de Le regole del gioco Longanesi”

  1. luigi fegaly Says:

    GRAZIE DOT.PERISSICH RICCAARDO….PELLA SUA PROSA ….
    CON MOLTO PIACERE….LA RICORDO IN VIA CAMPOREGGI DA ANNA PERISSICH,NEL ANNO 1976-77 . ANCHE LA CENA DA SABATINI IN FIRENZE …………..MTRO.LUIGI ..CO CREATORE IN BELLE ARTI ….

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