:: Intervista a Stefano Santarsiere a cura di Daniele Imperi

Perché la scelta di un’ambientazione italiana per il thriller?

I thriller e i noir affascinano per la loro capacità di sondare gli aspetti più oscuri della psicologia umana e degli ambienti sociali. Uno scrittore che desideri cimentarsi con questi generi narrativi e voglia che la sua ambientazione non sia soltanto una specie di palcoscenico artefatto per i suoi personaggi, deve scrivere di luoghi familiari. Nel mio caso c’è forse un vantaggio in più: io provengo dalla Lucania, un contesto poco conosciuto e non molto presente nella narrativa italiana, che per di più si presta alle atmosfere intrise di spiritualità, folklore e mistero presenti nel romanzo.

Ti sei ispirato a qualche opera o autore in particolare per la scrittura del romanzo?

I modelli sono stati molti, per i contenuti, il ritmo, la costruzione delle scene. Ne cito uno solo – forse inaspettato – rispetto all’architettura complessiva del libro: ‘Il 42° parallelo’ di Dos Passos. Avevo in mente quel libro mentre sviluppavo i vari blocchi narrativi del romanzo, corrispondenti alle vicende dei singoli personaggi.

Qual è la stata la difficoltà maggiore nel creare un thriller?

Anche se estremamente stimolante, scrivere un thriller è abbastanza complesso, specie quando vi si stratificano elementi apparentemente eterogenei, come in ‘Ultimi quaranta secondi’. Una difficoltà è quella di individuare gli snodi narrativi più originali – tra i tanti possibili – e renderli credibili e perfettamente interdipendenti. Inoltre, in un romanzo dove la vicenda è narrata a più voci, era importante che i personaggi fungessero da cassa di risonanza dell’intera storia, ciascuno dal proprio punto di vista: alimentare questo meccanismo di riflessi e richiami tra le vicende personali è stata la sfida più grande.

Da dove è nata l’idea principale della storia e come si è evoluta nel corso della stesura del romanzo?

Ero affascinato dal culto delle Madonne nere. In qualche modo sono convinto – e forse è davvero così – che rappresentino il retaggio di un culto preesistente, più antico di quello cristiano. Volevo che questa idea fosse il nucleo di una storia dominata dall’inganno e dalla violenza, in cui si alludesse a una verità sconvolgente sull’origine umana. Nel corso della stesura l’idea si è dimostrata un ottimo motore narrativo, si evolveva intorno al concetto delle ritualità soppresse che tendono a riaffermarsi, dava energia al racconto – e lo trascinava inesorabilmente verso lo scontro finale.

Parlaci dei personaggi principali: come sono nati e come hai costruito le loro storie?

Sono nati tutti nella prima stesura, man mano che avevo bisogno di ‘personificare’ un sotto-tema o mi serviva aggiungere un elemento narrativo che solo uno specifico personaggio poteva offrire alla storia. Ad esempio, Belisario rappresenta lo sconcerto dell’uomo comune dinanzi agli accadimenti descritti, sensazione amplificata dai dubbi che lo attanagliano riguardo al figlio. Elena Mecca è portatrice di verità alternative e rappresenta il pregiudizio che esse a volte suscitano. Roberto è l’emblema di come il passato possa rivelarsi molto diverso da come lo ricordavamo, in pratica rappresenta la nostra paura di vivere una vita illusoria, ingannevole. Poi ho lavorato su ciascuno di essi, sulla fisiologia, il carattere, la storia personale…

Che parte ha avuto la documentazione per “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”?

Enorme. Ho lavorato molto sui meccanismi di proselitismo utilizzati dalla chiesa, sui contenuti delle bibbie apocrife, sulla diffusione e sul significato dei rituali pagani assimilati dal cattolicesimo. E’ stato importante per costruire uno sfondo credibile e per lo sviluppo della trama.

Come hai scelto il titolo del romanzo? Rappresenta la tua prima idea o è cambiato nel corso del tempo?

Non è stata la ‘prima scelta’. L’ho individuato alla fine della prima stesura, dopo aver letto un saggio. In pratica rimanda a una semplificazione della storia del pianeta in cui, immaginando che essa si svolga nell’arco di ventiquattro ore, l’homo sapiens occupa gli ultimi quaranta secondi.

Indagine poliziesca, racconto esoterico, libro di denuncia: come convivono nel tuo romanzo questi tre aspetti della letteratura?

Attraverso le vicende dei personaggi, che offrono una lettura a più livelli del testo. Un’altra sfida è stata proprio di rendere tutti questi livelli funzionali alla storia.

Che cosa ha di diverso questo thriller da quelli americani che siamo abituati a vedere nelle librerie e perché i lettori italiani dovrebbero leggerlo?

L’ambientazione, la profonda appartenenza a una cultura nostrana e a una spiritualità nella quale ci possiamo riconoscere, e che deriva dalla nostra sensazionale e ineguagliabile  storia. Ma la trama rimanda anche a misteri che trascendono il contesto provinciale, raccontando molto di più. Credo inoltre che lo stile del libro sia un po’ meno disadorno e impersonale di quello anglosassone.

Pensi che il tuo thriller rappresenti realmente un quadro del nostro paese o si discosta molto dalla realtà quotidiana?

Sì e no. Racconta una storia che è frutto di invenzione, benché in un’ambientazione reale, connotata da passioni, atteggiamenti, vizi ben precisi. Ma nel complesso descrive qualcosa di profondamente vero: la nostra paura per l’ignoto e la necessità di aggrapparci ai simboli per combatterla.

Una Risposta to “:: Intervista a Stefano Santarsiere a cura di Daniele Imperi”

  1. Intervista a Stefano Santarsiere a cura di Daniele Imperi Says:

    […] a leggere l’intervista a Stefano Santarsiere su Liberi di scrivere. Ultimi lavori – 10 aprile 2012 – Aggiungi un […]

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