:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto

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“Gli antichi greci chiamavano kairòs l’attimo in cui si decide tutto, passato il quale il corso degli eventi diviene irrevocabile[1].” Un attimo, dunque, un istante in cui l’equilibrio tra il bene e il male, la felicità e la dannazione, il rimorso e il rimpianto, la colpa e il perdono, si rompe. Dopo quest’attimo nulla sarà più lo stesso.
È attorno a questo attimo, a questo sfuggevole istante che ruota il romanzo di Veronesi Gli Sfiorati. Il giovane protagonista, vive cercando di procrastinare il più a lungo possibile l’inevitabile istante in cui la sua vita cambierà per sempre.
Mète è un  ragazzo di vent’anni che studia grafologia e divide la sua  vita tra lo studio e le serate nei mille locali di Roma. Ha perso la madre da soli sei mesi quando il padre decide di risposarsi con Virna, donna dalla quale diciassette anni prima ha avuto un’altra figlia: Belinda.
Belinda è bella, bionda, con gli occhi piccoli e ravvicinati, la bocca rosa e la pelle color sabbia. Attraversa la sua esistenza con quella leggerezza che solo gli adolescenti hanno nei confronti del mondo circostante. Non è brava a scuola, fuma qualche canna e frequenta Dinamo, un ragazzo col sogno di formare una rock band.
Mète e Belinda hanno avuto esistenze separate. Non si sono mai frequentati fino al momento in cui i genitori decidono di affidare la ragazza alle cure del fratellastro durante la loro luna di miele. Comincia così una convivenza forzata tra i due nell’appartamento di Mète. Fin qui sembrerebbe tutto normale. Due fratellastri che hanno la possibilità di conoscersi meglio, di trascorrere un po’ di tempo insieme ora che le due famiglie si sono unite. Fin da subito però si capisce che qualcosa non va. Mète fa di tutto per evitare Belinda, passa tutto il suo tempo fuori casa, nei locali, con i suoi unici due veri amici, Bruno e Damiano. E quando è nell’appartamento si chiude in camera per non incontrare la sorellastra. Il motivo è semplice: Mète è irrimediabilmente attratto da Belinda. Il profumo di mela che lascia dove passa lo inebria. Il suo fisico lo attira. Mète vuole Belinda ma è pur sempre sua sorella da parte di padre e sa che non potrebbe, anzi non dovrebbe fare nulla. Mète è dilaniato da questa situazione. Sa che se passasse troppo tempo con lei sarebbe capace di fare qualcosa di cui poi si pentirebbe amaramente. E allora esce, vaga per una Roma fatta di locali, di luoghi e di persone che Veronesi ritrae magistralmente con la scorrevolezza che gli appartiene. Ecco così i Carontini, ragazzi soli che traghettano da un locale all’altro, ecco Bruno, l’attore teatrale che pubblica il Manifesto per l’abolizione del Teatro, Damiano che sogna di comprarsi un’Alfa Romeo 164 rossa fiammante, Dinamo che invece coltiva cannabis sulla tomba di un  giovane musicista morto. Mète passa così il suo tempo a cercare di evitare l’inevitabile: impossibile non passare del tempo con Belinda. Impossibile non parlarle, non guardarla, non immaginare di sfiorarla, toccarla e baciarla, giungendo così al kairòs, il momento dove tutto cambierà


[1] S. Veronesi, Gli Sfiorati, Milano, 1990, pag. 308

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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Una Risposta to “:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto”

  1. michele Says:

    veramente ben scritto,viene voglia di correre subito a comprare il libro!

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