:: Recensione di Progetto Lebensborn di Claudia Salvatori a cura di Serena Bertogliatti

Progetto Lebensborn, di Claudia Salvatori, è il terzo romanzo della saga “Walkiria Nera” (preceduto da La genesi del male e Golden Dawn). La “Walkiria Nera” risponde al nome di Kira von Durcheim, spia partorita per la collana “Segretissimo” ammantata di due impressioni: l’eleganza démodé delle dive del cinema degli anni ‘30 e un’androginia che, perlomeno apparentemente, risulta ante litteram.
Il problema di Kira, o forse proprio la formula della sua unicità, sta nell’essere un’eroina che deve piacere a perlomeno due pubblici.
Da una parte si ha il vecchio pubblico a cui sono rivolte le pin-up delle copertine di Segretissimo: belle, sensuali e rese accattivanti da un’idea di femminilità molto precisa, dai tratti delineati quanto il rossetto che dipinge loro le labbra.
Dall’altra parte c’è il pubblico ideale di Salvatori, autrice che da anni – anche lei un po’ ante litteram nel panorama dell’editoria di genere italiana – mette in scena personaggi che giocano con le vecchie e rigide identità di genere, mescolando maschile e femminile fino ad annullarli l’uno nell’altro.
Kira von Durcheim in Progetto Lebensborn diviene così una sintesi. Compiacendo il format storico, Kira si destreggia in scene d’azione spericolate sfoggiando tecnologie belliche dell’epoca: dalla Luger agli Stuka. Ma lo fa come essere umano prima che come donna, come soggetto in cui immedesimarmi prima che come oggetto da contemplare.

Progetto Lebensborn si apre con un gioco di ruoli sovversivo, in cui il male è rappresentato dal personale di un orfanotrofio polacco e il bene viene incarnato dalle SS, salvatrici di un gruppo di bambini. Benché il giudizio della narratrice non si omogeneizzerà a tale presentazione iniziale – la narratrice preferirà rimanere nel mezzo, nel territorio della non-stigmatizzazione di un gruppo politico o di un regime a favore di un altro – non si può ignorare la forza di un tale incipit, che mette da subito in chiaro una mancata volontà di attenersi ai giudizi moral-storici in voga.
Il tema centrale del romanzo è, come titolo suggerisce, il “Progetto Lebensborn”, progetto ufficializzato nel 1935 teso a ripopolare la Germania nazista (dalla bassa natalità) con bambini di puro sangue ariano, progetto che Kira dovrà seguire su richiesta di Rudolf Hess.
Il progetto è giunto per vie traverse alle orecchie dei lettori meno esperti in materia nella forma degli inquietanti esperimenti di eugenetica attuati dai nazisti con quella classica tedesca organizzazione maniacale di ogni dettaglio – persino gli accoppiamenti. Ma Salvatori va, come spesso fa, oltre, indagando i lati oscurati dall’ombra demoniaca gettata sul nazismo: lo fa incentrandosi sul ruolo che le ragazze-madri (ariane) avrebbero avuto in tale progetto. Esse, partecipandovi, avrebbero ricevuto assistenza e sarebbero state tutelate dalla condanna delle famiglie e della Chiesa. Si apre così la dimensione sociale del Progetto Lebensborn, che verrà ripresa nel corso della narrazione:

Kira incontra le donne che vogliono scrivere un libro, dipingere un quadro, danzare in un balletto, recitare un film o una pièce di teatro. Essere qualcuno, o magari essere madri senza rinunciare a essere qualcuno. Donne colte e libere, donne che potrebbero volere un figlio ma non un marito.

Kira si fa portatrice di un punto di vista più ampio che investe l’intera società, riecheggiando la Repubblica di Platone:

Io credo che i bambini dovrebbero essere allevati fuori dall’ambito egoistico degli interessi di una famiglia formata da un uomo e una donna, o da una sola donna. Una intera società, meglio se una comunità animata da forti ideali, dovrebbe crescere i figli. Tutti dovrebbero farsi carico di tutti.

La proposta è al contempo datata e futuribile. Quando Salvatori scrive che un bambino del Progetto Lebensborn sarà “non più smarrito, diviso dagli altri, frantumato”, è facile rileggere in tale frammentata situazione quella attuale, in cui tanto spesso si parla della perdita d’identità del singolo catapultato in un mondo a cui manca un senso unificante.
In Progetto Lebensborn si ritrova anche un altro Leitmotiv di Salvatori concernente la società contemporanea, quello che ne critica la de-mitizzazione. Così, Kira accusa il nemico di voler “diventare il Prometeo del futuro mondo comunista, l’uomo che conosce i misteri divini e ci spiega che… anche Dio è uguale a chiunque altro”. Ironizzando, afferma che “dobbiamo essere tutti uguali… dopo aver spodestato i regnanti del mondo e svilito tutto quanto rende la vita degna di essere vissuta”. Ma l’invettiva che Salvatori mette in bocca a Kira non è ascrivibile alle critiche spesso portate al comunismo da fazioni politiche il cui intento è quello di preservare la vecchia nobiltà o una più moderna identità nazionale. Il dilemma di Salvatori sta nella ricerca di una via di mezzo, auspicabile, con cui il romanzo stesso si conclude: “Dobbiamo essere tutti fratelli… ma non uguali”.
Questa “uguaglianza nella diversità” viene rappresentata con place Blanche, luogo d’incontro delle differenze – differenze di classe, di identità di genere e di etnia. Tale scena ha luogo nelle scenografie della Parigi più nascosta, al di fuori delle convenzioni sociali, in una corte dei miracoli novecentesca rigettata e al contempo celebrata dalla Parigi ufficiale:

A place Blanche tutti si mescolano veramente con tutti: la principessa russa coperta di gioielli e pellicce con il teppista da galera, le prostitute dei due sessi con i poeti appena cacciati dalla casa di Cocteau, gli operai che vanno a dormire con quelli che vanno al lavoro. Attori della Comédie Française che vengono a confondersi con attori che recitavano nella vita, geni incompresi farneticanti, vecchie dame eccentriche, ladri, travestiti, cantanti, pittori e pittrici, lesbiche vestite con calzoni da facchino e sfacciati berretti portati di traverso sui riccioli corti.

La Parigi di Kira è la Parigi di Cocteau, di Sartre, di Coco Chanel e di Picasso – a cui Salvatori dà vita immettendoli nella trama, collegandone i destini, ma soprattutto rendendoli cammei rilevatori dello spirito dell’epoca.
I personaggi comprimari sono molti, e Salvatori non lascia a nessuno di loro il diritto di confondersi con lo sfondo: ognuno è ben caratterizzato da brevi periodi che ne riassumono l’aspetto, il portamento e le inclinazioni. Persino quelli più vicini ai cliché conosciuti – ed è il caso dell’algido e bellissimo SS-Gruppenführer Ludwig von Weisshammer, che dipinto da un’altra penna avrebbe rischiato di diventare una macchietta – acquisiscono tratti peculiari che li rendono tridimensionali, ossia individui. Ognuno di essi ha una propria voce, non omogeneizzata a quella della narratrice, che si oppone o si accosta a quelle altrui creando il quadro di un’epoca.

Un ultimo commento sulla forma.
In Progetto Lebensborn la prosa è generalmente semplice, facilmente accessibile da chiunque, priva sia di sperimentalismi che di complessità formale. Tale semplificazione la mantiene comunque scorrevole: i passaggi macchinosi sono infrequenti. L’impressione è quella di un’autrice prestata alla scrittura di genere, capace di modulare la propria voce a seconda del target a cui si rivolge ma incapace di perdere il proprio stile. Appaiono qui e lì, perfettamente inserite nel testo, metafore particolarmente incisive, soprattutto nella descrizione dei personaggi, che ricordano la Salvatori di opere dalla prosa più caratteristica (Il sorriso di Anthony Perkins).
Attendo a questo punto di vedere che forma avrà Il cavaliere d’Islanda, romanzo che uscirà il 24 aprile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: