:: Recensione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio de Giovanni

«La fortuna non c’entra. È una questione di metodo. Si prepa­ra, semplicemente. Prepara tutto, passo per passo, momento per momento. Il metodo del coccodrillo: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Non può permettersi un erro­re, si muove solo quando è sicuro.»

Il metodo del coccodrillo nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni edito da Mondadori è un’opera che segna una svolta rispetto alla sua produzione precedente e già questo è un atto di coraggio piuttosto insolito in un panorama letterario in cui quando si trova un filone di successo, e de Giovanni con il suo Ricciardi non si può dire che non abbia raccolto consensi sia di critica che di pubblico, lo si prosciuga fino al possibile. Un azzardo simile può essere accolto con perplessità o peggio delusione dai lettori innamorati del suo personaggio simbolo o con entusiasmo come sembra stia accadendo con questo libro. Io devo confessare appartenevo agli scettici, amo così profondamente il suo Ricciardi e la Napoli passata che è riuscito a fare rivivere con sensibilità e calore, descrivendone suoni, colori, sapori, sensazioni che quando ho saputo che il suo nuovo libro aveva un nuovo personaggio e una nuova ambientazione temporale un po’ ho sofferto. Ricciardi ormai più che il protagonista di una serie di romanzi, è per me un amico che a cadenza fissa rallegra le mie giornate per cui ero cosciente di affrontare una lettura impegnativa. Cercherò di non fare troppi paragoni se no finirei lo so per parlare tutto il tempo di Ricciardi perché se c’è una caratteristica che accomuna me lettrice a de Giovanni scrittore è che siamo appassionati, viviamo la lettura e la scrittura come degli innamorati e questo è il motivo per cui ci fa essere sulla stessa lunghezza d’onda stessa percezione che credo di condividere con la maggior parte dei suoi lettori. Il metodo del coccodrillo è un romanzo duro, realistico, ruvido per alcuni versi, un poliziesco sporcato di noir, in cui assassino e poliziotto che gli da la caccia sono fatti della stessa sostanza, sono due persone dolorosamente molto più simili di quanto ci si aspetterebbe da un poliziesco tradizionale. L’ispettore Giuseppe Lojacono detto Peppuccio, come lo chiama­vano la famiglia lontana e gli amici che non aveva più, da Montal­legro, provincia di Agrigento è un uomo triste, ferito, privato della sua famiglia, della sua reputazione, del suo territorio. Catapultato e imprigionato dalla sua Sicilia a Napoli, commissariato San Gaetano, nel ventre molle di una città in peren­ne decomposizione. Evidentemente non c’era nulla di peggio, im­mediatamente disponibile. Da estraneo vive Napoli, metropoli contemporanea come tante, e il suo sguardo è lucido, imparziale, privo si sentimentalismi. Traffico. Sempre traffico. Lojacono si è abituato a pensare alla città come a un muro. La diffidenza, l’indifferenza, il rumore costante che copre le parole e che rende impossibili i sussurri. Il traffico, la folla silenziosa, gli sguardi di odio. Un muro. Un collaboratore di giustizia, un pentito, ha fatto il suo nome dicendo che dava informazioni alla mafia e senza prove, senza processo, perché l’accusa non sta in piedi, ora si trova in esilio lontano dal lavoro investigativo ad occuparsi di denunce e a giocare a carte con il computer. Poi un giorno il caso lo pone sulla scena di un delitto, unico ispettore a raccogliere una chiamata. Un ragazzo, mezzo delinquente, viene assassinato con un colpo di pistola, una pistola non da killer, da dilettante, uno dei motivi per cui Lojacono è certo non si tratti di un delitto di camorra come credono i suoi superiori. Un fazzoletto sporco di lacrime lasciato come firma, tanto basta a far battezzare dalla stampa l’assassino come Il Coccodrillo quando altri ragazzi verranno uccisi con le stesse modalità. Lojacono deve stare fuori dalle indagini i suoi capi non hanno dubbi ma il magistrato, la Dottoressa Laura Piras, di Cagliari, una trentina d’anni non ci sta, lei sente che quello strano poliziotto dagli cocchi allungati come un cinese ci vede chiaro dove loro annaspano nel buio e lo vuole nelle indagini.  «Questa storia è fantastica» disse, «in un periodo in cui, a par­te qualche morto di camorra nei soliti quartieri, non succede nien­te d’interessante, all’improvviso spunta un serial killer di ragazzi che lascia tanto di firma, e addirittura piange. Ci pensa, lei? Una cosa da premio giornalistico, una storia che promette di fare epo­ca. E la polizia… pardon, ma è la verità… la polizia che indaga ne­gli ambienti camorristici, mentre i camorristi cascano dalle nuvo­le. Troppo bella!» Lojacono sente che l’assassino è un’ ombra che si confonde in una città dove tutti si fanno i fatti propri, indifferente, fredda, priva di allegria, niente di più lontano dallo stereotipo, pizza, risate e mandolini. «Credimi, Savare’: in questa città è molto più facile di quello che pensi andare in giro senza che nessuno ti veda. E questo semmai ci aiuta. Dobbiamo cercare uno anonimo, un uomo comune da tut­ti i punti di vista.» Poi un’ intuizione, un sogno la veicola, ma questa volta niente fatto ricciardiano, più che altro l’intuito di un padre. Lojacono alzò gli occhi fissando il magistrato. «Io penso che ci sia una sola cosa peggiore della morte: perdere un figlio. Una pena da cui non ci si risolleva più.» Finale terribile. Parlavo di una svolta perché oltre alla deriva noir anche lo stile è nuovo, secco, sincopato, scarno, si accompagna ai personaggi, all’ambientazione, alla luce livida che de Giovanni vuole dargli. Piove, fa freddo, la luce è opaca, torbida. La voce dell’assassino nelle sue lettere testamento è l’unica fonte di calore. Da brividi.

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Una Risposta to “:: Recensione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio de Giovanni”

  1. :: A Maurizio De Giovanni, per Il metodo del coccodrillo, il premio Scerbanenco 2012 « Liberi di scrivere Says:

    […] La nostra recensione: qui […]

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