:: Recensione di Chiunque io sia di Biagio Proietti e Diana Crispo (Hobby & Work, 2012) a cura di Stefano di Marino

Biagio Proietti firma con Diana Crispo (compagna di vita e di lavoro) ben più che un giallo ispirato a uno sceneggiato (La mia vita con Daniela) che negli anni ’70 riscosse un lusinghiero successo televisivo. Un romanzo tutto nuovo ambientato in un’Europa (perché l’azione si svolge tra Roma il Belgio e la Francia) senza tempo e questo, per cominciare, è un punto di forza di una narrazione che si basa su regole semplici ma che vanno conosciute: quella della pura suspense psicologica. In un’epoca dove l’elettronica diventa invadente nelle storie, in cui la fiction anche televisiva ci ha abituato a un’esagerazione nella rappresentazione dei sentimenti, Chiunque io sia  brilla per linearità ed efficacia. L’avvocato Guido Morelli, uomo disperato per l’improvviso abbandono della moglie, si ritrova un giorno di fronte al più classico dei misteri. La giovane venuta a presentarsi al suo studio per un’assunzione è, in tutto e per tutto, la moglie amata. Ma il nome è diverso, la donna afferma di non conoscere Guido e di essere arrivata per caso al suo ufficio, indirizzata da una fantomatica agenzia. E c’è pure un altro uomo che la segue e finisce per insidiarla. Il ‘presunto’ amante, perché anche di lui Bianca(o Daniela?) non ricorda o finge di non ricordare nulla. Il dubbio diventa padrone del campo. La giovane donna è Daniela, la moglie trascurata che fuggì senza una spiegazione, o Bianca che, a poco a poco  prende forma ma con un’inquietante psicologia, una vicenda alle spalle che, oltre a non coincidere anagraficamente con Daniela, rivela lati oscuri. Eppure malgrado tutto Guido e Daniela/Bianca si riavvicinano. Duellano a parole, diffidano, ma sono attirati uno dall’altra. Nella ricerca della verità diventano persino… persone differenti e finiscono per concedersi reciprocamente una nuova possibilità d’intesa. Ora, chi mi conosce sa che, pur praticando forme narrative differenti, sono un cultore del thriller anni ’70 proprio per le sue qualità di intreccio, di tensione psicologica ricavata senza artifizi e che i lavori di Biagio da sempre sono per me modelli, almeno nella produzione più’ gialla’. Questo è il vero noir italiano, senza crudeltà esplicite ma con una grandissima capacità di coinvolgimento. I motivi sono molteplici. Prima di tutto, lo ripeto, la circostanza che la storia sia esentata da ogni vincolo con l’attualità. Potrebbe svolgersi oggi, trent’anni fa o forse  tra  venti. Il gioco delle personalità è al centro della trama e non ha bisogno di altri espedienti. Persino il contorno fisico della storia è accennato, tratteggiato con poche frasi eppure s’indovina s’intuisce. Ciò che conta è la tensione che cresce e va in continuo crescendo. In breve il lettore sente la necessità di svelare l’identità di Bianca/Daniela quasi con lo struggimento che prova lei stessa. E anche Guido. Chi non si sentirebbe catturato dal mistero nascosto dietro le sembianze di una donna amata e sfuggente? Hitchcokiano certo, ma anche profondamente italiano nella conduzione della vicenda. E tutto realizzato senza scenate, senza quell’esasperazione che mi pare pervadere la fiction italiana oggi. Continuo a parlare in termini televisivi e visuali perché la storia me la vedo lì, già pronta a essere filmata. Il merito è sicuramente dello stile narrativo che è limpido, secco ma non piatto. Non una parola, non un aggettivo di più. Le battute non hanno necessità di spiegazioni, rivelano sentimenti , dubbi, angosce  con il solo fatto di scorrere davanti agli occhi di chi legge. Pulizia linguistica e linearità in perfetto equilibrio per un racconto efficace. Consigliato ad aspiranti  scrittori giovani e meno giovani come libro-guida. Per chi invece vuol solo assaporare il gusto di un ‘giallo dell’anima’è un regalo. Per di più scandito in tempi che permettono una lettura rapida, perché anche la tensione ha i suoi tempi e non deve essere né troppo breve né dilatata.

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