:: Recensione di Ossa nel deserto di Sergio Gonzàlez Rodriguez (Adelphi, 2006)

«ossaIgnobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

[Intervista a Sergio Gonzàlez Rodriguez – L’Unità 2009]

Era da diversi anni che volevo leggere questo libro, ma forse non ne avevo mai avuto il coraggio. Ossa nel deserto (Huesos en el deserto, 2002) del giornalista e scrittore messicano Sergio Gonzàlez Rodriguez è del 2006, sebbene racconti fatti aggiornati al 2005. Ora grazie ad Adelphi ne ho avuto la possibilità e prima di parlarvene vorrei fare una breve riflessione sulla paura e sul coraggio.
Innanzitutto dell’autore di questo reportage, ma anche dei lettori che si avvicinano a questa storia di orrore, consapevoli che anche solo parlarne, farsene un’idea, è un modo per opporsi a coloro che materialmente perpetrano questi atti e a tutto il corollario di intimidazioni, complicità con la polizia messicana, connivenze del potere politico e delle multinazionali straniere che sfruttano il basso costo della manodopera messicana e non fanno domande[1].

Sono molti i casi di minacce di morte e sequestro nei confronti di persone che hanno criticato l’operato del governo o tentato di far luce sui delitti, come è accaduto all’autore di questo libro.

Leggere questo libro ci pone contro, ci da delle responsabilità. Il femminicidio sistematico in atto a Ciudad Juárez, nello Stato messicano di Chihuahua, ormai da vent’ anni, è una realtà che lascia sgomenti, confusi, increduli. Sì, è una storia vera, queste donne sono morte, sono state violentate, torturate, mutilate. Di alcune si sono ritrovati i corpi, di altre forse, come ultimo oltraggio, non resterà niente. Sciolte nell’acido, sepolte nel deserto, incenerite in qualche forno crematorio di fortuna, squartate e date in pasto ai maiali in qualche fattoria. Riflettevo che se avessero voluto tutte queste donne sarebbero potute essere classificate come “scomparse”. Invece hanno voluto che di alcune si ritrovassero i corpi, per aumentare la paura, l’angoscia della gente del posto, forti della loro impunità. Della certezza che nessuno ne verrà mai a capo, certi che nessuno scoprirà mai mandanti, esecutori, taciti consensi. Troppi interessi sono in ballo e a chi può importare della vita e soprattutto della morte di centinaia di poverissime donne, ragazze, bambine provenienti dalle bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez?

Vi si arriva per una strada che corre parallela al confine e il suo territorio è composto per lo più di pietrisco circondato dalla desolazione e da un mare di sacchetti di plastica che svolazzano fra i cespugli e la polvere, a tratti biancastra, a tratti rossiccia. Palle di erba secca rotolano nel vento e l’odore di marciume arriva a zaffate. La gente abita in case costruite con materiali di recupero, pezzi di legno, lamiera, amianto, qualche porta di metallo. Il filo di ferro diventa un elemento fondamentale, serve per legare, sostenere, delimitare, contenere ciò che sfugge in continuazione.

Zone in cui spadroneggiano i cartelli del narcotraffico. E il legame tra politica e crimine organizzato è una realtà, pericolosa. Il potere economico sprigionato è devastante.

Nel 2003, il trasferimento in Messico di proventi derivanti da attività illecite ha toccato i ventiquattro miliardi di dollari.

Le ragioni di questa generalizzata violenza contro le donne a Ciudad Juarez, comunque sono molteplici e legate un insieme di circostanze di ordine piscolocico, sociologico e istituzionale di cui non è estranea l’ideologia patriarcale dominante strettamente connessa alla religione cattolica.  Atavismi, credenze patriarcali, abusi, sottomissione femminile, emarginazione sono alla base di questa violenza. Queste morti non hanno avuto giustizia perché il governo messicano ha di volta in volta coperto gli assassini e i loro protettori.  E questa non è solo un’ accusa, il libro ne fornisce le prove.
Traduzione di Gina Maneri e Andrea Mazza.


[1] In un’ intervista Robert D Kaplan sottolinea che i messicani che vivono al confine con gli stati Uniti sanno a malapena leggere e scrivere e lavorano in condizioni pericolose e “dickensiane per produrre i nostri videoregistratori, i nostri jeans, e i nostri tostapane” percependo meno di cinquanta centesimi di dollaro l’ora, senza diritti e nè garanzie. [pag. 48]

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