:: Recensione di La vita che scorre di Emmanuelle de Villepin (Longanesi, 2013) a cura di Natalina S.

la vita che scorreÈ l’esigenza di poter collocare un’emozione nella goccia madre da cui sgorga e attraverso cui acquisisce significato che spinge l’uomo a circoscrivere, entro i contorni del tempo e dello spazio, ogni frammento della sua esistenza, connaturato all’atto stesso della sopravvivenza. È questa la ragione per la quale le date si improvvisano stampelle della memoria a supporto del desiderio di lasciare traccia del proprio vissuto e scandire bene gli avvenimenti che indirizzano la vita a seguire una strada piuttosto che un’altra. Antoine, protagonista di “La vita che scorre”, un romanzo di Emmanuelle de Villepin, edito da Longanesi, nel giorno del suo 75° compleanno osserva dalla finestra dello studio i suoi tre nipotini, eredi e custodi del suo tempo, della sua storia e della sua eternità. A dispetto della fede che nutre nelle date, decide di raccontare la sua vita in tre atti, tre giorni che, oltre ad averlo segnato, lo hanno condotto a vivere/sopravvivere la storia che ci restituisce. È il 10 giugno 1944, Antoine festeggia il suo nono compleanno ma non è di questo che vuol raccontare…Questa data è testimonianza dello sterminio compiuto dai tedeschi ad Oradour-sur-Glane, piccolo comune francese della regione del Limosino. La pancia non è mai sazia. Tanto più fa’ male ricordare quanto può essere crudele la nostra natura, tanto più ha bisogno di cibarsene al fine di metabolizzare il dolore e restituire dignità. Nella vita di Antoine il massacro compiuto al comando del maggiore delle SS Diekmann ha lasciato un vuoto incolmabile, lo ha sottratto all’abbraccio caldo e naturale di sua madre, vittima, come tante altre donne e bambini, di questo  genocidio. I graffi sul cuore non sono scritte sulla sabbia che il vento cancella alla prima folata. “Quando si è orfani, lo si è per sempre. Lo si è in tutti i legami, a tutte le età, in ogni stagione”. Figlio della stessa tragedia causata dallo sterminio è il dolore di Madame de Hautlevent, madre di Jacques, compagno di scuola e di giochi di Antoine. A Madame de Hautlevent la guerra porta via il figlio maggiore, Charles. Per rendere meno greve il dolore e più sopportabile l’assenza, la famiglia de Hautlevent decide di accogliere  nel suo focolaio Antoine. Ma non sempre l’unione vince sulla forza del vuoto lasciato dalla morte; il dolore non si può dividere, riguarda solo chi ne è vittima. Ciò che si può sperare di condividere è la conseguenza matematica del dolore, l’impatto degli eventi sull’anima per tentare di rintracciare gli elementi che lo rendono universale. Antoine, seppur accolto, si sentirà in terra straniera, la famiglia de Hautlevent non potrà cullare il lutto che lo ha colpito così come Antoine non potrà colmare il vuoto lasciato da Charles nella vita di Madame de Hautlevent. Passo dopo passo, con la forza che i fisici chiamerebbero d’inerzia, Antoine continua a percorrere il suo sentiero, che tra fiori selvatici e crepe, giunge a Cimbro, dove, ancora una volta, è una data ad arbitrare la sua vita: il 23 novembre 1974. Antoine benché “fosse stato abituato sin dall’infanzia alle amputazioni dolorose, viene catapultato in un impensabile e totale senso di estraniazione” a causa di un nuovo e tragico evento nella sua famiglia a cui, poco dopo, seguirà la sconvolgente notizia della malattia di una persona a lui molto cara. Antoine ha impiegato una vita a ricostruire ciò che il destino ha tentato di distruggere. Ma trovare la forza di arrivare fino in fondo, nonostante le avversità siano sempre in agguato, significa avere la possibilità di guardarsi indietro e osservare, dalla finestra dello studio, il tempo che è trascorso. C’è ancora un’altra data molto importante nella vita di Antoine: il 18 ottobre 1998. Un intervallo sospeso, con un inizio ma non, ancora, una fine. Attraverso la voce narrante di Antoine, Emmanuelle De Villepin, consegna ai lettori la memoria di un terribile massacro che ha avuto ripercussioni indelebili nella vita di molti se non dell’intera umanità. Le amputazioni dell’anima di Antoine, di Madame de Hautlevent e di molti altri personaggi che costellano la vita del protagonista, ricchi o poveri che siano, rappresentano il vuoto e il totale senso di sfiducia che la guerra ha lasciato e che conduce a sopravvivere piuttosto che vivere. “Sopravvivere vuol dire aver perso tutto, vivere sopra, vivere veramente vuol dire vivere dentro, avere radici, una linfa da cui nutrirsi. È molto diverso trovarsi appoggiato sulla vita come una protuberanza”. La guerra oscura, distrugge, annichilisce i sentimenti più puri, quelli animati dal cuore così come tante Manou, nel suo cammino di silenzio, in nome del rispetto per la morte provocata dai tedeschi nella vita dei suoi cari, decide di non vivere la sua storia d’amore proprio nei confronti di un tedesco. Solo alla sua morte regala un piccolo soffio vitale a quel sentimento recluso. In questo romanzo, dal linguaggio semplice e caldo, Emmanuelle de Villepin, inserisce un altro elemento fondamentale del nostro genere umano, la forza di chi troppo spesso è considerato figlio della sfortuna: i diversamente abili. Il personaggio, per giunta dinamico, che nel romanzo è affetto da amiotrofia spinale, è il simbolo di tutte quelle persone che nella quotidianità sono costrette a lottare con le barriere architettoniche che la società in cui viviamo non è riuscita ad abbattere ma è, anche, il riscatto di tutte le persone fragili che, durante la guerra e non, sono state sottratte alla vita prima ancora di sbocciare. Come Nicoletta, altro personaggio del romanzo, che pensa di uccidere il suo feto se portatrice sana della malattia che costringe a vivere su una sedia a rotelle e a guardare la vita dal basso. Quello che ho riportato in questa recensione è solo una piccolissima parte di ciò che raccolto da questo viaggio nel tempo e nella vita di Antoine o di Emmanuelle. “La vita che scorre” è molto di più; è la ressa dell’Amore contro l’odio nella corsa inarrestabile del tempo che, non sempre, concede scelte e fermate se non “ore che spingono alla malinconia e fanno girare la testa indietro per dare un’occhiata a quello che abbiamo irrimediabilmente perso” senza smettere di rivolgere lo sguardo avanti per la paura di inciampare.

Emmanuelle de Villepin: è nata in Francia nel 1959. Giovanissima si è trasferita a Ginevra, dove si è poi laureata in legge, e quindi a New York. Dal 1988 vive stabilmente a Milano con il marito e le tre figlie. Dal 2006 è vicepresidente della fondazione Dynamo e dal 2011 è presidente dell’Associazione Amici di TOG (Together To Go), un Centro di eccellenza dedicato alla riabilitazione di bambini colpiti da patologie neurologiche complesse. La ragazza che non voleva morire ha vinto il Premio Fenice Europa 2009. Da Skira è uscito nel 2010 la fiaba La notte di Mattia (illustrata dalle fotografie della figlia, Neige De Benedetti).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: