:: Recensione di C’era una volta la DDR di Anna Funder (Feltrinelli, 2010) di Serena Bertogliatti

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Della DDR si sa poco.
Anche quando si traduce l’acronimo (Deutsche Demokratische Republik) in italiano, e ne viene la “Repubblica Democratica Tedesca”, l’idea che affiora è vaga – sarà la Germania, ma quale Germania?
“Germania dell’Est” ci dice qualcosa di più, ma solo qualcosa: una vaga, generale idea, che prevede “qualcosa di comunista”, immagini di supermercati monomarca, quell’atmosfera grigia e desolante che si accompagna all’omologazione umana e, più in astratto, un regime di controllo capillare.
Stasiland di Anna Funder, in italiano C’era una volta la DDR, parla di tutto questo, ma lo fa dall’interno. Dà concretezza a questa parola, “DDR”, con un romanzo-saggio che ricostruisce la storia di quella Germania che esisteva fino all’altroieri, ma sembra lontana eoni dalla Berlino che oggi attira tanti entusiasti migranti.
Il muro è caduto nel 1989 (ed è così paradossale che il muro che divideva la città in due sia più conosciuto di metà della città stessa), e ne è seguito quel che sempre segue ai grandi eventi storici: la ricostruzione. La ricostruzione della nuova Berlino riunificata, avvenuta così freneticamente da lasciare poco spazio alla ricostruzione degli eventi precedenti al 1989.
Rimuginare su questa data, 1989, significa realizzare che chi è nato e cresciuto nella DDR è ancora vivo, e cammina e respira e interagisce con quell’odierna Berlino tutta luci cangianti e multiculturalità entusiasta che le guide turistiche mostrano. I loro corpi sono qui, tangibili, e ci si immagina che, se la DDR è stata quel regime disumanizzante che si narra, tutti questi corpi avrebbero dovuto, portando le proprie storie, ammantare di grigiore la prima inaccessibile Berlino Ovest. Eppure, mentre i loro corpi sono qui, le loro storie sono ancora sullo sfondo – quello sfondo che ci si è voluti lasciare alle spalle mentre la Berlino post-1989 si reinventava.
Australiana di nascita, germanista come accademica, Anna Funder narra di una se stessa che affitta un desolante appartamento nella Berlino Est del post-1989, città in cui si trasferisce per fare ricerca sulla DDR. Avrebbe potuto scrivere un saggio per la comunità accademica, ma ha scelto una strada più ardua: cercare di rendere tridimensionale, e interessante, e viva, quella DDR che i tedeschi stessi cercano di mettere in secondo piano. Ci è riuscita? I pareri finali sono soggettivi, ma sicuramente Funder ha dalla sua le giuste premesse.
Anna Funder sa scrivere. Non sa semplicemente mettere in sequenza parole formando frasi di senso compiuto, ma anche scegliere quegli abbinamenti di vocaboli che sanno spezzare la vecchia retorica per creare nuove palpabili espressioni. Si è scelta il compito di dare voce a un popolo la cui l’espressione è stata puntigliosamente monitorata per decenni anni, per poi vedersi catapultato in una Germania Ovest troppo impegnata a riprodurre se stessa nell’Est per ascoltare quelle schiere di gole disabituate a esprimere dissidenze.
Come avrebbe parlato un cittadino della DDR, se avesse potuto farlo con libertà d’espressione e di critica? Saperlo sarebbe facile: basterebbe fermare uno di quei corpi e chiedere loro cosa hanno testimoniato, ed è quello che Funder mette in scena, con una serie di storie di vita vissuta nella DDR.
A volte le parole non ci sono – perché quando gli eventi sono accaduti quelle parole non si sarebbero potute usare, e, ora che si può, quegli eventi sono già troppo lontani, già parte di quella memoria che sia la Germania Est che la Germania Ovest cercano di relegare a un passato risolto.
Ci sono allora i silenzi – il silenzio eloquente dell’affittuaria della protagonista, che per la prima volta si narra, per scoprire che narrare è rivivere, e che alcuni eventi non possono essere catalogati come inerti ricordi, fusi come sono con le speranze e i terrori di chi li ha vissuti.
Tra i tanti episodi, uno apre gli occhi sulla prigione della Stasi (l’onnipresente e temuta polizia segreta) di Hohenschönhausen (sito in inglese: qui ). Lo narra una donna che ne è stata prigioniera senza sapere di esserlo. Sapeva, ovviamente, di essere prigioniera, ma non sapeva di essere stata reclusa proprio lì, nel centro di Berlino, a due passi dalla libertà – esattamente come i cittadini liberi, lì fuori, non avevano idea dell’esistenza di tale prigione.
Leggendo di tali complessi sistemi di occultamento, e delle torture psicologiche a cui venivano sottoposti i prigionieri, per non parlare delle torture fisiche di un’atrocità medievale, mi sono detta – per abitudine al cinismo – che questa sembrava la classica storia di una versione paranoica che viene venduta come verità storica al vasto pubblico.
Poi ho realizzato.
Ho realizzato che, qualche anno fa, sono stata lì. Che la prigione di Hohenschönhausen dei miei ricordi e quella descritta da Funder erano la stessa versione della stessa cosa, e che la mia non era una semplice versione: io ero stata , scortata da una guida che era un ex-detenuto di quella stessa prigione, e che narrava e rinarrava gli stessi eventi ogni volta per esorcizzare la propria esperienza, come da suggerimento dell’analista. Il corpo era lì, tangibile, e dava voce a una storia che si era dipanata tra corridoi reali, mura nude di un sotterraneo desolato, sbirciando in angoli mal illuminati.
Ho visto le minuscole celle in cui i prigionieri venivano rinchiusi, uno strato d’acqua sul fondo, a congelare.
Ho visto la stanza tonda dalle pareti nere imbottite, in cui bastava mettere un prigioniero, perché sarebbero stati la stanza stessa e il tempo a fare il resto. Una tortura più elegante e agghiacciante al contempo. Mettete una persona in una stanza simile e dopo qualche giorno impazzirà. Semplice, lineare, inevitabile.
Ho visto la strana nicchia nel muro, larga poco più di un uomo, spessa poco più di un uomo, bassa poco meno di un uomo, di modo che chi vi era rinchiuso fosse costretto a rimanere in piedi con le ginocchia leggermente piegate per ore, e ore, e chissà se qualcuno vi è rimasto giorni. Chissà. Dopotutto, in questa prigione i detenuti erano particelle individuali e alienate, che dal momento in cui entravano a quello in cui uscivano non incontravano che due persone: i due uomini della Stasi che le interrogavano. Per il resto, per quanto ne sapevano, potevano essere le uniche lì dentro – d’altro canto, per quanto ne sapevano, potevano essere ovunque, un ovunque con una cella, qualche corridoio, e una stanza per gli interrogatori. Non si tratta solo di un’agghiacciante macchina per l’alienazione, ma di un sistema che cancella le proprie tracce. Come ritrovare un luogo in cui non si sa di essere stati?
Quando il muro è crollato, le persone hanno cominciato a parlare, e così hanno scoperto. Si deve essere trattata prima di una coincidenza, poi di due, poi di troppe – scoprire che entrambi si era stati trasportati in una vettura fatta di minuscole stanze, bastanti appena a stare seduti; poi scoprire che a entrambi, durante gli anni di prigionia, venivano consegnate riviste di viaggi nella propria cella; e scoprire poi, coincidenza dalla spietata precisione, che gli interrogatori venivano sempre fatti da due persone, poliziotto buono e quello cattivo, e quello buono assomigliava sempre a una persona cara per il detenuto – un padre, una sorella, un amico. Sempre, sempre, sempre.
La prigione di Hohenschönhausen è un ottimo esempio della necessità di narrare non per ricordare, ma per scoprire. Mettere insieme i tasselli e ricreare quel quadro d’insieme che dovrebbe rispondere alla domanda: “Ma tutto questo che senso aveva?”
Funder ha le proprie risposte da liberale cresciuta in una democrazia di stampo occidentale, che non capisce i testimoni nostalgici della DDR. Li incontra sotto casa, ci parla, li sente e riporta, ma ascolta il proprio giudizio interiore – ed è questa critica con pregiudizio, a mio parere, l’unico difetto del libro.
Il grande pregio, invece, è il potenziale che rivela. Non è né un poco accessibile saggio per accademici, né un’opera di fiction da prendere con le pinze. Potete leggerlo e poi andare lì, nell’ex Berlino Est, per toccare con mano e guardare negli occhi.

Anna Funder (Melbourne, 1966), giornalista, specializzata in lingua tedesca, ha frequentato la Freie Universität di Berlino. Ha prodotto documentari per la Abc australiana ed è stata ricercatrice e traduttrice per la televisione di Berlino Deutsche Welle. Con Feltrinelli ha pubblicato C’era una volta la Ddr (2005), vincitore nel 2004 del Samuel Johnson Prize della Bbc per la non-fiction, e Tutto ciò che sono (2012).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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