:: Un’ intervista con Fatima Bhutto

F.Bhutto.Primo piano puroCredit by Amean JBenvenuta Fatima e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Non le farò domande sulla sua famiglia, (invito i lettori interessati a leggere il suo saggio biografico Canzoni di sangue), preferisco farle domande sul suo lavoro di scrittrice. L’ombra della Luna crescente (The Shadow of the Crescent Moon, 2013) è il suo primo romanzo, un’ opera di fantasia che rispecchia comunque la vita in Pakistan, specialmente dei giovani. Molto spesso la fantasia, ci aiuta a facolizzare anche meglio la realtà?

Penso che la narrativa sia davvero liberatoria. Ci permette di discutere argomenti che sarebbero altrimenti troppo spaventosi o troppo difficili da affrontare direttamente. Ti offre uno spazio libero da giudizi, e questo è davvero importante, specie quando stai trattando argomenti pesantemente politici, o soggetti delicati.

Cinque personaggi, due donne e tre uomini sono al centro della vicenda: Mina e Samarra,  Aman Erum, Sikandar e Hayat. Il mio personaggio maschile preferito è sicuramente Sikandar, molto diverso dall’idea che molti occidentali hanno degli uomini musulmani: è sensibile, idealista, ama teneramente la moglie accettando i suoi scatti di rabbia, le sue forse ingiuste recriminazioni (il dolore per la perdita del figlio è di entrambi). Come ha costruito questo personaggio così in opposizione con gli stereotipi correnti?

Anch’io provo una grande simpatia per Sikandar e la provo perché ci mostra che la paura è universale. Non si può sfuggirla, non importa quanto ci si impegni a provarci. Finché non risolvi la causa della tua paura, ne sei perseguitato. Gli uomini non sono più coraggiosi delle donne, non lo credo assolutamente, ma subiscono maggiori stigmatizzazioni quando si parla di paura. Devono nascondere la loro paura agli altri, ed anche a se stessi.

Oriente e occidente, due mondo così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

L’amore ci unisce, ed anche la compassione. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso e se c’è una verità riguardo all’universo nella quale credo è questa – che siamo tutti connessi. Molte più cose ci uniscono di quante ci dividano. La paura ci allontana, ci impedisce di vedere che siamo tutti un’unica cosa.

La vicenda si snoda nell’arco di tre ore, dalle 9 a mezzogiorno di un venerdì di dicembre, un giorno di pioggia, primo giorno dell’Eid. Numerosi flash back dilatano il tempo, per poi contrarlo nei momenti di maggior pathos, quasi cristallizzandolo come in una goccia d’ambra. Oriente e occidente differiscono anche nella concezione e percezione che hanno del tempo. Era questo che voleva far emergere dal suo romanzo?

Assolutamente! Sei la prima giornalista ad accorgersene – è certamente vero che l’est e l’ovest hanno prospettive completamente diverse riguardo al tempo. Nell’occidente c’è un senso di importanza dato al tempo – alle otto ti svegli, alle dieci sei in ufficio, all’una pranzi alle sei vai a casa e non solo quello, ma anche nella vita. A diciotto anni lasci casa, a venticinque possiedi un appartamento, a trenta ti sposi e così via. Ma in oriente l’inazione è un movimento vitale quanto l’azione. L’oriente vede il tempo più come un viaggio, completamente separato da un ordine. C’è il caos nel viaggio – è una grande parte del viaggio, in effetti.

La giustizia, oltre alla libertà, e alla compassione, è un tema importante nel suo romanzo, Mira nella foresta accusa i talebani di essere ingiusti, accusa più profonda non poteva farla. Come ha reso con le parole questa necessità quasi vitale dell’uomo a qualunque latitudine abiti?

Mina lo personifica, questo desiderio di giustizia, non solo nel suo tener testa ai talebani, ma anche nel suo dolore e nella sua costante ricerca di una comunità che la comprenda e che condivida la sua perdita. Per me la giustizia è il cuore della politica e della società. È una necessità primaria ed una delle cose meravigliose della narrativa è stata mostrare quanto sia soggettiva. La giustizia per Mina può significare ingiustizia per qualcun altro – i risultati finali possono essere differenti, ma la ricerca è la stessa.

L’ombra della Luna crescente è un romanzo difficilmente classificabile: è un romanzo familiare, politico, generazionale, uno spaccato in grado di raffigurare le contraddizioni e l’ attualità del Pakistan contemporaneo, e nello stesso tempo capace di trasmettere tenerezza e poesia. Il suo essere anche poetessa, l’ha aiutata in questo?

Questa è una domanda interessantissima, ma una domanda alla quale non posso davvero rispondere perché immagino fosse il tono della storia! Voglio dire, non ne ero consapevole ma provavo una grande tenerezza per i personaggi e per il loro mondo e forse questa tenerezza traspare…

L’ombra della Luna crescente è un romanzo coraggioso, nel suo paese creerà sicuramente frizioni per le sue riflessioni, specialmente politiche. Come pensa di affrontare le eventuali critiche?

Quando tratti qualunque argomento politico delicato – e pare che quando un piccolo gruppo si sta difendendo dalle masse, tutto diventi delicato – ci saranno sempre attacchi e frizioni. Ma io credo che restare in silenzio su questi argomenti sia estremamente pericoloso, non parlarne apertamente. Sono pronta ad affrontare ciò che ne deriverà.

Non sceglie un percorso lineare, usa veli e disvelamenti repentini, improvvise rivelazioni, anche molto avanti nella narrazione, mi riferisco al motivo perché Mira si infiltra nei funerali di perfetti estranei, creando un senso di attesa e di mistero. Tutto ciò si ricollega alla concezione del tempo a cui ci riferivamo prima?

In parte sì, ma anche perché nella vita noi abbiamo a che fare in continuazione con questa tensione fra sapere e non sapere. Abbiamo ampi margini per la segretezza che cerchiamo sempre di controbilanciare col nostro bisogno di trasparenza. Perciò proprio come nella vita non si conoscerà mai il cuore del problema che disturba qualcuno il primo giorno che l’incontri, così nel romanzo devi viaggiare per qualche tempo con i personaggi prima che loro ti lascino entrare.

Aman Erum è il personaggio più fragile e in un certo senso discutibile, anche se lei non usa mai termini men che meno corretti nel tratteggiarlo. Vuole fuggire all’estero in cerca di stabilità economica e sicurezza, arriva a diventare informatore del colonnello Taric, l’uomo con la vera d’oro rosa, considerandosi un patriota, ma causando involontariamente l’arresto di Samarra con quello che ne consegue. Il padre ne disapprova le scelte, nel passo più commovente del libro, anche se lo nasconde nel tono di voce. Troverà un riscatto?

Spero di sì, davvero. Penso che tutti i personaggi nel romanzo stiano affrontando situazioni nelle quali il loro stesso paese li sta coinvolgendo. Stanno tutti lottando nel loro modo per trovare un po’ di giustizia, per trovare una qualche redenzione. Ma il romanzo parla anche molto di tradimento, e quanto ciascuno di noi deve tradire al fine di sopravvivere oggi nel mondo moderno…

Grazie della sua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendole di anticiparci i suoi progetti per il futuro? C’è un nuovo romanzo, in programma?

Grazie per le tue domande sentite e sensibili. È stato un piacere rispondere. Spero davvero molto di poter lavorare su altre storie in futuro, ed appena avrò finito col tour promozionale del libro, allora tornerò a lavorare sulla scrittura invece di parlare!

[Traduzione a cura di Davide Mana]

[Photo credits: Amean J]

English version here

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Una Risposta to “:: Un’ intervista con Fatima Bhutto”

  1. Frustrazione creativa e il tempo come viaggio | strategie evolutive Says:

    […] completa potete leggerla qui – vi consiglio di leggere anche il libro di cui si parla. Ci sono persone interessanti là […]

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