:: Un’ intervista con Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015)

6221022_397431Benvenuto Bruno su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. È da poco uscito per Baldini e Castoldi il suo nuovo libro ISIS® Il marketing dell’Apocalisse, un libro di certo controcorrente, che dice le cose che gli altri non dicono. Seguendola su Fb sono a conoscenza del suo impegno per decifrare la verità dalla marea di informazioni che ha raccolto su Twitter, sui siti di informazione anche indipendenti, sull’emergenza ISIS. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

È colpa di Gianluca Nicoletti. Durante un mio intervento a Melog, la trasmissione che conduce su Radio24, ha detto ai microfoni che occuparmi di questo tema sarebbe stata una sfida bellissima per me. Ora siccome Gianluca mi conosce bene e sa che il mio punto debole sono le sfide, proprio non riesco a sottrarmi, alla fine non ho resistito…

Nell’ introduzione dice: Sul piano mediatico l’ISIS rappresenta in un certo senso l’11 settembre di Internet, la prima grande sconfitta della rete, così come l’attacco alle Torri Gemelle e ciò che ne è seguito hanno segnato la sconfitta della televisione e la morte del giornalismo televisivo. In che senso?

Dall’inizio dell’attacco mediatico dell’ISIS, notte dopo notte, ho visto la rete sgretolarsi e collassare come le Torri Gemelle. Internet ha mostrato tutta la sua debolezza e fragilità fornendo una piattaforma potente per tutti i canali che hanno creato e usato contro di noi, da Twitter a Diaspora. E l’hanno trasformata in un’arma micidiale. Le prime vittime sono stati i giornalisti che non hanno proprio nessuna dimestichezza con l’interattività e sono rimasti ancorati ai loro modelli mediatici. Morti tutti. Non solo, ma subito dopo che sono morti si sono trasformati in zombie, cioè in pupazzi che agiscono sotto l’impulso degli stimoli elementari senza più un’anima o un cervello. In questo modo hanno ceduto al terrore e l’hanno ritrasmesso al pubblico, diventando di fatto l’amplificatore dei messaggi dell’ISIS.

E’ molto critico nei confronti della democrazia digitale e dei social network. Ci sarebbe un modo per usarli virtuosamente?

Sì certo, ma non siamo ancora capaci di farlo. Il problema è tutto qui: usiamo Internet ancora in modalità televisiva, cioè passiva. Quando il medium invece è interattivo e presuppone che il suo fruitore si faccia parte attiva nell’usarlo, cercando, collegando, condividendo. Troppo faticoso per chi è ancora abituato a sedere davanti al televisore e subire tutto quello che passa sullo schermo senza poter intervenire, senza selezionare l’informazione, senza pretendere verifiche e approfondimenti come invece è possibile con Internet.

Ricordiamoci che internet nacque come progetto del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, con funzioni prevalentemente militari. “Controllare, manipolare, deformare la realtà e, in definitiva, dominare grandi masse orientandone le scelte” in fin dei conti non rientra nel suo progetto originario?

No. Internet era, in origine, cioè negli anni ‘70, una rete di comunicazione che avrebe consentito ai centri di coordinamento dell’apparato militare americano di poter ancora comunicare fra loro dopo un attacco nucleare. Il paradosso è che dopo un attacco nucleare non rimarrebbe nessuno e quindi a chi sarebbe servita? Negli anni ’80 questa rete che si chiamava Arpanet, ormai obsoleta per l’Esercito, venne regalata ai centri di ricerca e alle università per la condivisione di documenti. Quindi la sua natura è la condivisione. Subito dopo, al CERN di Ginevra fu inventato un tipo di documento che avrebbe favorito ulteriormente la condivisione: l’ipertesto, l’Html. Questa è la sua vera natura, lo scambio, la condivisione. Invece c’è ancora gente che non la usa in questo modo, ma “sfoglia” le pagine sul monitor come se fossero pagine di un quotidiano di carta, oppure guarda Youtube come se fosse un surrogato della televisione…

Sempre nell’introduzione dice È assolutamente vero che il terrorismo è uno dei nuovi effetti dei media. Proviamo allora a considerare a cosa si ridurrebbe l’ISIS se non esistesse Internet. Sarebbe mai riuscito a fare tutta la propaganda che ha fatto senza l’aiuto della rete? Fenomeno mediatico prima di tutto? Il terrore si propaga nella rete, a che scopo, secondo lei? Portando l’inferno in terra, racchiuso in uno spot pubblicitario, pensano di vincere la loro guerra, attirare seguaci, annientare (prima psicologicamente) i nemici?

La rete è allo stesso tempo il medium più economico di cui disporre oggi e il più capillare. A che scopo si diffonde il terrore? Per una serie di motivi: da una parte orientare l’opinione pubblica occidentale verso una guerra che è voluta dagli USA prima di tutto, dall’altra far vedere che l’Islam può di nuovo realizzare l’utopia del ritorno al passato col Califfato e quindi raccogliere adesioni fra tutti coloro che vogliono che l’Islam si distacchi dall’influenza occidentale, esca dalla “schiavitù” economico/politica a cui l’Occidente l’avrebbe ridotto e, se possibile dia inizio ad una guerra estesa a tutto il Medio Oriente allo scopo di destabilizzarlo e ridisegnare la mappa dei poteri. Non fermiamoci mai alla propaganda. Il terrorismo è propaganda. Gli attentati sono propaganda. Bisogna cercare di vedere a chi conviene questa situazione e allora si cominceranno a intravedere i veri registi che erano fin dall’inizio dietro le quinte.

Non pensa si sia raggiunta una sorta di saturazione dell’orrore, raggiunta una certa indifferenza. Per paradosso la distruzione di statue ha avuto reazioni forse superiori all’uccisione di bambini. Ebbene, il vero orrore non è lo spettacolo ma chi lo guarda. Siamo noi. Non c’è proprio uno snaturamento dell’umanità anche di chi subisce questo martellamento mediatico?

Non c’è nessuno snaturamento, siamo già “snaturati”. Siamo quelli che rallentano quando c’è un incidente, e non per portare soccorso ma solo per vedere se c’è il morto. Le notizie sui drammi dell’umanità con cui i giornali riempiono pagine e pagine non servono ad informare (perché in realtà le tragedie che capitano nel mondo nello stesso momento sono molte di più) ma solo per attirare questa nostra morbosa attenzione e consolarci del fatto che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi e quindi, in fondo, non dobbiamo nemmeno lamentarci… È quella che definisco “funzione anestetica” del giornalismo.

L’utilizzo delle logiche del marketing a scopi di guerra, come scrive, ha origine proprio nelle tecniche di logistica, distribuzione e approvvigionamento dell’esercito americano nella Seconda Guerra mondiale, ma sembra il progetto folle di un delirante pubblicitario. Secondo lei è una cosa nata per caso, o è stata attentaemente pianificata dall’ISIS?

In questa guerra, come in tutte le guerre, non c’è niente che sia nato per caso. Basti pensare alla vera storia di al-Qaeda e alla nascita successiva dell’ISI dal ramo iracheno dell’organizzazione di Bin Laden (AQI, al-Qaeda in Iraq). Ma qui tutto è marketing, dal modo in cui promuovono l’immagine del Califfato, alla moneta che hanno coniato che si contrappone alle “false” monete occidentali, ai video, alle riviste online. E infine, le tecniche usate nella propaganda sono le stesse delle pianificazioni pubblicitarie occidentali. Sembra anzi che dietro ci sia la mano di gente che ha masticato parecchia pianificazione pubblicitaria nelle multinazionali.

Questo non è uno scontro fra culture ma una guerra di mercato fra chi riuscirà a imporre il proprio tipo di pensiero unico. […] Se non si fermerà la corsa verso la distruzione e si sostituiranno questi modelli, se non sapremo ribellarci a chi ha interesse a continuare la «guerra infinita», quella dei mercati, allora sarà l’Apocalisse, quella vera. Pessimista o ottimista in questo senso?

Pessimista. L’Apocalisse è già iniziata per noi. E non è quella di cui parla l’ISIS: è la fine del capitalismo.

Avrei davvero moltissime altre domande da farle, ma mi rendo conto di dover concludere questa intervista. Ci parli del futuro, come lei lo vede, l’ISIS sarà sconfitto o è ormai una parte irrimediabile di noi?

L’ISIS non verrà mai “sconfitto” perché è stato creato dall’Occidente per destabilizzare il Medio Oriente. Quello che verrà sconfitto sarà invece il Medio Oriente con i suoi sogni di affrancamento dall’Occidente e ritorno alla sua stagione “imperiale”. Vorrei sbagliarmi ma queste sue aspirazioni verranno “punite” lasciandolo precipitare per un lungo periodo nel caos e arretrare al medio evo. Di questo non potranno che avvantaggiarsi gli Stati Uniti e Israele. E noi siamo loro complici.

Se ci sono ancora domande, sono a vostra disposizione.

Paola Preziati: Io. Ecco la domanda. Ho sentito varie fonti in rete (una su tutte, Nicolai Lilin, autore di gioventù siberiana) che sostengono un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nell’addestramento dei membri dell’Isis come fecero ai tempi con i mujaheddin in Afghanistan. Quanto di provato c’è veramente a riguardo?

No, non ci sono prove di questo. Anzi io sostengo che l’ISIS sia una sorta di OGM rispetto ad al-Qaeda. Ovvero se al-Qaeda è nata come una sorta di “innesto” di una cultura in un’altra cultura, creando a tavolino qualcosa che prima non c’era (35.000 combattenti wahhabiti portati dall’Arabia Saudita in Afghanistan negli anni ’80, trapiantando così il fanatismo saudita in un luogo dove non esisteva), l’ISIS, che nasce staccandosi da al-Qaeda in Iraq, è realmente un OGM. Anzi, nel libro lo definisco un OCM, un “organismo culturalmente modificato”, che ormai si sviluppa da solo, fa terra bruciata intorno a sé e avanza invadendo le altre colture, pardon culture.

Enrico Pascucci: Io ne ho due. La prima: Quali sono secondo lei le principali forme di disagio dei musulmani d’occidente su cui l’ISIS si appoggia, e con quali tecniche di “corteggiamento” usa?

È ovvio che l’ISIS attiri soprattutto giovani mal inseriti nelle nostre società, possibilmente in quella fascia d’età in cui si cercano ideali forti, non trovandone (perché l’Occidente è in piena crisi di valori, fra l’altro). Notare che tutti i foreign fighters dello stato islamico hanno un’età media compresa fra i 18 e i 24 anni. È l’età in cui tutti siamo stati “estremisti”. Ma qui c’è di mezzo un’ideologia ancora più estrema del comunismo o del fascismo di cui le generazioni occidentali degli anni ’70 s’erano imbevute: qui c’è la versione nazista dell’Islam, quella wahhabita (o salafita). Le tecniche di “corteggiamento”? Dai videogame “sparatutto” ambientati in Siria, agli sfondi per il computer o per lo smartphone che incitano al martirio, collezionabili come le nostre raccolte di figurine, all’invito al Jihad come se fosse non solo un dovere ma anche un piacere, trattandolo come un gioco da adulti a cui tutti i giovani un giorno potranno partecipare, scatenando quindi la gara all’emulazione con video che mitizzano i mujaheddin caduti per la costruzione del grande sogno: il Califfato. E questi sono solo alcuni esempi di un “programma didattico” incredibilmente articolato.

Enrico Pascucci: La seconda: ho sempre pensato, senza per questo essere solidale con certe pratiche, che regimi politici fortemente integralisti si siano instaurati in medio oriente anche come forma di difesa da un sistema occidentale in cui sono i soldi a formare pensiero e opinione. Secondo lei la mia è un’idea condivisibile? Se sì, da un punto di vista collettivo, politico, quindi non individuale, esistono forme di difesa diverse che siano praticabili?

Molti hanno cominciato a capire questo fatto, ma ahimè non esistono altre “forme di difesa” se non quella di aiutare l’autodeterminazione dei popoli arabi con la cooperazione e il reciproco rispetto e favorire il dibattito sulla riforma e la modernizzazione dell’Islam che pure sta lentamente iniziando all’interno.

Davide Mana: Ho avuto notizia dell’avvio della demolizione di Palmyra. La sistematica distruzione dei tesori archeologici è uno dei tratti caratteristici dell’ISIS, e ha un ruolo centrale nella propaganda dello stato islamico. Qual è l’esatta funzione di questa attività che a tanti di noi appare insensata e inspiegabile? Cosa desiderano ottenere, in termini di marketing, oltre che in termini politici e culturali (ammesso che i diversi livelli si possano separare)?

È una delle tante forme di ricatto della guerra psicologica. Ma nello stesso tempo è un modo per cancellare le memorie del passato degli altri perché non ne resti traccia. Significa avere in programma di cancellare fisicamente e culturalmente il nemico. Lo stesso messaggio rivolto al pubblico dei potenziali sostenitori suona come un incoraggiamento a prendere le armi e cancellare tutto ciò che resta dell’Occidente nei paesi arabi, sottintendendo che l’ideologia dell’ISIS è superiore a qualunque altra cultura e solo essa ha il diritto di rimanere. Tutto il resto deve scomparire. Non vi ricorda il nazismo?

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3 Risposte to “:: Un’ intervista con Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015)”

  1. maboba Says:

    Certo che ricorda il nazismo, così come ricorda ogni altra ideologia totalitaria (nazismo, comunismo etc. ) accomunate da una concezione relativistica della vita. Per esse la vita non è un valore in sè bensì dipendente dall’utilità per quella particolare visione del mondo e delle cose (la razza per il nazismo, il “bene comune” la “società giusta” per il comunismo, l’umma per il musulmano). Coloro che si oppongono o sono comunque di ostacolo vanno e possono essere eliminati “legalmente” e giustamente senza alcun problema.

    • liberidiscrivere Says:

      Giustamente, rispetto ai loro credi e alle loro ideologie, certo non in modo assoluto. Uccidere, privare della vita un simile è un male in qualsiasi modo si consideri la cosa per giustificarla. Sì, dopo il nazismo e il comunismo, abbiamo questa forma ibrida di totalitarismo, molto diversa dalle precedenti perchè si fonda su un credo religioso legittimo e sacro e ha diramazioni politiche molto radicate. E’ un’ideolagia comq destinata a finire, quando non ci sarà più il petrolio, gli interessi dell’Occidente per quelle terre finiranno, e ho la “sensazione” finirà anche l’ ISIS.

  2. :: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016) | Liberi di scrivere Says:

    […] approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini […]

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