:: SEI V, Paola Preziati Scaglione

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Un silenzio rarefatto, freddo, circondava ogni cosa nella baita.
Uno zaino aperto buttato sul pavimento di legno, pantaloni camicia e giacca consumati dal lavoro, i resti della cena sparpagliati tra tavolo e acquaio, tutto era avvolto da una leggera patina di brina che luccicava ai raggi del sole appena sorto.
Come facesse la luce a superare le settimane, forse gli anni, di polvere, unto e chissà cos’altro che appannavano i vetri per bene, Pietro se lo domandò, mentre si stiracchiava nel letto.
Sbadigliò, tossicchiò e si mise seduto, trovandosi a fissare le impronte che un topo aveva lasciato sul comodino, tra la polvere e le briciole di biscotti. Gli scappò un mezzo sorriso.
Strani coinquilini, i topi, era il caso di ammetterlo. Non riusciva mai né a vederli né tanto meno a prenderli, però sembrava ci tenessero a marcare tutto con tracce evidenti del loro passaggio, quasi a prendersi gioco di lui e della sua battaglia persa contro la loro infestazione della baita.
Sbadigliò un’altra volta, stropicciandosi a lungo gli occhi ancora pieni di sonno.
Forse era il caso di alzarsi. Il faggio malato al di là del grande prato lo stava aspettando perché gli desse una degna fine a colpi di ascia ben assestati, così come le vacche da mungere e la scrofa incinta da controllare.
Pietro fece una smorfia.
Che andassero tutti all’inferno, topi, faggi, vacche e scrofa.
Non aveva più il fisico nemmeno per quella vita solitaria che si era scelto per scappare dalle luci di una ribalta che non aveva mai desiderato. O no?
Interessante domanda. Davvero.

— Tenente, dannazione, no! Prima di fare qualsiasi cosa mi aspetti, sono stato chiaro? Niente colpi di testa, Dal Molin o le spacco la faccia a mani nude, mi sono spiegato?
— Ma Capitano, la soffiata parlava chiaro. Hanno la roba e…
— Dal Molin! Gli ordini li do io, punto e basta. Tenga il sedere appiccicato al sedile della sua macchina fino a che non vedrà la mia faccia contro il suo finestrino. Mi ha capito?
Pietro lanciò con rabbia il microfono della radio sul sedile libero alla sua sinistra, bestemmiando.
“Niente sirena, niente sirena” si ripeteva, mentre affrontava i corsi del centro di Sanremo a tutta velocità.
Il cretino che aveva deciso di chiamare così quelle specie di viuzze, troppo simili ai carruggi della sua Genova per meritarsi un tale appellativo altisonante, andava premiato con una salva di schiaffi di intensità pari all’incazzatura che il capitano Pietro Parodi sentiva mordergli lo stomaco.
Il tenente Oscar Dal Molin era un demente, un vero demente.
Il testosterone che gli riempiva gli attributi di germe inutile e gli butterava la faccia di acne, gli doveva essere passato pure al cervello, tutto in un colpo solo, mandandogli in vacca quei pochi neuroni presunto-intelligenti che aveva.
Di certo non aveva voluto capire il peso politico dei i tipi con cui avrebbe avuto a che fare. Mica i soliti spacciatori di secondo piano con cui si era confrontato quando era in servizio in Val Bormida. No, questa volta si sarebbe trattato dei capi in persona, camorristi campani che avevano appena rilevato il giro della prostituzione e della droga di tutto il litorale ligure, infilandosi pure nella gestione oscura del Casinò.
E per farlo, per non avere più problemi, non avevano lesinato proiettili e bombe a tutti coloro che pensavano fossero di impaccio, da colleghi malviventi a magistrati e membri delle forze dell’Ordine più scomodi.
Ecco perché si era liberato un posto nella Caserma di San Remo, perché un gran bravo tenente era stato ucciso sotto casa, mentre portava fuori il cane.
Il sapore del sangue invase la bocca di Pietro.
— Questa è gente che ammazza anche solo perché il rumore dei tuoi denti mentre mastichi gli ha dato fastidio! — esclamò arrabbiato nero, seguendo il filo dei propri pensieri a voce alta.
E poi, porca miseria, chi aveva valutato l’attendibilità della soffiata? Nessuno, a parte Dal Molin. Con la scusa che in quel momento era il più alto in grado in servizio, era partito in tromba, organizzando tutto e facendolo chiamare dalla centrale a operazione avviata. Ma perché, dannazione, perché gli avevano mandato un ragazzino tutto ormoni e Chuck Norris in sostituzione di un gioiello come era stata la buonanima di Petrazzelli?
— Capitano… — gracchiò la radio.
— Non adesso, Dal Molin! — gli urlò Pietro, senza attivare la risposta.
Guidare facendo lo slalom tra le altre macchine, cercando di evitare pure i passanti, i tombini e i cani a passeggio brado, era impresa da campione del mondo di rally, ci voleva assoluta concentrazione e una dose di fortuna quantomeno grande come lo stadio di Marassi.
— Capitano! — esclamò la radio, ancora una volta. La voce del tenente sembrava in preda a una eccitazione davvero incontenibile. — Il Cobra sta uscendo con tutta la sua cricca, non possiamo più aspettare!
— Dal Molin, stia in macchina, quelli non si faranno intimidire da un…
— Alt, Carabinieri! — la voce del tenente gli arrivò nitida dalla radio, ancora accesa, così come la raffica di colpi in risposta.
— Belin! — esclamò Pietro, pigiando ancora di più sull’acceleratore.
Arrivò che il conflitto a fuoco era nel pieno del delirio.
Una cacofonia fatta di urla da entrambe le fazioni, colpi di pistola e raffiche delle armi a ripetizione lo raggiunse anche prima dell’odore degli spari e della paura, bloccandogli lo stomaco in una contrazione dolorosa. In più, la pioggia aveva preso a cadere fitta, picchiando sonoramente contro vetri, carrozzerie metalliche, asfalto, giubbotti anti-proiettile e qualsiasi cosa avesse potuto produrre un rumore fastidioso. Insomma, era finito in un casino di proporzioni bibliche.
Se avesse avuto il tempo di pensarci, gli sarebbe parso di essere nel pieno di una sparatoria stile vecchi film di gangster americani, con i suoi uomini — i buoni — asserragliati dietro le macchine di servizio ad aspettare il momento giusto per scaricare i propri colpi e il boss con la sua banda — i cattivi — a cercare riparo dietro i cancelli in legno massiccio semi aperti della villa e le portiere di un vecchio Maggiolone verde della Volkswagen parcheggiato lì davanti.
Prese la radio e ringhiò la richiesta di supporto armato alla centrale, prima di buttarsi a sua volta fuori dalla macchina e strisciare verso i colleghi.
Fucilò Dal Molin con un’occhiata che voleva dire “provati a fiatare che ti sparo in fronte”. L’altro abbassò lo sguardo.
— I rinforzi stanno arrivando? — chiese il tenente, a mezza voce, respirando a singhiozzi, che se non avesse saputo leggere le labbra, Pietro manco si sarebbe accorto che gli aveva parlato.
“L’adrenalina di scorta non te la sei portata eh, deficiente che non sei altro?”, si domandò il capitano, rispondendogli solo con un cenno della testa.
— Quanti sono? — urlò nell’orecchio di Dal Molin.
— Penso una quindicina…
— Come penso?
— Ci hanno sorpresi con la loro reazione, non ho fatto in tempo a contare né a rendermi conto di dove fossero piazzati esattamente.
“Perfetto, l’imboscata l’hanno fatta loro a noi, altro che bellezza”, pensò Pietro, sconsolato.
— Che facciamo? — domandò ancora il tenente, a voce ancor più bassa.
— Vediamo di non farci ammazzare, punto. Di più, in queste condizioni, non possiamo proprio fare.
Poi si tirò su giusto per cercare qualcuno contro cui far fuoco, e sparò.

Il gorgogliare del caffè lo risvegliò dai ricordi in cui era affondato. Si grattò la pelata, sbadigliò per la millesima volta e si riempì una tazzina sbeccata, ingoiando tutto in un unico sorso, bollente.
Meglio vivere come un eremita nascosto tra i faggi della Riserva dell’Adelasia, a munger vacche a cui non era nemmeno simpatico, o meglio la vita di prima?
Guardò il proprio riflesso nello specchio sopra il lavatoio.
Le rughe raccontavano sia i quarantacinque anni della sua vita che le migliaia di dolori attraverso cui era passata.
Ce n’era una per la morte di sua mamma, quando ancora non aveva compiuto cinque anni, che gli correva tra le sopracciglia e che si arrossava ogniqualvolta la tensione gli montava sulle spalle.
Poi, una serie di rughette profonde gli disegnavano il contorno degli occhi per la fatica fatta a guadagnarsi i gradi di Capitano, grazie alle settimane di appostamenti sull’Aspromonte, da solo, patendo fame e freddo, in attesa che il boss di turno mettesse la testa fuori dalla masseria che si era scelto come ultimo rifugio da latitante.
Una ancora, sottile e lunga sotto il labbro, gli faceva sembrare il sorriso sbavato come quello dell’ultimo Joker di Batman; era comparsa subito dopo che Patrizia gli aveva comunicato per sms che ne aveva le scatole piene di non sapere mai se fosse vivo o morto.
Insieme ad altre mille, tatuavano la pelle del suo viso con la sua storia e, nonostante tutto, aveva imparato ad apprezzarle perché erano la testimonianza che era riuscito a superare tutti i dolori che ognuna di esse rappresentava.
A parte una.
Compariva quando voleva lei, e seguiva da vicino la ruga tra le sopracciglia, divergendone quel poco da disegnare sulla sua fronte una V rosso fuoco. Adesso era lì a fissarlo, non invitata ma riflessa sorniona nello specchio. Un marchio: V come vittoria. No, V come verità.

Tutto d’un tratto la baraonda di suoni cessò. Solo il rombo di una macchina che si allontanava accelerando a più non posso nascose il ticchettio nervoso della pioggia, che si era sfogata come la sparatoria.
Pietro rimase fermo, con la pistola stretta tra le mani, le braccia tese appoggiate sul cofano della macchina. Gli ci volle qualche secondo per realizzare che l’inferno era finito, e che era ancora vivo.
— Belin! — esclamò sollevato, voltandosi e lasciandosi cadere seduto sull’asfalto. In momenti come quelli sapeva che Dio esisteva davvero, e gli venne spontaneo ringraziarlo silenziosamente.
— Capitano, è finita? — domandò Dal Molin.
Pietro non gli badò.
— Bonacina, Erboli, Massaccesi, Di Luca! — urlò.
— Qui capitano!
— Sono qua!
— Presente!
— Eccomi! — gli risposero i quattro, due brigadieri e due carabinieri scelti, facendosi vedere.
— Che fortuna, tenente. Sembra che la sua squadra sia tutta intera. — disse, sarcastico, guardando Oscar Dal Molin di nuovo diritto negli occhi.
Il tenente abbozzò un mezzo sorriso che Pietro gli spense sulle labbra con l’ennesima occhiataccia.
— Vediamo come stanno i cattivi — gli mormorò, alzandosi e uscendo allo scoperto.
Piano, sempre tenendo la pistola pronta, si avvicinò al Maggiolone crivellato di colpi, gli girò intorno e le parole gli morirono tra le labbra.
Il cadavere dei boss dei boss, il Cobra Matteo Montemarano, giaceva a terra in una pozza di sangue e pioggia, con un buco nel centro preciso della fronte. Accanto a lui, suo cugino Luigi e il suo braccio destro Antonio Abbate erano riversi l’uno sull’altro, immobili.
Pietro toccò tutti e tre i corpi con un piede. Abbate gemette.
— Capitano? — disse Dal Molin, avvicinandosi.
— Chiami la centrale, tenente e dica che è tutto risolto, poi l’ambulanza e il medico legale di turno — gli ordinò, apparentemente calmo e controllato.
Ma non lo era per un nulla, dentro gli ribolliva tutto il possibile e l’immaginabile.
— Che botta di culo immensa! — esclamò il tenente, guardando il corpo senza vita di Montemarano.
— Già… — mormorò Pietro, appoggiandosi con tutto il proprio peso al Maggiolone e cominciando solo in quel momento a respirare di nuovo cosciente di farlo. — N’a vea botta de cû da no credde [I].
La fronte tra le sopracciglia prese a bruciargli come se qualcuno l’avesse marcato a fuoco vivo.

Strizzò gli occhi per cancellare quel ricordo dalla mente e si stropicciò la faccia con violenza, usando entrambe le mani.
Ma a chi diavolo voleva raccontarla?
La vita dopo quella sera gli era piaciuta, eccome.
Quando il confronto tra il proiettile che aveva ammazzato Montemarano e quelli sparati dalla sua pistola aveva dato esito positivo, era diventato un eroe nazionale. Riconoscimenti dall’Arma dei Carabinieri, dal Presidente della Repubblica, da vari comitati antimafia sparsi per tutto il territorio nazionale gli erano piovuti addosso manco fosse la stagione dei monsoni e le televisioni e i giornali avevano fatto a gara per accaparrarsi una sua intervista o una comparsata in programmi più o meno degni.
E lui, il Capitano Pietro Massimiliano Parodi non si era tirato indietro.
Aveva dispensato storie di vita vissuta dalla D’Urso e da Giletti, racconti di guerriglia urbana da Fazio — in un “one man show” che aveva eclissato quelli di Roberto Saviano — arrivando ad alimentare un confronto serrato e dai toni accesi con nientemeno che il Presidente del Consiglio in una puntata di Ballarò dall’ascolto record.
Poi quel suo aspetto vissuto, l’aria da uomo vero che le rughe contribuivano a regalargli, lo aveva fatto salire prepotentemente nella lista degli uomini più desiderati d’Italia, addirittura davanti a Raul Bova e al tronista di turno.
Una vita perfetta.
Pietro sì guardò di nuovo nello specchio.
Mi nu gh’a fasso ciù, a vedde a têu sorridente faccia grande comme o cù — canticchiò, cancellando il proprio riflesso con due ditate di dentifricio sullo specchio. — Anche se ti t’arröxenti pè un meize, ti restiè quello gran succido che t’ei. Ti me intendi se t’ou diggo anche in zeneize, la gh’è a porta, vanni a da via o cù! [II]
Come a fargli da coro, la brigata muggente si fece sentire con prepotenza. Rosina, Pinetta, Bianca e Mezzaluna erano là fuori che lo aspettavano impazienti, inutile rimandare.
Sospirò.
Poteva anche non lavarsi e non radersi, alle vacche andava bene pure ispido e puzzolente, bastava solo che strizzasse loro le tette per bene ogni santo giorno dell’anno.
E lui era bravo a strapazzare capezzoli turgidi.

— Cos’è questa ruga? Sembra che tu abbia una v rossa marchiata in mezzo alla fronte! — trillò Eleonora, ricadendo da sopra di lui tra le lenzuola di seta, sfatte.
— V come Visitors! — ridacchiò Pietro, spostandosi verso il ventre della ragazza. — Ti ricordi chi erano, vero?
Gli occhi verde bottiglia di lei si spalancarono, maliziosi.
— No, non sono vecchia come te! — disse, con una vocina che era tutto uno sberleffo.
Pietro le aprì le ginocchia, spingendosi tra le sue cosce.
— I Visitors erano degli alieni a forma di rettile con la lingua lunga lunga lunga — rispose, altrettanto allusivo, guardandola di traverso.
— Ah sì? E a cosa gli serviva questa lingua tanto lunga? — mormorò Eleonora, mordicchiandosi un labbro.
Pietro sorrise, facendo l’occhiolino.
Stava per darle una dimostrazione pratica di quello che entrambi avevano in mente, quando il cellulare squillò, odioso.
— Non rispondere — civettò la ragazza, allargando ancor di più le cosce.
— Potrebbe essere importante… — rispose Pietro, alzandosi.
Mancare la chiamata di un giornalista famoso o del produttore televisivo di turno non era stupido, solo poco redditizio. E Pietro aveva imparato che i soldi sì non fanno la felicità, ma aiutano di molto ad avvicinarla.
— Pronto — rispose, senza nemmeno controllare da chi arrivasse la chiamata.
— Allora, quando mi paghi?
La voce di Oscar Dal Molin lo colse di sorpresa. Istintivamente portò la mano alla bocca.
— Ti ho detto di non chiamarmi, t’æ abelinôu [III]? Mi faccio vivo io! — mormorò, a denti stretti, chiudendosi in bagno.
— Chi è? — gli urlò dietro Eleonora, con disappunto.
— Dammi cinque minuti, cara! — le gridò in risposta.
— Pagami o racconto a tutti quello che è successo davvero quella sera — ringhiò Dal Molin.
— Ok, ok. Lo faccio, te l’ho già detto, ma poi non mi rompi più, d’accordo?
— Certo, super carabiniere dei miei stivali.
Pietro sbuffò, mettendosi a sedere sulla water. Il respiro del tenente, al cellulare, era più nervoso del suo.
— Oscar, ragiona — provò a rabbonirlo. — Comunque quell’appostamento era una cazzata disumana, te ne rendi conto? Non è il caso che tu ne parl…
— Sì, capitano, ma era la mia cazzata disumana, non la tua botta di culo, dannazione! — lo interruppe l’altro, rabbioso.
A Pietro sembrava di essere nel peggiore degli incubi, ricattato da un deficiente ingestibile.
— Cosa? Vuoi che tutti sappiano che hai agito senza l’ok del tuo supervisore? Per rovinarti la carriera? — provò a rispondergli.
— Se non mi paghi, sì. Piuttosto che far passare te come l’eroe della situazione, mi accollo le mie responsabilità e lascio l’Arma. Ma che tu viva di gloria riflessa mi fa incazzare come poche altre cose!
Pietro sentì la rabbia montargli dentro.
— Gloria riflessa? Ma di che stronzata parli, idiota — sibilò, trattenendo a stento le urla. — Il proiettile che ha ammazzato Montemarano era il mio, porca miseria, non il tuo! E se non ci fossi stato io, quella sera, col cavolo che ne venivate fuori vivi, tanto per essere chiari!
— Sì, dopo, a sparatoria quasi finita. Ma tu dov’eri, prode capitano, mentre noi pigliavamo freddo ad aspettare il boss e i suoi? — gli urlò l’altro, nell’orecchio. — A puttane, ecco dove eri!
Pietro sbiancò come la prima volta che aveva sentito Dal Molin dirgli che sapeva tutto.
— Ok, ok. Va bene — farfugliò, dimenticando il resto della frase.
— Cretino, sono un carabiniere — gli rispose Oscar, gelido. E ribadì la tiritera con cui lo ricattava da un po’:
— Credi che abbia davvero fatto molta fatica a rintracciare le due che hai chiavato quella notte? Micaela Galmoz e Serena Cavallotti, ti dicono ancora niente questi nomi? — Dal Molin scoppiò in una sonora risata. — O se ti dico i loro nomi di battaglia, Moira e Jessica di Triora, te le ricordi meglio? Guarda che hanno intenzione di venire a batter cassa pure loro, ti avverto collega. Vedi di pagarmi in fretta, mona — disse, prima di interrompere la comunicazione.
— Dai! Voglio che mi lecchi tutta! — urlò Eleonora dalla camera da letto.
Pietro trasalì e il cellulare gli cadde dalle mani, nel water.
— Merda — sospirò sconsolato. E chi aveva più voglia di far sesso?

Da quanto tempo non faceva l’amore? Con le tette enormi della Rosina tra le mani, un pensiero come quello non poté che farlo ridere.
A volte si domandava pure se, messo nella situazione giusta, si sarebbe ricordato come fare.
— È come andare in bicicletta — gli diceva suo cugino Paolo quando ne parlavano da ragazzini, nascosti in cameretta con il catalogo del Postal Market aperto sulle pagine di biancheria intima osé. — Fatto una volta, lo sai fare per sempre.
Peccato non gli avesse detto che al primo tentativo si correva il rischio imbarazzante di finir tutto nelle mutande, magari mentre lei — com’è che si chiamava? Mirella? Stella? non se lo ricordava più — si stava solo slacciando il reggiseno.
Che figuraccia che era stata. Il suo ego di maschio italico ne era rimasto così suggestionato che, da quella défaillance, aveva sempre voluto avere la situazione sotto controllo. Forse era per quello che le manette gli piacevano più per gli utilizzi che ne aveva fatto in camera da letto che in servizio.
Insieme a un bel seno sodo come quelle della Rosina, nessun ricordo brutto gli avrebbe colonizzato la mente, di questo era dannatamente certo. In fondo aveva sempre usato le donne come scaccia pensieri, perché non farlo anche questa volta?
Già, ma con chi?
La Teresa della Cascina Miera era un donnone sulla quarantina che lo guardava come fanno le femmine in caccia, quando vogliono far capire a un uomo che ci stanno. Le avrebbe portato il latte appena munto per la cucina del Rifugio e le avrebbe fatto l’occhiolino. Poi avrebbe lasciato tutto nelle mani del destino. Un’altra volta.

— Scendi dalla macchina e prosegui a piedi fino al bivio per la Chiesetta di San Giovanni.
La voce di Oscar Dal Molin gli menava ordini al cellulare da quando Pietro era uscito dalla Torino-Savona al casello di Altare e l’uomo sperò che quello fosse l’ultimo. Non gli piaceva il tono arrogante e al contempo canzonatorio del collega, né ricevere istruzioni alla non particolareggiate.
Accanto a lui, sul sedile, era appoggiata la borsa con i soldi. Ci aveva rimesso un ulteriore bel po’ di quattrini — finiti direttamente nelle tasche del direttore della sua banca — ma il prelievo sarebbe stato camuffato in una ventina di altre operazioni, in modo che nessuno potesse collegare il numero di serie di quelle banconote a lui. Magari la sua era stata un’eccessiva ricerca di precauzioni, ma, in quei lunghi anni di servizio aveva imparato a non contare mai troppo sulla fortuna. Era meglio mettere sempre il sedere al caldo, anche se per farlo si doveva pagare qualche migliaio di euro in più del preventivato.
Pietro sbuffò, prese la borsa, accese una torcia e uscì dalla macchina, incamminandosi per una salita buia e decisamente stronca-gambe.
Mezz’ora al massimo e tutto sarebbe finito. Il disgraziato gli aveva fatto girare mezza Liguria, spedendolo fino in Val Bormida in una frazione del comune di Carcare che sembrava disabitata.
— Ma quanto ci stai mettendo? — ringhiò Dal Molin al cellulare.
— Il tempo necessario. Ché, hai fretta?
— Fai meno lo spiritoso e datti una mossa. Quando sei al bivio, prendi la stradina sulla destra.
Pietro seguì le indicazioni, arrivando fino a un essiccatoio diroccato.
− Spegni la torcia − gli gridò Oscar, uscendo da dietro le rovine con la pistola in una mano e un’altra torcia nell’altra.
− Ma che cazz… Abbassa quella pistola, idiota! − balbettò Pietro, mezzo accecato dalla luce.
− E tu metti giù la sacca con i soldi.
− Ve bene, va bene, ma non fare stronzate – gli rispose, abbassando lo sguardo e alzando nel medesimo istante le mani verso l’alto.
Sentì i passi del tenente avvicinarsi.
Un brivido freddo gli corse veloce lungo la schiena mentre una vocina in testa gli fece presente, se mai non se ne fosse ancora accorto, che si era cacciato in un gran bel casino.
− Adesso la pianterai di rompere, vero? − domandò a Oscar, titubante.
− Certo, certo. Sono un carabiniere, per sempre fedele, no?
− No, dai, non fare il cretino. Stiamo bene così o no? − chiese ancora, sentendo la canna fredda della pistola di Dal Molin premergli alla base del collo.
Il fiato gli si gelò nei polmoni.
− Hai paura, capitano, eh? Fa male sentirsi presi per le palle, vero? Anche la Micaela e la Serena tremavano nello stesso modo, quando le ho accoppate. Un bel centro nella fronte di tutte e due. Ti ricorda qualcosa, super caramba dei miei stivali?
− O… Oscar… − balbettò Pietro, − non ti conviene ammazzarmi. Non puoi giustificarti in alcun modo…
− E a chi servono le giustificazioni? La pistola che ho in mano è un’arma che scotta, la scheda telefonica che ho usato pure. I nostri cari colleghi dell’Arma penseranno a un regolamento di conti della Camorra. D’altronde lo sa il mondo intero che ne hai ucciso uno degli uomini di spicco… Ah, per la cronaca, pure il tuo direttore di banca è uno di loro, quindi il tuo conto è stato rimpinguato dell’esatta cifra che c’è in quella borsa e le operazioni che avevi preventivato con lui non risultano mai essere state fatte − sghignazzò Oscar, spostandogli la canna della pistola contro una guancia.
La vocina in testa gridò trionfante un “te l’avevo detto!” che era tutto un programma. Si sentì le gambe diventare molli.
− Idiota. Con chi diavolo ti sei messo per cercare di fregarmi? − ringhiò, provando a ritrovare il controllo, mentre i jeans gli si inzuppavano di urina bollente.
− Abbate. Anche a lui non stai per nulla simpatico, eh?
Pietro scosse la testa.
− Pure lui è uno che non dimentica, sai? − continuò Oscar. − Essere sopravvissuto alla sparatoria in cui il suo capo è morto lo ha resto quel tanto incazzato verso chi l’ha fatto finire in una cella di due metri per tre molto prima di quanto avesse preventivato. E quel qualcuno sei tu, capitano Pietro Massimiliano Parodi. Vederti alla televisione e su tutti quei giornali gli ha fatto venire l’ulcera.
− Così sei andato da lui per vendicarti?
− Certo! E stai tranquillo, nemmeno il nostro colloquio risulta essere mai avvenuto. Sai, quando gli ho detto che sei arrivato alla villa a sparatoria iniziata perché eri a troie e che hai sparato un unico, fortunatissimo colpo, quasi gli è venuto un infarto dalla rabbia.
Gli occhi di Pietro si riempirono di lacrime.
− Per quattro soldi che ho guadagnato? Oscar, te li do tutti, per Dio, tutti fino all’ultimo fottutissimo centesimo, ma abbassa quella pistola, dai, abbassala! − piagnucolò, cadendo in ginocchio.
− Avresti dovuto pensarci prima, capitano − rispose Oscar, freddo, premendo il grilletto con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Ma la pistola restò muta.
− Che cazz… − esclamò Dal Molin, attonito.
La vocetta strepitò “adesso o mai più” nella testa di un altrettanto sbalordito Pietro, che, rialzandosi, colpì il collega con una ginocchiata ben assestata sugli attrbuti.
Oscar gemette, perdendo la presa sulla pistola e chinandosi su se stesso.
Pietro non si lasciò scappare l’occasione per stordirlo con un colpo a due mani alla base del collo.
Dal Molin si accasciò a terra, sbattendo con violenza la fronte e restando immobile tra le foglie di castagno.
“Che culo, che culo, che culo!” urlò la vocina, ancora una volta. Pietro si sedette accanto al collega, cercando di respirare. Dio come se l’era vista brutta. E non aveva manco un paio di manette per bloccare i polsi di quell’idiota patentato. Va se per vendicarsi di un torto che vedeva solo lui doveva essersi alleato con la Camorra!
Ti t’æ abelinôu, Oscar, ti t’æ abelinôu [V]— mormorò, asciugandosi le lacrime dagli occhi e prendendo la pistola.

Pietro accarezzò il manto morbido e caldo della Rosina, rialzandosi dallo sgabello e prendendo il secchio con il latte appena munto. Ne rovesciò il contenuto in una contenitore in alluminio e lo chiuse.
— Missione latte, fase due — mormorò, sollevandolo.
L’aria fuori dalla stalla era frizzante e carica dei profumi della primavera appena arrivata. La jeep lo aspettava, parcheggiata davanti alla baita. Mise il contenitore nel bagagliaio, accanto agli altri cinque già pieni, poi sbuffò, grattandosi ancora una volta la pelata sudata.
Quanto era rimasto seduto accanto al cadavere di Dal Molin? Gli era sembrata un’eternità. Non si ricordava nemmeno quando si era accorto che il collega non era svenuto ma morto e neanche di aver chiamato il 112.
Però doveva averlo fatto perché il faccione del maresciallo della Stazione di Cairo Montenotte era uno dei pochi dettagli nitidi di quel resto sbiadito di notte. Così come la borsa con i soldi messa nel bagagliaio della macchina di Dal Molin.
Per giustificare le sue impronte aveva raccontato che il tenente l’aveva costretto a contarli mentre gli puntava la pistola alla testa, ma il maresciallo non aveva voluto sentire altre spiegazioni. Gli aveva messo una coperta sulle spalle e l’aveva accompagnato sull’ambulanza fino al San Paolo, a Savona, tenendogli la mano per tutto il tempo.
Era finito di nuovo sui giornali. Non è notizia di tutti i giorni scampare a un agguato della Camorra, ancor più quando ti viene teso da un collega carabiniere corrotto.
Solo che questa volta non aveva voluto partecipare a nessuna trasmissione televisiva, nessuno speciale sull’eroe che aveva sconfitto il clan Montemarano per ben due volte.
I medici gli avevano diagnosticato una situazione di stress post traumatico, ma lui sapeva bene cosa gli rodeva dentro. Gli bastava specchiarsi, per averlo davanti agli occhi, in bella vista in mezzo alle sopracciglia
Un crampo improvviso allo stomaco gli fece quasi rimettere la colazione.
Doveva trovare un modo per non pensare più a quella storiaccia.
Credeva di esserci riuscito quando aveva accettato di andare sotto protezione, cambiando identità, connotati facciali — i soldi, alla fine, erano serviti davvero a qualcosa — e nascondendosi a tutto e tutti in quella baita isolata nella Riserva dell’Adelasia, a munger vacche, abbattere faggi malati e lottare contro i topi.
Ma no, la fronte non aveva smesso di bruciargli nemmeno lì.
Prima aveva pensato che quella V fosse sinonimo di vittoria, adesso sapeva che era V come vigliacco, verace vizioso vecchio vigliacco vivo e vegeto. Sei V.
— Devo farmele tatuare da qualche parte — mormorò, saltando sulla jeep e mettendo in moto.

Ringraziamenti.
Ringrazio sentitamente Andrea Bonazzi per la squisita consulenza sui modi di dire in dialetto genovese, mi ha salvato da un bel impiccio!

[I]              Una vera botta di culo, da non credere.
[II]             Io non ce la faccio più a vedere la tua sorridente faccia grande come un culo. Anche se tu ti lavi per un mese, resterai quel gran sudicio che sei. Mi capisci se te lo dico anche in genovese, là c’è la porta, vai a dar via il culo. — da “Rumenta”, dei Buio Pesto — http://www.buiopesto.it/
[III]            Ti sei rincoglionito?
[IV]             Cretino in veneziano.
[V]              Sei un coglione Oscar, sei un coglione

Paola Preziati Scaglione, classe ’68, è tecnico di laboratorio biomedico e lavora per alcuni anni presso alcuni laboratori di ricerca. Successivamente entra a far parte di un team universitario per la creazione di corsi di aggiornamento professionale per docenti della secondaria di secondo grado. Attualmente si occupa a tempo pieno di tutoring scolastico in area scientifica per gli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Ad ottobre 2007 si presenta per la prima volta sul forum di Edizioni XII, grazie al quale entra in contatto con la redazione, svolgendo prima incarichi di aggiornamento della sezione news del portale poi di lettrice e selezionatrice, fino alla chiusura della casa editrice stessa.
Collabora in qualità di gestore della sezione Serial Killer con il sito LaTela Nera fino al 2010 e svolge alcuni lavori di web design per il gestore del sito stesso. Come scrittrice, collabora con il portale di fantascienza WebTrek Italia, pubblicando online alcuni racconti e partecipando al progetto benefico Wakati Ujao – Futuro Africano, antologia i cui proventi vengono destinati ad AMREF Italia. Viene selezionata per l’antologia N.A.S.F. 4 Rosa-Noir con il racconto “Anche noi due” e pubblicata da Delos nel numero monografico 116 di Delos Science Fiction – dedicato alle scrittrici di fantascienza italiane – con il racconto “Il Sorriso di Alo”. Altri suoi scritti sono pubblicati da quotidiani nazionali e ancora online.  Come grafico, collabora con Il Mondo Digitale, realizzando la copertina delle antologie Mistero – di cui cura anche le immagini descrittive interne di ogni singolo racconto – e Fratelli di Razza, nonché le copertine di Inchiostro di Reporter del giornalista Diego Cimara e di Schegge di Futuro di Nicola Roserba. Disegna anche la copertina dell’ebook La regina di cuori, sempre di Nicola Roserba.  Come web-designer collabora per un breve periodo con Cluster Informatica, realizzando piccoli siti web pubblicitari per i clienti della società.

 

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2 Risposte to “:: SEI V, Paola Preziati Scaglione”

  1. paola preziati Says:

    Grazie giulia ❤

  2. :: “Mandami un racconto” va in vacanza | Liberi di scrivere Says:

    […] Sei V, Paola Preziati – 30 dicembre 2015 […]

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