:: Bar, Andrea Scattolini

caffè

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma non del tutto. Il freddo pungente sembrava l’esalazione di un sole anemico, che di lì a poco avrebbe iniziato a nascondersi per lasciar spazio al buio di una sera di febbraio.
La strada era insolitamente deserta, come se un dittatore capriccioso avesse impedito a tutti di uscire o come se ci fosse qualcosa da temere uscendo di casa.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma dentro si potevano vedere i lividi di una festa che era finita da poco. Cadaveri di bottiglie erano accatastati un po’ ovunque, anche sul pavimento lercio tappezzato di impronte di ogni tipo, carriarmati di scarpe invernali da uomo e linee più affusolate di scarpe da donna, eleganti suole di scarpe inglesi e gli indecifrabili ornamenti di antiestetiche sneakers. Tutte queste scarpe avevano lasciato il segno della loro presenza in eredità all’asfalto dei marciapiedi, dove goccie di pioggia si erano sfracellate per tutto il pomeriggio, come kamikaze senza un dio o uno scopo.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma l’umidità, per il momento, restava fuori. Abbottonati in soprabiti e giacche a vento, gli avventori della festa se n’erano andati tutti insieme, gettandosi tra le gelide braccia del vento figlio di un temporale appena passato, come se il bar fosse solamente un rifugio in cui ripararsi da qualcosa di inaffrontabile, procrastinando all’infinito il momento di una terribile rivelazione. Le fluorescenze in lontananza dei negozi, dei lampioni e delle case erano pallide attrazioni che tutti ignoravano, un tetro lunapark senza visitatori.
Brutto tempo, strade vuote, silenzio senza fine. La grande città, sempre attenta a mostrarsi viva, sembrava implodere nel suo silenzio, nella foschia di una serata come tante altre, dove è il momento di tornare a casa per concentrarsi sulle proprie angosce.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma la luce era ancora accesa. Il locale odorava ancora di presenza umana, di profumo di donna e di dopobarba, di resti di cibo che giacevano nei piatti usati insieme alle posate sporche che avevano infilzato salumi, quadrati di pasta al forno e verdure crude da pinzimonio. Su una sedia, in un angolo, qualcuno aveva dimenticato una meravigliosa sciarpa di un indaco fulgido, che lì da sola sembrava una ragazza che riflette da sola, avviluppata nei suoi dubbi, dopo una lite.
Vino di Bordeaux, recitava una delle bottiglie vuote. Chissà se chi l’ha aperta gli ha dato la giusta areazione e il giusto calore per volatilizzare l’aroma, emanando il suo bouquet nella stanza colma di stronzi e stronze troppo distratti per avvertirlo. Rapporti usa e getta, la fretta di conoscersi e la rapidità di congedarsi tra un cin cin e una sigaretta, tra un’osservazione acuta e una frecciatina.
Da sola, poco sedotta ma molto abbandonata, una carota di un arancione acceso oltre ogni immaginazione faceva capolino da un piattino da buffet.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma nessuno veniva a chiuderla del tutto. Alcune luci dei palazzi circostanti morivano in un silenzio raro per la quotidianità di quella via: nel dubbio è meglio sentirli, i rumori, almeno si crede di essere meno soli.
Silenzio e indecisione, inquietudine e foschia, molta nebbia e poca vita.
All’interno del bar, un palloncino rosso sembrava deciso a uscire dal soffitto, batteva la testa verso l’alto in un’apparente e irreplicabile cocciutaggine, quando invece è l’unico movimento che gli è possibile compiere. Sembra un foruncolo prossimo all’esplosione, scarlatto nel suo stadio terminale, sa che esplodendo causa solo rumore e nessun dolore, eppure proseguiva nel suo intento, deciso ma discreto, adeguandosi all’invincibile sonnolenza che circondava la zona, in attesa delle luci dell’indomani per risorgere.
Il vago riverbero dei lampioni si rifletteva nel Naviglio, dormiente nella sua lercia immobilità. Visto così, disadorno dalle orde di giovani in cerca di alcol e divertimento, sembrava un grosso topo morto che agonizzava nel’umido grigiore di una città sul punto di implodere dalla stanchezza.
In mezzo a una strada, adagiato sull’asfalto, un vaso di violette appassite era l’incauto regalo di chi aveva deciso di lasciare un po’ di colore sotto gli pneumatici di qualche auto che sarebbe passata di lì.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma i tavoli non erano stati riordinati: i clienti li avevano avvicinati e avevano distribuito due o tre sedie per ciascuno in modo da isolarsi in piccoli gruppetti di conversazione. La sedia con la sciarpa era l’unica in disparte, senza un motivo apparente: sullo schienale, molto tempo prima, qualcuno aveva applicato un piccolo adesivo giallo raffigurante uno smile talmente stilizzato da inquietare, era forse qualcuno si era spaventato.
Passavo di lì rintanato nel mio cappotto umido di pioggia e, nonostante la voglia di essere a casa, osservavo il bar e il suo interno da una buona decina di minuti, aiutato dalla saracinesca non del tutto abbassata. Mi accorsi che uno dei miei guanti blu di lana aveva il buco sul palmo della mano che si era considerevolmente allargato, così li gettai entrambi, anche quello buono.
Nel palazzo a fianco del bar, da un grande vaso di pietra a un lato del portone spuntava una pianta dal verde intensissimo, travolgente, l’unica che sembrava felice di quel clima. Sputai nel terriccio come a volerla concimare di una piccola parte di me, e il rumore secco della saliva che mi usciva dalla bocca fu il primo a palesarsi nitido da quando ero arrivato lì.
Poi mi sembrò di sentire il pianto di un neonato, un suono che mi giungeva lontano e ovattato ma che sembrava comprimere tutto il resto al punto da farmi paura: senza nessun motivo, immaginai i mostri delle paludi, quelli dei film anni 70, uscire dalle oscurità del Naviglio per venire da me.
Affrettai il passo e lasciai il palloncino, la carota, l’adesivo con lo smile, la pianta, i guanti, il vaso di fiori e la sciarpa. Così come una nuvola, che non deve per forza stare in un paesaggio per essere vista come tale, quel giorno, paradossalmente, il mio piccolo arcobaleno lo vidi, anche se non nel cielo di Milano.

Andrea Scattolini è di Mantova, ha una Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e Internazionale conseguita all’Università Cattolica e vive e lavora a Milano: fa il redattore in ambito editoria scolastica in un’agenzia di servizi editoriali, dove si occupa anche di alcuni aspetti digitali legati ad alcuni progetti che portano avanti per grandi gruppi editoriali. E’ un avido lettore di narrativa (i suoi “maestri” sono Don DeLillo Ian McEwan) e si tiene continuamente aggiornato su tutte le casi editrici italiane, sia a livello di pubblicazioni che di iniziative.

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Una Risposta to “:: Bar, Andrea Scattolini”

  1. :: “Mandami un racconto” va in vacanza | Liberi di scrivere Says:

    […] Bar, Andrea Scattolini – 25 gennaio 2016 […]

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