:: Colpo grosso in libreria, di PessimeScuse

ladri

Un leggero bussare, un sonoro “avanti!”, e la testa del piantone fece capolino dalla porta socchiusa.
«Mi scusi signor Commissario, il signor Vice Questore la desidera. Con urgenza, ha detto».
«Digli che arrivo fra un attimo».
«Veramente ha detto…» prova a balbettare, ma l’occhiata che riceve lo fa battere in ritirata. Con quel tizio era un attimo farsi trasferire in Barbagia.
«Chissà che vuole» borbottò tirando una boccata dal sigaro puzzolente mentre siglava il foglio che aveva davanti. Le volute di fumo denso e bianco si sparsero per la stanza e s’infransero sul cartello che annunciava che in quel posto era vietato fumare, ai sensi etc… etc…
Si alzò, posò il sigaro sistemandolo nel posacenere a far compagnia agli altri mozziconi, prese la giacca dall’attaccapanni e si diresse sospirando verso l’ufficio del Gran Capo.
Il signor Vice Questore lo aspettava davanti all’uscio del suo ufficio, fatto assolutamente inusuale che non prospettava niente di buono. Di solito gli faceva fare almeno venti minuti di anticamera, adesso, invece, eccolo lì come la piccola vedetta lombarda sull’orlo di una crisi di nervi.
«Venga carissimo» gli si fece incontro con un sorriso stiracchiato, lo afferrò per un braccio e lo spinse dentro.
«Stia comodo, carissimo» lo pregò untuoso mentre circumnavigava l’enorme scrivania linda come un tavolo operatorio e si abbatteva sulla mega poltrona di pelle nera.
Il Commissario si accomodò dall’altra parte dell’enorme manufatto e lo fissò con curiosità.
«Una tragedia, una vera e propria tragedia» esordì passandosi la mano paffuta sui capelli ricoperti da uno strato di gel che gli serviva a bloccare la forfora. Senza quella barriera si sarebbe depositata come uno scialle bianco sul colletto nero dell’abito sartoriale che ricopriva il suo corpaccione obeso.
Guardò senza parere a una crosticina bianca rimastagli tra le dita, la fece cadere a terra e puntò i suoi occhi da cocker indifeso sul Commissario.
«Solo lei mi può aiutare, carissimo» belò.
Azz, tra i due c’era lo stesso feeling che univa l’ex Cavaliere e i magistrati della Procura di Milano e si amavano allo stesso modo. Non solo, un giorno che le aveva particolarmente girate, aveva affermato che aspettava con ansia il momento in cui avrebbe portato una bella corona di fiori bianchi al funerale di quell’odioso del suo sottoposto. E, se il Signore fosse stato particolarmente magnanimo, anche a quello dei suoi collaboratori. Una banda di sardacci capitati chissà come a Milano, al cui cospetto i membri dell’Anonima Sarda facevano la figura di chierichetti. Ergo, la faccenda doveva essere di estrema gravità.
Accavallò le gambe in attesa del seguito.
«Una rapina, carissimo, una rapina in un tempio della cultura. Con un’aggravante particolarmente odiosa». Si allungò sul piano della scrivania, guardò a destra e poi a sinistra, e infine con voce talmente bassa che a malapena fu intesa da Commisario, svelò l’arcano.
«Il fattaccio coinvolge l’Illustrissimo Signor Sindaco».
Annuì più volte per evidenziare la gravità del caso.
«Il Sindaco ha compiuto una rapina?» Domandò il Commissario scettico, anche se, di questi tempi, non si stupiva di nulla.
«Ma che cazz, no, no, no, ma quando mai l’Illustrissimo Signor Sindaco, ma quando mai. Mi scusi carissimo, ora le spiego. Nemmeno un’ora fa un bandito, forse un terrorista, ha rapinato la libreria Feltrinelli in Buenos Aires».
«Si è fregato l’incasso?».
«Peggio».
«Ha ferito qualcuno?».
«Peggio».
«Peggio?».
«Si».
La caricatura di Botero cavò di tasca un fazzolettone a righe blu e si asciugò l’abbondante sudore che gli colava dalla fronte al triplo mento.
«Hanno rapinato otto libri che l’Illustrissimo Signor Sindaco aveva acquistato per farne dono ad un personaggio di cui non posso rivelare il nome».
«E il Sindaco, era presente? Sta bene?».
«No, no, li aveva ordinati per telefono e dovevano essere consegnati oggi stesso. Ed è in piena forma, se mi è consentita un’opinione, anzi in formissima. E molto incazzato. Mi ha chiesto un’indagine celere e discreta. Mai e poi mai deve trapelare il suo coinvolgimento».
«Faccio un salto in libreria, la terrò informato».
«Ho predisposto tutto, carissimo. Ho fatto isolare gli impiegati coinvolti in modo che non abbiano contatti con la stampa e l’attendono. Deve, e sottolineo deve, mostrare che la Polizia è efficiente e ci andrà in forze. Porti con lei i suoi accoliti, pardon, la sua squadra e si ricordi che deve venire a capo del fattaccio. Con qualunque mezzo, non m’importa come farà, ma io la coprirò, stia tranquillo».
La caricatura di Botero si era sollevata in tutta la sua altezza, un metro e sessanta di ciccia e forfora, e tormentava il fazzoletto a righe come se potesse dargli la forza che il fatto criminoso richiedeva.
Il Commissario si estirpò dalla poltrona e infilò la porta prima che il Gran Capo facesse qualcosa d’irreparabile, come abbracciarlo e baciarlo per la gratitudine.
Tornato nel suo ufficio, si accese un sigaro e prese il telefono.
«Marrocu? Chiama Casu e Deidda e passate da me».
Tre minuti dopo l’ispettore Capo Marrocu, l’ispettore Deidda e il sovrintendente capo Casu erano seduti davanti al Commissario che li mise al corrente del fatto.
«Otto libri?» Domandò incredulo Deidda che leggeva solo le pagine della Gazzetta dello Sport quando parlavano della squadra del Cagliari.
«Rari?» intervenne Marrocu, più concreto.
«Dei gialli» rispose il Commissario dando uno sguardo all’elenco che gli aveva fornito il Gran Capo «Tutti di Massimo Carlotto».
«Un depravato, sicuramente» concluse Casu che apprezzava lo scrittore come un ciclista al Giro d’Italia ama un foruncolo sul culo.
«Adesso andiamo, in pompa magna come desidera il Gran Capo, sentiamo un po’ cosa è successo e ci facciamo dare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della libreria e dei negozi tutt’attorno».
Gli impiegati rapinati erano chiusi in una stanza con solo due sedie per tre persone. Uno di loro lamentava una gran voglia di recarsi al bagno e lo disse chiaramente appena vide gli sbirri.
«Raccontatemi prima come sono andate le cose e poi sarete liberi di fare tutto quello che volete, tranne parlare con chicchessia della rapina».
«C’è poco da dire» cominciò il più magro con i capelli scolpiti da un barbiere in preda al delirium tremens e dei tremendi pantaloni gialli. «I libri erano sul bancone, dovevo preparare una confezione regalo, quando è apparso il tizio, li ha presi e se n’è andato».
«Tutto qui?».
«No, quando gli ho detto che erano venduti, mi ha risposto che se ne fregava e che dovevo farmi i cazzi miei o mi avrebbe spaccato il muso».
«E lei?».
«Sono svenuto, aborro la violenza, io».
Casu lo guardava di sottecchi prendendo seriamente  in considerazione l’idea di tornare la settimana successiva, arrestarlo con un motivo qualsiasi e ficcarlo in una cella con due camorristi e tre magnaccia rumeni.
«E’ successo così, signor Commissario» intervenne una ragazzotta belloccia «Ho l’ho visto piombare a terra e subito dopo il tizio afferrare i libri e scappare a gambe levate».
«Ci sono telecamere di sorveglianza in negozio?».
«Dappertutto» intervenne il terzo scuotendo la grossa coda che gli legava i capelli lunghi e unti».
«Deidda, cerca il direttore così possiamo visionare le registrazioni. Voi potete andare. Acqua in bocca, con tutti».
«Se qualcuno di voi tre spiffera qualcosa, gli infilo questa mano su per il culo, gli afferro la lingua e la faccio uscire dal buco, come la coda di un leprotto» puntualizzò Casu.
I tre guardavano preoccupati il pugno teso di Casu e nemmeno per un istante dubitarono che avrebbe messo in pratica la minaccia. Casu incazzato non era un bel vedere. Nemmeno allegro, se per questo.
La visione del filmato fu una mera formalità. Le immagini erano chiarissime e si distingueva perfettamente un elemento dal un viso cavallino, l’espressione confusa, una massa di capelli ricci e un giubbotto dal collo di pelo con una sciarpa negligentemente appoggiata sul collo. Casu annuì con convinzione, l’aveva riconosciuto.
«Johnny Lo Sfigato» comunicò al Commissario una volta lasciata la libreria.
«Un nome, una garanzia» ci rise sopra Marrocu che non riusciva a capacitarsi come mai il tipo non si fosse almeno coperto il viso con la sciarpa per non farsi riconoscere.
«In realtà si chiama Giovanni Vanoni, orfano. Vive con la sorella Mafalda ex donna cannone part-time».
«Part-time?».
«Per la sua stazza veniva ingaggiata saltuariamente da qualche circo di mezza tacca che passava in zona, ma due anni fa qualcuno la convinse che con la sua bellezza avrebbe potuto fare l’indossatrice e si mise  a dieta. Passò da duecentotrenta a centodieci chili ma perse il posto di lavoro in quanto da fenomeno che era divenne solo una delle tante ciccione di cui è piena l’Italia».
«Sai dove abita?».
«L’ho arrestato sette volte. In mezzora siamo da lui.»
Il quartiere non era dei più trendy, per cui lasciati Marrocu e Deidda di guardia all’auto, il Commissario e Casu Bussarono alla porta del rapinatore.
«Buongiorno dottor Casu» salutò tranquillo il Vanoni aprendo la porta.
«Non sono dottore e nemmeno infermiere, non cercare di leccare il culo, Johnny. Caccia i libri che hai fregato, sempre che non te li sia già venduti».
«Non li ha voluti nessuno, dottore» Allargò sconsolato le braccia e li precedette in cucina. I libri stavano in bella mostra sul tavolo di formica celestina.
«Eccoli, speravo di poterne ricavare il tanto da combinare il pranzo di Natale, ma nemmeno cinque euro per tutti e otto mi hanno voluto dare».
«Hai cannato autore, mio caro. Mettiti il giubbotto e vieni con noi».
Lasciata la banda nel suo ufficio con Johnny Lo Sfigato, il Commissario si diresse dal Gran Capo con i libri sotto braccio.
«Ecco il maltolto».
Era entrato senza bussare, aveva posato i libri sulla scrivania ed era rimasto a fissare la caricatura di Botero che lo osservava allibito con l’indice ancora infilato nella narice sinistra. Pulizie di Natale, aveva pensato notando il foglietto bianco su cui erano state allineate una decina di caccole evidentemente estirpate dal naso del Gran Capo e colà disposte come tanti soldatini.
«Come cazzo si permette…» esclamò, salvo poi ripiegare in un «Carissimo, lo sapevo che su di lei potevo fare affidamento» dopo aver notato gli otto libri sul ripiano lucido.
«Caso risolto, anche se…».
«Anche se?».
«Il rapinatore dichiara di aver rubato a sua insaputa».
La caricatura di Botero sistemò la caccola nel posto che le era stato assegnato e lanciò al suo sottoposto un’occhiata maligna.
«Mi sta prendendo per il culo?».
«Non oserei mai, dottore. Si tratta di una tesi difensiva già adottata da un Ministro della Repubblica che la stessa Magistratura ha accolto in toto, tant’è che lo ha assolto. E in tempi recentissimi anche un Cardinale, uomo di Dio per antonomasia, ha sostenuto la stessa cosa. Ricorda?».
«Già» disse, chiaramente sulla difensiva.
«Il problema, secondo me, risiede nel fatto che il rapinatore a sua insaputa in un eventuale processo sarà, per i precedenti che le ho citato, senza dubbio alcuno assolto Ma…».
«Ma?».
«Ma solo dopo l’arresto e con il conseguente clamore mediatico. Cosa non certo gradita al Sindaco, mi pare di aver capito.»
«Gli ho garantito la più assoluta discrezione» Sospirò disperato.
«Se lo arrestiamo, lo processano e lo assolvono, tanto vale lasciarlo libero con un bel risparmio per le casse dello Stato e senza incorrere nelle ire del Sindaco che, mi dicono, sia molto ma molto vendicativo. Come tutti comunisti d’altronde».
«Lei è un genio, un vero genio» esclamò la caricatura di Botero balzando in piedi e allargando le braccia come Domenico Modugno quando cantava “volare ohoh”. Lasci libero quell’innocente mentre comunico all’Illustrissimo Signor Sindaco che la Polizia ha risolto brillantemente e rapidamente il caso».
Vanoni Giovanni, detto Johnny Lo Sfigato, fumava beatamente la sigaretta offertagli da Deidda raccontando aneddoti su San Vittore e sui delinquenti che aveva conosciuto in galera.
«Vanoni!» Tuonò il Commissario facendogli andare di traverso il fumo e provocandogli un accesso di tosse.
«Prendi le tue cose e vattene, per questa volta non ti arrestiamo».
Johnny Lo Sfigato balbettò un ringraziamento, agitò le mani per salutare tutti e infilò la porta.
«Vanoni!».
Il poveraccio rimise la testa dentro. Aveva l’espressione triste e rassegnata di chi per tutta vita aveva preso calci nelle palle.
Il Commissario gli allungò cinquanta euro.
«Tieni e compra qualcosa per il pranzo di Natale».

PessimeScuse (accontentatevi dell’alias) ha sessantasei anni e dopo una vita avventurosa, che l’ ha visto anche trafficante di porchetti sardi in barba all’embargo per la peste suina (li travestiva da barboncini e li rivendeva a Milano), si gode il meritato riposo nel suo buen retiro insieme ai suoi baffi, una serie di tatuaggi particolari, un’ auto militare d’epoca e la sua dolce metà.
Per il resto, scrive romanzi surreali e politicamente scorretti, ma solo quando ne ha voglia, perché per lui scrivere è un divertimento e se deve piazzarsi davanti al pc ogni giorno per produrre pagine, non si diverte per niente.

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Una Risposta to “:: Colpo grosso in libreria, di PessimeScuse”

  1. :: “Mandami un racconto” va in vacanza | Liberi di scrivere Says:

    […] Colpo grosso in libreria, Pessimescuse – 4 febbraio 2016 […]

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