:: One day – Yolima Marini

gianni

Gianni Berengo Gardin 

Anna è giovane, ha una bellezza particolare, di quelle che non danno all’occhio. Ha il suo perché, e lo si trova nel suo modo di camminare lungo la vie veneziane d’ogni giorno.
Anna ha un pensiero quotidiano che la perseguita ormai da qualche mese: si domanda se sia vero ciò che vedono i suoi occhi, o se sia solo pura immaginazione. Per fortuna il dubbio la perseguita solo fino al primo isolato, dopodiché si mescola alla folla e torna a vivere le abitudini quotidiane.
Pierpaolo è disteso sul tavolo in cucina. Fuori tira un vento invernale; il cielo, ormai buio, gli fa compagnia. Si vedono soltanto le luci delle altre case, dove altri piccoli abitanti hanno trovato rifugio, e stanno felici di fronte a un camino che scoppietta rumorosamente. Lui non ha un camino che lo riscaldi: ha solo un tavolo di legno che rimane in silenzio quando gli si distende sopra. Con lo sguardo fisso oltre la finestra si masturba, pensando a una donna che ha incontrato nei sogni. Si concentra su di lei e inizia a cercare quel piacere di cui non riesce a fare a meno, mentre i suoi occhi grigi si chiudono.
Anna cammina. Il negozio dove lavora è distante: farebbe prima se prendesse il vaporetto, ma lei lo soffre terribilmente. Ha lo stomaco sensibile, così sensibile che un sorso di vino le fa girare la testa come se avesse vuotato una bottiglia. Un ragazzo con lo zaino in spalla le va addosso, si scusa, e prima che lei possa aprire bocca è già sparito. Qui nessuno ha tempo da perdere. Anna lo sa bene e senza nemmeno accorgersene accelera il passo come tutti.
Pierpaolo è in piedi sulla soglia di casa, guarda la gente che va al lavoro. Lui un vero lavoro non ce l’ha, vive alla giornata. A volte fa il cameriere, a volte fa il muratore. Certe volte ha dovuto pure fare il baby-sitter alla figlia di due anni di Linda, una cara amica con un bell’appartamento dalle parti di San Marco. La sua casa non è così bella: niente tende rosa, niente tavoli puliti e mobilia ben tenuta, niente foto di famiglia dove c’è spazio solo per i sorrisi, e sopratutto niente bambini che girano per casa e che chiamano ogni due secondi.
In casa sua regna il silenzio, c’è puzza di fumo, zampate di gatto ovunque e tante bottiglie di vino messe contro il muro come uomini prima di essere fucilati. Un bambino con la palla sotto l’ascella gli passa accanto: la tiene stretta mentre zitto s’avvia verso la scuola. Gli ricorda un po’ lui, quando alla sua età correva veloce per le stradine di Padova con il suo amico Giacomo “Jimmy”. Anche loro portavano sempre una palla da calcio sottobraccio, si sa mai che potesse scappare una partitella tra compagni durante la ricreazione. Bei tempi, pensa.
Ora Jimmy è morto di eroina e lui ha finito anche la quinta sigaretta. Lentamente ritorna in casa, come se due mani tremanti l’avessero afferrato e trascinato dentro. Un gatto rosso lo fissa prima di miagolare: è Daisy, la gatta della sua ex. Lei è scappata a Parigi con quel pittore della Francia del nord, mentre la micia è rimasta con lui: è da queste cose che si vede la fedeltà. Apre una finestra e l’aria pulita entra in casa. Con un gesto annoiato accende lo stereo e una musica perfetta esce dalle casse. Daisy scappa sotto il tavolo, iniziando a fare fusa contro la gamba di Pierpaolo, che intanto ha messo su il caffè delle otto. Se non ricorda male, Massimo l’aspetta per le nove al bar: oggi farà il cameriere, e così sarà per qualche mese. La paga è buona e forse gli scappa pure di occuparsi dei pasti.
Mentre aspetta che venga su il caffè, si specchia un attimo nella finestra, e quello che vede non gli piace proprio per niente. Deve sistemarsi, o perderà anche questa opportunità. Continua a fissarsi come incantato, anche quando ormai il caffè cola lentamente fuori dalla caffettiera.

Il negozio di Mrs. Robinson è luminoso. Il bianco regna sovrano, con grande teatralità acchiappa la luce da fuori con avidità e la rifrange in un modo che acceca già dopo aver spinto la porta. Ti rendi conto di essere finita dentro senza un vero motivo, visto che i prodotti della Robinson sono merce costosa e pregiata, ma rimani ancora per ammirare ciò che hai davanti agli occhi. È il negozio più in di Venezia, il Times l’ha messo al secondo posto dei negozi più chic al mondo, e Anna si ricorda ancora, come tutti del resto, la grande festa data dalla proprietaria: dopo un anno se ne parla ancora. La ragazza entra facendo suonare il campanellino d’oro appeso all’entrata. Una signora non troppo corpulenta sbuca, sorridendo.
«Good morning, my dear!»
L’abbraccia forte e poi fa un passo indietro per ammirarla. Anna appoggia l’ombrello asciutto nel portaombrelli: il cielo è stato clemente. Mrs. Robinson continua a sorridere.
«Buongiorno, Mrs. Robinson»
«Caffè ?» domanda con il suo accento forte di Seattle.
«No grazie». Anna si porta una mano al ventre mentre la datrice di lavoro annuisce comprensiva. Mrs. Robinson sembra la fata turchina di Cenerentola, con quei capelli bianchi tirati indietro con cura, gli occhiali tondi alla John Lennon, e il modo di fare così materno nei confronti di Anna. La ragazza si è tolta il lungo cappotto invernale e sta per mettersi al lavoro, ma prima guarda oltre il davanzale. Vede un uomo in felpa e jeans che corre, o almeno ci prova; sorride, è buffo, il suo corpo non è abituato a correre in quel modo, pensa Anna con la scopa in mano. L’uomo si volta e quegli occhi grigi la fanno arrossire come non mai. Lui ridacchia mentre lei tiene fisso lo sguardo sul pavimento, e quando lo rialza non c’è più. Sparito.

Non puoi urlare contro il cliente maleducato o contro chi vuol fregarti, devi stare zitto e sorridere, e così fa Pierpaolo. Annuisce, saluta e sorride. Bravo, idiota, fai cosi.
È il decimo caffè che porta nel giro di un quarto d’ora, e il braccio destro inizia a dolergli, ma non per via dei vassoi pieni di tazzine fumanti. È l’astinenza da cocaina che inizia a sentirsi e il bisogno di farsi aumenta ogni secondo. Mentre il corpo continua a rimbalzare da un lato all’altro del locale, il cervello urla la pretesa dose settimanale.
Si studia nella vetrina del negozio accanto al bar: non ha una bella cera, il viso scavato e sbarbato sembra quello di un uomo che confonde la notte col giorno. La mano sinistra ha un lieve tremolio: è il termometro dell’astinenza. Era meglio continuare a fumare come fanno in tanti, anziché andare a cercare quella robaccia, ma è tardi per i ripensamenti. E poi, santo cielo, che retorica buonista. La vita non è che una: a che serve morire centenari e in perfetta salute, senza aver soddisfatto la sete di cose, di sapori, di bisogni e di sballo altrimenti proibita dai legionari dell’infelicità?
Pierpaolo ha bisogno di una dose. Una anche piccola, che gli basterebbe per andare avanti tutta la giornata. Potrebbe chiamare il suo pusher e farsi aiutare, ma quando porta la mano nella tasca dei pantaloni si accorge che dove di solito c’è il cellulare, stavolta non c’è niente.
Stringe i denti e chiede a un collega una sigaretta, prende un’altra ordinazione, una seconda e una terza, poi corre in bagno, lasciando gli altri in balia delle ordinazioni. Un uomo ha ordinato ben 20 caffè corretti, una donna trenta cornetti e venti birre piccole (in qualche modo deve pur mandare giù i cornetti), mentre un vecchio ha chiesto di avere del purissimo caviale. Lui avrebbe voluto ridergli in faccia, ma è pur sempre un bar che si affaccia su una strada importante di Venezia, e certe cose non si fanno se vuoi che i clienti ritornino. Allora osserva il foglio delle ordinazioni e ride, non capisce neanche lui cosa ha scritto su quei fogli giallo ocra. Sembra la grafia del dottore che anni addietro visitò quella santa di sua madre.
Basta, ha bisogno di farsi sul serio, ma quando pensa che sia la fine, ecco che la porta del bagno si spalanca. Come per magia entra Mickey lo Schiavo. Il suo fedele spacciatore osservandolo sorride, tira fuori un sigaro e se lo porta alle labbra.
Le porte del paradiso gli si spalancano. Lo fissa con occhi sognanti mentre con le mani sfila rapido la scarpa nera lucida, e indica il punto giusto per l’iniezione.
«Che roba», mormora Mickey Lo Schiavo.

«Buona giornata anche a lei!»
Anna risistema tutto, l’orologio indica le cinque e per oggi ha finito. La attende una gaia merenda con Monica dalle parti di Rialto. Monica è una cara amica, si sono conosciute alle medie e da lì non si sono più lasciate. Insegna danza ad alcune bambine a Mestre, ma il suo fidanzato vive e lavora a Venezia. Anna si sistema i capelli e riprende il suo lungo, pesante cappotto. Come sempre augura una buona serata alla datrice di lavoro la quale, china a fare i conti del mese, non si accorge di quel dolce arrivederci da parte della ragazza. È troppo presa dai bilanci.
Ridono, scherzano, parlano, bevono molto, cambiano più di una volta locale e amicizie.
Senza accorgersene fanno l’una, ormai di turisti non ce ne sono più da un pezzo; i locali chiudono mentre i giovani ritornano nei loro gusci. Da qualche minuto Anna parlotta con un tipo carino, alto, snello, pelle chiara come la neve e due grandi occhi neri, di quelli che se li fissi troppo a lungo ti ci perdi. E la sua intenzione è proprio quella di perdersi. Pensa al dopo, anche quando apre la borsa e vede, nel mucchio di cose, un profilattico. I ragazzi non lo portano mai con sé.
«Scappo», annuncia Monica spuntandole da dietro. «Sveglia presto domani»
«Ciao bella»
Le due giovani si salutano e Anna ritorna a chiacchierare con il giovanotto. Che fa il geometra e ha intenzione di andare a vivere a Stoccolma, tutto pagato da lui, perché il fine settimana va a posar per un fotografo che paga bene, e può permettersi qualche extra. Anna l’ascolta rapita; continuano a bere e parlare anche quando s’incamminano verso casa di lei, che vive da sola.
Lui ha due coinquilini: Wu e Simone, cari ragazzi, studenti anche loro.
«Prima di andare a casa tua» dice con un sorrisino «potremmo», e si guarda intorno, «potremmo fare… non so…»
Anna finisce di bere e lo guarda divertita. S’è accorta che dietro al collo ha un tatuaggio che spunta dalle spalle ed immagina di essere sdraiata sulla sua schiena e baciargli quel disegno, ridendo allo stesso tempo. Sente dei passi, si gira e vede sbucare due ragazzi. Li fissa incuriosita mentre lui corre a salutarli: pacche sulla schiena, battutine e occhi puntati su di lei, che distoglie lo sguardo spostandolo sul bicchiere vuoto.
«Ti presento i miei coinquilini» dice tutto allegro. «Ve l’ho detto che era carina!»
Anna arrossisce lievemente, e sente ancora gli occhi dei ragazzi fissati su di sé.
«Come ti dicevo prima» si schiarisce la voce «potremmo divertirci un po’, vero ragazzi?»
Loro annuiscono sorridenti, mentre un brivido percorre la schiena di Anna e un brutto presagio si fa spazio nella mente, non ancora così vivo da farle venire voglia di creare una scusa e correre via. Colpa di tutto il vino che ha mandato giù fino a qualche minuto prima, che la fa restare immobile con uno sguardo da idiota completa. Le strappano i vestiti e le tappano la bocca, lei lotta con tutta la forza che ha, ma il vino non l’aiuta molto, anzi, peggiora le cose, facendola diventare una preda più piacevole da domare. Allora grida con tutta se stessa mentre quelli ridono divertiti, più volte cerca di scappare ma non riesce, più volte spera che arrivi qualcuno ma a quell’ora per le strade non c’è un’anima. Eppure sembrava un bravo ragazzo, pensa, prima di realizzare ch’è perduta.

Ha ancora il sapore di vino in bocca quando esce dal locale, in tasca ha uno spinello che fumerà a casa prima di andare a letto. Lo aiuta a dormire, a combattere la sua insonnia da eroinomane.
Volta l’angolo, manca a poco a casa sua, quando alza la testa e vede una scena raccapricciante: tre ragazzi si stanno divertendo. Si ferma e osserva la scena: la ragazza quasi nuda è in lacrime, si vede che ha lottato, ma contro quelle iene è impossibile vincere.
Tira fuori la canna, se la porta alla bocca, l’accende. Deve decidersi: intervenire oppure andarsene e avvisare qualcuno. Nel secondo caso si sentirebbe un vigliacco, e poi c’è quel dannato karma, che lo perseguita da quando ha capito che non se ne può liberare.
Sospira e stringe la canna tra i denti. Sono in tre e ben piazzati, se gli va di lusso finirà in ospedale.
Fa un altro passo indietro, ma lo stupro è una cosa che non accetta.
«Hey» dice, e tutto intorno a lui si blocca, «sapete la strada per San Marco?» domanda con l’aria di chi è spaesato in una terra che conosce troppo bene.
«La strada parallela, amico», risponde uno dei tre.
Gli occhi di Anna si spalancano, sa bene che sta gridando con tutta sé stessa di non andarsene.
«Sicuri?» domanda di nuovo.
«Seee», rispondono seccati.
«No, perché l’ ho fatta prima e non mi sembrava…»
«Oh, il mio socio ha detto il vero, ora smamma»
«Ma che è, state girando un porno?»
«Vattene»
«Chi lo produce?»
I ragazzi danno le spalle ad Anna, che si appoggia sfinita contro il muro, tirando su con il naso. È stremata, e Pierpaolo lo capisce.
«Secondo me la tipa ha bisogno d’aiuto» mormora, guardandola preoccupato. Anche lui prega che qualcuno arrivi in suo aiuto, da solo è impossibile farcela. Per questo ha mandato un sms ad un ex pugile che era stato suo maestro anni fa.
«Sei solo un impiccione. Sai benissimo come arrivare a San Marco, adesso alza i tacchi»
«E se non volessi?»
Il terzetto lo suona come una grancassa, ripetutamente.
Anna guarda la scena immobile. Solo quando è tutto finito e lui è per terra capisce chi è. È l’uomo che correva in modo buffo quel mattino e che l’ha fatta arrossire. Pensa a quello, e non al fatto che è nuda, e dovrebbe provare imbarazzo. Ha subito un tale shock che l’imbarazzo non ricorda neppure cosa sia.
Lui apre un occhio tumefatto e le sorride, lentamente si mette seduto. È tutto dolorante: lo hanno conciato per bene, anzi, li hanno conciati per bene. Prima che Anna possa dirgli qualcosa, le ha già messo addosso la sua giacca che sa di tabacco scadente. Si tira su a fatica, barcollando.
«So chi si prenderà cura di te» le dice con una smorfia. «Ora ti aiuto ad alzarti. Puoi aggrapparti a me, se vuoi. Ti prenderei in braccio, ma penso di avere qualcosa di rotto»
Lei resta immobile. Pierpaolo la fissa, vorrebbe sollevarla, ma sa che se lo facesse lei si metterebbe a strillare e tirare pugni, e lui di botte ne ha avute a sufficienza, così aspetta in silenzio.
Anna è un animale ferito che deve riacquistare fiducia nel mondo, e non è una cosa così rapida. Ci sono donne che dopo uno stupro non recuperano più la fiducia verso l’uomo, restando segnate per la vita intera. Pierpaolo si rimette giù, il braccio gli fa male: deve esserselo rotto quando ha tirato un pugno fra le costole al giapponese.

«Io sono Pierpaolo», e le porge una sigaretta. Lei la prende anche se non fuma, né lo ha mai fatto. Suo zio è morto di cancro ai polmoni, fumava come un dannato. Fumano in silenzio, lui in piedi e lei seduta, tutti e due distrutti.
Anna guarda il ragazzo che ha lo sguardo rivolto verso l’oscurità, studia ogni parte di lui, dal capo ai piedi. Senza i lividi e quel sangue secco sarebbe anche un uomo interessante, si dice per lavare via la tensione del momento, però non funziona granché. Vorrebbe farsi una doccia e dormire, ma non riesce a trovare la forza di alzarsi, convinta che crollerebbe immediatamente. Non sente le gambe, non sente più niente, non ricorda neanche come si fa a parlare. La voce l’ha persa nel tentativo di dare un minimo allarme, schiacciata ed oppressa dalla violenza.
Vorrebbe dire a Pierpaolo di aiutarla a mettersi in piedi, ma senza voce non sa come attirare la sua attenzione. Lui ha lo sguardo rivolto verso il buio in fondo alla strada.
«Aiuto» mormora con tanta fatica, ma è quanto basta per farlo voltare e guardarla negli occhi.
«Piedi» dice di nuovo, allungando le braccia nella sua direzione.
Pierpaolo butta via la sigaretta e con un po’ di dolore la solleva. Anna si aggrappa forte a lui, come se fosse la sua unica salvezza, e vorrebbe dirgli tante cose, ma la sua voce è davvero sparita. Forse un giorno la ritroverà e allora andrà da questo strano uomo a ringraziarlo, gli porterà un un mazzo di fiori, e pure una bottiglia di vino presa dalle cantine di suo padre.

«Ha bisogno di una visita accurata» sussurra a bassa voce Lucia nelle orecchie di Pierpaolo. Anna dorme, è al sicuro ora.
Il letto è soffice e le lenzuola profumano di buono. Forse è stato solo un brutto sogno, non c’è stato alcuno stupro.
Il bel giovanotto l’ha riaccompagnata a casa e si sono dati un bacio casto, promettendo di rivedersi in qualche futuro migliore. Invece le basta girarsi per capire che non è stato un incubo, vorrebbe un po’ d’acqua ma la stanchezza è tanta che non riesce neppure ad articolare le parole.
Pierpaolo e Lucia sono seduti al tavolo, davanti a loro una bottiglia di vino toscano e due bicchieri appena svuotati.
Tommaso, un bimbo molto allegro di tre anni, non smette di girare intorno a Pierpaolo: il ragazzo lo coglie alla sprovvista e lo solleva in aria, facendogli fare dei gridolini di gioia.
Lui guarda l’amica in pigiama:è tardi e tutti, compreso quel piccolo birbante, dovrebbero essere a letto.

«Prenditene cura, io passerò presto».
Scompiglia i capelli riccioli del bel bimbo biondo. Gli sono sempre piaciuti i bambini, ma non ha mai avuto il coraggio di averne uno, neppure immaginandolo. Fatica persino a badare a se stesso, e un figlio è frutto d’amore quanto d’impegno e devozione.
«Okay, ma non sono un ospedale», protesta Lucia incrociando le braccia
«Forse no, però un’ottima dottoressa si», e le sorride.
«Domani la porto a fare una visita e poi l’accompagno a casa. Se avrà bisogno l’aiuterò volentieri, ma non può restare qui».
Pierpaolo annuisce e se ne va. Tommaso lo segue fino alla porta per salutarlo. Si, i bambini a volte sono davvero carini, pensa il ragazzo prima di ritornare sulla strada.

Anna non è in casa sua, le manca un bell’armadio così bello e spazioso, luminoso e sicuramente non possiede lenzuola di Spongebob che profumano di vaniglia. Quando si alza le gira un po’ la testa e le viene da vomitare, ma resiste all’impulso. Mentre i piedi toccano il freddo pavimento, il dolore inizia a calmarsi e lei può di nuovo spalancare gli occhi. Solo allora si accorge del bambino che la sta fissando sulla soglia. È piccolo, avrà si o no due o tre anni, ha i capelli color grano e occhi neri come la notte. Potrebbero essere inquietanti quegli occhi, ma la luce che li anima li rende vivaci e curiosi. Le braccia sono a ciondoloni, un piede ha già passato la soglia. L’altro è ancora li che non sa che fare, se entrare o no. È un piede assai indeciso, come la maggior parte dei piedi destri: i sinistri sono più coraggiosi e testardi.
«Ciao»
Tommaso continua a fissarla.
Vorrebbe avere accanto a sé Pierpaolo, per vedere come si comporterebbe davanti a quella ragazza tutta arruffata. Sicuramente l’avrebbe salutata, e così, imitandolo, raddrizza la schiena e le sorride.
«Chi sei? »
«Tomtom» dice lui, sorridendo sempre di più.
« Tomtom? Io sono Anna. Sai dov’è papà?»
«Andato via», dice lui.
Finalmente il piede destro supera la soglia, andando a ricongiungere il sinistro.
Anna l’osserva attentamente: sarà suo figlio? Non nota nessuna somiglianza fra i due. Si da forza e si mette in piedi, mentre Tommaso batte in ritirata
«Mamma, mamma!»
«Tommaso?»
«Si è svegliata mamma»
Ah c’è pure la moglie, pensa Anna. Una donna riccia sbuca sulla porta.
«Buongiorno»
«Suo marito?»
«Marito?»
«Sì, l’uomo che mi ha portata qui»
«Ah Pierpaolo», ride. «Non siamo sposati, ma amici»
Anna, arrossendo: «Mi perdoni»
«Sono Lucia, una pediatra. Pierpaolo ti ha portato qui ieri notte, pensavo di portati all’ospedale per una visita, se te la senti»
Anna acconsente.
«Pensavo di uscire verso le dieci, non più tardi. Fatti una doccia, in bagno troverai dei vestiti puliti. Intanto ti preparo la colazione»
«Sono anemica»

Pierpaolo è seduto su una scala di libri e fissa l’orizzonte. Ripensa a ciò che è accaduto quella sera. Aveva promesso a Lucia che sarebbe passato per vedere come stava la ragazza, ma non l’ha mai fatto. Sono passate tre settimane e lui non si è fatto più sentire. Lucia l’ha cercato, eccome se l’ha fatto. È venuta a casa sua proprio quando lui non c’era, così gli ha lasciato un biglietto: “Anna sta bene. Fatti vivo, merda”.
Si è fatto una risata quando l’ha letto, se l’è messo in tasca ed ha fatto passare un’altra settimana di assoluto silenzio.
Pierpaolo è seduto su una scala di libri a guardare l’orizzonte, la sigaretta tra le mani e quel pizzico di voglia di eroina. Ha deciso che un giorno smetterà di farsi e testare ogni nuova droga sul mercato. Forse per la prima volta chiederà aiuto a qualcuno di sua conoscenza, anche se questo lo porterà a mettere in discussione il proprio orgoglio. Ormai non ha più quella giovinezza che aveva un tempo fa tra le mani, sta invecchiando e vuole farlo come si deve.

Anna.
Quattro settimane dopo, entra nella sua libreria preferita, dove c’è sempre quel gattone che dorme su vecchi fumetti ingialliti. Gli dà una grattatina dietro alle orecchie e il micio inizia a fare le fusa. Gli occhi di Anna scorrono per tutta la libreria, per fermarsi su qualcuno che le fa battere il cuore all’impazzata. Smette di prestare attenzione al gatto dormiente: lui è li fuori in piedi, che fuma una sigaretta. Ha una maglia bianca troppo grande che lo rende buffo, pantaloni stretti neri e stivaletti neri, i suoi capelli sono arruffati come quella notte. Si chiede come mai non è più venuto a trovarla. L’ha abbandonata senza darle neanche una spiegazione, e lei avrebbe voluto ringraziarlo, eccome se avrebbe voluto. Le ha salvato la vita. Gli deve tanto.
Stringe i pugni e si avvia verso di lui, che alza lo sguardo e la vede.
Rimane bloccato, mentre la sigaretta gli cade dalle mani. Ora sono a due passi da ciascuno, lei può guardarlo bene in faccia, alla luce del sole, e lui può studiare ogni parte di lei. Eppure le esce solo un «grazie»
Lui sorride e si sfila gli occhiali da sole: «Lucia?»
«Siamo diventate amiche , l’aiuto con Tomtom»
Pierpaolo ride.
«Come stai?»
«Sopravvivo»
Si fissano a lungo.
«Caffè?» domanda Anna, con un mezzo sorriso e una stretta di spalle. Stavolta Pierpaolo non può rifiutare e annuisce col capo.
«Seguimi» dice lei, e lo prende per mano, un gesto che lo stupisce. Lui è ingenuo come sono a volte gli uomini che non capiscono quando l’amore è davvero arrivato. È un’onda che sale all’improvviso, e l’unica cosa che puoi fare è farti trascinare, sperando di arrivare a riva e rivedere il cielo sopra la tua testa.
Anna e Pierpaolo escono dalla libreria, li accoglie un sole d’autunno che si crede d’aprile.
Lei sa dove portarlo e lui, senza domande o consigli, si fa trascinare da quella ragazza così sicura di sé, eppure dal tocco gentile. Forse è arrivato il momento di mettere la testa a posto; forse non ancora, forse ci penserà nei giorni a venire. O forse, al momento, non ha altri che lei.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto. Si appresta per partire per Lisbona, e chissà se mai ritornerà.

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Una Risposta to “:: One day – Yolima Marini”

  1. :: “Mandami un racconto” va in vacanza | Liberi di scrivere Says:

    […] One day, Yolima Marini – 12 febbraio 2016 […]

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