:: Impronte, Hasan Ali Toptaş (Del Vecchio Editore, Novembre 2015, pp. 397) a cura di Matilde Zubani

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Impronte è un romanzo che attraversa la vita di un uomo lungo il filo dei ricordi, al confine tra mondo onirico e realtà.
Incontriamo il protagonista, il signor Ziya, nelle prime pagine del libro, mentre si accinge a restituire alla padrona le chiavi dell’appartamento sul Bosforo in cui ha vissuto per anni, deciso ad allontanarsi dalla frenesia della città che porta con sé un ricordo terribile. Diversi anni prima la moglie, incinta del figlio, è morta, per un attentato terroristico in una libreria di Istanbul, portandogli via la voglia di vivere e lasciandolo in balia della vergogna per non essere morto con loro. L’angoscia non lo abbandona e Ziya ha deciso finalmente di accettare l’offerta di raggiungere l’amico e vecchio commilitone Kenan a Yaziköy, il villaggio dove questo è cresciuto e di cui aveva sempre parlato con grande nostalgia durante i duri mesi del servizio militare negli avamposti di confine turco-siriano.
Questo villaggio viene scelto da Toptaş per raccontarci una storia ai margini della Turchia, che stenta a lasciarsi alle spalle il passato. Scorrono veloci le immagini dell’infanzia dei protagonisti, figure antiche di pastori, rigattieri, circoncisori e venditori di sanguisughe si alternano una dopo l’altra. Scene di vita familiare in cui i ricordi si mescolano ai sogni. Dall’incontro con Kenan riemergono anche i fantasmi dei venti lunghi mesi della naia: il pericolo, la paura, i soprusi degli ufficiali, la miseria del Sud-Est della Turchia.
Ziya scoprirà che anche a Yaziköy la quiete sembra essere un miraggio. Sotto un’apparenza di bucolica rassegnazione covano sentimenti primitivi, fioriscono la diffidenza, il sospetto, la calunnia, e la violenza. Lo stesso Kenan si ritroverà ad essere vittima della crudezza dei suoi compaesani.
Impronte racconta della dimensione più aspra e rurale della Turchia, di una vita che sembra essere lontanissima non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Sullo sfondo della storia di Ziya ci sono le tormentate vicende del Kurdistan turco, ancora terribilmente attuali e lo stridente contrasto tra l’urbanizzazione selvaggia di Istanbul e il deserto deprimente dell’Est.
Toptaş sceglie uno stile evocativo, al confine tra presente, passato e sogno. Le immagini dure si alternano a momenti fortemente poetici, quasi commoventi, dove l’immaginazione prende corpo e la realtà di dissolve e si confonde. D’altronde, “quando la realtà è sentita con troppa forza, sembra sempre non essere vera”.
La scrittura è fluida, la punteggiatura quasi inesistente, i dialoghi interiori ed esteriori sembrano sovrapporsi. La scrittura stessa diventa parte della trama. La traduttrice, Giulia Ansaldo, dà prova di grande abilità nel mantenere intatte le affascinanti descrizioni “sensoriali” scelte dall’autore in cui suoni e colori, odori e forme si fondono. Ai lettori italiani alcune pagine potranno ricordare i desolati e desolanti orizzonti de Il deserto dei Tartari di D. Buzzati, mentre vari critici internazionali hanno definito Toptaş “il Kafka turco”. Quel che è certo è che questo romanzo prova le eccellenti qualità artistiche dell’autore.

Hasan Ali Toptaş è uno dei più importanti scrittori turchi viventi. Nato nel 1958 a Çal (vicino alla famosa località di Pamukkale), oggi lavora come funzionario ministeriale. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti e di un primo romanzo, Toptaş attira l’attenzione internazionale con il romanzo Gölgesizler (Senza Ombre) nel 1995, a cui seguono altre tre raccolte di racconti e quattro romanzi.
Nel 2006 vince il prestigioso Premio Orhan Kemal per la letteratura. Con Impronte, il suo primo romanzo ad essere tradotto in italiano, si aggiudica nel 2013 il Premio Sidat Semavi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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