:: Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino per “Mi chiamo Thiago”, a cura di Irma Loredana Galgano

thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.

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