:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero

Lia per locandinaCiao Rosalia e grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista.

Grazie a te, Milena, per l’interesse nei confronti della mia scrittura.

Per prima cosa, mi piacerebbe conoscere qualcosa di te. Come sei approdata al mondo della scrittura?

Scrivo da sempre ma solo dal 2005 ho cominciato a farlo con l’intenzione di pubblicare. È venuto un momento in cui scrivere non mi è sembrato più sufficiente, in cui ho sentito il bisogno di essere letta. Scrivere è comunicare. Se nessuno ti legge, scrivere è un esercizio senza scopo. La mia prima pubblicazione, una raccolta di racconti, è arrivata nel 2010, quando ho vinto una selezione indetta dall’editore Perrone che premiava l’opera vincitrice con la pubblicazione. In quei cinque anni ho abbozzato diverse opere che poi ho ripreso e rivisto e infine, man mano che ultimavo il lavoro di completamento e revisione, ho pubblicato.

La tua storia personale ha mai fatto da sfondo alle tue opere?

A questa domanda non posso rispondere con un secco sì o un secco no, perché merita una risposta articolata. I romanzi sono tutti ambientati in Sicilia, a Catania, la città in cui fino a qualche tempo fa abitavo e quindi lo sfondo, per riprendere l’espressione da te usata, è uno sfondo quanto mai reale e appartenente al mio vissuto. Le storie narrate sono tutte inventate, però i personaggi a volte mutuano un tratto somatico o del carattere, un vezzo verbale, un tic, un dettaglio, a persone che mi è accaduto di conoscere. A volte su uno spunto reale ho costruito una storia che si è man mano sempre più allontanata dal punto di partenza per assumere una fisionomia tutta sua. E questa è una prima risposta, che resta in superficie. Se vogliamo andare più a fondo, allora devo dire che nelle storie che si scrivono c’è sempre anche chi le scrive, c’è la sua sensibilità, il suo sguardo sul mondo, gusti e disgusti, passioni e idiosincrasie, emozioni agite e negate. Non nel senso che chi scrive una storia racconta tutto questo di sé, ma nel senso che il modo di narrare è fortemente influenzato da tutte queste cose. Sul rapporto tra l’esperienza dello scrittore, il suo modo di essere e le storie che narra ci sono capitoli molto interessanti in un saggio che sto leggendo, “L’arte della psicoterapia e la psicologia dell’arte”, di Luca Casadio, psicoterapeuta e scrittore.

La tua scrittura è molto eterogenea: hai scritto romanzi, racconti e persino un libro di fiabe per bambini. Come ti trovi a gestire stili così diversi tra loro, e in quale di essi ti senti più «a casa»?

Mi sento a casa nel racconto e nella favola, nel romanzo sono una turista. Amo molto la dimensione del racconto, anche da lettrice. Un racconto non è un romanzo incompiuto, un aborto di romanzo, non è qualcosa di meno, è un modo diverso di raccontare la vita, cogliendola in un istante, in un episodio, in un periodo breve; il passato dei protagonisti può essere condensato in un flashback di poche righe, può fare capolino nei dialoghi mentre viene messo a fuoco un preciso segmento di esistenza. Un amico con il quale ci scambiamo impressioni di lettura ha già letto “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout, scrittrice che entrambi amiamo molto. Io ancora no, è uno dei libri che desidero leggere a breve. Una delle cose che il mio amico ha messo in luce è che con poche pennellate questa gigantessa della letteratura contemporanea informa il lettore di tutto quello che occorre sapere del “prima” e dell’ “intorno” della storia. Ecco, questo mi piace del racconto, questo affacciarsi sul fluire di un’esistenza e isolarne un frammento, metterlo a fuoco, ingrandirlo, coglierne il significato e l’importanza. E questo per quanto riguarda il mio gusto, poi va detto che, come sappiamo tutti, gli editori italiani non sono in genere entusiasti dei racconti, forse perché il romanzo (soprattutto il romanzone di diverse centinaia di pagine) può essere venduto a un prezzo decisamente più alto. Se Alice Munro e Raymond Carver fossero nati in Italia per loro le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate, immagino.

Parliamo ora del tuo ultimo romanzo. “Morivamo di Freddo” è un libro intenso e intimista, dove i sentimenti e la psicologia la fanno da padrone. È un’opera di pura fantasia o hai invece attinto da qualche esperienza reale per scriverlo?

Devo l’ispirazione iniziale di “Morivamo di freddo” a un episodio di cronaca (un anziano in stato di alterazione psichica che, sulla soglia della sua casa, in cu si era barricato da giorni, uccise un ufficiale), ma poi la storia si è sviluppata in modo del tutto autonomo, è stata riscritta, ha cambiato titolo ed è stata sottoposta a diversi editing e riletture. Prima della pubblicazione, è stata anche esaminata da due psicoterapeuti (che infatti cito nei ringraziamenti) che ne hanno saggiato la credibilità dal punto di vista psicologico-psicoterapeutico e hanno dato un prezioso apporto sotto questo profilo; esame e apporto necessari, visto che nella storia di Enrico, uno dei protagonisti, il percorso psicoterapeutico ha un certo peso e non come espediente narrativo per raccontare la storia anche dal suo punta di vista ma come strumento per mettere ordine nel suo personale caos. La depressione di Mauro, la personalità di Guido, le dinamiche familiari, il lato oscuro dei sentimenti, gli attacchi di panico di Enrico sono tutte pure invenzioni.

Da quello che si può evincere dal suo ruolo all’interno del romanzo, la famiglia sembra avere una grande importanza per te, vero?

Le relazioni familiari sono il terreno dal quale possono nascere piante rigogliose di ogni tipo, anche velenose. È l’argomento che trovo più interessante, fonte inesauribile di ispirazione, come del resto testimoniano le innumerevoli opere letterarie, teatrali, cinematografiche che in un modo o nell’altro ruotano intorno a un conflitto familiare. Ovviamente le famiglie felici non sono interessanti e nemmeno possono essere raccontate, tant’è che “L’ultima famiglia felice” di Simone Giorgi, giovane autore segnalato premio Calvino 2104, narra di una famiglia che felice è solo in apparenza. Perché non è detto che l’assenza di conflitti evidenti sia sintomo di “buona salute” dei rapporti. Nei romanzi e anche nei racconti che ho scritto, non soltanto in “Morivamo di freddo”, la protagonista in fondo è sempre la famiglia.

I personaggi principali del romanzo hanno tutti delle debolezze, più o meno marcate; non ci sono eroi in questo microcosmo, semmai sono tutti antieroi. Sembra una visione un po’ pessimistica della società…

A me piacciono sia gli eroi sia gli antieroi. Scrivo anche favole proprio per poter recuperare ogni tanto una maggiore pulizia di linguaggio e di andamento narrativo, per concedermi il lusso del lieto fine e del trionfo dei giusti. Nella scrittura non destinata ai bambini la visione del mondo dell’autore entra in modo meno filtrato che nelle favole, com’è ovvio. Siamo tutti antieroi, no? Siamo tutti capaci di grandezze e miserie. La vita non premia sempre la correttezza, l’onestà, i valori da libro Cuore che fanno sorridere (perché? Come osservava qualche tempo fa Raul Montanari in un social, non sono i valori nei quali affermiamo di credere?), quindi diciamo che per me questa visione delle cose più che pessimistica è realistica, perché poi credo – e si vede nelle mie storie − nella possibilità dell’individuo di migliorarsi, di raggiungere obiettivi positivi per se stesso e per il contesto sociale in cui è inserito. Però non credo (e come potrei, come potrebbe chiunque?) al bianco e nero, ai buoni e ai cattivi tutti d’un pezzo. A questo proposito, come emblematico del confine sottile tra bene e male anche dentro ciascun essere umano, cito il personaggio che nel film “Crash”, di Haggis, è interpretato da Matt Dillon, un poliziotto che può usare la divisa per commettere un abuso odioso su una donna (per sfogare frustrazioni facilmente intuibili, perché lei è ricca e gioiosa mentre lui si occupa di un padre invalido e l’assistenza pubblica gli nega ottusamente ciò cui ritiene di avere diritto) e poche ore dopo salvare la stessa donna, coinvolta in un incidente, trattandola con incredibile delicatezza e rassicurandola. Un vero antieroe.

Morivamo di freddo è uscito solamente in versione digitale. Cosa ne pensi della «lotta» tra ebook e cartaceo?

Colgo l’occasione per dire che sono molto soddisfatta della mia esperienza con la casa editrice Durango, perché ho visto nascere il libro a poco a poco e ho mantenuto un contatto costante con il direttore editoriale Massimo Giuliani e con l’editore Felice Di Lernia per tutto il processo dal quale alla fine è scaturito il prodotto finito, chiamiamolo così, e anche dopo. Un’esperienza divertente e creativa anche nella fase di trasformazione del manoscritto in ebook. Detto questo, come lettrice leggo ormai quasi esclusivamente in digitale. Premesso che un libro non si identifica con il suo contenitore, premesso che i materiali scrittori hanno avuto tutti il loro ciclo vitale (la pietra, la tavoletta cerata, la pergamena), premesso che non mi sdilinquisco per la carta e per il suo (inesistente) profumo (la carta non cresce sugli alberi o nei prati!), naturalmente ho una casa piena di libri, essendo cresciuta con i libri di carta, ma questi occupano moltissimo spazio e si riempiono di polvere. E di spazio non ne ho più. I vantaggi del digitale che apprezzo sono la possibilità di portare con sé più libri e la facilità di acquisto. Dal punto di vista degli autori, poi, soprattutto se esordienti (e chi non pubblica con le case editrici importanti resta esordiente a vita) la visibilità che può assicurare il digitale è sicuramente maggiore. Il digitale, last but not least, costa meno e non tutti hanno la possibilità e la voglia di spendere cifre che cominciano a essere rilevanti in un momento di crisi e disoccupazione.

Infine, questa domanda è d’obbligo: che progetti hai per il futuro?

Ho ultimato un’altra favola e sto revisionando un altro romanzo breve. Inoltre ho pronta da tempo una seconda raccolta di racconti, sto cercando un editore.

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Una Risposta to “:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero”

  1. Marina palumbo Says:

    Le tue risposte Rosalia sono sempre pacate, frutto di una costante attenzione alla vita, propria e degli altri. È’ bello leggerti come l’amica che non tradisce, non delude. Baci ! Marina

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