:: Il risveglio della notte, Francesco G. Lugli (Novecento Editore, 2016) a cura di Federica Belleri e Serena Bertogliatti

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Federica Belleri

Quartiere Ticinese, Milano. Inverno freddo, nebbioso, oscuro. La crisi economica devastante intimidisce gli acquisti natalizi e la mala impregna l’umore, si incolla alle anime. Franco ha una rinomata macelleria ma arranca tra le enormi difficoltà.  Sigari e alcool gli fanno compagnia e spesso si rifugia nell’ufficio del suo allevamento fuori città,  per evitare di tornare in una casa vuota e buia. Un incontro improvviso e un proiettile calibro trentotto sparato, lo sorprendono. Un pacchetto di banconote e un biglietto da visita, gli cambiano la vita. Diventa il Manzo e sta per entrare in un clan, cosa per lui inconcepibile. Perché lo fa? Perché ha bisogno di appartenere ad un branco? Forse perché è sempre stato il suo istinto? Forse perché la vista del sangue non lo disturba? Forse, perché può indossare una maschera e prendere le distanze da se stesso. Le famiglie Barone e Duca sono in guerra aperta. I morti si susseguono fra negozi bruciati e teste mozzate ritrovate nei Navigli. Milano è sotto assedio. La corruzione siede dietro scrivanie eleganti, in uffici lussuosi. Il commissario Giuffrida indaga, ma presto alcuni suoi file spariscono e viene dirottato su altri casi. È un poliziotto scomodo a molti. Il Manzo vive quest’avventura, fra proiettili, bustarelle, sesso e amore. Ha brevi crisi di coscienza, poi si rabbuia e torna alle dipendenze del temuto boss. È una pedina in una faida infinita? A voi scoprirlo. Acquisisce esperienza e impara ad osservare con occhio freddo e calcolatore. La Milano da bere è in netto contrasto con la periferia desolata e spettrale. I depositi di armi sono perfettamente nascosti dalla nebbia. I completi firmati celano sguardi minacciosi e duri. I poliziotti si vendono alla mala per arrotondare lo stipendio. Manzo non si pone troppe domande e cerca di restare a galla per sopravvivere in qualche modo. È davvero questo ciò che desidera?
Il risveglio della notte. Nero e crudo. Scorrevole la lettura, brevi e incalzanti i periodi. Numerosi i soprannomi che provocano il sorriso e le caricature dei personaggi, somiglianti spesso ad attori o cantanti. Leggero il sottofondo musicale, per una città dove nessuno è pulito e immune al ricatto. Milano ha due volti, come alcuni protagonisti di questa storia. Buona lettura.

Serena Bertogliatti

Milano, oggi.
Franco Giannoni, proprietario della meneghina “Boutique della costina”, non se la passa proprio bene. Non se la passa bene per un cazzo, a dirla tutta.
La crisi ha falciato le gambe alla sua piccola ma rinomata attività. Una volta gioiello del quartiere, è ora disertata dai vecchi clienti – che, a tasche svuotate, ripiegano sulla carne dei discount, di qualità decisamente più bassa ma per un prezzo decisamente più abbordabile – come dai nuovi – che sperimentano le vie del vegetarismo e del veganesimo, snobbando i pregiati tagli per cui Franco è famoso. L’adorata mogliettina si è rivelata non poi così tanto adorabile e adorante: quando il contante ha abbandonato la cassa del negozio, lei ha abbandonato la casa del marito. In aggiunta, a dargli l’ultima e decisiva spinta dentro la fossa, è arrivata la morte del padre.
Seppellito il genitore, Franco ha cominciato a seppellire se stesso nell’alcol.
Il macellaio, uomo di vecchio stampo, non concepisce la disfatta: lotterà fino all’ultimo, senza cedere né versare una lacrima. Mentre il mondo gli collassa addosso, si ritira come un vecchio animale ferito nel suo appartamento da rifugiato e lì, stoico, osserva la semiautomatica che gli restituisce lo sguardo con suadenza.
Questo non è (più) un paese per macellai di qualità, e per il non più giovane Franco sembra non esserci ruolo rimasto.
Ma, per fortuna, esiste la Mala.
Dove cominciare, con questa recensione di Il risveglio della notte (Novecento, 2016) di Francesco G. Lugli, se non dalla forma, regina indiscussa della Milano da cui e di cui scrive?
Lugli ha, in questo romanzo, uno stile ben preciso e rodato. La narrazione al presente è veloce e d’impatto, e non manca di coloriture stilistiche che lo renderebbero abbastanza riconoscibile tra tanti imitatori. A proposito di imitazioni, la prosa generale ha un sapore molto virilizzato (termine, “virile”, che non si fa desiderare nel corso della narrazione), nel senso che ricorda prose simili similmente usate per dare vita a simili prototipi umani: diretti, duri, privi di fronzoli, violenti all’occorrenza. L’eroe maschio di una certa epoca e di un certo tempo, insomma. E, a proposito di tempi, credo che il libro sia particolarmente apprezzabile da una generazione non troppo distante da quella di Lugli (classe 1971) per l’abbondanza di riferimenti, più o meno diretti, a mostri sacri del cinema, dai Blues Brothers ad Al Pacino.
Al contempo, però, Lugli dà a Franco – “Manzo” per gli amici e soprattutto per i nemici, da quando diventa un sicario del crimine organizzato – un’ironia sottile e memorabile. È un disincanto che riconferma il cinismo del protagonista, ma al contempo smonta tutta la severità con cui molti dei personaggi – lui stesso incluso – sembrano prendersi sul serio. Ha il gusto di un certo cinismo da bar, buono per abbordare qualcuno, ma nella sua modesta dimensione sembra far intuire un personaggio molto meno “macchiettesco” di quel che a volte sembra (Io non sono un duro da film, è che mi disegnano così).
Il libro accusa purtroppo il colpo di un editing impreciso. Ho trovato 5-6 errori tipografici, frutto di sviste, più qualche errore grammaticale sopravvissuto a tutte le riletture. C’è poi la strana questione della disomogeneità tra i tempi verbali usati (“Manzo avrebbe capito quelle ultime parole solo più avanti. Al momento ha problemi più attuali.”) in alcune parti del romanzo. L’impressione (ma è, appunto, una mera impressione) è che a tratti Lugli abbia sperimentato uno stile in cui i tempi passati vengono talvolta usati come per “distaccarsi” dal presente della narrazione, per guardarla dall’alto, ma che tale stile non abbia del tutto attecchito, e si sia talvolta trasformato, semplicemente, in un passaggio arbitrario da presente a passato (come quando, nel bel mezzo di una narrazione al presente, appare un verbo al passato), e che il tutto non sia stato ben aggiustato in fase d’editing. Peccato.
La trama scorre lenta ma puntuale, costruendosi e svelandosi capitolo dopo capitolo. È una storia di gangster in pieno stile camorristico trapiantata al Nord. Sembra un esperimento: “Che cosa succederebbe se mettessimo una storia alla Casalesi nella città della nebbia e della moda?” E, nell’esserlo, diventa una critica: Lugli fa la sua ipotesi, inserisce questo male poco conosciuto alla capitale lombarda tra le strade milanesi, e suggerisce conclusioni politico-economico-morali. A voi il (dis)piacere di scoprirle (ricordandovi che è fiction, per piacere).
I personaggi, come accennato, virano verso la macchietta – facile, quando si ha un protagonista che associa il volto di ogni persona a un personaggio noto del cinema. Eppure c’è un “eppure”. Più che veri e propri stereotipi sembrano persone incastrate in un personaggio. Così come Franco, il macelliere di quartiere, indossando i panni di sicario diventa “Manzo”, similmente i suoi compagni di sventure sembrano usciti da un reality: ribadiscono di essere veri e reali (perché questo vende), ma lo fanno interpretando quella mezza maschera che l’organizzazione di un programma televisivo richiede. Sembrano insomma l’incarnazione dello strano paradosso che è figlio dell’iperesposizione sui media.
Poi, a volte, la sottile ironia del narratore subentra e spoglia tutti – per qualche breve ma indimenticabile secondo. Lugli sembra quasi, di tanto in tanto, consapevolmente o meno, portare l’esasperazione al suo massimo, facendola sfociare nel grottesco e nel tragicomico. E così i personaggi, improvvisamente, da temibili malavitosi, appaiono nudi di maschere, armi e vestiti – e in questa imbarazzante condizione s’intravede un po’ della loro tridimensionalità.
Concludiamo parlando di animali e donne. Partiamo dalle seconde, facendole entrare per prime.
In un contesto così tanto macchiettesco, e che segue una ben precisa estetica, le donne non potevano che ritornare ai vecchi ruoli di una volta. Non in cucina, no: tra la puttana e la santa. O puttana o santa. O un po’ l’una e un po’ l’altra per renderle appetitose all’occorrenza.
Così, tra mogli approfittatrici che vestono leopardato e puttane sulla via della redenzione che traboccano di gratitudine e misure di reggiseno, ho pensato che Il risveglio della notte sta a un certo pubblico maschile come i tanto criticati Harmony stanno a un certo parco lettrici. In comune hanno il mettere in scena un/a protagonista in cui il/la lettore/trice possa immedesimarsi, e che quindi è più vicino/a all’uomo e alla donna medi/e che a un ideale irraggiungibile, abbellirlo/a un po’ (muscoli per lui, pelle candida per lei – suppongo), e renderlo/a oggetto dei desideri sessuali di tutti i personaggi dell’altro sesso presenti nel romanzo. E ho pensato, mentre m’immaginavo i desiderabili corpi delle ragazze descritte, che probabilmente ben poche persone vorrebbero immedesimarsi nelle donne che circondano Manzo e negli uomini che circondano le eroine Harmony. E, pensando questo, mi sono detta che in fondo non so niente di Harmony, e che stavo ragionando per stereotipi. Appunto, mi sono detta, e il cerchio si è chiuso.
Quando mi è stato chiesto di recensire il romanzo ho, come da prassi, letto le prime pagine per capire se accettare o meno. Il tema sembrava bollente: un macellaio in rovina che si dà al massacro umano. Sembrava cadere a puntino in quest’epoca di lotte all’ultimo sangue (animale e umano) tra estremisti carnivoreggiandanti e vegani. Che morale avrebbe portato, il libro, dopo aver fatto diventare un macellaio di animali un macellaio di esseri umani?
In realtà il tema rimane di sfondo, così come – in una certa misura – il sangue e il massacro. Le scene di violenza sembrano quasi pudiche, asettiche: dettagliata è la descrizione di quel che accade dentro a Manzo prima di premere il grilletto, ma quasi dato per scontato è ciò che succede a causa di quel grilletto. Il risveglio della notte è, insomma, un romanzo adatto anche agli stomaci deboli, e non consigliato a chi cerca un po’ di (in)sano gore: non troverete filetti di esseri umani tra le pagine, né boss della mala scuoiati vivi.
Manzo è a suo modo una vittima degli eventi: è un macellaio, ma avrebbe potuto essere qualsiasi (o quasi) altra cosa. Quel che crea la trama non è il suo lavoro, ma la sua visione della vita – e di se stesso. E per questo, proprio per questo, sconsiglio il libro a chi già è sulla via del disfattismo e del cinismo: Manzo vi darà ragione, e ve la darà gratis, quasi cullandovi. Gioco troppo facile.
Per questo, e per altre ragioni più o meno menzionate, credo che Il risveglio della notte sia sostanzialmente un romanzo d’intrattenimento. Non esattamente d’evasione, dato che dà forma a una visione della capitale lombarda che è un passo oltre il pessimismo, ma ci sono strani modi di farsi confortare: tra questi, il rimestare nella solita vecchia merda e cercare di darle, se non un senso, un’estetica soddisfacente.
C’è una critica, e forte, a una certa italianità in divenire, ma è così tanto estesa, e comprende così tante cose, e così tanto vagamente, che sembra fungere più da sfondo, come il chiacchericcio cinico di sottofondo in un bar di Milano, tra un bicchiere di scotch, una sigaretta (un sigaro, nel caso di Manzo) e la rabbia provocata da quel senso di frustrazione che ci rode l’animo quando assistiamo a certe ingiustizie e non possiamo farci niente, neanche se maneggiamo tutti i giorni gli attrezzi di un macellaio.
Manzo, così, in tutta la sua political incorrectness, più che un pugno nello stomaco diventa un sorso di cattivo, e perciò rincuorante, bourbon.

Francesco G. Lugli, classe 1971, nasce e cresce in quel concentrato di traffico, cemento e contraddizioni che chiamano Milano.
Giornalista e scrittore, è stato capo redattore della rivista Midi Songs e ha collaborato con diverse realtà editoriali tra cui DVD World, AF Digitale, EuroMoto, Horror Mania e il quotidiano Libero. Attualmente si occupa di produzioni video e pubblicità in qualità di copywriter. Appassionato di cinema e musica, è incline a scrivere racconti di fantascienza, horror, surreali, noir e thriller. All’attivo ha i romanzi “Il Codice Beatles” (Cult Editore) e “Il risveglio della notte” (Novecento Editore), le raccolte di racconti “Sei passi nella nebbia” (dBooks) e “Scritti con il sangue” (Dunwich Editore), racconti sulle raccolte “Toilet n. 20″ (80144 Edizioni), “Un giorno a Milano” e “Una notte a Milano” (Novecento Editore), “Italian Zombie 2” (80144 Edizioni), “365 Racconti di Natale” (Delos Books), e l’ebook: “Amo il mio lavoro” (Simplicissimus – Viaggio d’inverno).

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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