:: Giornalismo di pace, a cura di di S. De Michelis, N. Salio (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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Le caratteristiche salienti del giornalismo di pace consistono nell’esplorazione della genesi del conflitto al di là dei confini geografici all’interno dei quali esso si svolge; la sua storicizzazione; l’esposizione delle responsabilità di tutti le parti coinvolte; la messa in luce degli aspetti visibili e invisibili, quali quelli culturali e strutturali; l’abolizione dei tentativi di disumanizzazione di una o più parti; la necessità di dare più voce alle persone coinvolte, e non solo quando esse siano espressione di interessi elitari; il tentativo di ricercare soluzioni orientate alla “vittoria” di tutte le parti coinvolte, intendendosi con essa la ricerca di soluzioni che pongano gli interessi di ciascuna parte non più in antagonismo; l’enfatizzazione della nonviolenza, della risoluzione del conflitto, ricostruzione del tessuto sociale e rinconciliazione tra le parti.”

Se il giornalismo di guerra ha una genesi antica, già nell’antichità possiamo trovare traccia di cronache di guerra narrate con dovizia di particolari, esaltazione del vincitore, e collaterali derive da precursori dell’odierno giornalismo, il giornalismo di pace nasce e si sviluppa in tempi notevolmente più recenti. Se vogliamo il padre fondatore di questa nuova scuola di giornalismo etico è il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung. Nome che forse ai più non dirà niente, ma che nel 1959 fondò il Peace Research Institute of Oslo (PRIO). Quattro anni dopo fondò la prima rivista dedicata il Journal of peace research, e se vogliamo da allora questa scuola di pensiero ha avuto modo di diffondersi e trovare le sue strade.
Se la violenza genera audience, buca lo schermo, cattura click su Internet facendo guadagnare testate e siti online, la non violenza è molto più silenziosa ma fattiva e perché no rivoluzionaria. Come è rivoluzionario il concetto che la pace è possibile, che la soluzione dei conflitti è una strada ragionevole, concreta e reale. Concetti che tendono a perdersi quando i meccanismi di escalation si innescano e da violenza si genera altra violenza, da rappresaglia si genera altra rappresaglia. La pace, per quanto fluttuante e non definitiva, ma sempre in essere, invece costruisce ponti, attuandosi tramite il dialogo e la ricerca della verità.
Quando si è immersi in contesti di violenza diffusa, anche la pace sembra una chimera, un miraggio, folle anche solo concepirla. Il nemico perde connotati umani, e raggiunto questo stadio di disumanizzaione è difficile tornare indietro. Se è necessario un giornalismo di guerra che ci racconti i conflitti in corso, che tenga i punti come si suol dire quasi fossimo a un incontro di boxe, è altresì necessario un giornalismo di pace teso alla risoluzione di quei conflitti che con la guerra non hanno soluzione. Soprattutto il nostro mondo attuale ne ha bisogno. Un vitale bisogno oserei dire.
Vi consiglio tanti libri, ma questo di cui parlo oggi mi sento davvero di chiedervi di leggerlo. Si intitola Giornalismo di pace, è edito dalle Edizioni Gruppo Abele, ed è curato da il compianto Giovanni Salio e dalla ricercatrice Silvia De Michelis. Credo che la lettura di questo libro ha due effetti positivi non da poco. Il primo è quello di porvi davanti alle notizie che ricevete ogni giorno da radio, televisioni, giornali, con uno spirito più critico, e meno facilmente manipolabile. Il secondo effetto, forse quello più rilevante è che trasmette un tale entusiasmo, una tale ragionata e ragionevole concretezza, che spero siano in molti che dopo averlo letto decidano di agire sul serio come costruttori di pace.
Ma veniamo nel dettaglio e scopriamo di cosa parla. Innanzitutto è un testo di saggistica, raccoglie numerosi saggi e articoli apparsi negli anni tradotti finalmente in italiano e selezionati da Giovanni Salio e Silvia De Michelis. Numerosi anche i casi studio racconti nel capitolo conclusivo. Tra le riflessioni che mi sembrano più significative, innanzitutto l’analisi dei conflitti, visti non come un male ma anzi come il motore propulsore della storia. Un’ occasione, invece che una strada che degenera inevitabilmente verso la violenza e la guerra. Lo spirito ghandiano che ha animato Johan Galtung, al quale personalmente mi sento molto affine, viene costantemente aggiornato nel difficile tempo presente da autorevoli pensatori e studiosi e il ruolo delle donne in questa evoluzione della comunicazione e dell’informazione, non è marginale.
Scegliere di condividere un giornalismo più consapevole, etico, non propagandistico o difensore di interessi di elite, che siano stati o corporazioni private, diventa quasi un passo obbligato quando se ne scoprono le qualità e le prospettive. Perlomeno è un’evoluzione naturale del giornalsimo come lo concepiamo ogni giorno. E questo tipo di approccio alla realtà, all’informazione, non sembra di esclusiva pertinenza del mondo del giornalismo. Insomma non solo i giornalisti potranno arricchirsi leggendo questo libro, che smaschera stereotipi e meccanismi nefasti che hanno inquinato la nostra capacità di comprendere la realtà e i suoi nascosti assetti.
Non solo successi, ma anche questioni aperte, dibattiti interni, punti di vista divergenti come anche solo sul concetto di verità, da Johan Galtung tanto difeso. Mai come questa volta posso dirvi, buona lettura.

Giovanni Salio, detto Nanni (Torino, 24 dicembre 1943 – 1 febbraio 2016) è stato tra i massimi esponenti italiani del movimento nonviolento. Fondatore nel 1982 del Centro studi e documentazione per l’analisi delle azioni dirette nonviolente di Torino, poi diventato Centro studi Sereno Regis, ne è stato presidente fino alla morte. Autore di numerosi scritti e saggi sulla nonviolenza, ha collaborato con Edizioni Gruppo Abele per l’edizione italiana del “Manuale pratico della Nonviolenza” di Michael N. Nagler (2014), di cui ha scritto la prefazione.

Silvia De Michelis, dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia Forense, è dal 2014 dottoranda presso l’Università di Bradford in Inghilterra. La sua attività di ricerca s’ìncentra sul tema del ruolo dei media nei conflitti.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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