:: Notabili libici e Funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania (1912-1919), Simona Berhe (Rubbettino,2015), a cura di Daniela Distefano

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Cosa rappresentò il colonialismo italiano per la popolazione libica e cosa prefigurò l’assoggettamento della Tripolitania per l’Italia?
Forse può aiutarci questo volume che compie una disamina della legislazione coloniale dal 1912 al 1919, la correda di biografie di coloro che operavano nell’amministrazione coloniale, ne indica le modalità di interazione, tenta anche un approccio di storia sociale fornendo una spiegazione di quel movimento di resistenza libico che tanta parte ebbe negli sviluppi successivi del Paese.
La Libia era (ed è) tormentata da un male: la povertà; tuttavia fu errato il convincimento italiano di trovarsi davanti ad una società immobile che avrebbe accettato supinamente la conquista.
Al contrario, la reazione dei tripolitani sorprese i colonizzatori, impreparati ad un braccio di ferro che si sarebbe rivelato sfiancante per entrambe le parti in conflitto. Quale fu allora il primo passo dei colonizzatori per domare il malcontento? La scelta di Pietro Bertolini, primo ministro delle colonie, di mantenere in vita lo scheletro del sistema istituzionale ottomano aveva permesso di posporre la questione delle strutture amministrative. Andava invece affrontato immediatamente il tema del personale coloniale che avrebbe operato a Roma e in Libia.
Di fatto, emerse un primo, irriducibile, diabolico, problema, vale a dire l’egemonia dei militari. Si impose la cosiddetta “Sindrome delle due teste”, una a Roma e l’altra a Tripoli: due universi distinti, quello militare e quello civile, che faticavano a collaborare, a riconoscersi. La storia seguente fu il tentativo di rendere conciliante il pensiero di questo Giano Bifronte. La coperta era troppo corta, di fatto finì per scontentare le due anime della potenza coloniale italiana. Si arrivò al 1919 quando

la Costituzione sembrava negare ogni principio sul quale si era retto l’ordinamento Bertolini: all’arbitrio si opponevano le libertà civili; il monopolio delle cariche da parte dei funzionari italiani era superato grazie a procedure che favorivano la presenza di libici all’interno dell’amministrazione; l’autorità delle cariche monocratiche era bilanciata dalle assemblee locali e dal parlamento di Tripoli.

La rivoluzione attecchì anche nei fondali della popolazione, la Tripolitania ripiombò ben presto nell’odioso clima di guerra, ancora un conflitto atroce, il fascismo di Mussolini, il resto è storia mondiale che appannò le vicende di questo Paese mai del tutto pacificato. L’autrice sembra a suo agio nel descrivere fatti, retroscena, testimonianze di quello che fu vissuto dal popolo libico come un boccone difficile da digerire. Mancò l’accortezza, la sensibilità nel maneggiare gangli della società civile in continuo stimolo rivoltoso. Ci si voleva liberare, prima dell’oppressore, poi della realtà di un paese ricco di gente povera.

Simona Berhe è storica dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del Laboratorio di Storia, Sociologia e Scienza delle Istituzioni MaTriX, già dottoressa di ricerca in Storia e comparazione delle istituzioni politiche e giuridiche europee (Università di Messina). E’ borsista dell’Istituto Storico Germanico di Roma.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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