:: I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, (Giunti, 2016)

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Non sono mai stata negli Stati Uniti. Due o tre volte ho rischiato di partire, una volta più seriamente delle altre, avevo già tutto organizzato per un corso di inglese estivo in un’ università della costa occidentale, ma l’aereo transoceanico non l’ho mai preso. Per me l’America è quella dei film noir, in bianco e nero, degli anni ’50, per lo più, o di alcuni film più recenti, di molti libri, documentari, telefilm, fumetti. Un’ America per lo più inventata, filtrata dall’estro artistico di qualcuno che presumibilmente la conosce bene e forse la ama. Non sono antiamericana di partito preso, sebbene sia molto critica con molte sue derive, e detesti quella sorta di egocentrismo muscolare che a volte l’affligge. Detto questo mi piacciono i motel sull’autostrada di notte, accesi da mille neon colorati, i Pancakes allo sciroppo d’acero, la auto anni 50 che ancora circolano, i ranch del Texas o della California, specie dove allevano cavalli, e potrei continuare per pagine e pagine a elencare cosa amo, con la memoria selettiva di chi omette cosa detesta. Amo anche i libri di viaggio, (come potrebbe essere diverso?), e ho amato (e molto) il libro reportage I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, una delle più apprezzate traduttrici dall’inglese, di autori che vanno da DeLillo a Cormac McCarthy, da Jonathan Franzen a Zadie Smith. Per un traduttore scrivere un libro suo non è un passaggio obbligato, certo alcuni lo fanno, ma per certi versi può anche essere un rischio. Il rischio di non trovare una propria voce, dopo aver filtrato la voce di altri scrittori, di cui si è ricostruito e ricreato i testi in un’altra lingua. I testi tradotti sono altri libri, come discutevo con un amico, in cui è imprigionata l’anima del traduttore. Dunque la Pareschi si è messa in gioco, e ha cercato la sua voce, che diventa veicolo letterario se riesce a entrare in comunione con il lettore. Vale per tutti i libri, i più riusciti, come i meno, tutto passando naturalmente attraverso i propri personali gusti letterari. A chi consiglierei questo libro? Innanzitutto a chi ama viaggiare sulla carta, è curioso di sapere e conoscere lati dell’America non consueti, ruspanti, come si potrebbe dire, apprezza l’ironia e l’umorismo e una patina di cinismo, ma mai cattivo, mai velenoso. La scrittura è spezzata in racconti, anche brevi, con buffi titoli, e vari punti di vista, alcuni sono in prima persona (dove è più immediata la voce dell’autrice, c’è solo una minima percentuale di fiction), altri sono in terza persona (un sé stesso mediato e visto dal di fuori, filtrato da come lo vedono gli altri). E non aspettatevi niente di agiografico (non ci risparmia povertà e sporcizia o perché no la puzza di una discarica), non aspettatevi dunque una celebrativa marcia trionfale, per intenderci, troverete capitoli capaci di sconcertarvi, (pensate solo a Il Palazzo del Porno), il più se vogliamo fuori dagli schemi, (il materasso infetto su cui gli attori facevano i provini, mi seguirà per un po’), capitoli capaci di commuovervi, di farvi riflettere, di farvi arrabbiare (il divario tra povertà e ricchezza sta diventando una voragine). Insomma la Pareschi ha talento, un talento coltivato da anni di buone frequentazioni, e una propria personalità capace di non fare diventare la sua scrittura la brutta copia, o per lo meno la copia annacquata di quella di un altro. Apre la raccolta di testi (che io mi ostino a chiamare racconti) Puma, raccontato in prima persona, (bellissima la descrizione della natura tra boschi e nebbia) con al centro l’ombra intravista di un puma, o per lo meno la sua coda. Lavanderia a gettoni, con il suo sogno ad occhi aperti a base di lanciafiamme dal sapore di solitudine, mi ha subito portato alla mente La lavanderia a gettoni di Angel, di Lucia Berlin, che apre la serie di racconti La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto per Bollati Boringhieri). Che come sottotitolo ha il piuttosto evocativo Storie vere, ma inventate. Come quelle di Alice Munro. Poi troviamo La scelta della religione, prima e seconda parte, dalla East Coast alla West Coast, spezzato in tanti sottoracconti. E poi Ganjia Yoga, con il suo surreale giro in autobus e un quartiere brutto e desolato, fatto di edifici industriali e stradini larghi e trafficati. E giusto a metà libro, Katrina, racconto di amici, realmente vissuto (tra buste paga e assegni non ancora versati) e filtrato dal ricordo e dal passare di voce in voce, dalla Pareschi portato sulla carta con sentita partecipazione. L’uragano Katrina e la sua distruzione di New Orleans (alla fine l’ 80% della città sarebbe finita sott’acqua), è ancora nell’immaginario americano una ferita aperta, una storia ancora da raccontare. Racconto spartiacque che ci porta alla seconda parte con Dimmi come mangi, Misofonia, e Il Dentista a i tempi del Super Bowl. E se volete saperne di più dei jeans del titolo, dovrete correre all’ultimo, che chiude la raccolta, dove tutto sarà spiegato, sebbene il mistero temo sia destinato a continuare. Non credo di aver trovato un racconto più bello degli altri, ogni volta che ne leggevo uno mi dicevo che era quello, (un po’ come al liceo mi capitava con la filosofia, l’ultimo autore studiato era sempre quello che aveva ragione). E non è detto che dobbiate seguire l’ordine voluto dall’autrice, potete aprire una pagina a caso e leggere dall’inizio quello. Tenere il libro sul comodino e centellinarlo, lasciando che vi tenga compagnia per giorni. Io ne ho fatto una lettura bulimica, ma solo per uso recensione (si sa i sacrifici di noi recensori sono tanti) ma mi riservo di tenerlo da parte, e rileggerlo per puro consumo privato ancora in futuro.

Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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