:: La donna della cabina numero 10, Ruth Ware (Corbaccio, 2016)

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Inizia piuttosto in sordina il nuovo claustrofobico thriller di Ruth Ware, (al secondo romanzo dopo L’invito, sempre edito da Corbaccio) dal titolo abbastanza neutro e inoffensivo, La donna della cabina numero 10. Subito la Ware ci presenta una donna, giovane, bella, inglese, single (con un compagno a dire il vero, ma sempre lontano per lavoro), in carriera (è una giornalista di viaggi), vittima di un’ aggressione in casa. Un ladro viola il suo spazio vitale, ferendola leggermente al volto. Più che fisicamente, comunque è l’aggressione psicologica che la destabilizza. Tanto da rimanere così scossa da vagare per Londra sotto la pioggia, sentendosi più al sicuro lì che in casa, e spaccare addirittura una lampada in faccia al fidanzato, scambiandolo per un intruso. Credo che questo preambolo londinese serva all’autrice per avvisarci dello stato dei nervi della protagonista (scopriremo un poco più avanti che fa largo uso di farmaci contro l’ansia, oltre a bere davvero troppo) e ispirarci l’atmosfera di tensione e inquietudine, che poi ci seguirà per tutto il resto del romanzo, ambientato quasi interamente su una nave da crociera, nel bel mezzo del Mare del Nord.
Dicevo claustrofobico, perché in effetti lo spazio chiuso di una nave è sicuramente un luogo, (non luogo) ideale per scatenare l’ansia e l’angoscia che la Ware è così brava a ispirarci. Il mare è di per sé una forza oscura, un ambiente ostile, l’isolamento è completo (specie se internet non funziona), è impossibile scappare, ancora di più quando non si sa di chi fidarsi e un presunto assassino si aggira per corridoi, sontuose suite e sale mensa, invisibile e indisturbato, soprattutto perché solo Lo, la nostra protagonista, crede alla sua esistenza.
Ma andiamo con ordine. Laura (Lo) Blacklock da una decina d’anni giornalista da copia e in colla per Velocity, giornale di viaggi, finalmente sembra ottenere l’occasione che aspettava da una vita, andare al posto del suo capo in crociera su una modernissima nave di lusso, di proprietà di un importante tycoon educato a Eton, Lord Richard, (anche lui ospite della nave, insieme a sua moglie, Anne, lei davvero ricchissima e molto malata). Si sa il modo migliore per entrare in contatto con gente importante, che le potrà essere utile una volta tornata a Londra. La gente si conosce, si scambia numeri di telefono, mail, si possono ricevere anche proposte di lavoro dalla concorrenza. Altre colleghe ucciderebbero per essere al suo posto. Il fatto che abbia i nervi a pezzi, non dorma da giorni, rischi da un momento all’altro crisi di panico (oltre a non essere ben certa se il suo fidanzato l’ha lasciata o meno) non deve influenzare in nessun modo la sua certezza che quel viaggio le sia necessario, un’ occasione che potrebbe insomma non più ripetersi.
La nave, anche se quasi in miniatura, è di per sé una meraviglia, perlomeno i piani alti dove risiedono le suite e gli ambienti degli ospiti (altra questione gli alloggi del personale di bordo, ma anche ai tempi del Titanic era così). Gli ospiti sono viziati in ogni modo, con hostess e steward scandinavi a loro disposizione giorno e notte, per soddisfare ogni loro minimo desiderio, ogni capriccio. Comodità, lusso, tecnologia, cibi sopraffini, spa, massaggi shiatsu, fanghi termali, insomma immaginatevi tutto quello che i soldi possono comprare per un parterre di vip sfaccendati e eccentrici, ben lontano dalle possibilità della gente comune e normale. Il Paradiso, certo cercando di ignorare che basterebbe una falla nello scafo per essere invasi dall’acqua e annegare in quella grigia e immensa massa d’acqua.
Comunque Lo ha da tessere i suoi rapporti sociali, cercando di ignorare la presenza a bordo di un ex fidanzato, Ben, (che in un’altra vita l’ha lasciata), e tanti altri piccoli dettagli fuori fuoco che messi insieme non sono così innocui come sembrano a prima vista. Poi prima della cena di inaugurazione si accorge che ha perso il rimmel, (era nella borsa che il ladro di cui ho parlato prima, le aveva portato via), fatto banale di per sé, ma che invece mette in moto tutta la storia. Bussa alla porta della suite accanto, e chiede alla ragazza che ci abita se glielo presta. La ragazza un po’ sbrigativamente glielo regala e Lo torna ignara di tutto alla sua cena.
Naturalmente è lei la donna misteriosa della cabina 10 del titolo, la donna che poi nella notte Lo si immagina (sente il tonfo in acqua e vede una traccia di sangue che poi scompare) sia uccisa e buttata in acqua. E’ l’inizio dell’incubo. Come in Il mistero della donna scomparsa, romanzo del 36 di Ethel Lina White, (ero quasi convinta fosse di Agatha Christie) portato sullo schermo finanche da Alfred Hitchcock, o più recentemente nel film con Jody Foster Flightplan – Mistero in volo, la ragazza della cabina 10 sembra non essere mai esistita, svanita nel nulla, e tutti gli indizi che portano a lei sembrano scomparire, uno dopo l’altro, come il mascara, la foto che la ritrae o la frase minacciosa scritta sulla condensa di uno specchio che ordina a Lo di farsi gli affaracci suoi.
Lo lo farà? Ma soprattutto perché nessuno sembra aver visto la ragazza? E perché nessuno le crede a partire dal capo della sicurezza della nave, (anche se Lord Richard sembra prenderla molto sul serio)? Lascio a voi naturalmente scoprire cosa succederà dopo. Cuore della suspense con cui è intessuto il libro. A me questo libro ha fatto passare ore piacevoli, forse certo non sarà un capolavoro del genere (diranno i puristi), ma il suo lavoro di tenerti incollata alla pagina chiedendoti dove l’autrice vuole andare a parare, lo fa e bene. Lo stile della Ware è semplice e diretto oltre che scorrevole e perché no piacevole, funzionale insomma a un romanzo di suspense che non necessita di digressioni poetiche. Forse la protagonista non è Miss Simpatia, ma dopo tutto non è strettamente necessario in un thriller, anzi a volte è quel particolare in più che da spessore alla trama. Molto spesso i personaggi antipatici, non so se avete notato, sono i meglio caratterizzati. Cos’altro dire di questo romanzo? Leggetelo e mi raccomando non andate a leggere subito l’ultima pagina. Tanto anche se lo faceste non capireste molto. Traduzione di Valeria Galassi.

Ruth Ware è il «nome de plume» di una scrittrice inglese, nata nel 1977 e cresciuta a Lewes, nel Sussex. Dopo essersi laureata all’Università di Manchester si è trasferita a Parigi, e quindi a Londra, dove attualmente vive con il marito e i suoi due figli. Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnante di inglese e infine nell’ufficio stampa della Vintage Publishing. Dopo una giovinezza trascorsa a leggere Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Josephine Tey, non è sorprendente che abbia deciso di fare la scrittrice di gialli. Oltre alla «Donna della cabina numero 10», Corbaccio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, «L’invito», che è entrato nei bestseller del «Sunday Times» e del «New York Times», e diventerà un film con Reese Witherspoon. Ruth Ware vive a Londra con la famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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