:: L’età delle certezze fragili, Giorgia Primavera (Edizioni clandestine, 2016) a cura di Olimpia Petruzzella e Elisa Costa

unnamed2Recensione di L’età delle certezze fragili
(a cura di Olimpia Petruzzella)

Quello di Giorgia Primavera è un libro allo stesso tempo sacrilego e delicato, che affronta senza remore né censure la crisi di mezza età in una donna. Un argomento di solito poco trattato e, quando cioè avviene, affrontato in maniera banale e sommaria, in quanto la letteratura e il cinema preferiscono concentrarsi sulla crisi maschile, inseguendo una serie di stereotipi che vanno dal viagra all’amante giovane, dai tradimenti alle auto costose e così via.
Eppure parlare di donne e di donne mature non è – o non dovrebbe essere – un tabù. Raccontare con dovizia di particolari la menopausa (una parola di solito sussurrata come fosse una vergogna o una parolaccia e non una condizione normale a cui noi donne arriveremo a un certo punto della nostra vita), il calo del desiderio sessuale, le perdite di urina, dovrebbe essere ormai comune.
Invece lo stereotipo della donna perfetta, alla Angelina Jolie – che, gente, io ve lo dico, arriverà anche lei alla menopausa un giorno, eh! – fa di L’età delle certezze fragili un romanzo unico nel suo genere e in un certo senso innovativo. Non perché racconta la storia di una donna normale, forte e fragile, decisa e insicura, coraggiosa e codarda, insomma complessa e contradditoria come qualunque altro essere umano, ma perché lo fa mettendo nero su bianco in maniera impietosa i segni dell’età che avanza.
Viola, la protagonista, ha da poco passato i cinquanta, è in menopausa da due anni e da allora non ha più voglia di fare l’amore con il compagno. Così finge, e nel frattempo si scambia messaggi in chat con Aidan, un aitante sessantenne scozzese, che rappresenta la fantasia di una vita diversa, nuova, libera, lontana. Una vita diversa da quella che Viola ha adesso, alle prese con pazienti che riescono a malapena a pagarla e a cui deve fare sconti, e un uomo che non ama ma con cui vive perché le è stato accanto dopo il suicidio del marito, affetto da disturbo bipolare.
Insomma, una vita difficile, quella di Viola, la quale tuttavia cerca di non farsi imbruttire anche l’anima dall’età e cerca qualcosa di diverso, qualcosa che possa permetterle di vivere e non solo di sopravvivere. E Aidan tiene viva questa speranza. Almeno finché non scopre la verità su di lui…
Anche gli altri personaggi sono ritratti con sapienza, dai comprimari alle semplici comparse: tutti hanno uno spessore e una veridicità profondi, tanto da avere l’impressione che, se solo ci si recasse a Massa, potremmo incontrare i nostri eroi per strada, intenti alle loro faccende quotidiane.
Quotidiano che è essenziale in questo romanzo, perché è da qui che si parte per raccontare una storia che a tratti può sembrare quasi incredibile (ma capitano tutte a lei?) eppure sempre condita da un verismo schietto. Schietto come lo stile semplice, privo di fronzoli, che tiene il lettore letteralmente incollato alle pagine, a porsi domande sulla storia fino ad arrivare all’inaspettato epilogo.
Insomma, un romanzo assolutamente da non perdere, a prescindere dal se siate uomini o donne. Perché anche se affronta la crisi di mezza età da un punto di vista femminile, questo non è affatto un ‘libro per donne’.

Intervista a Giorgia Primavera
(a cura di Elisa Costa)

Ciao, Giorgia! Siamo qui per fare due chiacchiere a proposito del tuo ultimo romanzo, “L’età delle certezze fragili”. Cominciamo?

L’argomento principale del libro sono i cambiamenti: fisici, emotivi, mentali. Tu come hai vissuto e vivi i cambiamenti importanti? Ti infondono ansia oppure li consideri eccitanti?

Entrambe le cose. E poi dipende dal tipo di cambiamento che uno si trova ad affrontare. Sulle prime mi causano ansia, non lo nego, poi riesco a razionalizzare e vedere tutto in una prospettiva più ampia. Quando ho iniziato a scrivere L’età delle certezze fragili, ero rimasta colpita da un’indagine del Daily mail, che mostrava l’istogramma della felicità diviso in fasce d’età. La felicità, lungo l’arco di vita, si dispone a formare una curva che tocca il picco d’infelicità nel periodo che va dai 50 ai 54. Le spiegazioni sociologiche avanzate da alcuni per spiegare il fenomeno – come l’essere la generazione 50 – 54 cosiddetta “sandwich”, ovvero schiacciata da figli ancora in casa e dai genitori anziani – mi lasciavano perplessa. Possibile, mi chiedevo, che poi la curva della felicità riprendesse il volo dopo i 54? Che risposta davo io a quel senso di malessere che avvertivo forte, come altri miei coetanei? Mi sono pertanto chiesta se questo picco all’ingiù non fosse dovuto anche a una realtà rilevante del campionamento, ovvero la presenza delle donne di quella fascia di età, donne che stavano andando o erano già in menopausa.

La protagonista del racconto lavora come psicoterapeuta, però a un certo punto è proprio lei ad avere una sorta di crisi d’identità: credi sia possibile aiutare gli altri a stare meglio, se non ci si sente in pace con se stessi?

Più che crisi d’identità, Viola soffre di depressione con tratti bipolari. Ritengo che psicologi e psichiatri si ammalino al pari di altri e, come spesso accade, talvolta ne sono inconsapevoli. Per rispondere alla tua domanda, ritengo che i conflitti personali irrisolti non consentano di svolgere al meglio le professioni d’aiuto.

La storia ruota attorno a una donna, ma ci hai presentato anche diversi personaggi maschili interessanti. Per esempio, Ernesto è una figura che nonostante tutto ispira tenerezza, sei d’accordo?

Sì, Ernesto è uno sbruffone che si trova a fare i conti, forse più di Viola, con il crollo di un mondo di certezze nel quale si muoveva sicuro. E quindi è tenero, non c’è dubbio.

E invece Aidan? Il suo ruolo nei confronti di Viola è quello di un aiutante oppure di un antagonista? O magari entrambi?

Aidan ha entrambi i ruoli. È il cantico del cigno, l’illusione amorosa che ti aiuta ad andare avanti, ma che poi si trasforma in un incubo.

Veniamo ora a Rachele, la figlia della protagonista. Per caso questa ragazza rappresenta l’egoismo, e a volte la crudeltà, della giovinezza?

Sì, hai colto bene. Rachele rappresenta l’ego ipertrofico della giovinezza, che talvolta sorvola con leggerezza sul vissuto dei genitori o delle persone più anziane.

Viola ha una determinata opinione circa il concedersi qualche “ritocchino” chirurgico per migliorare il suo aspetto fisico. Tu che ne pensi? Ritieni che vedersi più belli allo specchio sia positivo per l’autostima, o rischi piuttosto di diventare un placebo?

Ad avere i soldi… Scherzi a parte, credo che ognuno debba sentirsi bene con se stesso. Certo, abbiamo visto molte attrici esagerare e trasformarsi in maschere grottesche. In quel caso un invecchiamento curato ma naturale è preferibile. Penso, ad esempio, a Isabella Rossellini. Insomma la via di mezzo è sempre la migliore. Ritocchino sì, disastro no!

Credi che le signore di una certa età possano essere addirittura più vivaci e intraprendenti delle ragazzine, come fa Carolina?

Sì, penso proprio di sì in alcuni casi. Dipende però da tanti fattori: il vissuto precedente, magari la comparsa di un nuovo amore o anche l’assunzione di ormoni. Però, a mio avviso, non è la regola.

Adesso vorrei porti un paio di domande delicate, e spero vivamente che tu non ti offenda! La prima riguarda il tuo rapporto con Viola: ho notato che siete più o meno coetanee… C’è qualcosa di autobiografico nel romanzo?

Ahi, me lo aspettavo. Con il mio editore avevamo concordato il tema (la menopausa) e, di conseguenza, mi sono informata com’era doveroso, frequentando a lungo gruppi Facebook dedicati al tema. Sono rimasta sorpresa da quanto le donne soffrissero in silenzio, per caldane e altri disturbi, e non volessero esternare i loro problemi ai familiari. Ad esempio era quasi tabù il calo del desiderio avvertito dalla maggioranza, anche per il timore di perdere il marito. Però, questo è certo, non è il mio vissuto. Se avessi dovuto scrivere la mia storia, sarebbe stata ben altra, visto che ho sofferto di endometriosi con dolori lancinanti per decenni e ho sempre dichiarato che avrei stappato una bottiglia di champagne una volta passato il Rubicone. Ma è diverso. Io ero malata e la menopausa rappresenta la cura elettiva per l’endometriosi, tanto che alcune pazienti vengono mandate in menopausa chimica per qualche mese anche a trent’anni. L’autobiografia è invece presente, come spesso accade, in aspetti minori, nelle intercapedini del testo. Si dice spesso “scrivi di ciò che conosci” (o altrimenti informati bene!). Dunque, quando si è reso necessario, ho narrato la morte dei miei genitori, fondendola, entrambi vittime di tumore al polmone. È stata la parte più difficile da scrivere: ricordare i deliri di mio padre sotto morfina e l’agonia infinita di mia madre dietro a un paravento.

E infine, come ti aspetti che il pubblico reagisca al tuo libro? É una storia particolare e immagino che gli stessi elementi che la rendono unica possano lasciare perplessi i lettori più tradizionalisti. Ti sei sentita coraggiosa a descrivere con tanto realismo la vicenda di Viola?

Molti tabù accreditati dal veterofemminismo stanno crollando, per fortuna. Mi piace molto l’outing schietto della cantante Fiordaliso: «Non ho più voglia di fare sesso e non sono mai stata più felice». E invece l’idea che la menopausa sia l’inizio di una nuova vita erotica, più intensa e piena di quella che l’ha preceduta, è appannaggio di numerose femministe storiche, a partire da Erica Jong con Fear of dying alla scrittrice nicaraguense Gioconda Belli con L’intenso calore della luna fino addirittura ai chick lit, l’ultimo di Helen Fielding, l’autrice de Il diario di Bridget Jones, con il suo nuovo Un amore di ragazzo. Tutti questi libri equiparano la menopausa a una nuova era, fatta di chirurgia plastica, toy boy a volontà e sessualità esplosiva. È davvero così? Mah! Io preferisco Fiordaliso.

Ti ringrazio infinitamente per il tempo e l’attenzione, e ti auguro che “L’età delle certezze fragili” ottenga il successo che merita!

Grazie 🙂

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