:: Un’ intervista con Silvia Pareschi

i_jeans_di_bruce_springsteen_la_coverBenvenuta Silvia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Faccio la traduttrice, ma questo lo sapete. Lo faccio da tanti anni, dal 2001, e per fortuna mi diverto ancora. Probabilmente perché traduco spesso libri belli. Tradurre un libro brutto è esasperante, mentre lo fai continui a pensare “ma perché gliel’hanno pubblicato, ma dov’era l’editor, ma tu guarda se devo anche sistemargli le magagne…” Tradurre un libro bello è invece un grande piacere, significa vedere all’opera un bravo scrittore, entrare nei meccanismi della sua scrittura, nelle pieghe dei suoi pensieri… Ma sto divagando. Traduco letteratura angloamericana, scrittori contemporanei come Jonathan Franzen, Zadie Smith, Amy Hempel, Denis Johnson, Junot Díaz, Jamaica Kincaid, e ho tradotto anche Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow. Ho sposato uno scrittore e artista americano, Jonathon Keats (di cui ho tradotto Il libro dell’ignoto per Giuntina), e vivo per metà dell’anno a San Francisco e per l’altra metà nel mio paese d’origine, sul lago Maggiore.

Sei per vocazione e talento essenzialmente una traduttrice. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro tuo? Un’esigenza interiore, una sfida con te stessa, l’amore puro per la scrittura?

Una sfida con me stessa prima di tutto. Mi piace provare cose nuove, quando mi propongono qualcosa in genere accetto, anche se poi magari me ne pento. C’era anche un’esigenza interiore, sì, nel senso che ora avevo finalmente qualcosa da dire. Dopo tanti anni passati a rispondere “no” a chi mi chiedeva “non vuoi scrivere un libro tuo?”, proprio perché sentivo di non avere niente da dire, l’essermi ritrovata a vivere in un posto interessante come San Francisco mi ha fornito il materiale e anche la voglia di scrivere.

Reportage, racconto, saggio sociologico, cosa prevale in I jeans di Bruce Springsteen?

Alcuni racconti del libro, come per esempio Il palazzo del porno e la prima parte di Dimmi come mangi, sono nati come reportage per riviste online, in questo caso Nazione Indiana e Rivista Studio. Sull’impianto del reportage ho poi innestato una parte narrativa, che in alcuni racconti è più forte e in altri lo è meno. In molte storie poi c’è anche una componente autobiografica, e infatti prevale la narrazione in prima persona. L’intreccio di queste forme si avvicina molto, in questo caso, alla definizione di autofiction, perché il mondo che descrivo viene filtrato attraverso la mia esperienza.

Oltre agli scrittori da te tradotti, quali altri autori hanno influenzato la tua scrittura, che autrici principalmente?

Dopo aver trascorso gli anni dell’università a studiare principalmente la letteratura russa classica, dopo la laurea in russo mi sono spostata decisamente verso gli scrittori angloamericani. È difficile dire chi abbia influenzato la mia scrittura al di là degli autori che ho tradotto, perché questi ovviamente, per ragioni di “intimità”, fanno la parte del leone. La mia aspirazione sarebbe quella di unire la limpidezza calviniana allo stile essenziale di Grace Paley alla forza evocativa di Toni Morrison e alla comicità di Douglas Adams. Può bastare?

Lo spazzare via la classe media ha creato un mondo brutalmente diviso a metà tra ricchi e poveri. Ne parli in Dimmi come mangi. Quali sono i segni più evidenti, che si incontrano per strada sfacciatamente, anche se si vuole ignorare il problema. Barboni, folli, dormitori pubblici sovraffollati, mense per i poveri?

San Francisco è la seconda città americana per percentuale di senzatetto: secondo una statistica recente ne avrebbe 795 persone ogni 100.000 abitanti, superata in questa infelice classifica solo da New York, che ne ha 887. E se è vero che alcuni di questi arrivano in città perché attratti dal clima relativamente mite e dalla politica di aiuti fornita dalla municipalità progressista, la realtà è che il 71% degli homeless di San Francisco viveva già in città quando ha perso la casa.
San Francisco è la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti, dove la classe media è stata spazzata via e dove sono rimasti solo i ricchissimi e i poverissimi (io e mio marito ci siamo finora salvati perché abbiamo un appartamento ad affitto controllato, come la protagonista di Misofonia). E i poverissimi sono dappertutto, spesso malati che dovrebbero essere in un ospedale o in una clinica psichiatrica, e invece sono per la strada perché gli ospedali sono solo per chi può permetterseli e le cliniche psichiatriche pubbliche sono state chiuse definitivamente da Reagan negli anni Ottanta.

Alcuni racconti sono brevissimi e surreali come Lavanderia a gettoni (tre pagine) ma con una propria spiccata identità. Nel breve o brevissimo ti trovi più a tuo agio? Leggi Short Fiction? Ti piace? L’hai mai tradotta?

Leggo moltissimi racconti, e mi piace anche tradurli. Ho tradotto maestri del racconto come Amy Hempel, Nathan Englander, David Means, Annie Proulx, T.C. Boyle, Phil Klay. Non ho preferenze quando si tratta di tradurre racconti o romanzi, ciascuna delle due forme ha i suoi piaceri e le sue sfide. Le uniche cose che non mi piace tradurre, come ho già detto, sono quelle scritte male. Quanto ai miei gusti di lettrice, nel caso dei racconti leggo forse più scrittrici donne, non so se sia un caso oppure no. Oltre alla mia adorata Grace Paley, amo molto Alice Munro, Edna O’Brien, Lorrie Moore, Lydia Davis… Fra gli italiani, oltre a un intramontabile classico come Buzzati, ultimamente ho amato particolarmente i racconti di Michele Mari e Daniele del Giudice.

Il racconto Katrina ci porta nella New Orleans dell’uragano dell’agosto del 2005. Come è nato? Narra di un esperienza personale di tuoi amici, una vivida testimonianza di quei giorni. L’America non è nuova a uragani, inondazioni, bufere di neve epiche. Questo cambia la gente, ne accentua il fatalismo?

Poco dopo la catastrofe dell’uragano una mia amica originaria di New Orleans scrisse un’email a tutti gli amici per raccontare la terribile avventura capitata ai suoi genitori. Non ho mai dimenticato quella storia, soprattutto la parte della traversata a nuoto di quelle acque fetide, l’incubo peggiore che potessi immaginare, io che ho il terrore dell’acqua scura. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 2006, sono stata ospite dei genitori della mia amica, la Ellen della storia, che mi hanno portata in giro per una città ancora devastata, dove i fondi per la ricostruzione stentavano ad arrivare. Anni dopo, per prepararmi a scrivere Katrina, sono tornata a New Orleans a trovarli e mi sono fatta raccontare la storia per filo e per segno, prima di soccombere all’ospitalità alcolica di quei due anziani e raffinati signori che trangugiano vino d’annata come fosse acqua fresca.
Quanto al fatalismo, sì, forse non c’è altra spiegazione. Perché gli abitanti di San Francisco continuano a vivere lì, aspettando il Big One? D’altronde anch’io non posso fare altro che sperare che, se proprio deve succedere, almeno succeda quando sono in Italia!

Raccontaci il tuo processo di scrittura. Scrivi di getto? Fai molte stesure? Hai vezzi o tradizioni scaramantiche, tipo bere dalla stessa tazza, usare la stessa penna, mettere un disco sul giradischi?

Il mio processo di scrittura richiede innanzitutto che esista del tempo per scrivere, cosa che non è sempre scontata. Forse anche per questo mi considero più una scrittrice di racconti, perché la forma narrativa breve è quella che più si adatta al mio tempo spezzettato. Un tempo che è così non solo per esigenze esterne, ma anche perché la mia capacità di concentrazione, quando si tratta di scrivere, è molto ridotta, due, tre ore al massimo, mentre quando traduco posso andare avanti per molto più tempo (per fortuna, altrimenti sarei già morta di fame). Non ho particolari rituali, se non quello di scrivere solitamente al mattino, quando la mente è ancora fresca e non appesantita dalle pagine tradotte durante la giornata. Di solito rimugino per giorni su quello che voglio scrivere, e così la prima stesura è spesso già vicina alla versione definitiva. Detesto il caos sulla pagina, quando traduco come quando scrivo, mi crea ansia, e l’ansia è la mia migliore alleata e anche la mia peggiore nemica, dipende da quanto riesco a usarla a mio vantaggio. L’ansia mi permette di essere puntualissima in tutto quello che faccio, che è un’ottima cosa, ma nello stesso tempo mi impedisce di dormire se ho una scadenza troppo ravvicinata. Solo il tempo e l’esperienza mi hanno insegnato come tenerla a bada.

Cosa apprezzi di più della letteratura femminile, o perché no femminista contemporanea? Il processo di emancipazione è ancora in divenire?

Emancipazione? Quale emancipazione? A me sembra che i progressi siano molto lenti, e che la vecchia mentalità venga semplicemente nascosta sotto il tappeto, per poi riemergere alla prima provocazione. Basta guardare la quantità di misoginia che ha portato allo scoperto la candidatura di una donna alla Casa Bianca. A me però annoiano le etichette, sono femminista ma non leggo “letteratura femminista” in quanto tale: leggo la letteratura che mi piace. Margaret Atwood, per esempio, mi piace moltissimo, ma perché è una grande scrittrice, non perché è una scrittrice femminista.

L’America vera, la gente che incontri per strada, la gente che va alle fiere del trattore, nelle librerie o nei reading poetici di San Francisco, che mangia cibo da strada per le vie di New York, sta per Trump, o per Hillary Clinton? Come cambierà l’America se dovesse vincere l’uno o l’altra? Come questo cambierà te, e la vita degli italiani in America?

Sai, io degli Stati Uniti conosco bene solo le due coste, e solo zone a maggioranza democratica. Non conosco nessuno che vota per Trump, e se lo conoscessi non credo che lo frequenterei. Questa campagna elettorale, da quando ne è uscito Sanders, è diventata sempre più brutta, e sono d’accordo con quello che si sente dire spesso: i problemi veri cominceranno dopo l’elezione del presidente, quando il paese si ritroverà non solo spaccato in due, ma anche avvelenato dal clima creato da Donald Trump e dalla sua campagna.

Tu hai tradotto autori che non sfigurerebbero per il Nobel, De Lillo soprattutto. Queste domande le ho scritte prima di giovedì 13 ottobre, ora probabilmente si sa chi ha vinto il Nobel per la Letteratura 2016. Tu chi avresti voluto che vincesse?

Quello che ha vinto. Non lo credevo possibile, sono stata veramente felice.

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