:: Ghiaccio solitario, Daniela Distefano

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Il trentuno agosto del 1997 moriva in un incidente stradale la principessa Diana Spencer.
Aveva trentasei anni, e li portava divinamente.
Ricordo quella data perché era un giorno speciale anche per Lui e per Lei.
Nel pomeriggio di quell’estate, lenta come un brodo evaporato, Lui era andato in tabaccheria per le solite sigarette e mentine.
Pagò con una banconota da cinquemila lire ed ebbe come resto solo mille lire maltrattate.
Su di esse vi era una frase scritta che attirò la sua attenzione, distratto da tutto il resto: << Se c’è una cosa che amo di te è tutto.>>
Sotto, vicino alla filigrana, un numero di telefono.
“Ah”, si disse, “Non ci casco. Troppo facile, troppo strano, troppo rischioso, troppo stupido.”
Ma chiamò. Rispose una vocina spaurita.
Era un telefono di casa perché allora i cellulari erano solo di proprietà dei paperoni, e Lui era una formica, lo era sempre stato, mentre Lei era una cicala senza fortune.
La conversazione durò qualche istante, il tempo di sentire le lamentele della donnina alla cornetta che sbuffava: “Se scopro chi mi ha tirato questo brutto scherzo, giuro che lo falcio!
Mi arrivano telefonate da ogni angolo d’Italia, mi vogliono conoscere, vogliono sapere se sono uomo, donna o transgender! Perdonami , ma devo riattaccare, non so nemmeno se sei un serial killer o un agente segreto delle Poste Italiane.”
Passò del tempo, non so quanto, anni perché Lui nel frattempo si era sposato, Lei era andata a convivere con un odontoiatra e si era laureata, si erano dati entrambi una mossa per approdare ad una condizione vitale di soddisfacente intelaiatura. Arrivarono il successo, coltivato da tutti e due con modestia, e poi la delusione che arriva sempre intorno ai quarant’anni: “ Potevo diventare.. e invece”; “potevo ottenere, ma”; “potevo .. ma non posso più.”
Lei era più portata per le lagne sentimentali, Lui per quelle esistenziali, però avevano entrambi un reddito e tasse da pagare, erano persone adulte e non destavano il sospetto della condivisa infelicità.
L’Europa era una chimera a portata di sogno, Lui aveva a riguardo una propria convinzione che esternava ai colleghi del Centro Studi dove lavorava.
“Vedi, Luca, dobbiamo far diventare l’Europa come una cassettiera.”
Luca guardava con l’occhio in tralice.
“Sì, hai capito bene. Una cassettiera. Ci sono i muri che s’ innalzano e dividono, e su questo non occorre aggiungere altro, sappiamo a cosa abbiamo rinunciato nell’erigerli.
Ma la cassettiera è una metafora azzeccata. E’alta, imponente come un muro, protettiva, unica, ma contiene cassetti che si aprono e chiudono a volere.
Ognuno dei cassetti mantiene la propria integrità, ciascuno fa parte di una cosa più grande che non è invasiva, il cassetto è dentro e insieme separato.
Ora immagina un’Europa sola, unita, che contiene la supervisione di ogni stato membro.
Lo protegge, lo conserva, non si carica del suo contenuto se non per volere del bisogno.
Tanti cassetti, tanti stati, tante lingue, un unico progetto eccetera eccetera…”
Bella metafora la cassettiera Europa, suona anche bene, chissà se quelli dell’Ikea ne progetteranno mai una di simile potenza evocativa.

Pre-Vigilia di Natale

Lui era tornato prima da lavoro, si era intrufolato in un maglione a collo alto che lo faceva very cool ed era uscito per le compere natalizie. Il manto solare lo proteggeva dalle raffiche di vento che strapazzavano i suoi grigi capelli.
Prima dello shopping sfiancante, doveva fare un salto in banca per cambiare un assegno. Ed ecco la parabola della << serendipità>> protesa a fargli uno sgambetto del destino. Indovinate chi era seduta dietro lo sportello bancario? Una bancaria, certo, ma chi lo sapete già. Era Lei. Lui non lo sapeva ancora, era in subbuglio, voleva immergersi nella folla di un centro commerciale, aspettava quel momento da giorni per lasciarsi alle spalle il silenzio dell’ufficio, la ciabatta spenta di fronte al televisore muto, il cane dondolante davanti alla porta, voleva respirare l’aria malsana di un horror vacui umano.
In banca c’era da aspettare un po’, era penultimo nella fila. Un crocchio di gente aveva cominciato a parlottare, ogni tanto i suoi sguardi si incrociavano con quelli nocciola di Lei, cenni di sopportazione per l’attesa.
Poi il suo turno.
“Ecco le mie generalità, ecco l’assegno da cambiare.”
“Ecco il suo contante, tutto in euro, buon Natale e felice anno nuovo.”
“Grazie, certo però che preferivo la lira, questo euro qua non mi convince ancora molto, ma per l’Europa è una necessità (e pensava al discorso con Luca sulla Cassettiera –Europa).”
“Sì, forse ha ragione, ma io con la lira ho avuto, come dire, una cattiva esperienza e non mi riferisco solo al fatto che mancasse un giorno sì e uno no nel mio portafogli!
Molti anni fa, un amico arrabbiato con me, per vendicarsi, scrisse il mio numero di telefono su una banconota da mille lire, accompagnata da una frase melensa che non ricordo più.”
“Era, per caso, << Se c’è una cosa che amo di te è tutto?>>”.
Finì come potete immaginare, Lui cominciò a guardare più attentamente la sua interlocutrice, la vivisezionò con lo sguardo mentre le mostrava la banconota famosa che conservava ancora come amuleto.
Anche Lei non si sottrasse alla danza dell’amore, degli sguardi fuggitivi, della passione che nasce da una morbida candela.
Si erano ritrovati senza essersi mai incontrati prima. Tutto il resto erano solo dettagli, tutto il resto era un mondo che non aveva alcun senso perché questo c’era solo se esisteva Lui per Lei e Lei per Lui.
Partì immediatamente un sottofondo melodioso, si vedevano già abbracciati, avvinti, rivoluzionari delle loro vite. In breve, iniziò una relazione destinata a nutrirsi di sotterfugi.
Ora , come ho già accennato, sia Lui che Lei erano a quel tempo legati ad altri e formavano così un rettangolo più che un triangolo. Come liberarsi di questi legami oramai obsoleti?
Il compagno di Lei aveva notato il mutamento repentino nelle pupille della sua amata, ma era un soggetto troppo debole per poter arrestare in tempo l’emorragia dei suoi sentimenti per l’altro.
“Non è più la stessa” – si diceva il tradito, ma poi pensava: “Sarà perché non riusciamo ad avere figli.”
Vivevano così accampati dentro una tenda lussuriosa:
“Amore – diceva l’uno all’altra nel pieno della tormenta – “vorrei morire piuttosto che veder passare via questo momento.”
Il mezzo più idoneo per comunicare si rivelò quello virtuale, i telefonini però potevano essere pericolosi. In genere, la sera, dopo cena, Lui le mandava una mail perlustrativa, Lei rispondeva con calma, scriveva con ancora più lentezza e poi ‘bruciava’ via la prova nel cestino.
Tutto procedeva come in un orologio ben congegnato.
Le scuse per riuscire a vedersi una volta al mese, i mozziconi telefonici, le mail da decifrare, era un adulterio ben pianificato, ma del resto i sospetti erano ben pochi. Nessuno dei due aveva alle spalle un’unione felice, erano famiglie a metà, col sogno di cambiare vita chissà per quale gioco del fato.
Il deus ex machina li aveva fatti incontrare, lo aspettavano da tempo, era scritto nella loro carta astrale.
Lei era un tipo piuttosto quadrato, del resto lavorava in una banca mica nel circo Orfei, però nutriva un certo interesse nei confronti di tutto quello che è paranormale; sentiva, intercettava come un’antenna l’umore, le perturbazioni degli altri esseri umani. Sapeva leggere un tema natale con tutto quel giramento di segni e pianeti. Sapeva pure come leggere la mano e le carte.
Per esempio, con le carte da gioco siciliane riusciva a interpretare il presente e il futuro immediato di una situazione.
Quella sera non c’era niente di speciale in tv, non le andava di andare da nessuna parte, era stanca però si sarebbe sciolta volentieri tra le braccia dell’amante. Era sola in casa, il telefono squillò mentre lei faceva il bagno, non poté rispondere, non se ne rammaricò. Era di sicuro qualche scocciatore.
Uscì ancora bollente dall’acqua, si sdraiò sul letto, accese il computer.
Il convivente era via per qualche giorno, e anche il suo Lui non c’era.
Era in montagna con la sua famiglia, lo aveva scritto in una mail molto malinconica. Ma Lei non era triste, anzi, sperava di poter restare un po’ di tempo da sola con se stessa. Ne aveva bisogno, doveva mettere in ordine i propri pensieri come si fa con le mensole piene di libri.
Prima di tuffarsi nel mondo del proprio io, decise di interpellare le carte per vedere se il suo Lui le era fedele o se c’era sua moglie a ingombrarle il cuore.
Il solitario risultò alquanto criptico. <>, cattivo presagio, lei sorrise.
“Sarà caduto con gli sci!”, cominciò a ridere forte, “Donna di spade, eh”.
Lo ripeté due volte, alla terza volta stramazzò al suolo come un pachiderma abbattuto.
Vana la corsa in ospedale, il convivente – tornato all’improvviso – l’aveva trovata ormai priva di vita. Non si pensò ad un malore,
qualcuno l’aveva colpita alla nuca mentre faceva un innocuo solitario una sera qualunque di questo oscuro mondo.
Le indagini cominciarono nel buio più pesto. Mancavano all’appello l’assassino, l’arma e il movente. Gli inquirenti appresero dalla lettura della posta elettronica che Lei e Lui erano stati piuttosto intimi, le mail erano state tutte cestinate, tranne una.
L’odontoiatra era quasi impazzito dal dolore, una tragedia dopo l’altra e poi tutte insieme.
Adesso pure gli occhi della polizia su di lui, un probabile assassino per impeto di gelosia.
Si cercò dappertutto l’arma del delitto, ma quella ce l’ho ancora io, è qui con me. E ho con me anche l’alibi se mai dovessero puntare l’obiettivo su una povera inerme moglie che ha sopportato dieci anni di corna e venti di matrimonio fallito alle spalle.
Voleva lasciarmi, quella gita in montagna era solo un palliativo, un addio e non l’ho bevuta.
L’ho seguito, pensavo stesse andando da Lei, sapevo tutto, e invece la sua coscienza di lavoratore indefesso lo ha portato all’ufficio del Centro studi. Lui era lì, io ero nascosta da Lei.
Era bella Lei, ma forse era più un tipo, insomma, di quelle che senza trucco sono piuttosto scialbe, o perlomeno così mi è parsa guardandola mentre si trastullava facendo un idiota solitario.
Io non la odiavo, ma odio le donne. Sono tutte sanguisughe, eravamo diverse cinquant’anni fa, volevamo la parità, ora invece siamo ritornate al punto di partenza, all’origine di tutto, all’uomo-padrone.
Bene, adesso che ho cancellato ogni prova mi sento più energica di prima, scriverò un libro, piangerò per la liberazione, darò l’acqua alle piante.
Già, l’acqua può essere vita e può essere morte.
Come l’essere umano può mutare pelle e divenire bestia, l’acqua divenendo ghiaccio può ferire, può … sì, può uccidere, basta un colpo ben assestato, povera Lei.
Ma è morta felice, non era solitaria.
“Commissario, gradisce l’aperitivo liscio o con un po’ di ghiaccio?”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

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