:: Una guerra civile, Claudio Pavone, (Bollati Boringhieri, 2006), a cura di Daniela Distefano

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In questo saggio storico sulla moralità nella Resistenza è emersa una verità che fu subito introiettata:
la sicurezza della vittoria come dato di fatto. Ma chi erano questi vincitori annunciati?
I partigiani, combattenti di un esercito di civili.
Il ruolo di rendere manifesti il destino e la missione della Resistenza fu assunto dai giornali:
la stampa resistenziale svolse una funzione di primo piano nel rapporto fra partiti e l’<<esercito di civili>>. Essa non fu soltanto une oeuvre de combat, bensì mirò a formare nuovi quadri e a svolgere una funzione educativa nei confronti sia dei partigiani che della massa della popolazione.
Natalia Ginsburg ha rievocato con efficacia lo stupore e la commozione che molti giovani antifascisti della sua generazione ebbero nel riscoprire il senso della patria da difendere:

Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole <<patria>> e <<Italia>> che ci avevano nauseato fra le pareti della scuola perché accompagnate dall’aggettivo << fascista>>, perché gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.

Come agì il resistente italiano al fianco degli Alleati?
L’impatto tra la società italiana e i costumi, i comportamenti, la cultura delle truppe inglesi e, soprattutto, americane, prologo al processo di americanizzazione sviluppatosi nel dopoguerra, fu particolarmente visibile a Roma e nel Mezzogiorno, dove l’occupazione alleata durò più a lungo e si svolse in larga parte ad opera di un esercito ancora belligerante e quindi generatore di tensioni acute. Un fronte che si auspicava unito perché accomunato dalla volontà di disgregare la compagine nazista.
Ma fu guerra civile? Scrisse <<l’Unità>> di Roma durante la fase di irrigidimento antibadogliano seguita all’8 settembre: << Il fallimento politico delle classi dirigenti non ha bisogno di altre prove>>.
E aggiunse:
La lotta contro i tedeschi che non sia contemporaneamente lotta a fondo contro il fascismo è affermazione priva di senso. Ma la lotta contro il fascismo implica la mobilitazione delle grandi masse popolari, e da ciò Badoglio rifugge con orrore perché alla base del governo Badoglio stanno quegli stessi ceti plutocratici e imperialisti che già furono l’anima del fascismo.

L’identificazione del regime del Duce col regime dei padroni spingeva, dunque, a credere che fosse giunto il momento di una resa dei conti anche sul piano sociale.
La parola d’ordine dopo l’8 settembre non fu più quella della pace, ma quella della lotta armata: “Vogliamo la guerra di liberazione”.
Per cambiare il mondo. Questo rese la violenza da una parte più ovvia, dall’altra più spietata. Poteva però essere necessario uccidere, ma guai se lo si trovava semplice e naturale.
No, non si doveva provare piacere nell’assassinio di un essere umano, anche se nazista, anche se fascista, anche se mostro da eliminare dalla faccia della Terra.
Un saggio ricco di voci, quelle dei protagonisti di questo conflitto civile nel mezzo della guerra mondiale. Si moriva, si cadeva come mosche sterminate, e il sacrificio veniva cercato per curare le ferite di un bellum con la propria coscienza. Non poteva durare per sempre l’agonia, forse non occorreva la soluzione finale per i fascisti, ma occorreva vincerli per ristabilire sul mondo l’immagine di una Giustizia non decapitata all’infinito.

Claudio Pavone è nato a Roma nel 1920, ha partecipato alla Resistenza. Per lungo tempo funzionario degli Archivi di Stato, ha poi insegnato come professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. E’ direttore della rivista <<Parolechiave>>

Source: Libro acquistato dal recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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