:: Un’ intervista con Davide Mana

515q52ysdflDavide, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Davide Mana?

Grazie per avermi invitato a questa intervista!
Davide Mana? Torinese trapiantato fra le colline dell’astigiano, geologo e paleointologo, ex ricercatore universitario. Attualmente autore di giochi, scrittore a cottimo e traduttore, per pagare le bollette (e poi perché è divertente). Blogger, sì, anche quello.

Scienziato, scrittore di romanzi e racconti, direttore di collana, traduttore, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Uso un calendario, di quelli che le banche danno in omaggio a Gennaio ai correntisti. Mi faccio una tabella di marcia, e cerco disperatamente di attenermi a quella, di solito senza riuscirci benissimo. Si tratta di usare il tempo al meglio. È il mio lavoro, paga i conti: una giornata buttata è una bolletta non pagata. È come se andassi in ufficio o in laboratorio, dalle nove alle cinque.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Da lettore, come tutti credo. Fin da ragazzino mi piaceva raccontare storie. Poi, all’epoca del liceo, mi trovai ad avere abbastanza tempo libero da poter non solo leggere molto, ma anche provare a scrivere. Ci sono poi voluti quindici anni per arrivare a pubblicare, ma quello è un altro discorso.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Tanti.
Fra i primi, certamente Ray Chandler, come modello di struttura e di linguaggio, e Len Deighton, sicuramente. Poi tanti autori di narrativa fantastica, da Michael Moorcock a Harlan Ellison. Con la consapevolezza che in gamba come Ellison, o come Gene Wolfe, o come C.J. Cherryh, io non lo sarò mai. Ma bisogna avere dei modelli, e degli idoli. Cercare di imparare dai migliori. Da coloro che si considerano i migliori.

Ci si può definire scrittore professionale quando si inizia a vivere della propria scrittura. Condividi questa affermazione?

In linea di massima sì. Ma io distinguerei tra professionista e professionale. È uno scrittore professionista chi viene pagato una tariffa professionale per scrivere. Il problema, casomai, è la tariffa professionale (non meno di sei centesimi a parola negli USA). Ma la regola è che il professionista non lavora gratis, se non per beneficenza. È professionale, invece, lo scrittore che, indipendentemente da quanto viene pagato, cerca di applicare un certo standard, una certa etica del lavoro, un certo livello di rispetto per i lettori e per ciò che si fa. Ed essere professionali è indispensabile per essere professionisti.

Scrivi sia in italiano, lingua madre, che direttamente in inglese, ormai sei praticamente bilingue. Che differenza hai notato tra il mercato editoriale italiano, e quello americano, dove prevalentemente sei attivo?

La prima colossale differenza, naturalmente, è data dal potenziale bacino di utenza. In lingua inglese i potenziali lettori sono centinaia di milioni, in teoria un paio di miliardi. In italiano sappiamo tutti qual è la situazione.
Inoltre il mercato di lingua inglese è più differenziato e stratificato, per cui esistono più spazi: riviste, case editrici piccole, medie e grandi. C’è un diverso rispetto dei lettori, e degli autori. È un mercato durissimo, con una concorrenza spietata ma sempre molto elegante, ma è anche un sistema di una estrema correttezza, nel quale il valore del testo viene prima di qualunque altra considerazione. E pagano, che non è una cosa del tutto spiacevole.

Ti autopubblichi, pubblichi con editore, vendi racconti a riviste, insomma hai sperimentato molte strade.

Sono quello che si definisce un autore ibrido. Ho iniziato tradizionalmente (pubblicando con Tynes-Cowan/Pagan Publishing e con McFarland in America, con CoopStudi e Noubs in Italia), poi sono passato al self-publishing, poi sono rientrato nell’editoria tradizionale con Acheron e GG Studio in Italia, e con Pro Se Press e Raven’s Head negli Stati Uniti, pur continuando a pubblicare in proprio altre cose.
L’idea è quella di collocare ciascun racconto o articolo nel posto migliore possibile, dove il pubblico più vasto possibile e più interessato possibile potrà trovarlo. Che a volte è un editore tradizionale, a volte non lo è.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione, sempre partendo da un lavoro curato (editing, copertina, ricerca delle fonti). Come ti muovi in questo campo, in Italia e all’estero?

In effetti l’autopubblicazione è certamente la scelta migliore per un autore popolare e rispettato come Block, che può contare su un pubblico consolidato di fan. Questo aiuta moltissimo in fase promozionale. Per un autore alle prime armi, esistono diverse scelte, tutte valide. La più logica consiste nell’affidarsi a terze parti, esattamente come si fa per editing e copertine. È un costo, ma si ripaga. Oppure si può intraprendere la strada ibrida, e usare pubblicazioni tradizionali per far circolare il proprio nome. È un processo molto lento perché l’editoria tradizionale ha tempi lunghissimi, ma anche questo può dare i suoi frutti. E poi c’è la cosiddetta “piattaforma”: gestire un blog, avere una mailing list, battere i social. Io non sono particolarmente bravo in questo, e non credo nella teoria del vendere l’autore per vendere i libri. Se il pubblico ha “comprato” l’autore come personaggio, non è detto che poi compri anche i libri. L’ho visto succedere.

Spazi dal fantastico, alla fantascienza, dall’ horror, alla saggistica. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Io penso di sì, ma altri la pensano diversamente, e probabilmente abbiamo ragione (o torto) entrambi. La versatilità è una buona ancora di salvezza quando ci si muove in un mercato molto aperto e variabile. Ma avere un genere e uno stile legati al proprio nome ha il suo peso, perché molti lettori non vogliono correre rischi, vogliono sapere cosa si possono aspettare.
Perciò io resto dell’idea che scrittore sia chi sa scrivere qualunque cosa. Resta poi da decidere se ne abbia voglia, o se gli convenga, oppure no.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Amo molto il noir, e più in generale quelli che oggi vengono definiti “Classic Movies”. I vecchi film in bianco e nero, le screwball comedies di Hawks e Lubitsch, i melodrammoni crudeli e allucinati di Joseph von Sternberg. Ma anche i vecchi film di cappa e spada, i film d’avventura. Il Tarzan di Weismuller, i western con John Wayne e James Stewart.
E i vecchi film incidono. Hanno una struttura, hanno degli elementi che si possono studiare, e adattare. Amo le atmosfere del noir e i dialoghi delle screwball comedies, l’esotidsmo dei vecchi film ispirati alle Mille e Una Notte. Mi piace l’eleganza di certe trame, la pulizia formale di certi registi, ma anche la loro capacità di improvvisazione.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Leggevo principalmente polizieschi (ho cominciato con i Gialli per Ragazzi Mondadori, poi Christie, Carr, Sayers) e fantascienza. Ho cominciato a leggere fantasy tardi, e horror ancora più tardi. Ho sempre letto e continuo a leggere biografie, narrativa di viaggio, saggi storici e scientifici. Continuo a leggere narrativa di genere. Spionaggio, poliziesco. Col tempo gli interessi si sono moltiplicati anziché focalizzarsi, per cui ormai salto senza soluzione di continuità da una biografia a una space opera, per poi arrivare ad un testo di filosofia cinese passando per un saggio sull’epoca elisabettiana.
Mi piace leggere.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

Non mi sono mai posto la domanda. Ho letto moltissimi saggi critici, soprattutto sulla narrativa di genere, e mi sono stati utilissimi, anche in quei casi nei quali non condividevo le opinioni o le condivisioni dei critici. La critica è un aspetto indispensabile della letteratura e della narrativa. Ci permette di smontare i meccanismi e osservarne il funzionamento, ed è indispensabile per formare un gusto. Diciamo perciò che il rapporto è pacifico. Non scrivo per i critici o per adeguarmi a questa o quella teoria critica, questo no.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

Troppi per elencarli tutti.
Certamente, avendo pubblicato le mie prime cose in inglese a fine anni ‘90, è stato estremamente stupido da parte mia smettere di spingere in quella direzione e aspettare dieci anni per tornare a proporre il mio lavoro all’estero. Sono dieci anni che nessuno mi restituirà mai.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Così d’istinto direi “The Ministry of Thunder”, un fantasy storico ambientato negli anni ‘30 e pubblicato nel 2014 da Acheron Books. Si tratta di una storia e di personaggi ai quali sono molto legato. Così come sono molto legato e voglio molto bene ad Aculeo & Amunet, i protagonisti della mia serie di storie sword & sorcery pubblicate in inglese, un po’ da self, un po’ no. Ma il prossimo lavoro è sempre il migliore.

Cosa stai scrivendo al momento?

Scrivo ormai a tempo pieno, e ciò che mi spinge a impegnarmi a finire ciò che sto scrivendo ora (una storia di fantascienza per una antologia italiana, ma che sto scrivendo in inglese e poi tradurrò per la pubblicazione) è il desiderio di liberarmi per poter cominciare a lavorare sull’idea successiva (un manuale per un gioco di ruolo in inglese). Ho molte cose sul mio piatto, e di solito lavoro a due o tre cose diverse contemporaneamente, parcellizzando il tempo durante le mie giornate.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

E chi sono io per dare dei consigli?
Però dai, proviamoci: scrivete ogni giorno, conservate tutto ciò che scrivete, non inseguite il pubblico e i suoi gusti, o la moda del momento. Leggete molto, leggete tutto. Non scartate a priori delle idee perché vi sembrano dementi: sono probabilmente le migliori idee che abbiate a portata di mano. E non fidatevi di chi vi dà dei consigli.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Descrivici la sua giornata tipo.

Ci ho fatto un post sul mio blog, intitolato “La giornata tipo non esiste”, ma diciamo che in teoria mi sveglio fra le sette e le otto, scrivo fino alle undici, poi vado a fare la spesa, cucino pranzo, riprendo a scrivere attorno alle due per finire attorno alle sei. Ceno tra le sette e le otto. In serata leggo, guardo film, rispondo alla posta, guardo gli annunci degli editori, e magari, se ne ho voglia, lavoro a qualche progetto collaterale o a bassa priorità. Scrivo in media dalle 5000 alle 8000 parole al giorno, trattabili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

In questo momento sto leggendo “The Adventures of Amir Hamza”, un ciclo epico persiano romanzato nell’ottocento e tradotto in inglese per la prima volta pochi anni addietro. E in parallelo, un manuale sulle pratiche contrattuali nell’editoria americana, scritto da Kristin Kathryn Rusch, e aspetto che il postino mi consegni l’autobiografia dell’illusionista inglese Derren Brown.

Questa estate è mancato improvvisamente Michael R. Hudson, forse ai lettori italiani il suo nome non dirà molto ma mi piacerebbe che ne tratteggiassi un ricordo.

Michael Hudson è stato per molti anni una figura di spicco del cosiddetto New Pulp americano, un genere che si rifà al periodo d’oro delle riviste di racconti, Weird Tales, Black Mask, Astounding, Amazing, Unknown, adattandone lo stile alle sensibilità moderne. Hudson aveva esordito in ambito artistico, lavorando ad alcuni progetti con gli eredi di Frank Frazetta. Poi aveva avviato l’imprint Sequential Pulp, un braccio della Dark Hors Comics che produceva volumi di lusso di opere volutamente retrò: adattamenti di lavori di Edgar Rice Burroughs, lo splendido volume dedicato ad Athena Voltaire, e così via. Infine aveva lanciato la Raven’s Head Press, che pubblicava narrativa sovrannaturale, fantastica ed avventurosa, e che aveva dato spazio a molti autori italiani. Michael era un vulcano di idee, e aveva sempre almeno tre progetti in corso. Era molto rispettato nell’ambiente della piccola editoria americana e per me oltre ad essere un editore e un editor, era anche e soprattutto un amico. La sua scomparsa è stata un colpo terribile, una cosa assolutamente inaspettata.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Come dicevo, ho un po’ di racconti in corso, tutti più o meno “piazzati” con questo o quell’editore. E sto editando due antologie, una horror e una di fantascienza, che saranno pubblicate una in Italia e una in Gran Bretagna. E sto traducendo un libro spettacolare per la Acheron Books. Ma più in generale, in questo momento, sto lavorando per raggiungere nuovi mercati nel mondo anglosassone. Per cercare di arrivare al maggior numero di lettori possibile.

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