:: Autunno, Daniela Distefano

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

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