:: Le ragioni del sì, ne discutiamo con il Professore Giovanni Guzzetta

mnRingrazio, a nome dei miei lettori Giovanni Guzzetta, professore ordinario di diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore Guzzetta difende le ragioni del sì. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Angelo D’Orsi, per le ragioni del no.

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne saranno chiamati al voto. Saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

Si è assistito ad assemblee molto partecipate, a studenti desiderosi di informarsi sulle principali modifiche della riforma, all’azione di cittadini che hanno ricominciato a interessarsi alle istituzioni. Io stesso ho viaggiato e attraversato l’Italia per confrontarmi con coloro che volevano farlo. Ritengo che al di là dei toni a volte incentrati troppo sul dibattito politico, ci si sia trovati di fronte a un capolavoro di democrazia. Penso che la riforma abbia già iniziato a produrre un cambiamento positivo che riguarda la partecipazione dei cittadini e la voglia che stanno dimostrando di informarsi ed esprimere un voto consapevole. L’art. 138 della Costituzione prevede che la modifica costituzionale venga approvata con referendum (nei caso sia raggiunta la maggioranza assoluta nel Parlamento) ma non prevede alcun quorum di validità della consultazione. Ciò non perché la partecipazione non sia importante, ma al contrario, perché al referendum confermativo della revisione costituzionale si applica, senza eccezione, l’art. 48 della Costituzione che prevede che il voto sia un “dovere civico”. Tutti pertanto sono tenuti a esprimere la propria posizione sulla base dell’opinione che si sono formati sul merito, ho fiducia nei cittadini e nel fatto che saranno in grado di valutare il peso e la responsabilità che si assumono con il loro voto.

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso giuridico? Magari è solo un falso problema, ma mi piacerebbe fare chiarezza nel caso vincesse il no e si andasse alle elezioni.

La scelta di iniziare con l’approvazione della legge elettorale della Camera dei Deputati è dovuta proprio dalla volontà di superare il bicameralismo perfetto, ritenuta un’anomalia assoluta del nostro Paese. La sent. 1/2014 della Corte Costituzionale ha riconosciuto la legittimità del Parlamento sulla base del principio fondamentale della continuità dello Stato che si realizza, in concreto, con la continuità dei suoi organi costituzionali, pertanto il Parlamento resta legittimato a esercitare la funzione legislativa stabilendo le priorità del Paese. La scelta di subordinare la legge elettorale del Senato alla decisione popolare in merito alla sua struttura è condivisibile da un punto di vista politico, ma soprattutto da un punto di vista giuridico, infatti la stessa Corte Costituzionale ha evidenziato che la “normativa che resta in vigore (…) è -complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo-, così come richiesto dalla costante giurisprudenza di questa Corte”. Qualora vincesse il no si dovrebbe fare comunque una nuova legge elettorale per il Senato in assenza della quale verrà applicata quella precedente.

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Chi ha scritto la Costituzione italiana? Da chi fu approvata, e da chi fu promulgata?

La Costituzione della Repubblica Italiana, vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello stato italiano, fu approvata dall’Assemblea Costituente, organo eletto lo stesso giorno del referendum istituzionale con cui si scelse la Repubblica. La Costituzione fu promulgata dal capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947 e fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria. Entrò in vigore il 1º gennaio1948. L’assemblea costituente fu composta di 556 membri, eletti con sistema proporzionale e presieduta da Enrico De Nicola prima e da Umberto Terracini poi. Per agevolare il lavoro di redazione della Carta fu istituita una Commissione per la Costituzione, composta di 75 deputati (presieduta da Meuccio Ruini) incaricata di elaborare e proporre un progetto da sottoporre all’Assemblea. La “Commissione dei Settantacinque” si suddivise poi in tre Sottocommissioni: “Diritti e doveri dei cittadini”, “ordinamento costituzionale della Repubblica” e “ Diritti e doveri economico-sociali”. Tuttavia già a ridosso dell’entrata in vigore della Costituzione, secondo qualcuno “solo da noi il Senato è un duplicato della Camera” Luigi Sturzo, o ancora “non è un capolavoro di arte giuridica, manca la certezza del diritto, ci sono gravi imperfezioni”, Antonio Messineo.

La sua forma originaria, dal 1947 in poi, fu modificata? In che maniera, sempre tramite referendum?

Tra le grandi riforme costituzionali non può non essere menzionata la più recente, quella che ha modificato il Titolo V della II parte della Carta fondamentale.

Il titolo V è stato riformato con la legge costituzionale 3/2001. Alle Regioni è stata riconosciuta l’autonomia legislativa, ossia la potestà di dettare norme di rango primario, ripartita sui tre livelli di competenza. Competenza esclusiva, per cui le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare; concorrente, per cui le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie, dalle leggi dello Stato; e di attuazione delle leggi dello Stato, dove le Regioni legiferano nel rispetto sia dei principi sia delle disposizioni di dettaglio contenute nelle leggi statali, adattandole alle esigenze locali. Oggi questa riforma verrebbe ribaltata con l’abolizione delle competenze concorrenti salvo prevedere per esempio, all’art. 116 Cost., la possibilità di offrire alle regioni ordinarie “più virtuose”, ossia con il bilancio in equilibrio tra entrate e spese, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico? La nuova Costituzione avrà la stessa peculiarità? Sono immotivati i timori verso derive autoritarie?

Sono immotivati perché l’Italia è finalmente un paese maturo per avere una Costituzione come gli altri. Basta con le istituzioni della paura.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data per una sorta di adeguamento al modello europeo?

In Italia abbiamo attualmente un bicameralismo paritario, ossia una Camera è il doppione dell’altra in termini di competenze che esercita, e molto simile quanto alla struttura organizzativa. In quest’epoca di persistente frammentazione ci sono grosse difficoltà a perseguire convergenti volontà tra le due Camere e da ciò deriva la farraginosità dei processi decisionali, logorati da mediazioni estenuanti che portano all’affermarsi di meccanismi di decisione che bypassano le normali procedure parlamentari come il decreto legge.

Il modello europeo è quello del monocameralismo o del bicameralismo asimmetrico (e diventerebbe il nostro caso). Solo la Spagna ha due camere elettive come le nostre attuali, con tutti i distinguo. Fuori dall’Europa solo Usa e Giappone hanno una camera alta paragonabile al nostro attuale Senato. In Finlandia, Danimarca, Svezia, Grecia, Lussemburgo e Malta il Parlamento è monocamerale. E’ un modello applicabile all’Italia. Sebbene attenuato. Se sì, in che misura?

Gli altri modelli europei possono essere degli esempi ma dopodomani siamo chiamati a esprimerci per scegliere soltanto tra lo status quo e la riforma così com’è. Questa riforma prevede un sistema che resta bicamerale dove il Senato diventa l’organo rappresentativo degli enti territoriali. Siamo l’unico Paese che, pur avendo un sistema costituzionale di autonomie territoriali (le Regioni) non ha una seconda camera che le rappresenti. La riforma interviene su questo punto ristabilendo la simmetria con le grandi democrazie contemporanee.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura secondo lei è una falsa preoccupazione?

Al contrario penso che questa riforma introduca degli strumenti che espandono la sovranità popolare. Per esempio la riforma introduce un nuovo strumento referendario senza toccare quello già esistente. Accanto al referendum abrogativo, la cui attivazione è subordinata alla ravvolta di almeno 500.000 firme, se ne aggiunge uno che a seguito della raccolta di 800.000 firme prevede un quorum strutturale abbassato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Fino a oggi l’astensionismo è stato praticato come strategia politica: a una campagna referendaria in favore del “Sì” veniva contrapposta una campagna per l’astensionismo. Con la riforma si disincentiva questa strategia e si consente di allineare il requisito di validità al dato variabile delle tendenze alla partecipazione politica.

L’art. 71 prevede poi un evidente rafforzamento dell’istituto dell’iniziativa legislativa popolare perché, se da un lato innalza il quorum fino a 150.000 firme (previsione giustificata dall’aumento della popolazione italiana rispetto al 1948 e dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto con cui è diventato molto più semplice raccogliere le firme), dall’altro impone ai regolamenti parlamentari di disciplinare i tempi, le forme e i limiti entro i quali la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di iniziativa popolare devono essere garantite.

Molti ritengono questo Referendum una sorta di fiducia popolare data al Governo Renzi. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

E’ importante comprendere che il voto che verrà espresso non sarà sul Governo ma sulla modifica della Costituzione. Una Carta fondamentale che necessita di essere aggiornata da molto tempo e che in alcune parti necessita di una semplificazione e di un riallineamento con le grandi democrazie contemporanee. Per scegliere i nostri rappresentanti e fargli dare la fiducia al Governo Renzi, o al Governo che ci sarà, è sufficiente attendere le prossime elezioni politiche.

Ritiene la Costituzione attuale, anacronistica e fonte di immobilità per il paese? Secondo lei in che misura la nuova Costituzione migliorerà la vita dei cittadini?

Si, fu costruita deliberatamente e saggiamente per impedire ai vincitori delle elezioni di governare senza il consenso delle opposizioni. Una scelta che è giustificabile quando il rischio è il dominio dei partiti filosovietici non più attuale ora.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.

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2 Risposte to “:: Le ragioni del sì, ne discutiamo con il Professore Giovanni Guzzetta”

  1. Anna Scotto Says:

    Anche se ho già deciso cosa votare, fa sempre piacere leggere le varie posizioni, perchè in questi casi l’informazione non è mai abbastanza. Grazie 🙂

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