:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

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Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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