:: L’ultima sillaba del verso, Romano Luperini (Mondadori, 2017) a cura di Greta Cherubini

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“Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e un po’ casuale, una cronaca insomma. […] D’altronde, chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie”.

Valerio, stimato professore universitario, è reduce da una devastante malattia che ne ha trasfigurato il corpo. Sempre più solo e ormai privo di riferimenti, si immerge in un’opera di ricostruzione storica (o, per meglio dire, cronachistica) allo scopo di individuare il senso del proprio vissuto.
Quello che ne risulta è una “Cronaca di fine millennio”, il racconto frammentario degli avvenimenti  che negli ultimi anni hanno segnato il corso della vita del protagonista.
Al centro di tutto la figura della madre, simbolo di un mondo arcaico, ciclico, immutabile e in quanto tale certo, rassicurante, infallibile; un mondo che ormai è possibile soltanto rievocare nostalgicamente nella memoria,  irrimediabilmente perduto con la morte di lei.
Tutto intorno, lo sgretolarsi delle certezze, il crollo di un castello di carte che ha inizio con la separazione dalla moglie e con la contemporanea fine della militanza politica: il tramonto di un’epoca che determina una scelta di vita solitaria ed appartata e a partire dalla quale nulla sarà più come prima.
Sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della guerra del Goffo, dell’inchiesta Mani pulite (che coinvolge anche il fratello Bruno), della guerra in Iraq, dell’ascesa politica di Berlusconi; e nella vita privata, delle relazioni altalenanti con l’archeologa Betty e con la sfuggente Claudine.

“Avevo dedicato l’esistenza alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna. La letteratura era diventata un mestiere, la lotta politica era ormai impossibile e le donne…le donne erano ancora un problema, un nodo che non riuscivo a sciogliere”.

Il memoriale di Valerio è il racconto frastornato e attonito di un attore di prim’ordine della storia, reduce dalle battaglie del ’68, drammaticamente trasformato in spettatore della stessa, privato ormai di qualsiasi possibilità di azione e intervento concreto.

“Un tempo […] le cose accadevano perché noi le facevamo accadere. Ora accadono indipendentemente da noi e noi possiamo soltanto guardarle accadere. Eravamo protagonisti, o magari ci sembrava soltanto di esserlo, ma era comunque una illusione importante, ora siamo solo spettatori davanti a un televisore, e non abbiamo più neppure illusioni”

La misura della nuova realtà è il disimpegno, l’accettazione passiva e rassegnata degli eventi, dove solo la dimensione individuale è possibile; non esistono più le categorie collettive né i valori condivisi: persino la distinzione netta tra Bene e Male è venuta meno, a favore delle più aleatorie dimensioni del Giusto e dell’Ingiusto.
Il racconto stesso della Storia non è più praticabile: la realtà odierna è fluida, i fatti si susseguono incomprensibili e senza alcuna logica, determinando l’assenza totale di stabilità e punti di riferimento.
Quello che rimane è la nostalgia per un mondo che non c’è più e non è più recuperabile, il senso amaro di uno scacco pubblico e privato e la condanna a scontarne le conseguenze:

“Ho dedicato buona parte della mia vita a interpretare i segni del presente e a tentare di cambiarlo, sono vissuto di passioni politiche e pubbliche, e ora ho capito…capito cosa? Che non c’è più nulla da capire e non mi resta che una passione tutta privata, privatissima, addirittura clandestina? Che quanto accade nel mondo non è più storia, percorso decifrabile, ma cronaca, caos di avvenimenti, somma di esistenze solo individuali?”

Quel che resta da salvare Valerio lo scoprirà grazie alla madre, con la sua capacità innata di trovare il senso nelle minuzie e nella quotidianità; grazie a Betty, con la sua esperienza nel rimettere insieme i frammenti; grazie infine a Claudine, che resterà sempre una possibile e imprendibile amante.
La cronaca di fine Millennio è questo tentativo estremo di restituire significato alle cose, di tracciare il filo di un’esistenza attraverso l’insieme dei pezzi:

“Se è impossibile trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte, è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere frammenti di senso, mettere insieme dei tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni. Non era questo che aveva fatto per tutta la vita mia madre?”

Romano Luperini, noto studioso e critico letterario, è nato e vive in Toscana. Ha pubblicato presso Laterza saggi su Verga, Pirandello, Montale e sul tema dell’incontro nel romanzo europeo, ha insegnato in università italiane e straniere ed è autore di un manuale di storia e antologia della letteratura molto diffuso nei licei. Dirige due riviste di teoria e critica della letteratura, “Allegoria” e “Moderna”, e il blog http://www.laletteraturaenoi.it. Come narratore, nel 2013 ha vinto il premio Volponi con il romanzo L’uso della vita. 1968 (Transeuropa). Nel 2016 ha pubblicato per Mondadori La rancura, candidato al premio Viareggio Rèpaci e vincitore del premio nazionale letterario Pisa per la narrativa.

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Mondadori, ringraziamo Anna.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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