:: Un’ intervista con Grazia Verasani

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Benvenuta Grazia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a voi per avermela proposta.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Scrittrice di romanzi, autrice teatrale, cantante. Chi è Grazia Verasani?

Mah… Una che fa parte di una generazione per cui l’interdisciplinarietà tra le arti era inevitabile, e la creatività trovava molti mezzi per esprimersi. Ho sempre avuto un approccio libero e appassionato in tutte le cose in cui mi sono spesa e mi spendo.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Molto presto, da bambina, perché sono stata una lettrice precoce e con un carattere solitario. Scrivere dapprincipio era cercare di capire me stessa in relazione al mondo, tirare fuori pensieri, tenere un diario.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

A dieci anni scrissi un racconto di tre pagine dal titolo “Corrie e il suo cane” e un altro, “La famiglia Bettini”, in cui morivano tutti. In cortile, costringevo le amiche, a recitare scenette che inventavo lì per lì. Solo nel 1998, dopo un decennio dedicato alla musica e vari racconti pubblicati su riviste e quotidiani, ho scritto “L’amore è un bar sempre aperto”, primo romanzo pubblicato dalla valorosa Fernandel, una piccola casa editrice.

Ti piacciono i film noir americani e francesi degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

“Ascensore per un patibolo” è il primo film che mi viene in mente, ma anche “Il grande sonno”. Chandler è il punto di riferimento di tanti per la costruzione di un detective. Per me ha contato molto anche Patricia Highsmith.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi noir? Sei femminista? Pensi che il noir, o più precisamente l’ hard boiled, con il consolidarsi come figura letteraria della dark lady, abbia rafforzato una certa misoginia perlomeno letteraria? O anzi ha fatto l’esatto contrario descrivendo donne libere, indipendenti, autonome, a cui importava poco della morale costituita?

Ciò che è letterario, nel senso “nobile” del termine, supera le pregiudiziali dovute anche all’epoca in cui i personaggi femminili risultavano stereotipati, come in molto hard boiled del passato. Non mi piace che certi cliché siano ancora cavalcati da alcuni scrittori maschi. E’ la ragione per cui nel 2004 inventai il personaggio dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, perché da donna sentivo di poter raccontare meglio le donne anche nel genere noir. Le donne come sono realmente.

Donne nel noir, che scrivono noir in Italia, ce ne sono poche. Mi vengono in mente oltre a te, perlomeno che utilizzino in parte registri noir, Elisabetta Bucciarelli, Antonella Lattanzi, Marilù Oliva, Patrizia Rinaldi, Lorenza Ghinelli, Sara Bilotti, Paola Rambaldi. Pensi che per le scrittrici sia limitativo essere definite autrici noir? O non si cimentino con il genere ritenendolo prevalentemente maschile?

Fui molto contenta di essere, con “Quo vadis, baby?”, l’apripista di molte giovani autrici che cominciarono a cimentarsi col noir, anche se ce n’erano state altre, magari non con lo stesso rilievo dovuto al film di Salvatores, che mi diede un’improvvisa visibilità. Parliamo di autrici che, scrivendo noir, dimostrano di poter scrivere qualunque cosa. Perché il noir è difficile, ha regole che possono essere infrante ma una disciplina di base. In Italia siamo ancora lungi dal rendere giustizia alle autrici noir, sono poco lette. C’è una diffidenza di fondo, oltre al luogo comune che si tratti di un genere maschile. A meno che non si propenda per il giallo rosa. Non credo che in Italia potrebbe esistere una Fred Vargas. Nel senso che la nostra esterofilia è penalizzante, oltre a un maschilismo ancora vigente.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Oltre a Chandler e alla Highsmith, Simenon, Izzo, Malet, Manchette, per ciò che riguarda il noir. Ma sono una lettrice compulsiva che ha sempre letto di tutto, dai saggi alla poesia, dal teatro al romanzo borghese. Come riferimenti imprescindibili: Jane Austen, le sorelle Bronte, Ingeborg Bachman, Céline, Maupassant, Turgenev, Cechov…

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

Quando avevo vent’anni, il grande poeta Roberto Roversi, conosciuto tramite Tonino Guerra, mi disse che ero “immaginifica”. Mi piace “vedere”, mentre scrivo. Immaginare contesti, paesaggi, interni o esterni, cieli, situazioni collocabili in un film, a livello di immagine. Ma non è premeditato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

E’ sempre la prima pagina. L’inizio. In genere procedo senza scalette, con un’idea generale che spesso cambia, si trasforma. Mi occorrono mesi per pensare a un libro e quando metto la prima parola avverto una fatica immane che nel tempo di attenua, è una sorta di altalena tra frenesia, paura, ansia, e divertimento, godimento, soprattutto quando correggo.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare: “Sì finalmente mi hanno capita”.

Be’, di sicuro non posso dimenticare Tullio Kezich, che nel 2005 scrisse che il mio romanzo era meglio del film. Ne ridemmo al telefono io e Salvatores… Negli anni ho letto sempre belle cose. Non posso lamentarmi. Spiace che oggi la critica sia spesso legata a rapporti extralibro, o che si riduca a una sintesi di bandella.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è “Lettera a Dina” (Giunti), ed è la storia di un’amicizia tra due ragazzine che crescono negli anni ‘70/80, un rapporto forte, esclusivo, che avrà strappi dolorosi, e sullo sfondo la Bologna di allora. A settembre 2017 invece uscirà “La vita com’è” (La nave di Teseo), un romanzo in cui mi giostro anche sui registri del comico.

Parlaci del tuo personaggio la detective Giorgia Cantini, come si differenzia da tutti gli altri detective della narrativa?

Be’, è una donna tosta e al contempo vulnerabile, una che osserva il mondo e ne dà la sua versione, la sua testimonianza. Giorgia è un po’ il mio alter ego, è nata grazie alle donne che frequento, che mi sono amiche, che hanno i suoi stessi dubbi, rovelli, e una propensione empatica verso i più deboli. Mi permette di approfondire tematiche sociali che mi interessano, di dare un’idea delle città e di un paese in cui il passato sembra sempre risplendere sull’oggi. E’ una “diversa”, nel senso che è anticonvenzionale, non ha nulla della detective “rosa”, non si sofferma sulla superficie. Le sue investigazioni sono esistenziali, sentimentali, anche se non in senso romantico.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi? (Vivente o del passato, senza limitazioni).

Al momento, con il grande disegnatore Igort.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Correggo le bozze del nuovo romanzo in uscita a settembre…

 

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