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:: Intervista a Francesco Troccoli a cura di Barbara De Carolis

14 aprile 2012

Intervistiamo Francesco Troccoli, classe 1969, scrittore, traduttore e curatore di uno dei blog di fantascienza più seguiti in Italia – Fantascienza e… Dintorni. Il 18 Aprile uscirà il suo primo romanzo Ferro sette edito da Curcio Editore. Nella sua casa romana, abbiamo intrattenuto con lui una conversazione dai toni fantastici.

–         Ciao Francesco e benvenuto su Liberidiscrivere.

Tu hai dei trascorsi lavorativi nel mondo di una multinazionale farmaceutica, come nasce il Francesco Troccoli scrittore? C’è stato un momento nella tua vita nel quale si è accesa la luce dell’ispirazione?

C’è stato piuttosto qualcuno che ha acceso una luce. Nel 2005, per il mio compleanno, mi venne regalato da un’amica un corso di scrittura di fantascienza tenuto da Massimo Mongai – Premio Urania 1999 con Memorie di un cuoco d’astronave, presso la scuola Omero in Roma. Durante il corso Massimo ci obbligò a iscriverci a un premio letterario, il Trofeo RiLL, con i cui organizzatori sono ancora in assiduo contatto. In questo modo, iniziai a scrivere i primi racconti. Finito il corso, ho continuato a scrivere, e a partecipare ad altri concorsi, ho visto che i risultati arrivavano e ho proseguito. Quando nel 2007  la mia azienda è entrata in crisi, ho accettato il piano di uscita volontaria che venne offerto a tutti e ho mollato un genere di vita che mi stava stretto già da qualche anno. Da allora  ho iniziato a lavorare come consulente per il farmaceutico, soprattutto come traduttore, e ho anche avuto molto più tempo per scrivere.

–         Perché la fantascienza?

Fin da piccolo ho sempre seguito la fantascienza, forse più al cinema e alla televisione che con le letture, ma ne sono sempre stato affascinato e la possibilità di essere io a crearla ha subito indotto in me una forte risonanza, spingendomi a scriverne. Devo però dire che mi dedico in realtà non soltanto alla fantascienza, ma al genere fantastico a tutto campo.

–         Dunque, ti sei avvicinato alla scrittura attraverso il circuito dei concorsi letterari, immagino che questo sia stato un buon terreno di confronto con le tue stesse capacità; la definiresti un’esperienza positiva?

Sicuramente si. Grazie ai concorsi si ha la possibilità di misurarsi con gli altri, e ottenere riscontri è già un indicatore delle proprie capacità. Inoltre si impara ad avere pazienza, e ce ne vuole tanta, perché con sin dalle prime fisiologiche delusioni ti puoi arrendere e scoraggiare facilmente, mentre perseverare è imperativo. Credo comunque che si debba scrivere a prescindere dalla volontà di prender parte a una competizione o una valutazione editoriale; ma poi, se il risultato è buono, ci si può mettere alla prova nei concorsi e poi, in una fase più matura, con gli editori. I concorsi letterari sono la sola vera maniera per emergere nella massa e devo dire che, soprattutto nel genere fantastico, in Italia ce ne sono molti seri e validi a cui poter partecipare.

–         Il tuo romanzo Ferro Sette nasce proprio da una vittoria ottenuta in un importante concorso letterario?

Sì e no. Ferro Sette nasce dallo sviluppo di un racconto che ha vinto il premio Giulio Verne nel 2011, dal titolo “Il Cacciatore”. Tuttavia a quel tempo il romanzo, ancora intitolato provvisoriamente nello stesso modo, era già giunto alla stesura definitiva. Ho partecipato insomma al concorso ben due anni dopo aver scritto il racconto, che per numero di battute e genere rientrava perfettamente nei requisiti previsti dal bando. Ricordo che decisi di partecipare quasi per caso, riducendomi all’ultimo giorno utile all’invio. La cosa divertente fu che la prima e-mail con la quale Curcio mi propose di pubblicare il romanzo arrivò esattamente due giorni dopo la premiazione, ad aprile del 2011. Una coincidenza curiosa, ma nulla più che una coincidenza in effetti.

–         Mi vuoi parlare del tuo romanzo, senza, ovviamente, anticipare troppo?

Ferro sette è un romanzo di fantascienza nel senso più classico del termine. La narrazione si svolge in un lontano futuro, in un lontano pianeta, ma la sua ambientazione di fondo è strettamente connessa all’oggi. In sostanza, mi sono chiesto: se questo imperativo sociale dominante che vorrebbe fare della produzione lo scopo delle nostre esistenze andasse avanti a oltranza, cosa ne sarebbe della nostra quotidianità? Cosa ci succederebbe? Ho immaginato la risposta a una simile domanda soprattutto in termini di evoluzione dell’essere umano: potrebbe cioè accadere una certa cosa, che aumenterebbe la nostra produttività e finirebbe per abbreviare la durata della nostra stessa vita. Sulla base di questo scenario, in un futuro collocato a decine di millenni dal presente, ho immaginato l’incontro fra un uomo che conosce la verità e un altro che invece resiste ad essa con ogni mezzo. La conseguenza è un inevitabile conflitto, all’esterno come all’interno di sé. Lanfranco Fabriani, nella recente presentazione di Fiuggi in occasione della riunione annuale della Deepcon, ha affermato che si tratta di un romanzo di “presa di coscienza” di una verità nascosta, e io sono decisamente d’accordo.  Temo proprio di non poterti dire di più….

–         Il tuo romanzo, quindi, affronta tematiche attuali o riconducibili al nostro particolare momento storico.

Direi di sì e penso che spesso la fantascienza faccia proprio questo, persino quando non ne è cosciente o quando sembrano prevalere gli aspetti più avventurosi e tecnici;in realtà, su un piano più profondo, c’è quasi sempre un significato attualissimo. Mi piace pensare che la fantascienza descriva il presente travestendolo con i panni del futuro oppure di una realtà alternativa.

–         Credi che Ferro sette si possa rivolgere anche a chi non è avvezzo al genere?

La fantascienza deve essere a mio parere accessibile a tutti e non solo agli assidui cultori del genere. C’è chi preferisce scrivere fantascienza solo per i lettori di fantascienza, talora utilizzando un linguaggio molto “tecnico”; io, forse non volutamente, penso di aver scritto qualcosa che credo risulterà accessibile a chiunque. Prima della pubblicazione il romanzo è stato letto da un nucleo di “cavie” e non c’è stata gran differenza di giudizio fra i cultori del genere e quelli che la fantascienza non l’avevano mai letta o avvicinata. Proprio questi ultimi, che talora immaginavano che si sarebbero trovati a interagire con qualcosa di molto più sofisticato, oppure di molto più “infantile”, mi hanno chiesto: ma questa è fantascienza ? Insomma, io spero e penso che ci siano le potenzialità per questo romanzo di arrivare anche a chi non è un lettore accanito di questo genere.

–         Ti è mai capitato di essere ispirato dalla quotidianità, di cogliere un gesto, una situazione dalla quale trarre spunto per una storia?

Si, soprattutto per i racconti; a volte si tratta di idee che arrivano per caso, magari a seguito di un incontro con una persona particolare, oppure quando meno te l’aspetti. Una volta, ad esempio, ricordo che ero al volante, fermo al semaforo, e notai un anziano attraversare la strada e muoversi con un’innaturale lentezza mentre le macchine gli sfrecciavano intorno, come se lui fosse isolato dal resto del mondo, come se si muovesse a un’altra velocità. Questo episodio mi ha colpito e mi ha ispirato un racconto, Il Guardiano, scritto molto tempo fa, il cui protagonista è in grado di muoversi alla velocità della luce in un ambiente che dal suo punto di vista è immobile, esattamente il contrario di ciò che avevo visto accadere all’anziano signore.

–         Giorni fa ho avuto modo di leggere un tuo racconto, Strudel alla viennese, meritatamente finalista al Premio Italia 2012, e ne sono rimasta colpita. La tua forma narrativa è intensa, passionale e mostra una notevole capacità descrittiva, dai l’idea di essere uno scrittore che visualizza continuamente quello che sta scrivendo, che sembra procedere per immagini, è così?

Si, e sono anche piuttosto impressionato che tu lo dica; è proprio così. In realtà, io pretendo esattamente questo quando leggo, ossia come lettore cerco questo tipo di scrittura e se non ci sono “immagini”, come dici tu, rischio di annoiarmi, anche se un libro è ben scritto. Io credo che si impari a scrivere leggendo tanto e preferendo proprio quel tipo di letture che consentono di visualizzare con immediatezza la scena.  Penso inoltre che solo oggi, rendendomi conto che dopo anni di esercizio riesco a trasmettere immagini a chi legge, posso dire di saper scrivere in maniera appena decente.

–         La fantascienza, a volte, offre scenari che possono inquietare o che non si vorrebbe mai veder realizzati.  Esiste a tuo parere un aspetto di questo genere che in qualche modo ti spaventa o ti disturba?

Non mi piace e non capisco il fascino che esercita su molti lettori e autori la fantascienza animata da una sorta di pulsione distruttiva, catastrofista, pessimista, priva di speranza e disumanizzante. L’esempio per antonomasia di autore “oscuro” è notoriamente P. K. Dick. Se di lui ho avuto modo di apprezzare opere come Rapporto di minoranza, di altre, come La svastica sul sole, non ne ho davvero compreso il successo. Non amo gli scenari cupi, nei quali non c’è più alcuna possibilità di rivalsa o un “eroe” che incarni la voglia di rivincita e che porti umanità nella storia. E quando dico “umanità” mi riferisco a qualcosa di ben preciso. Con ciò non intendo farmi fautore di un fatuo “buonismo”; dico soltanto che rappresentare l’essere umano come naturalmente incline all’auto-distruzione è un’operazione frutto di un’ideologia che non condivido, ed è perciò una responsabilità che rifiuto, come lettore e come autore.

–         Forse perché è più facile spaventare che infondere speranza?

Indubbiamente si, è più facile distruggere che costruire, nella finzione come nella realtà. In qualsiasi storia c’è molto del carattere di chi scrive. Personalmente, anche in uno scenario buio e tetro io cerco un punto luminoso. L’inquietudine e la cupezza hanno senso solo se si attende la luce. Altrimenti, nella migliore delle ipotesi, mi annoiano.

–         Se pensi a un ipotetico destino dell’umanità, sei più orientato e vederne il declino o la rinascita?

Assolutamente la rinascita, penso che non ci siano alternative, c’è troppa energia nell’essere umano, individualmente e collettivamente, perché la distruzione prevalga su una possibile evoluzione. Ci sarà sempre un protagonista, un essere umano valido e capace che a un certo punto, quando tutto va a rotoli, è in grado di esprimere il meglio di noi tutti e mostrare un’altra strada, e ci saranno sempre masse pronte a seguirlo. La storia è fatta dalle masse, dai popoli, e il movimento della collettività, in questi termini, ha sempre portato cambiamenti evolutivi.

–         Se avessi facoltà di scelta, in quale contesto fantastico vorresti essere immerso? Quali elementi dovrebbe avere un ipotetico universo ideale nel quale vivere? Viaggi nel tempo, nello spazio o eventuale download dell’anima in stile silone?

Esattamente l’ultimo che hai citato, ma più che in stile silone penso ad esempio ai romanzi di Richard K. Morgan, che ha immaginato la possibilità di digitalizzare la mente umana, e quindi di scaricarla in diversi corpi fino a rendersi potenzialmente eterni. Molti dicono che l’eternità inficerebbe l’umanità perché la parte migliore di noi risiede nella nostra mortalità; io non penso che sia così, vivrei volentieri mille vite e possibilmente mantenendo un’età intorno ai trent’anni! Poi naturalmente ci sono i viaggi nel tempo, per i quali, a livello narrativo, nutro una vera e propria mania. Non so cosa darei per tornare a osservare il mio primo bacio a quindici anni o addirittura riviverlo. Sarebbe bello poter tornare indietro agli episodi più salienti della propria vita, sia come spettatore che in prima persona.  Per non parlare di viaggio verso il futuro… non ti incuriosirebbe vedere Roma nel 2450?

–         Perché no!

Credi che il sentirsi uno scrittore o appassionato di fantascienza abbia un forte legame con la capacità o meno di sognare.

Sì, assolutamente sì, e sono colpito  da questo tuo nesso. E’ proprio così, la fonte della creatività è la stessa, sia di quella da cui deriva il sogno durante la notte, che di quella da cui nasce l’immagine narrativa di giorno. Poi quella creatività può diventare un quadro per chi sa dipingere, un racconto per chi sa scrivere e così via. La fantascienza, in particolare, ti dà ancora più libertà, perché sei tu a decidere le regole del gioco: puoi violare le leggi della fisica, della chimica, è tutto lecito e più sai spingerti in là con questo modo di sognare ad occhi aperti, più il risultato può essere soddisfacente. Naturalmente è una liberta che va usata con intelligenza e responsabilità.

–         Hai mai pensato: “ dannazione, avrei voluto essere io a concepire questa idea!”

Continuamente. Anche leggendo storie non particolarmente note, come alcuni racconti di altri autori italiani che conosco personalmente, perché le idee più geniali, le più travolgenti, sono spesso le più semplici, al cospetto delle quali non puoi che esclamare: ma è così ovvio, perché non è venuto in mente a me?

–         C’è un’idea o un argomento che ti ispira particolarmente e che vorresti sviluppare e trasformare in un romanzo? Una specie di ossessione, insomma?

C’è un mio racconto, Tempus Fugit, strettamente collegato all’idea del viaggiare nel tempo, che ha avuto un discreto successo e che ho sempre desiderato trasformare in un romanzo. In realtà riuscirci senza scivolare nella banalità si sta rivelando difficile, quindi non so se effettivamente questo progetto vedrà mai la luce. In effetti, ho citato questo racconto perché il trascorrere inesorabile del tempo  è a volte fonte di inquietudine, e mi piacerebbe perciò elaborarlo attraverso un viaggio romanzato nel tempo della vita, un po’ come accade, su scala ridotta, nel racconto.

–         Se parliamo di fantascienza italiana, scrittori emergenti, concorsi letterari, quali prospettive vedi di diffusione e di relativo successo del genere?

Ci sono molti autori italiani di grande fascino, sia fra quelli noti che fra gli emergenti. La speranza che il genere torni all’età dell’oro c’è sempre, però ci vorrebbero da un lato un maggior coraggio degli editori ad aprirsi di più al fantastico e alla fantascienza, e dall’altro, da parte di alcuni autori di fantascienza (e lo dico con umiltà e sperando di non urtare alcuna suscettibilità) sarebbe forse utile una maggior propensione a voler parlare a tutti e non soltanto a chi legge e intende la fantascienza, rendendo accessibili cose che, di fatto, lo sono anche a chi, fino a oggi, non ha mai letto genere. Il discorso è certamente più comprensibile se parliamo di cinema: quanti milioni di persone sono andate a vedere Avatar? Perché questo sembra non poter valere anche per un buon libro di fantascienza? Il posizionamento percepito dal pubblico, che è influenzato anche dalle scelte editoriali, è determinante.

–         Ferro Sette che diventa un film… è possibile?

Sarebbe meraviglioso. Proprio sulla scia del discorso che facevamo poco fa sulle immagini, chi ha letto Ferro Sette mi ha detto che è molto immaginifico e che si presterebbe bene a una trasposizione cinematografica. Ma parlare di una trasposizione cinematografica di un romanzo di fantascienza in Italia, è fantascienza. E’ già moltissimo che venga pubblicato da un editore come Armando Curcio.

–         Confidiamo allora nella fantascienza. Da parte mia, ti auguro di riuscire a trovare nuove fonti di ispirazione e, soprattutto, di avere sempre la voglia di metterle a frutto, insistendo con la tua attività di scrittore, convinta, personalmente, che ne varrà la pena.

Hai ragione, bisogna insistere. Una persona di mia conoscenza afferma che il difficile non è tanto realizzare qualcosa ma riuscire a mantenere successivamente il livello raggiunto. Penso che abbia ragione da vendere. Grazie dell’augurio.