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:: Un’ intervista con Grazia Verasani

28 luglio 2017

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Benvenuta Grazia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a voi per avermela proposta.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Scrittrice di romanzi, autrice teatrale, cantante. Chi è Grazia Verasani?

Mah… Una che fa parte di una generazione per cui l’interdisciplinarietà tra le arti era inevitabile, e la creatività trovava molti mezzi per esprimersi. Ho sempre avuto un approccio libero e appassionato in tutte le cose in cui mi sono spesa e mi spendo.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Molto presto, da bambina, perché sono stata una lettrice precoce e con un carattere solitario. Scrivere dapprincipio era cercare di capire me stessa in relazione al mondo, tirare fuori pensieri, tenere un diario.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

A dieci anni scrissi un racconto di tre pagine dal titolo “Corrie e il suo cane” e un altro, “La famiglia Bettini”, in cui morivano tutti. In cortile, costringevo le amiche, a recitare scenette che inventavo lì per lì. Solo nel 1998, dopo un decennio dedicato alla musica e vari racconti pubblicati su riviste e quotidiani, ho scritto “L’amore è un bar sempre aperto”, primo romanzo pubblicato dalla valorosa Fernandel, una piccola casa editrice.

Ti piacciono i film noir americani e francesi degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

“Ascensore per un patibolo” è il primo film che mi viene in mente, ma anche “Il grande sonno”. Chandler è il punto di riferimento di tanti per la costruzione di un detective. Per me ha contato molto anche Patricia Highsmith.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi noir? Sei femminista? Pensi che il noir, o più precisamente l’ hard boiled, con il consolidarsi come figura letteraria della dark lady, abbia rafforzato una certa misoginia perlomeno letteraria? O anzi ha fatto l’esatto contrario descrivendo donne libere, indipendenti, autonome, a cui importava poco della morale costituita?

Ciò che è letterario, nel senso “nobile” del termine, supera le pregiudiziali dovute anche all’epoca in cui i personaggi femminili risultavano stereotipati, come in molto hard boiled del passato. Non mi piace che certi cliché siano ancora cavalcati da alcuni scrittori maschi. E’ la ragione per cui nel 2004 inventai il personaggio dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, perché da donna sentivo di poter raccontare meglio le donne anche nel genere noir. Le donne come sono realmente.

Donne nel noir, che scrivono noir in Italia, ce ne sono poche. Mi vengono in mente oltre a te, perlomeno che utilizzino in parte registri noir, Elisabetta Bucciarelli, Antonella Lattanzi, Marilù Oliva, Patrizia Rinaldi, Lorenza Ghinelli, Sara Bilotti, Paola Rambaldi. Pensi che per le scrittrici sia limitativo essere definite autrici noir? O non si cimentino con il genere ritenendolo prevalentemente maschile?

Fui molto contenta di essere, con “Quo vadis, baby?”, l’apripista di molte giovani autrici che cominciarono a cimentarsi col noir, anche se ce n’erano state altre, magari non con lo stesso rilievo dovuto al film di Salvatores, che mi diede un’improvvisa visibilità. Parliamo di autrici che, scrivendo noir, dimostrano di poter scrivere qualunque cosa. Perché il noir è difficile, ha regole che possono essere infrante ma una disciplina di base. In Italia siamo ancora lungi dal rendere giustizia alle autrici noir, sono poco lette. C’è una diffidenza di fondo, oltre al luogo comune che si tratti di un genere maschile. A meno che non si propenda per il giallo rosa. Non credo che in Italia potrebbe esistere una Fred Vargas. Nel senso che la nostra esterofilia è penalizzante, oltre a un maschilismo ancora vigente.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Oltre a Chandler e alla Highsmith, Simenon, Izzo, Malet, Manchette, per ciò che riguarda il noir. Ma sono una lettrice compulsiva che ha sempre letto di tutto, dai saggi alla poesia, dal teatro al romanzo borghese. Come riferimenti imprescindibili: Jane Austen, le sorelle Bronte, Ingeborg Bachman, Céline, Maupassant, Turgenev, Cechov…

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

Quando avevo vent’anni, il grande poeta Roberto Roversi, conosciuto tramite Tonino Guerra, mi disse che ero “immaginifica”. Mi piace “vedere”, mentre scrivo. Immaginare contesti, paesaggi, interni o esterni, cieli, situazioni collocabili in un film, a livello di immagine. Ma non è premeditato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

E’ sempre la prima pagina. L’inizio. In genere procedo senza scalette, con un’idea generale che spesso cambia, si trasforma. Mi occorrono mesi per pensare a un libro e quando metto la prima parola avverto una fatica immane che nel tempo di attenua, è una sorta di altalena tra frenesia, paura, ansia, e divertimento, godimento, soprattutto quando correggo.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare: “Sì finalmente mi hanno capita”.

Be’, di sicuro non posso dimenticare Tullio Kezich, che nel 2005 scrisse che il mio romanzo era meglio del film. Ne ridemmo al telefono io e Salvatores… Negli anni ho letto sempre belle cose. Non posso lamentarmi. Spiace che oggi la critica sia spesso legata a rapporti extralibro, o che si riduca a una sintesi di bandella.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è “Lettera a Dina” (Giunti), ed è la storia di un’amicizia tra due ragazzine che crescono negli anni ‘70/80, un rapporto forte, esclusivo, che avrà strappi dolorosi, e sullo sfondo la Bologna di allora. A settembre 2017 invece uscirà “La vita com’è” (La nave di Teseo), un romanzo in cui mi giostro anche sui registri del comico.

Parlaci del tuo personaggio la detective Giorgia Cantini, come si differenzia da tutti gli altri detective della narrativa?

Be’, è una donna tosta e al contempo vulnerabile, una che osserva il mondo e ne dà la sua versione, la sua testimonianza. Giorgia è un po’ il mio alter ego, è nata grazie alle donne che frequento, che mi sono amiche, che hanno i suoi stessi dubbi, rovelli, e una propensione empatica verso i più deboli. Mi permette di approfondire tematiche sociali che mi interessano, di dare un’idea delle città e di un paese in cui il passato sembra sempre risplendere sull’oggi. E’ una “diversa”, nel senso che è anticonvenzionale, non ha nulla della detective “rosa”, non si sofferma sulla superficie. Le sue investigazioni sono esistenziali, sentimentali, anche se non in senso romantico.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi? (Vivente o del passato, senza limitazioni).

Al momento, con il grande disegnatore Igort.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Correggo le bozze del nuovo romanzo in uscita a settembre…

 

:: Un’ intervista con Alessandro Zannoni

27 luglio 2017

1Bentornato Alessandro su Liberi, la nostra ultima intervista è del 2009, una vita fa. Cosa hai fatto da allora?

Ciao Giulietta, sono contento di sentirti! Cosa ho fatto in questi 8 anni… non sono andato a letto presto, ho continuato a leggere e lavare barche, ho fatto pure il boscaiolo, per qualche tempo ho smesso di scrivere, poi ho ripreso e ho cercato un editore per il nuovo romanzo… Le solite cose che riempiono la vita di un uomo che scrive e deve campare.

Nel mondo letterario contemporaneo sei un autore poco convenzionale, ti definirei enfant terrible, se non avessimo la stessa età (quasi almeno). Sei come appari, o un po’ ci giochi?

No, io sono così come mi percepisci. E se fosse una posa, in tutta onestà, ti dico che sarei davvero scemo: essere così poco convenzionale non mi ha di certo aiutato. Però ci ho fatto i conti e va bene così, mi rispetto.

Dirigi un festival letterario molto particolare “Leggere fa male”, in cosa si differenzia da tutte le altre rassegne letterarie che nascono in Italia?

È a numero chiuso, non più della trentina di persone che può ospitare la bellissima struttura che ci ospita, quindi non si pone il problema di “accalappiare” il pubblico con la solita menata del nome di richiamo, nè con l’aperitivo e gli stuzzichini da mangiare o qualcuno che suona per intrattenere. Il pubblico è formato dagli amici – scrittori, cantanti, registi, attori, lettori, lettrici, artisti in generale – che partecipano all’evento: presentiamo libri, si tengono piccoli concerti, a volte monologhi teatrali. Ogni anno cerco di inserire nomi nuovi nella compagnia, formata da persone che arrivano da tutta Italia. Questo era il settimo anno e sono molto soddisfatto per come è andata.

Nel tuo ultimo romanzo Nel dolore, giochi con gli stilemi classici del noir (anche cinematografico), rivisitati dopo la lezione contemporanea postmodernista: il poliziotto antieroe, la dark lady, la provincia americana rugginosa e perlopiù rurale, il mito del Messico, la povertà diffusa più che economica, morale. Perché un autore italiano sceglie di omaggiare il noir appropriandosi di scenari, ambientazioni, territori, condizioni sociali non sue?

Postmodernista… ho pubblicato Le cose di cui sono capace con Perdisa nel 2011, identico come costruzione a Nel dolore. Ero postmodernista pure allora senza saperlo? Bernardi ci avrebbe riso sarcasticamente sopra, e ti riporto quello che mi ha scritto nel 2011 “In un periodo in cui gli autori di noir sembrano imbarazzati di scriverne (se poi gli dici che in realtà scrivono solo gialli, s’incazzano ancora di più), tu ribalti la questione e servi in tavola un romanzo di genere che non solo non si vergogna di essere tale, ma ne proclama orgoglioso l’appartenenza.”
Comunque questa è una domanda a cui ho risposto molte volte, anni fa, appena uscito il primo romanzo in cui appariva Nick Corey; e se non ti scoccia ti giro la risposta che ho dato a una tua collega, perché lo spiego come meglio non potrei: “L’idea era di fare un omaggio al mio libro preferito − Colpo di spugna di Jim Thompson −, un omaggio palese e azzardatissimo, utilizzando il medesimo nome del protagonista e la stessa ambientazione texana. Ma volevo che nell’omaggio ci fosse, sottotraccia, una presa in giro all’editoria nostrana, sempre prona verso la letteratura d’oltreoceano, e già che c’ero, ci ho messo qualche piccolo sberleffo a quei lettori fissati di sole “americanate”. Sono partito con questi propositi ma poi sono passati in secondo piano; la cosa importante era scrivere un romanzo nero potente, utilizzando tutti gli stilemi del genere ma rinvigoriti e svecchiati, e credo di esserci riuscito”.

Per chi tra i lettori non sapesse di cosa stiamo parlando, non avesse ancora letto il tuo ultimo romanzo, Nel dolore è un romanzo a sé per linguaggio, stile, tematiche, insomma niente di più diverso dal cosiddetto giallo all’italiana. Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori?

I miei lettori sono preparati, sanno a cosa vanno incontro quando leggono le mie storie. Ma molti altri nuovi si sono aggiunti, entusiasti di avermi scoperto, specialmente alcuni, che scrivono su riviste di letteratura, che mi hanno scritto mail o recensioni che ho molto apprezzato. Insomma, il giallo italiano va da una parte, io dall’altra, ma non è detto che non possiamo avere gli stessi lettori.

Un omaggio a Jim Thompson. Abramo, ricorda Fireball, il cane ubriacone de L’ultimo vero bacio di Crumley. Rimandi, citazioni, da decifrare fra le righe, il genere crime declinato in tutte le sue varianti, dal poliziesco, al pulp, al noir. Che tipo di lavoro preparatorio hai svolto?

Le mie storie hanno radice profonde nelle mie letture – proprio come accade ad ogni altro autore – e chiaramente sono influenzato, a volte senza che me ne renda conto, in quello che scrivo. Le mie basi sono il noir e l’hard-boiled, ma non vorrei dare meno peso a Miller, Baudelaire, Fante, Fruttero&Lucentini, Buzzati e tutti gli altri autori che non posso citare. E poi i film, i migliaia di film che ho assorbito come fossero libri – a partire dai noir francesi fino ad arrivare ai fratelli Coen. Ecco, il lavoro preparatorio è stato quello di leggere e osservare, poi ho tirato fuori la mia storia utilizzando uno stile che spero sia mio, pur partendo da quello di altri autori.
Puntualizzo però che Abramo è nato dal mio amore per i cani e per Stupido, il cane protagonista di un racconto di John Fante: erano anni che volevo omaggiare i miei fedeli amici facendoli diventare protagonisti di un romanzo; per interpretare Abramo ho dovuto scegliere una razza diversa dai cani che posseggo, altrimenti i miei due avrebbero litigato – uno era un grosso bastardone della Lunigiana, tutto nero, l’altro un American Staffordshire bianco con un occhio cerchiato di marrone.

Bellissimi i personaggi femminili: da Licita Salomon Torres, la madre, (caratterizzata da un pittoresco e curioso linguaggio) a Stella, la compagna del protagonista, a Clarisse. Come sono nati questi personaggi?

Dalla mia voglia di rappresentare un tipo di donna moderna, libera dagli stereotipi e delle convenzioni, che sa gestire la vita e il maschio, e gli tiene testa, non ha paura di dire la sua e si fa rispettare; beve e fuma, fa l’amore e sa scopare, sa essere dolce e all’occorrenza violenta. Una donna normale ma che ha coscienza di sè stessa e della sua forza. Le donne sono le protagoniste assolute del romanzo, anche quando non sembra. Tutto gira attorno a loro. Non c’è bisogno di rappresentarle bellissime né coi superpoteri, o imbattibili killer spietate, per farle diventare delle eroine. Sono espedienti che mi fanno ridere, che avvallo solo per i fumetti.

Luigi Bernardi disse in un’ intervista: Il noir è il racconto della deriva umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima: niente di più, niente di meno. E’ sempre valida questa lezione? L’ hai fatta tua?

Assolutamente. Luigi Bernardi è il mio punto fermo.

E’ difficile far rientrare il noir in un canone ristretto, spesso è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere. Trovi la contaminazione di generi positiva?

Questo modo di interpretare le cose – il noir è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere – ha fatto passare, sotto la definizione di noir – più elegante, più vendibile – ogni tipo di romanzo giallo e thriller, annacquando il genere, che invece è stra/definito e ha regole ferree. È una questione che mi ha visto protagonista di litigate furibonde e di scazzi notevoli, anni fa, e ora mi è passata la voglia. Facciano e dicano quello che vogliono.
Sulla contaminazione ho idee chiare: puoi farla solo se hai un progetto valido e sai scrivere.

Si può scrivere un noir che esuli dal poliziesco, senza poliziotti, investigatori, criminali (perlomeno condannati)?

Certamente. Penso alle parole di Bernardi e cito L’avversario di Emmanuel Carrère.

Parlando di cinema. Una domanda sul tuo lavoro di sceneggiatore: puoi anticiparci qualcosa? In cosa differisce il lavoro dello scrittore da quella dello sceneggiatore? Raccontaci come è andata.

È stata un’esperienza affascinante e massacrante al tempo stesso: mi hanno chiamato a scrivere i dialoghi di una sceneggiatura già scritta. Mi sono dovuto calare in personaggi realmente esistiti e in altri inventati ma già delineati, protagonisti di una storia molto lontana dal mio timbro di scrittore – ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la musica assurge a salvezza di un gruppo di uomini -.
Ho faticato non poco, ma sono riuscito nell’intento, con tanti complimenti da parte dei miei referenti. Tutto un altro tipo di scrittura, rispetto ai romanzi, dopo puoi sviscerare un pensiero per una pagina, o far aleggiare uno stato d’animo per un capitolo intero, o descrivere il gesto di una persona per diverse righe, soffermandoti su mille particolari; no, in una sceneggiatura sta tutto dentro una piccola parentesi a corollario di una frase di un dialogo. Sceneggiare e romanzare sono due cose totalmente differenti.

Cosa legge Alessandro Zannoni, quando non scrive? Ci sono autori esordienti che ti hanno favorevolmente colpito?

Leggo di tutto: mi piace seguire i consigli entusiasti degli amici, o scegliere un romanzo destreggiandomi tra le recensioni finte o vere che trovo in rete o nei giornali. Sono sempre molto curioso, attento a quello che esce, ma il discrimine rimane la qualità di scrittura: non mi faccio problemi a mollare un romanzo se la scrittura non è all’altezza delle aspettative, oppure saltare interi paragrafi appena sento puzza di rottura di coglioni. Ne ho finiti parecchi, in questa maniera. Esordienti, esordienti… ne ho letti un po’ ma nessuno mi ha lasciato il segno, nessuno mi ha fatto emozionare. Invece sto aspettando l’uscita a ottobre del nuovo romanzo di Antonio Paolacci; non esce da parecchio, quindi ha l’allure dell’esordiente, sono certo mi colpirà.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo più facile è attraverso il mio sito: http://alessandrozannoni.strikingly.com/

Beh è tutto, grazie per questa chiacchierata. Ultima domanda, cosa vedremo prossimamente di tuo in libreria?

Ho una raccolta di racconti e un romanzo inedito che cercano casa. Adesso chiamo il mio agente e sento se ci sono novità, poi ti avverto. Ciao Giulietta, a presto.

:: Un’ intervista con Giordano Tedoldi

20 luglio 2017

aaGiordano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Giordano Tedoldi?

Sono uno scrittore.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Roma. La mia infanzia non ha avuto nulla di speciale, almeno non da un punto di vista superficiale o aneddotico. Un giorno vorrei scriverne e allora forse scoprirò come sono andate le cose.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

In famiglia si era deciso che dovessi cominciare a leggere. Non so quanti anni avessi, ero comunque piccolo. Mio nonno materno mi diede il libro Cuore, cosa che fece infuriare mia madre, raramente la ricordo così indignata, neanche mi avessero dato un romanzo pornografico. Mia madre disse che non dovevo assolutamente leggere quelle idiozie. Andammo in una cartoleria e si ritenne opportuno cominciare dai Racconti di Poe, che mi conquistarono immediatamente.

Che lettore sei? Quali sono i tuoi romanzi o autori di riferimento?

Come si dice con un cliché, sono un lettore onnivoro. Non ho romanzi di riferimento in senso stretto, ma tanti libri e autori con cui sento delle affinità. Però non mi va di fare liste di nomi o titoli, sinceramente lo trovo stupido.

Sei uno scrittore difficile? Hai la percezione che gli altri pensino questo di te?

Sì, ho questo sospetto, anche se poi, e proprio adesso con un romanzo certo non di facile lettura come “Tabù”, vedo che molti lo leggono senza uscirne troppo affaticati. Magari un po’ storditi, ma quello è un bene.

Ami rilasciare interviste? Quale è la prima cosa che pensi quando te ne chiedono una?

A periodi, a volte mi va a volte no. La prima cosa che penso è che spero non siano domande cretine o astruse.

Parlami del tuo ultimo romanzo edito.

Come ho detto si intitola “Tabù”, ed è uscito per la collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni. Ci tengo a sottolinearlo perché senza l’esistenza di questa collana, e l’entusiasmo del suo curatore, “Tabù” forse non sarebbe mai uscito. Quanto al parlare del libro, posso dire solo che è un libro in cui si tenta di alzare il livello del desiderio oltre i limiti diciamo così sopportabili dall’apparato percettivo umano. È come se uno alzasse sempre di più il volume di una musica, scoprendo progressivamente non solo l’evidente fastidio e dolore acustico, ma anche nuovi dettagli, nuove voci, nella trama sonora.

È stato difficile trovare un editore? Hai ricevuto molte risposte negative?

Sì è stato molto difficile e frustrante. A volte mi sono anche brevemente scoraggiato. Ma anche grazie a persone in cui ripongo assoluta fiducia, e che l’avevano letto e mi assicuravano che era un lavoro di valore, ho insistito. In generale comunque non sono il tipo che si sfiducia. Finito un lavoro, è raro che pensi davvero di aver sprecato tempo. Gli editori, in generale, ma non voglio esagerare questo aspetto, mi vedono ancora come un “fuorilegge”, per dirla con James Purdy.

Che accoglienza ha avuto da stampa, radio, televisione?

Dalla televisione finora nessuna, da stampa e radio entusiastica.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Questa è una domanda molto tecnica e che richiederebbe una risposta molto lunga.
Diciamo che però tra le due scuole, quella del personaggio “schiavo” di Nabokov, e quella invece del personaggio di cui, a un certo punto fatale, l’autore perde diciamo così il guinzaglio, enunciata da Henry James, io propendo quest’ultima.

Leggi poesie?

Continuamente. Adesso sono alle prese con i Canti di Maldoror e sto finendo la lettura del “Paradiso”.

Pensi che la bellezza salverà il mondo? Pensi che ci sia salvezza per il mondo?

Penso che la bellezza non salverà il mondo e che la questione se ci sia salvezza o no per il mondo è posta male: penso che il mondo sia quello che è e che non abbia bisogno di essere salvato.

Che legami hai con i tuoi lettori?

Prudenti.

Che legami hai con la critica? Leggi le recensioni ai tuoi libri? Pensi che la critica sia libera?

Leggo tutto. Nel bene e nel male, lascio che dicano, senza intervenire se non proprio tirato per i capelli.

Quale è il tuo metodo di scrittura? Fai molte stesure? Scrivi di getto? Scrivi tutti i giorni? Solo in alcune fasce della giornata?

Il metodo è abbastanza variabile, a seconda delle cose su cui sto lavorando. Per un romanzo come “Tabù” mi sono imposto di scrivere almeno mille parole al giorno, tutti i giorni. Questo per completare la prima stesura. Durante la prima stesura non amo molto rileggere o correggere o criticarmi. Al contrario. Sono molto indulgente. Stendo il braccio più che posso per prendere più che posso. Successivamente, c’è una pausa così, un po’ esitante, di riletture timide, piccole correzioni, prima della revisione finale, che può essere anche fatta di più revisioni (come è stato per “Tabù”). A questo punto c’è un’unica affezione che mi domina, oltre al lucido controllo di quello che ho scritto, ed è la spietatezza estrema verso me stesso e, conseguentemente, verso lo scritto. Tutta quell’indulgenza della prima stesura viene capovolta nel suo opposto. Dopodiché si può dire che il lavoro è finito.

Ha amici scrittori, li frequenti? (Se non vuoi fare nomi puoi anche dare una risposta generica).

Sì li ho e li frequento (non molto perché sono abbastanza solitario e del resto anche alcuni di loro) e molti di loro li stimo e ne leggo con curiosità le novità.

Ti piace il teatro? Sei mai stato tentato di scrivere opere teatrali?

Mi piace enormemente. Sì, sono stato tentato ma finora non mi ci sono mai dedicato seriamente.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale, o anche solo artistica, nell’attuale mondo letterario?

Si possono impiegare diverse strategie, ma avrei timore, impiegandole, di diventare un fanatico del controllo, e alla fine di soccombere a una diversità schiavitù. Diciamo che mi fido del mio istinto.

Ti piace la musica jazz?

Non riesco ad amarla profondamente, come la classica. L’unico che ascolto senza troppe perplessità è Coltrane. O cose leggere e credo non rigorosamente jazz come Getz/Gilberto.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

Sì così tanti che non mi va neanche di pensarci. Non mi piace guardare indietro alla mia vita, in genere. Cerco di evitare i resoconti.

Raccontaci un segreto, un dettaglio tecnico relativo alla scrittura che consiglieresti di utilizzare a uno scrittore esordiente.

Imparare a scrivere male. A non avere paura dell’errore, dell’irregolare, dell’abnorme. Se si legge a fondo la letteratura italiana – l’unica letteratura che “faccia testo” per uno scrittore italiano – si troveranno violazioni di ogni genere. Qualche tempo fa in radio mi è scappato un “più maggiore”, me ne sono crucciato ovviamente, pur dicendomi che può capitare. Poi sono andato per curiosità a vedere: in una novella del Bandello si dice “più maggiore”. Resta un errore, non sto invitando all’anarchia linguistica, ma inviterei gli scrittori ad avere più lo spirito di chi si avventura fuori dai confini e dalle norme, che di sigillarsene ermeticamente.

Scrivere ti rende felice? O ti fa arrabbiare, ti rattrista, ti entusiasma?

Scrivere è la mia vita, ma ho l’idea che la felicità, le varie emozioni siano qualcosa di ulteriore. In altre parole: si può dire felicità in tanti modi. Uno di questi è la felicità della scrittura. Ma ce ne sono molti altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Un romanzo non molto noto di Zola: “La cuccagna”, lo “Zarathustra” di Nietzsche, gli scritti musicali di Savinio, e come dicevo i “Canti di Maldoror” di Lautréamont, e Dante.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Per ora, seriamente, a nulla.

:: Un’ intervista con Aldo Morosini, maggiore dei Regi Carabinieri, grazie alla gentile collaborazione di Giorgio Ballario

7 luglio 2017

1Aldo Morosini, benvenuto su Liberi di Scrivere. Forse è la prima volta che rilascia un’intervista, è un po’ emozionato? Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Buongiorno, in effetti non sono abituato a parlare di me e tanto meno a rilasciare interviste. Non credo che il mio passato sia tanto interessante, è simile a quello di molti giovani italiani nati alla fine del secolo scorso e cresciuti nel Novecento, nel mio caso in provincia di Padova e poi in altre regioni al seguito di mio padre, ufficiale del Regio Esercito. Quando è scoppiata la guerra ero già sottotenente dei Reali Carabinieri e in seguito per ragioni di servizio ho girato l’Italia, sono stato a Torino, Firenze, Roma. Poi, alcuni anni fa, c’è stata la possibilità di un breve trasferimento nella colonia eritrea: ho accettato un po’ per spirito d’avventura, un po’ perché c’era la possibilità di far carriera. Poi le cose sono andate diversamente: sono ancora qui e sempre con lo stesso grado di maggiore.

Cosa ne pensa del fatto che Giorgio Ballario abbia trasposto la sua vita in una serie di romanzi? Si riconosce nelle sue storie? Si sente ben rappresentato?

Be, signora Giulietta… le confesso che all’inizio mi ha fatto piacere. Insomma, pur non essendo una persona propensa alla vanità, l’idea che le mie indagini in terra africana diventassero libri e venissero lette da tante persone mi ha lusingato. E devo dire che il personaggio descritto nei romanzi del “ciclo coloniale” sono proprio io, con pregi e difetti. Anche se qualche volta l’autore ha un po’ esagerato, sia nel rendere più movimentate le mie avventure, sia nell’indugiare sulla natura malinconica del mio carattere. Però adesso comincio ad avere alcuni problemi: quando vado in giro a Massaua c’è gente che mi domanda delle prossime investigazioni e al comando del Bassopiano il colonnello non è che veda di buon occhio tutta questa pubblicità per un singolo ufficiale, ha persino minacciato di farmi trasferire. In realtà il comandante ci terrebbe a fare una figura migliore, mi ha confidato che a volte ha l’impressione che l’autore tenda a canzonarsi di lui.

Soffre di mal d’Africa? Non sente mai nostalgia di casa? Come si sente un giovane carabiniere italiano, così lontano da casa, in una terra straniera, per molti versi inospitale? Un pezzo di Italia l’ha portata con sé?

In realtà più che altro soffro di “Mal d’Italia”, perché non c’è giorno che Dio manda in terra che non senta nostalgia della patria e della mia famiglia, rimasta a Padova. Come lei saprà, avendo letto i romanzi, mio padre è risultato disperso nella guerra e per la mamma è stato un durissimo colpo, non si è mai più ripresa. Soffre di esaurimento nervoso e per forza di cose le cure ricadono su mia sorella, che peraltro ha una famiglia sua cui badare. Di conseguenza la lontananza mi pesa anche per questo motivo. Però le confido un segreto: quando mi capita di passare alcuni mesi in Italia, in licenza, allora sì che soffro di Mal d’Africa. E provo grande nostalgia per questa terra aspra, torrida e inospitale alla quale mi sento ormai legato da un indissolubile rapporto di amore e odio. Odi et amo, come scriveva Catullo… Lei sa, vero, che amo molto i classici latini?

Si sente un uomo del suo tempo? Ben integrato, apprezza il mondo che la circonda? Quale è il suo rapporto con il potere?

Che domande impegnative! Sono un uomo del mio tempo, questo è sicuro, ma ho talvolta l’impressione che per me sarebbe stato meglio vivere in altre epoche della storia umana. Il mondo che mi circonda è brillante, stimolante, in continua evoluzione ma in tutta sincerità devo dirle che non sempre lo apprezzo; così come non sempre apprezzo il potere. Lo considero un male necessario, indispensabile per organizzare la convivenza del genere umano e per amministrare la giustizia, tuttavia ci sono aspetti connaturati all’esercizio del potere che mi ripugnano profondamente. Ma in questo caso si ricade soprattutto nei difetti e nei limiti della natura umana, come insegna il mio maestro Seneca.

Apprezza le scelte coloniali del suo paese? Quali sono i lati più deleteri di questa “avventura” africana?

Come militare non posso giudicare le scelte del mio governo. Come uomo le dirò che non sempre mi trovo d’accordo con le decisioni di Roma o del governatore dell’Eritrea, però sul ruolo civilizzatore dell’Italia nell’Africa orientale non ho nulla da obiettare: girando per l’Eritrea e la Somalia mi sono reso conto dell’enorme progresso materiale e spirituale che la colonizzazione italiana sta costruendo, anche per le stesse popolazioni indigene. Soprattutto se compariamo le nostre colonie con le condizioni di vita che esistono nei possedimenti francesi, britannici e belgi. Certo, anche qui nelle colonie troppo spesso fanno strada certi individui spregiudicati e privi di scrupoli, un po’ come nella madrepatria… ma questo magari non lo metta nell’intervista.

Ha due aiutanti, che la coadiuvano nelle sue indagini: il maresciallo Eusebio Barbagallo, e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì. Che persone sono? ce le racconti.

Non posso che parlar bene di entrambi. Sono due persone di grande spessore umano e militari di fortissima tempra e disciplina, devo ammettere che senza di loro in certe occasioni non me la sarei cavata. Barbagallo ha la rara dote di non perdere il buonumore neppure nei momenti più critici e di contagiare con il suo ottimismo tutta la truppa. Tesfaghì è l’uomo che tutti vorremo avere alle nostre spalle in battaglia: silenzioso, discreto, affidabile e in grado di risolvere qualsiasi problema con la naturalezza tipica della sua gente, che abita da millenni queste terre inospitali. Quando ha saputo di esser diventato il personaggio di una serie di romanzi non ha battuto ciglio, ma so che in fondo, anche se non lo dimostra, ne è molto orgoglioso.

Aldo Morosini e la disciplina. Le costa fatica ubbidire agli ordini? Essere integrato in una struttura gerarchica un po’ autoritaria. Le capita mai di volere disubbidire agli ordini?

Essendo figlio di un militare e avendo scelto di entrare nell’Arma sin da giovane, alla disciplina sono abituato, così come ad essere parte di una struttura con una rigida gerarchia. E’ stata una mia scelta e non ne sono pentito, peraltro non penso che lavorare in una grande industria oppure nell’amministrazione pubblica permetta invece di non avere a che fare con disciplina e gerarchia. A quanto mi dicono nell’Italia a voi contemporanea sono concetti – noi diremmo “valori” – un po’ superati e temo che non sia un bene. La disciplina può non essere piacevole, ma insegna a tutti ad avere un ruolo e una responsabilità nella società. Quanto agli ordini… ubbidire non è sempre facile. Soprattutto quando capita di ricevere ordini sbagliati o semplicemente cretini: allora sì che viene voglia di non eseguirli. E sapesse quante volte l’ho fatto… Ma anche questo magari non mettiamolo nell’intervista.

Aldo Morosini e le donne: Pensa mai che incontrerà la donna della sua vita? Come se la immagina?

Ah, le donne! Croce e delizia per ogni uomo, soprattutto a queste latitudini. Sa, qui nella colonia non è molto facile incontrare signore libere, da poter corteggiare. Voglio dire, le italiane sono quasi tutte sposate e anche se c’è qualche collega che si dedica scientificamente a sedurre donne maritate, è un costume che personalmente rifuggo. Al di là delle valutazioni morali, sarebbe poco dignitoso per un ufficiale dei Reali Carabinieri venir sorpreso in mutande in una casa altrui… Perciò preferisco di gran lunga frequentare le ragazze di madame Chantal, anche se sono soltanto un surrogato dell’amore con la A maiuscola. Amore che peraltro ho incontrato varie volte, come lei saprà, signora Giulietta, avendo letto i romanzi in cui compaio: Virginia, la fotografa tedesca Erika, la giornalista americana Helen… Incontri poco fortunati, purtroppo, che si sono sempre conclusi con un addio.

Aldo Morosini legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Leggo quando posso, nel tempo libero dalle esigenze di servizio e anche nei momenti morti fra un’indagine e l’altra. Qui a Massaua non ci sono molti divertimenti e quando scende la sera e l’aria torrida si fa meno irrespirabile mi piazzo sotto le pale del ventilatore e leggo: quale miglior maniera per prendere sonno? Mi piacciono i classici latini – Seneca per me è una specie di guida spirituale – ma cerco di rimanere aggiornato anche sugli autori contemporanei, di recente ho letto alcuni racconti di Pirandello che mi hanno entusiasmato, così come le liriche del mio quasi coetaneo Ungaretti e di Eugenio Montale. D’Annunzio lo ammiro come personaggio pubblico e uomo di cultura, ma i suoi romanzi non mi hanno mai conquistato, a differenza delle poesie. Fra i giornalisti-scrittori trovo geniali Longanesi e Maccari e le confesso che in certi momenti non mi dispiace leggere anche dei romanzetti d’intrattenimento a sfondo poliziesco, come quelli di quell’autore romano… Augusto De Angelis mi pare. E di recente il mio amico Morandi, insegnante di letteratura, mi ha fatto conoscere un franco-belga piuttosto piacevole, tal Simenon.

Va mai al cinema, a teatro, nei caffè? Che tipo di esotica vita mondana si vive nelle colonie?

Come dicevo prima, a Massaua non ci sono molti divertimenti, altra cosa è quando salgo ad Asmara: lì sì che c’è un’attività mondana paragonabile all’Italia. Il cinema mi piace, ma le pellicole qui arrivano sempre molto in ritardo: a volte rimpiango la madrepatria anche per questo motivo. Le opere teatrali giungono ancor meno, al massimo nelle colonie vengono in tournée di compagnie popolari come quella del mio amico Pippo Lanzafame, dove lavora Virginia, è proprio in una simile occasione che l’ho rivista, come sa chi ha letto “Morire è un attimo”… ma lasciamo perdere. Restano ristoranti e caffè, che spesso sono l’unica alternativa alle tristi cene in caserma. Sono di casa al caffè Savoia e al ristorante “da Mario”, dove una volta al mese si svolgono le “veglie del triumvirato”, vale a dire la tradizionale cena mensile con i miei amici più stretti, l’ufficiale medico Ragazzoni e appunto il professor Morandi. Quasi sempre concludiamo le “veglie” nella casa di tolleranza di madame Chantal, ad eccezione di Morandi che è sposato… Ma non vorrei che si facesse di me un’idea sbagliata: queste serate sono delle eccezioni, il più delle volte resto solo nel mio alloggio a leggere o osservare per ore il volo degli uccelli sulla baia di Massaua illuminata dalla luna. Per non parlare delle sere in cui sono in missione, in cui il letto è un miraggio e ci si deve accontentare di una coperta e della terra pietrosa d’Eritrea come materasso.

Tra un pettegolezzo e l’altro, si mormora che esista una quarta indagine sua, scritta dal suo buon biografo Giorgio Ballario. E’ vero? Puoi confermare o smentire? Noi lettori del 2017 la potremo leggere?

Di indagini ne ho svolte a decine, anche se non tutte interessanti da un punto di vista romanzesco. Per quel che ne so l’autore ne ha una già pronta da tempo ma non ho capito per quale motivo non sia stata ancora pubblicata, dalla colonia mi sfuggono le logiche editoriali del mercato librario. Mi son fatto l’idea che per quest’anno non se ne parla, ma è molto probabile che il libro venga stampato nel 2018, anche se l’autore fa il misterioso persino con me. Questione di scaramanzia, si vede.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, la quinta tenendo il conto?

Ah, guardi, non voglio apparire reticente ma proprio non saprei che cosa dirle. Non posso sapere che cosa mi riserverà il domani ed essendo un carabiniere – uso a obbedir tacendo, come dice sempre Barbagallo – devo essere pronto ad andare dove mi mandano in missione. Non solo qui in Eritrea, che ormai conosco come le mie tasche, ma anche in Somalia, in Etiopia, magari anche in Libia, chissà. Nessuno può dire quale futuro ci aspetti ed è meglio così, perché non ci sarebbe nulla di peggio che conoscere in anticipo il proprio destino.

:: Un’ intervista con Fabio Novel, curatore editoriale della collana Delos Passport

29 aprile 2017

indexBenvenuto Fabio su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. Ti intervisto in veste di curatore della collana Delos Passport, quindi ti farò domande anche sulla tua veste di autore, ma meno specifiche. Dunque iniziamo, mi piacerebbe che presentassi ai nostri lettori questo tuo impegno editoriale. Raccontaci come è nata questa collana.

Ciao. Innanzitutto: grazie a Liberi di scrivere dell’ospitalità e ai “naviganti” che qui trovano felice approdo, per la loro curiosità e attenzione.
Quello di Delos Passport è un progetto che ho ideato e fortemente voluto. Si è concretizzato per la fiducia che mi ha dato Delos Digital.
Come nasce? Dalla passione per i viaggi, dall’attenzione per la geopolitica, dalla profonda convinzione sul valore reale e potenziale della diversità, benché con quel pragmatismo critico che stempera l’idealismo prendendo in considerazione le varie problematiche pertinenti, per tenerlo in allerta su tutte le sfumature della complessità del mondo e dell’essere umano. Aspetti che già erano emersi in alcuni miei lavori di narratore. E aspetti che, soprattutto, ritengo possano catturare l’attenzione forse non di un vasto pubblico, ma comunque di un numero potenzialmente significativo di lettori, quantomeno sul mercato digitale. Lettori che però vanno raggiunti e convinti. Intenti, impegno e qualità dei testi non bastato. Ci vuole visibilità. Quindi, opportunità come questa intervista sono davvero utili.
L’idea iniziale per la collana è scaturita mentre leggevo Internazionale, un settimanale che seguo da più di vent’anni. Attraverso la traduzione di articoli e approfondimenti della stampa dei vari paesi, e interventi dedicati di giornalisti, economi, scrittori e scienziati, aiuta a tenersi aggiornati su quanto accade nel mondo. Una pubblicazione che resta preziosa anche nei tempi di internet e Google. Nel fruire di queste “finestre” sull’attualità internazionale e sulle varie sfaccettature globali, locali e interconnesse, il mio animo di autore si è spesso detto “diavolo, qui si potrebbe costruire un bel racconto”. E in un paio di alcune occasioni l’ho anche fatto. Tuttavia, complice la mia personalità, la mia professionalità (sono un responsabile di funzione Formazione & Sviluppo) ed esperienze pregresse di curatela, in particolare di due volumi di spy fiction italiana per Mondadori, mi sentivo fortemente attratto dalla prospettiva di coordinare una collana AAVV di tale taglio.
Così, ho strutturato un progetto e mi sono fatto avanti con Delos. La sua impostazione editoriale digitale era l’ideale per ciò che avevo in mente: una collana di narrativa che portasse il lettore in giro per il mondo con uno certo spirito comune, emozionandolo sì, ma anche con un’alta attenzione alla qualità dell’ambientazione. I luoghi (non solo fisici – naturali e/o antropici – ma anche umani e/o culturali e/o sociali) diventano protagonisti al pari dei personaggi delle trame. Il tutto, attraverso versatilità di stili personali, di tematiche e declinazioni di genere.
Insomma: un “passaporto” fiction per le realtà che stanno oltre i nostri confini nazionali.

Apre la collana La prima pietra, un tuo racconto. Penso racchiuda tutte le caratteristiche principali che deve avere un racconto adatto a comparire in questa collana. Che linee guida daresti a un autore che volesse presentarti un suo racconto?

Per punti.
Le location sono rigorosamente estere. Ogni ebook ci porta in uno stato (o nazione) diverso. Eventuali scenari italiani possono entrare nel narrato, ma solo se aggregati e funzionali nella location primaria.
L’ambientazione deve essere tra i protagonisti. O perché racconta qualcosa di peculiare del luogo e/o dei fatti e/o delle genti di cui si racconta. O perché il narrato, pur se in fondo adattabile anche ad altri quadri, viene accuratamente coniugato al contesto proposto. Come scrivo in una mia nota esplicativa in Facebook, agli autori della collana viene data libertà di approcciare le varie ricostruzioni sceniche del mondo anche servendosi dei riferimenti più riconoscibili e noti, ma viene però assolutamente richiesto di evitare superficialità e luoghi comuni, ponendo invece attenzione alla cronaca, alle società, agli usi, ai fatti, alle persone, alla geopolitica, ecc. Con gli occhi, la mente e il cuore del viaggiatore e/o, in un certo senso, del reporter di qualità; o anche semplicemente di chi si sforza di capire, approfondire, empatizzare o talvolta condannare, ma sempre sforzandosi di evitare stereotipi consolidati e perniciosi manicheismi.
Il punto precedente ci porta al fatto che prediligerò per la collana racconti che, oltre ad appassionare il lettore, affrontino delle tematiche forti: storie perlopiù drammatiche, intellettivamente ed emozionalmente intense. Attenzione, però: il “prediligerò” non significa per niente l’esclusione di opere di approccio più leggero, prettamente ma intelligentemente evasive, o persino ironiche.
Per quanto concerne i generi narrativi, la collana sarebbe idealmente configurata come trasversale ai generi, ma per i primi tempi abbiamo deciso di focalizzarci su un contenitore un po’ meno eclettico, tuttavia ampio e versatile, aperto a misurate contaminazioni, capace di spaziare tra noir, cronaca, crime, giallo, spionaggio, bellico, thriller e parenti vari.
Lunghezza. Lo standard è tra 60.000 e 120.000 caratteri, spazi bianchi inclusi. Eccezionalmente, potranno trovare pubblicazione opere che arrivano a un limite minimo di 50.000. Per il limite superiore… be’, forse la collana potrebbe ospitare anche romanzi, in futuro. Un passo per volta, ad ogni modo.
Circa La prima pietra, sì: ha battezzato Delos Passport perché risponde a questi requisiti ed è uno dei possibili esempi di soggetto centrato. L’unico parametro di collana che il mio racconto non rispetta è quello della preferenza per testi che superino i 50.000 caratteri, salvo sporadiche e ragionevoli deroghe. L’eccezione, in questo caso, è coerente con la scelta di avere un numero di lancio a (come si usa dire: “soli!” 😉 ) 0,99 centesimi.

A che tipo di lettori ti immagini siano destinati questi racconti? Ti sei fatto un identikit, per quanto naturalmente ipotetico?

Direi che la tua domanda indaga soprattutto su quale potrebbe essere il lettore più fidelizzato, giusto?
Be’, sicuramente quanti amano o si sforzano di guardare anche oltre i confini del proprio cortile. Chi ama viaggiare, non necessariamente solo in modo sfidante e impegnativo, ma anche turistico, purché non con le logiche da villaggio turistico. Chi legge le notizie internazionali, oltre che la cronaca locale. Chi è curioso…
Insomma, la risposta sta già negli obiettivi principali di collana, dai. Se una/o ci si riconosce, Delos Passport fa decisamente per lei/lui.
Tuttavia, saranno storie molto differenti tra loro, quindi ognuna saprà accontentare (oltre ai dedicati e agli “onnivori” 😉 ) insiemi di palati diversi, a seconda della singola trama, autore e genere proposti.

Stai svolgendo anche un vero e proprio lavoro di scouting editoriale, alla ricerca di testi adatti. Come ti stai muovendo su questo piano? Hai già lettori, scout, persone di riferimento?

Non puoi partire con una collana senza un palinsesto iniziale affidabile e programmato. Quindi, una prima serie di autori l’ho reclutata in fase progettuale.
Ora la ricerca di scrittori interessati alla collana prosegue da parte mia, ma nel contempo sono iniziate ad arrivare candidature spontanee.
A marzo è stato anche avviato un contest per un racconto dal titolo Ucciso il 4 di luglio, con ambientazione necessariamente USA. In premio la pubblicazione nel numero 7 della collana, in distribuzione appunto il 4/7/2017. Scopo del contest è non solo trovare il racconto utile, ma fare scouting di possibili autori nuovi, o a me nuovi. Inoltre, qualche testo valido potrebbe comunque trovare successiva pubblicazione, con altro titolo.
Nel complesso, mi piacerebbe creare nel tempo un team di persone che credono nel progetto nel suo insieme, oltre che – ovviamente – nella propria opera.

È una collana prevalentemente digitale, giusto?

È una collana solo digitale, come del resto tutte le pubblicazioni Delos Digital.
Tant’è vero che i diritti per la pubblicazione in cartaceo restano comunque all’Autore.

Prima pubblicazione dunque “La prima pietra”. Ce ne vuoi parlare?

La prima pietra ha una sua storia alle spalle. Non nasce per questa collana, benché ne incarni in pieno lo spirito, come abbiamo visto prima. Tanto da sentirmi di proporlo come apripista.
Ha un tocco da reportage, come ha fatto notare un mio lettore affezionato, che ritengo mi preferisca su narrazioni meno mainstream e più di genere. Perché dietro alla storia umana, c’è lo scenario delle lotte indipendentiste tuareg, e di quanto siano state infiltrare da frange fondamentaliste. Ma si tratta decisamente di narrativa, e i punti di vista sono quelli dei protagonisti. Inoltre, penso/spero di avere intriso di emozione il racconto. Che è una storia d’amore, innanzi tutto. Senza smancerie. Con passione e dolore. E realismo. Perché se i protagonisti sono del tutto di fantascia, la mia storia ci conduce a un fatto realmente accaduto nella regione dell’Azawad, nel 2012.

Puoi anticiparci alcuni titoli che avete già selezionato per la pubblicazione?

Con piacere!
Sinora sono usciti, oltre a La prima pietra:
L’ustascia, le donne e Dio, un racconto lungo di Diego Zandel, un autore di lungo corso, il cui esordio per la libreria Mondadori risale al 1981. Diego ci propone un noir che parla della ex-Yugoslavia, di fanatismo nazionalista intrecciato a quello religioso, di violenza sulle donne, di legami di amicizia.
E Vendetta finlandese, di Lorenzo Davia, una storia a sfondo spionistico, ambientata prettamente a Helsinki. Presenta un protagonista che aspira alla serializzazione: Jyrki Linna, il Silenzioso, agente di punta dell’intelligence finlandese. Un tipo che parla poco persino per gli standard finnici, e odia la musica.
Seguirà, il 2 maggio, Sotto gli occhi di Pericle. L’autrice, Scilla Bonfiglioli, ci porta ad Atene, solo qualche anno fa, all’avvio del protocollo governativo Xenios Zeus contro l’immigrazione. Due amiche volontarie in una ONG, un brutale poliziotto, una piccola rifugiata e un misterioso e straniero sono i protagonisti principali di questo racconto, dove presente e mito s’incontrano.
Sempre a maggio, con Baba Jaga, Oriana Ramunno ci riporta al freddo Nord, nel 2011. Dopo un passaggio per la Piazza Rossa di Mosca, arriviamo tra i veleni nucleari di Murmansk, cimitero della Flotta del Nord dell’ex-URSS. Una giovane vuole la verità sulla misteriosa morte del padre. La verità, come al solito, non è mai pura. E viene sempre accompagnata.
A giugno, il Premio Tedeschi Andrea Franco ci accompagna invece in Romania, in quel di Brașov. Un racconto molto curato, oltre che nell’ambientazione, anche in quello delle relazione personali, anche più intime, tra individui di nazionalità diverse. “So dove sei” è un racconto che piacerà anche ai lettori della collana Segretissimo Mondadori.
Ai primi di luglio uscirà il racconto vincitore del contest Ucciso il 4 di luglio.
In seguito Delos Passport vi porterà nel Kurdistan, e in Azerbaijan, Spagna, Ungheria, Sudafrica, Danimarca, Bosnia, forse Somalia… Ci stiamo lavorando.
Per ora usciamo ogni tre settimana, ma se ci sarà riscontro, potremmo valutare di passare quattordicinali, con maggiori opportunità anche per gli autori che si riconoscono nel progetto, oltre che per i lettori.
Contiamo sul vostro interesse e sostegno 😉 🙂 .

Ringraziandoti della disponibilità, noi di Liberi ti facciamo un grande imbocca al lupo per il tuo progetto e come ultima cosa magari forniscici dei recapiti, dei riferimenti dove gli autori possano contattarti per proporti i loro lavori.

Innanzitutto, la pagina Facebook di Delos Passport:  (un “Mi piace” alla pagina è sempre gradito J ).
Qui, in Nota di FB, un’informale dichiarazione d’intenti.
Sempre in FB, trovate anche il sottoscritto, sia come individuo qui, che come autore qui.
La pagina web di Delos Passport è qui.
Per dubbi, domande ed eventuali proposte (soggetti possibili o racconti già finalizzati), abbiamo un account di posta specifico: passport@delosdigital.it.
Vi aspetto.
E non dimenticate che siete anche lettori, oltre che autori, eh? 😉
Grazie a tutti.
Un abbraccio.

:: Un’ intervista con Rena Olsen

16 aprile 2017

nonCiao Rena. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, terapeuta, insegnante. Chi è Rena Olsen? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una gran bella domanda. Vediamo … Sono nata in un freddo pomeriggio di gennaio, pochi giorni prima che una tempesta di neve gigante colpisse …
Ha! Stavo solo scherzando. Se dovessi scegliere una sola parola per riassumere me stessa, sarebbe eclettica. Mi piace provare un sacco di cose diverse, indossare un sacco di cappelli diversi. Provo quasi tutto almeno una volta (tranne quando si tratta di cibo … non sono molto avventurosa in questo caso). Canto in chiesa con la mia band, sono un terapeuta a tempo pieno, ho tenuto corsi universitari, e mi piace scrivere qualsiasi cosa, dai thriller alla fantascienza, sia per ragazzi che per adulti.
Quanto a come questo si traduca in punti di forza e di debolezza, penso che sia un punto di forza essere in grado di adattarsi a cose diverse. Sono molto flessibile e abbastanza facile da accontentare. Sono una persona semplice e sempre pronta ad aiutare. Punti deboli? Ho una scarsa capacità di attenzione, che dovrebbe essere ovvio da tutto ciò che ho detto finora. Procrastino. Vivo in uno stato di caos organizzato, che spinge molti miei amici più organizzati di me a ritenermi un po ‘folle. Diciamo solo che la mia creatività è debole in tutti gli ambiti della vita, il lavoro, le amicizie, le pulizie di casa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho vissuto in cinque diverse città in tre diversi stati prima di andare al college. Mio padre decise durante il mio anno di scuola materna a New York di andare in seminario per diventare pastore, così ci siamo spostati in Iowa, e poi ci siamo trasferiti diverse altre volte dopo pochi anni. Ho imparato molto su me stessa e sulle altre persone in questi spostamenti. Sono andata al college a Sioux Falls, Dakota del Sud, e ho conseguito la laurea triennale in Psicologia. Ho frequentato poi un master in matrimonio e terapia familiare. Ora sono un supervisore per un programma di assistenza che invia i terapeuti nelle scuole in tutta la città di Des Moines, nello Iowa, al fine di raggiungere i bambini che non potrebbero ottenere tali servizi altrimenti. Scrivo la sera e nei fine settimana.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Ero solita sognare ad occhi aperti costantemente, creare storie nella mia testa circa le persone che conoscevo e le persone che creavo. Quando ero in terza elementare, ho scritto una storia su un dente antropomorfo che cade dalla bocca di una ragazza e inizia un’avventura nella scuola. Quella storia vinse quell’anno il concorso di scrittura dello stato dello Iowa. Ho vinto un paio di gare durante la scuola, ma non ho preso sul serio la scrittura fino a dopo la scuola di specializzazione. Nel 2009 ho tentato il National Novel Writing Month per la prima volta, e mi sono resa conto che avevo dentro di me quel qual cosa per creare un intero romanzo. (Questo primo romanzo devo dire era orribile, ma tra l’altro, il maggior numero di primi romanzi lo sono, ma ho imparato molto!)

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio romanzo di debutto, Non dirmi bugie (The Girl Before), era il quarto romanzo completo che ho scritto, e in un secondo tempo che ho mandato agli agenti sul serio. (Il primo che scrissi l’ ho inviato brevemente prima di capire quanto orribile fosse). Mi ci sono voluti due anni e un sacco di rifiuti poi ho firmato con il mio agente. Penso che chiunque si metta nel business dell’editoria abbia bisogno di accettare il fatto che il rifiuto è una parte del processo, su tutti i fronti. Trattare con il rifiuto è una vera prova della vostra determinazione. Per fortuna, il mio libro è stato venduto abbastanza rapidamente ad un editore, ma ciò non è frequente.

Il tuo romanzo d’esordio The Girl Before è ispirato ad una storia vera? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

The Girl Before non è ispirato da una sola storia. I personaggi e le situazioni sono completamente inventati. Ma ho fatto un sacco di ricerche sulla tratta di esseri umani partecipando a molti seminari. Ho anche usato un sacco di mie conoscenza psicologiche e sulla natura umana per dare risposte realistiche nelle diverse situazioni. La mente umana è incredibile e cercherà sempre di proteggere se stessa.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Avevo imparato molte cose sul traffico di esseri umani in America, e su quello che accade in tutto il resto del mondo. Penso che quando si ha l’occasione di conoscere queste cose ci si sente impotenti, e allora mi sono chiesta che cosa si potrebbe fare di fronte a una realtà così tragica. Da parte mia sapevo che ne avrei potuto scrivere. Ho iniziato a chiedermi come sarebbe qualcuno cresciuto in quel mondo, se tutto quello era la sola realtà che aveva conosciuto. Fu allora che Clara ha cominciato a parlare con me, raccontandomi la sua storia. L’ho scritta come lei l’ ha detta a me. So che mi fa sembrare un po’ pazza, ma penso che concorderete con me che la maggior parte degli scrittori lo sono. 😉

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo romanzo?

Il libro è incentrato su Clara, che viene separata dal marito e dalle figlie durante un raid nel loro complesso abitativo. Viene presa in custodia e interrogata da degli agenti sugli affari del marito. Mentre in un primo momento si rifiuta, poi con riluttanza inizia a condividere la sua storia, e vediamo scene della sua vita prima, come è cresciuta, come è arrivata ad essere quello che è. Non ci sono capitoli, solo sezioni che alternano la linea temporale tra presente e passato.

Puoi dirci un po’ di più dei tuoi protagonisti?

Clara è il personaggio principale. Si presenta un po ‘ingenua, a volte, ma lei è incredibilmente forte e leale. Ha un grande cuore, e parte della sua difficoltà nel ricordare il suo passato consiste nel suo orrore per la consapevolezza che tutto ciò che sapeva essere reale e vero potrebbe essere una bugia. Glen è il marito di Clara. Sono cresciuti insieme. Clara è stata allevata dai genitori di Glen insieme a molte altre ragazze, e l’amore tra Glen e Clara era proibito. Glen è costantemente diviso tra l’amore per Clara e il suo desiderio di compiacere il padre e di essere all’altezza delle aspettative dei suoi genitori. Connor è l’agente che lavora con Clara per convincerla a raccontare la sua storia. Egli è in un primo momento il nemico, ma nonostante Clara lo percepisca in questo modo, ne fa notare la gentilezza. Connor si prende cura di Clara non solo come un testimone, ma anche come una persona che è stata vittima di una situazione terribile per la maggior parte della sua vita, anche se non se ne accorgeva.

Ti capita mai di usare le tue paure personali o esperienze nelle tue storie?

Non in questa storia, ma a volte uso una conversazione divertente o un aneddoto curioso che poi inserisco in un libro. Cerco tuttavia di stare lontana da questo per quanto è possibile, tanto più che si tratta di altre persone. E se metto troppe mie paure in un libro, mi preoccupa il fatto che mi sentirei troppo vulnerabile. Tuttavia, è impossibile non lasciare frammenti di se stessi nelle pagine quando si scrive un libro. E’ inevitabile.

Quale ruolo gioca Internet per la scrittura, la ricerca, e la commercializzazione dei tuoi libri?

Faccio la maggior parte delle mie ricerche su Internet, sia leggendo articoli o interviste o anche solo facendo domande sui social media per un aiuto su un argomento specifico da parte degli esperti. Non credo che la commercializzazione sarebbe andata altrettanto bene senza Internet. E ‘un modo fantastico per connettersi direttamente con i lettori. Compro la maggior parte dei miei libri sulla base delle raccomandazioni sui social media. Se qualcuno di cui mi fido ha letto e amato un libro, probabilmente lo leggo anche io, e la maggior parte delle mie vendite sono on-line.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti?

Questa è una domanda incredibilmente difficile. Leggo sempre e sono sempre alla ricerca di nuovi autori. Il mio obbiettivo di lettura è probabilmente vicino ai 200 libri attualmente. Ho bisogno di un anno di pausa da tutto ciò solo per leggere. I miei autori preferiti attuali sono Maggie Stiefvater, Nicola Yoon, Victoria Schwab, e Gillian Flynn. Ho letto un sacco di libri. Tale elenco è molto breve, ma potrebbe richiedere fino un’intera pagina con i grandi autori.

E quali sono i tuoi film preferiti, e le serie tv?

Un’altra domanda difficile! Come ho detto prima, sono molto eclettica. Amo Orgoglio e pregiudizio, Ever After, Cinderella, e While You Were Sleeping, ma amo anche Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars, Star Trek, e tutti i film di supereroi Marvel. Mi piacciono i film d’animazione Disney, nonché in particolare avendo sei nipoti li guardo con loro. Non guardo molta TV, quindi per quanto riguarda gli spettacoli televisivi guardo principalmente vecchie serie. Sono una grande fan delle maratone su Netflix. Mi piacciono Gilmore Girls o Psych e i crime come White Collar, Criminal Minds e Leverage. Sono sempre alla scoperta di nuovi preferiti.

Quale parte hai preferito durante la scrittura?

Con Non dirmi bugie quello che ho apprezzato di più è stato guardare il mio personaggio principale crescere e prendere coscienza della sua situazione. Fui sollevata quando arrivammo alla quota di rimborso del libro, perché la storia è abbastanza forte di tanto in tanto. Si tratta di un argomento difficile, ma importante.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro?

Nulla fino ad ora, ma se conosci qualche grande regista, invitalo sulla mia strada!

Come i lettori possono mettersi in contatto con te?

Controllate il mio sito web all’indirizzo renaolsen.com. Sono anche su Twitter @originallyrena.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sono attualmente in fase di revisione del mio secondo romanzo, che è ancora senza titolo. Ha un titolo in realtà, ma proprio non mi piace, quindi sarà cambiato. E ‘quello che io chiamo una “favola inversa”, dove al felici e contenti inizia la storia, e le cose vanno in discesa da lì in poi. E ‘un altro thriller psicologico che ha a che fare con i culti e la religione e su quando qualcuno vi rinuncia per amore. Allegro, no? Grazie per avermi invitata!

:: Un’ intervista con Rodrigo Elgueta

28 marzo 2017
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Credit photo © Felipe Monardes Carlos Reyes Gonzales (sulla sinistra) e Rodrigo Elgueta

Con grande piacere abbiamo potuto intervistare gli autori de Gli Anni di Allende, vincitore dell’ edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Oggi è la volta di Rodrigo Elgueta. Abbiamo provveduto a mettere sia la versione originale che italiana, per tutti i nostri lettori di lingua spagnola. Siamo inoltre felici di confermare l’arrivo in Italia dei due autori, che saranno a Bologna alla Children’s Book Fair. In particolare ci sarà una presentazione del libro martedì 4 aprile alla libreria Modo Infoshop. Buona lettura!

Bienvenido Rodrigo y felicitaciones para haber ganado este premio y para tu trabajo.
Eres un diseñador de comics y un illustrator. Hablanos de tí y  de tu trabajo.

Primero que todo, agradezco el interés por conocer nuestro trabajo y por habernos permitido obtener el premio a todos los lectores, que sin duda es un tremendo apoyo desde la gente. Nos entusiasma este premio desde varios puntos de vista, pero rescato el interés y admiración por la figura del presidente Salvador Allende, por su legado político y por su visión de lo que necesitaba Chile y lo que podría ocurrir ante un golpe de estado. Golpe de estado que ya es indicado por algunos estudiosos como el inicio de esta nueva era Neoliberar extrema. También mis agradecimientos van hacia Paolo Primavera y Alice Rifelli y a todo el equipo de Edicola ediciones, quienes nos han traído a Italia, y han traducido nuestra obra para un público italiano sensible a los ideales de igualdad, fraternidad, justicia social y cultural. Ahora, pasando a algo que me incomoda que es hablar de mi, les puedo comentar que uno de mis intereses es la historia. Y no es casualidad que haya querido desarrollar varios libros con un marcado acento en la investigación histórica, pero especialmente en aquellas historias no aceptadas en los marcos oficiales. Chile y el mundo están llenos de historias no contadas, desconocidas, pero que reflejan muy bien nuestros procesos como sociedad. En este sentido, ser dibujante me ha permitido aglutinar la gran variedad de intereses que poseo sobre varios ámbitos de la cultura y el universo. El haber descubierto a temprana edad que el dibujo me gustaba mucho y especialmente el dibujo de historieta, se transformaron en una gran ventaja para mi ante la vida…ventajas cuyos códigos aprendí leyendo historieta y aprendiendo de los grandes dibujantes chilenos como Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, o de los dibujantes internacionales como Jack Kirby, Guido Vallejos, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, entre muchos otros. Por ejemplo, el dibujo me permitió desarrollar uno de mis intereses especiales,  las culturas indígenas de américa latina y especialmente sus mitos y religiones. Durante varios años estuve ilustrando personajes y mitos de américa, lo que me permitió explorar la maravillosa iconografía, sus diseños, personajes y narraciones. Incluso en este momento estamos terminando un nuevo libro, también guionizado por Carlos Reyes, de posible publicación en el segundo semestre de este año, que tratará sobre la exterminada etnia Selknam de Tierra del Fuego, que es un nuevo comic-documental, cuyo posible nombre es “Nosotros Los Selknam”, con el cual continuamos en esta línea de revisitar nuestra historia, siendo testimonio de la tremenda riqueza cultural que tenían esta culturas nómades en estado paleolítico y que vivieron en la Patagonia de nuestro país hasta hace no más de 100 años, donde el gobierno chileno amparo su exterminio y el de las otras etnias fueguinas que vivían en la Patagonia.

Benvenuto Rodrigo e congratulazioni per il Premio Liberi di Scrivere Award e per il tuo lavoro. Raccontaci un po’ del tuo lavoro di illustratore e autore di fumetti.

Prima di tutto desidero ringraziare i lettori per l’interesse nei confronti del nostro lavoro, mio e di Carlos [Carlos Reyes, sceneggiatore del fumetto “Gli anni di Allende”] e per averci permesso di ottenere questo premio, che è senza dubbio una grande dimostrazione di sostegno. L’aver ricevuto il premio ci rende entusiasti sotto diversi punti di vista, e in particolare per l’attenzione e l’ammirazione dimostrati nei confronti della figura del presidente Salvador Allende, della sua eredità politica e della sua visione di quelli che erano i bisogni del Cile e di quello che sarebbe potuto essere il nostro paese prima del Colpo di stato. Colpo di stato che viene già considerato da alcuni studiosi come l’inizio di questa era di neoliberalismo estremo.
Voglio ringraziare anche Paolo Primavera e Alice Rifelli e tutto il team di Edicola per averci portato in Italia, traducendo il nostro libro per un pubblico di lettori sensibili agli ideali di uguaglianza, fratellanza e giustizia sociale e culturale.
Passiamo adesso a quello che mi fa sentire più a disagio, ovvero  parlare di me. Uno dei miei interessi principali è la storia e non è un caso che abbia voluto dedicarmi a diversi libri con una spiccata componente di investigazione storica, con una preferenza particolare per quelle versioni dei fatti non ufficiali.
Il Cile e il mondo intero sono pieni di queste storie che non sono state ancora raccontate, storie tuttora poco conosciute ma che rispecchiano profondamente i processi della nostra società.
Da questo punto di vista, essere disegnatore mi ha permesso di unire la grande varietà di interessi che ho sempre avuto nei diversi ambiti della cultura. E l’aver scoperto da bambino che il disegno mi piaceva, specialmente il disegno a fumetti, si è trasformato in un grande vantaggio per affrontare la vita, grazie a tutto quello che ho imparato leggendo fumetti e scoprendo il lavoro dei più grandi disegnatori cileni come Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, e internazionali come Jack Kirby, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, tra tanti altri.
Ad esempio, il fumetto mi ha permesso di approfondire uno dei miei interessi più grandi, quello sulle culture indigene dell’America Latina, e specialmente i loro miti e le loro religioni. Per molti anni ho illustrato personaggi e miti delle culture indigene, il che mi ha permesso di esplorare la loro meravigliosa iconografia, i loro disegni, i loro personaggi e le loro narrazioni.
Proprio in questo momento insieme a Carlos stiamo ultimando un nuovo libro, che probabilmente verrà pubblicato in Cile nel secondo semestre di quest’anno, dedicato allo sterminio dell’etnia Selknam della Terra del Fuoco. Sarà un nuovo fumetto documentaristico, che probabilmente si chiamerà “Nosotros Los Selknam”, nel quale torneremo a rivisitare la nostra storia e a essere testimoni della profonda ricchezza culturale di queste culture nomadi che abitarono la Patagonia fino a non più di cento anni fa, e il cui sterminio fu appoggiato dal governo cileno, insieme a quello di molte altre etnie della stessa zona.

Cuales son tus estudios, como has empezado tu profession?

Soy profesor de Artes. Estudie en una universidad especializada en el área de pedagogía, y esta decisión, surgida de la reflexión que tuve  a los 16 años, fue por la idea de mantenerme cerca del dibujo. Pero creo que fue la mejor decisión. Al estudiar pedagogía en Artes, también significó aprender variadas disciplinas propia de las artes visuales, como cerámica, dibujo técnico, diseño, dibujo, pintura, historia del arte, estética, entre varios mas…disciplinas que eran complementadas con áreas de las ciencias pedagógicas, como curriculum, psicología infantil y juvenil…es decir una carrera profesional con una gama muy amplia de conocimientos, que me han ayudado mucho en mi trayectoria de ilustrador y dibujante de comic. Realicé clases durante varios años tanto a niños como a adultos, pero lo dejé completamente para dedicar mas tiempo al comic y la ilustración. Pero siempre que soy invitado a dar alguna charla o taller trato de participar con mucha felicidad.

Quali sono stati i tuoi studi e come hai iniziato la tua professione?

Sono professore d’arte. Ho studiato in una università specializzata nell’area pedagogica e questa decisione – presa a 16 anni – è nata proprio dal desiderio di rimanere vicino al mondo del disegno. Studiare pedagogia e arte mi ha permesso di imparare diverse discipline tipiche dell’arte visiva, come la ceramica, il disegno tecnico, la pittura, così come la storia dell’arte e l’estetica, e al tempo stesso dedicarmi a materie come scienze pedagogiche o psicologia infantile. Il risultato è un curriculum con una gamma molto ampia di conoscenze che mi hanno aiutato successivamente nel mio lavoro di illustratore e disegnatore di fumetti. Per molti anni ho insegnato a bambini e  adulti ma attualmente ho lasciato l’insegnamento per dedicarmi completamente al fumetto e all’illustrazione. Quando però mi capita di essere invitato a tenere conferenze o a fare laboratori accetto sempre con grande entusiasmo.

Como nació tu colaboraccion artística y profesional con Carlos Reyes?

Con Carlos ya nos conocemos muchos años, desde el año 2007 en que yo publicaba la revista “Platino”, junto a otro gran dibujante chileno llamado Juan Vasquez, donde explorabamos nuestros propios intereses, en un espacio de libertad gráfica y narrativa. Por medio de esta publicación Carlos conoció mi trabajo. Y justamente, el año 2011 Carlos estaba coordinando un proyecto editorial, donde iban adaptar a comic los cuentos de Heredia Detective ( de Ramón Diaz Eterovic). Sucedió que les faltaba un dibujante para trabajar en uno de estos cuentos y me invitaron a participar. Desde ese momento no he parado de tener proyectos, de los cuales algunos han sido escritos por Carlos. Afortunadamente con Carlos Reyes, logramos un método de trabajo, donde él se preocupa de entregarme, junto con el guión, una gran cantidad de material de referencia, facilitando mi trabajo. Existe una relación de confianza mutua, lo que es un privilegio al tener un socio con gran complementación.

Come è nata la tua collaborazione artistica e professionale con Carlos Reyes?

Con Carlo ci conosciamo da diversi anni, dal 2007 anno nel quale pubblicavo nella rivista “Platino”, insieme a un altro gran disegnatore cileno Juan Vasquez. Esploravamo i nostri interessi in uno spazio di libertà grafica e narrativa. Fu attraverso questa rivista che Carlos conobbe il mio lavoro. Nel 2011 stava coordinando un progetto per adattare a fumetti i racconti di Heredia Detective di Ramón Diaz Eterovic e stava cercando un disegnatore: mi invitò a partecipare. Da quel momento non ho mai smesso di avere nuovi progetti, alcuni sono stai scritti da Carlos. Abbiamo sviluppato un metodo di lavoro dove lui si preoccupa di consegnarmi, assieme alla sceneggiatura, una grande quantità di materiale di riferimento, facilitandomi il lavoro. Esiste una relazione di fiducia reciproca, considero un privilegio avere un socio così competente.

Trabajaste sea en Chile que en el extranjero? Hablanos de la situaccion actual en tu pai s para quien quiera entraprend er tu profesion. Hay algunos diseñadores de los cuales tendremos que estar pendientes?

Nunca he trabajado para el extranjero. Afortunadamente he podido trabajar de manera permanente para el mercado Chileno, con varias editoriales y proyectos culturales, pero ha sido el comic el medio que me ha abierto las posibilidades a nivel mundial de una manera insospechada. Por “Los Años de Allende” hemos tenido conversaciones con varias editoriales extranjeras interesadas en editar y traducirlo. Entre ellas EDICOLA ediciones, casa editorial italiana que ha confiado en nuestro trabajo y ha apostado en este libro.
Chile, debido a su situación geográfica y por su apertura económica al mundo en 25 años, con una economía neoliberal ( que aquí es inhumana), los ilustradores y dibujantes de chile, han tenido la posibilidad de vivenciar una gran cantidad de influencias, en una mixtura donde puedes encontrar en los festivales de comic e ilustración a dibujantes con influencia norteamericana, oriental, amerimanga, europeo, experimental etc, lo cual ha sido positivo, porque curiosamente ha sido la tierra fértil donde se a forjado una identidad, donde los artistas han buscado sus propio caminos. Incluso los artistas que trabajan para el mercado norteamericano, como Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, se han destacado por lo novedoso de sus propuestas para un mercado tan marcado por Marvel o DC comic. Ante tu pregunta, me es muy difícil recomendar a algunos dibujantes para que los amigos italianos descubran….porque son muchosss…pero ante la consulta debo nombrar a algunos: pienso en Claudio Romo, un artista con formación académica en artes y grabado, pero que esta llevando a la ilustración a una dimensión onírica novedosa para estos tiempo. También les recomiendo la obra de Rodrigo López, un dibujo caricaturesco, que explora el desborde de la psique humana,…y por medio del comic¡¡¡ También los invito a conocer los lápices de Juan Vásquez, que por medio de una estética Punk, gráfica las dimensiones oscuras de la sociedad Chilena, al igual que Carlos Carvajal de una región de mi país que se llama Coquimbo, con una obra espesa y oscura que se adentra en el chile oscuro, que no deja indiferente al espectador. Chile tiene una gran tradición de comic, que sería muy larga de contar, pero que aprovecho de invitarlos a conocer y de nuestros grandes autores, les recomiendo conocer la obra de Themo Lobos con “Mampato” y en humor político la grandiosa obra de Hervi, seudónimo de Hernán Vidal.

Hai lavorato sia in Cile che all’estero? Parliamo della situazione attuale del tuo paese per chi desidera intraprendere la tua professione. Ci sono alcuni disegnatori che dovremmo seguire?

Non ho mai lavorato all’estero. Per fortuna ho potuto lavorare con continuità per il mercato cileno, con diverse case editrici e progetti culturali, ma è stato il fumetto che inaspettatamente mi ha dato molte possibilità a livello mondiale. Grazie a “Gli anni di Allende” abbiamo avuto molte conversazioni con case editrici straniere interessate a tradurlo e pubblicarlo. Tra di loro, Edicola, che ha avuto fiducia nel nostro lavoro e ha scommesso su questo libro.
Gli illustratori e i disegnatori cileni hanno avuto la possibilità di sperimentare una gran quantità di influenze, che si riflette in un mix evidente nei festival di fumetti e illustrazione dove ti può capitare di incontrare disegnatori con influenza nordamericana, orientale, amerimanga, europea, sperimentale ecc…, il che è molto positivo, dato che è stata la terra fertile dove si è formata un’identità, dove gli artisti hanno cercato le proprie strade. Anche artisti che lavorano per il mercato nordamericano, come Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, si sono messi in luce con le loro proposte innovative in un mercato così dominato da Marvel o DC comic. Per questo, mi risulta molto difficile raccomandarti qualche disegnatore in particolare affinché i nostri amici italiani possano scoprirli (sarebbero moltissimi), ma per rispondere alla domanda, te ne nomino qualcuno: penso a Claudio Romo, un artista con una formazione accademica in arte e incisione, ma che sta portando la sua illustrazione in una dimensione onirica molto innovativa per questi tempi. Raccomando anche l’opera di Rodrigo López, un disegnatore di caricature, che esplora i labirinti della psiche umana e lo fa attraverso il fumetto!! Inoltre, invito a conoscere i tratti di Juan Vásquez, che attraverso un’estetica punk, rappresenta le dimensioni oscure della società cilena, allo stesso modo di Carlos Carvajal (della regione di Coquimbo), che con un’opera densa e cupa si addentra ne Cile oscuro che non lascia indifferente il lettore. Il Cile possiede una profonda tradizione del fumetto, che sarebbe molto lunga da raccontare, ma per un’infarinatura vi raccomando di conoscere il lavoro di Themo Lobos con “Mampato” e quello di Hervi, pseudonimo, di Hernán Vidal, caratterizzato da un gran umorismo politico.

La elecion de dibujar Gli anni di Allende en blanco y negro ha sido tuya? Tiene un significado preciso?

Si, propuse el estilo de la obra bajo la técnica de la tinta. Esto debido a que de mi experiencia personal y que coincide con la de varios chilenos, es acercarnos a la memoria de este período, suplantada por las películas y fotografías en blanco y negro realizado por los cineastas, fotógrafos y documentalistas…hemos heredado este período en “blanco y negro” que aún nos lleva a conectarnos con una sensación de angustia…que la dictadura de Pinochet se encargo de transmitir.
Aprovecho de comentar que este libro lo tomo como un homenaje a todos los artistas audiovisualistas y fotógrafos que salieron a la calle a registrar estos años vertiginosos, percibiendo ellos la trascendencia  histórica de lo que estaban atestiguando.
Ahora volviendo a tu pregunta, los lectores de Los Años de Allende, se darán cuanta que en la página 111, cambio la técnica de tinta por el lápiz grafito. Y esto lo hice en el momento en que comenzábamos a narrar el golpe del 11 de septiembre de 1973, donde la técnica se supeditaba a mi necesidad expresiva. Yo soy fans del lápiz grafito y creo que era la técnica que permitiría experimentar y transmitir fuerzas expresivas instantáneas necesarias para narrar gráficamente momentos tan dramáticos como este nefasto golpe militar, que cambio a Chile y el mundo por completo. Quise dar un “golpe” en la técnica en el momento del “golpe”, pasando de tintas, que requieren un mayor control y método en su aplicación, a el lápiz grafito, mas instantáneo y rápido..…experimento que nuestro editor en Chile Rafael López y el mismo Carlos Reyes, apoyaron absolutamente.

La scelta di disegnare Gli anni di Allende in bianco e nero è stata tua? Ha un significato preciso?

Sì, ho proposto che l’opera venisse realizzata con la tecnica dell’inchiostro in bianco e nero, visto che la mia esperienza personale, che coincide con quella di molti cileni, è stata quella di avvicinarmi alla memoria di questo periodo attraverso i film, i documentari e le fotografie in bianco e nero … abbiamo tutti ereditato questo periodo in “bianco e nero” che ci porta ancora a connetterci con la sensazione d’angustia che la dittatura di Pinochet ha diffuso nel paese.
Considero questo libro un omaggio a tutti gli artisti e a tutti i fotografi che sono scesi in strada per tenere traccia di quegli anni vertiginosi, percependo l’importanza storica di quello di sono stati testimoni.
Tornando alla tua domanda, i lettori de “Gli anni di Allende” si renderanno forse conto che a partire da pagina 111 ho cambiato la tecnica della tinta con quella della matita a grafite. Il cambio coincide con il momento in cui si inizia a narrare il colpo di stato dell’11 settembre 1973 e qui la tecnica si sostituisce alla mia necessità espressiva. Sono un fan della matita a grafite e credo che sia la strada più adatta per sperimentare e trasmettere forze espressive immediate, necessarie per narrare graficamente momenti così drammatici come il colpo di stato che ha cambiato completamente il Cile e il mondo stesso. Ho voluto dare un “golpe” alla tecnica proprio nel momento del colpo di stato, passando dalla tinta, che richiede maggiore controllo e maggior metodo nell’applicazione, alla grafite, più immediata e rapida… esperimento appoggiato sia da Rafael Lopez, il nostro editore cileno, che da Carlos Reyes.

Cual fue la parte más dificil en el proceso de dibujar las tablas de esta graphic novel?

Desde el punto vista gráfico los desafíos fueron muchos. Por un lado realizar una gran variedad de retratos de personajes históricos que debían ser reconocidos y que en algunos casos debía dibujar dándole expresiones faciales de las cuales no existían registro. También las locaciones de esta historia, significaba para mí abastecerme de una buena cantidad de fotografías de aquellos años y buscar sectores de la ciudad que mantuvieran su misma arquitectura. Por otro lado, un período histórico como este, significaba dibujar muchas páginas con multitudes. Todo dibujante sabe que dibujar multitudes es un esfuerzo titánico que pone a prueba la constancia y paciencia. En este sentido, el trabajar con aguadas de tinta china me permitió solucionar con pinceladas gran cantidad de espacios con personas, pancartas y banderas. Finalmente mencionaría como otro de los tantos desafíos, el plasmar en un dibujo, situaciones históricas fundamentales que nunca antes se habían representado. Por ejemplo, un momento de ira de Allende cuando arroja su teléfono, o cuando disparaba desde el balcón de una oficina de la Moneda en el momento del Golpe mismo. Me siento privilegiado de ser parte de esta obra que explora estos hechos conocidos a nivel mundial. Además me siento conectado emocionalmente con esta época. En algunas páginas retrato momentos que mi propia familia me contó o elementos que vi cuando niño. Consulté publicaciones de grandes fotógrafos como Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, y el conocido documental “La Batalla de Chile” de Patricio Guzmán. Finalmente creo que hemos tocado una fibra del inconsciente colectivo de nuestro país, porque hemos observado la emoción de muchas personas al hojear este libro, aflorando emociones y recuerdos. Además en esta obra Allende es uno de los personajes principales, pero al mismo tiempo lo es también el pueblo.

Quale è stata la parte più difficile nel disegnare le tavole del fumetto “Gli anni di Allende”?

Dal punto di vista grafico le sfide sono state diverse. Da un lato realizzare una grande varietà di ritratti di personaggi storici che dovevano essere riconoscibili e che in alcuni casi dovevo disegnare dando loro espressioni facciali di cui non esisteva nessuna traccia o registro. Per quello che riguarda i luoghi mi sono procurato molte fotografie dell’epoca, cercando settori della città che avevano mantenuto la stessa architettura.
Dall’altro lato affrontare un periodo storico come questo ha significato disegnare molte scene di massa. Ogni illustratore sa che disegnare scene di massa è uno sforzo titanico che mette a dura prova costanza e pazienza. Da questo punto di vista l’aver lavorato con annacquando la tinta mi ha permesso di risolvere con pennellate ampi spazi con persone, striscioni e bandiere.
Un’altra sfida è stata sicuramente quella di aver rappresentato situazioni storiche fondamentali che non erano mai state disegnate prima. Per esempio, un momento di ira in cui Allende lancia il telefono oppure mentre spara da un balcone della Moneda durante il golpe.
La verità è che mi sento privilegiato a essere parte di questa opera che narra eventi conosciuti a livello mondiale. Mi sento molto legato a questa epoca dal punto di vista emotivo. In alcune pagine del fumetto ritraggo momenti che mi sono stati raccontati dalla mia famiglia o elementi che ricordo dalla mia stessa infanzia.
Naturalmente ho fatto riferimento al lavoro di grandi fotografi, come Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, e al famoso documentario “La Batalla de Chile” di Patricio Guzmán.
Credo che con questo libro abbiamo toccato uno nervo scoperto dell’immaginario collettivo del nostro paese e ce ne siamo resi conto osservando le reazioni delle persone mentre leggevano e sfogliavano le pagine del fumetto, mentre i loro ricordi e le loro emozioni tornavano a galla. Perché se è vero che Allende è il personaggio principale del libro, al tempo stesso anche il popolo lo è.

Te agradecemos para tu disponibilidad, y ante de despedirnos me gustaria hacerte otra pregunta sobre tus compromisos laborales, y preguntarte si tienes en programa de venir a Italia en un futuro proximio?

Por supuesto¡¡¡ viajaremos con Carlos Reyes a la Feria del Libro de Bologna estos primeros días de Abril, asi que nos pueden ver por ahí y conversar con notros, e incluso participar de las actividades que EDICOLA nos a preparado para esta semana, entre colegios, bibliotecas, talleres etc. Y también estamos preparando una gira por varias ciudades de italia, presentando Gli Anni di Allende para el mes de Septiembre de este 2017, también organizadas por EDICOLA, donde nuestra intención es hablar de esta época de la historia de Chile el mismo 11 de septiembre, e incluso vivir el 18 y 19 de septiembre (días de las fiestas patrias en Chile) en italia. Así que ya saben que están todos invitados a estas actividades, y que se mantengan atentos a  los avisos de fecha y lugar por Edicola. Gracias por todo y a todos ustedes y nos vemos pronto en vuestro hermoso país.

Ti ringraziamo molto per la tua disponibilità e prima di salutarci ti chiedo se hai un programma di venire in Italia.

Ma certo!! Con Carlo Reyes stiamo per partecipare alla fiera Bologna Children’s Book Fair, magari ci si vede lì e possiamo scambiare due chiacchiere o partecipare alla presentazione de Gli anni di Allende nella libreria Modo Infoshop, (martedì 4 aprile alle 19,30). Inoltre Edicola ci ha preparato attività e corsi in scuole e biblioteche. Stiamo anche preparando un piccolo tour in diverse città italiane per il prossimo settembre, il nostro intento è essere in Italia proprio l’11 settembre, per parlare di questa epoca storica del Cile e trascorrere nel vostro paese le nostre feste nazionali (Fiestas Patrias). Così che già da adesso siete tutti invitati! Attenti quindi alla comunicazione di Edicola. Grazie per tutto e ci vediamo presto nel vostro bel paese.

[Traduzione a cura di Alice Rifelli]

Recensione di Gli anni di Allende: qui.

Intervista con Carlos Reyes González: qui.

:: Un’ intervista con Giusy De Nicolo

24 marzo 2017

swtGiusy, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. E’ vero che vivi a Londra in questo momento?

Grazie a te piuttosto. Sono pugliese, laureata in Lettere, ho un master in Mediazione familiare e ovviamente ho collezionato i lavori più diversi e improbabili: insegnante, operatrice di call centre, venditrice di pubblicità per una radio locale, educatrice in un centro diurno per minori in difficoltà, data processor… E sì, vivo in Inghilterra da quasi tre anni, in una cittadina a sud di Londra. Un posto a metà tra Paperopoli e Sleepy Hollow, ma molto, molto più freddo e buio.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Credo sia sempre stato lì, sin da piccolissima. Mi piaceva leggere e scrivere storie. Poi ovviamente costringevo genitori e sorella a leggerle. Per loro fortuna erano brevi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Aiuto. Quanti ne posso elencare? Michail Bulgakov, Stephen King, Italo Svevo, Laurell Hamilton, Edgar Allan Poe, Christopher Moore, Luigi Pirandello, Shirley Jackson. E mi fermo. Ma tra due minuti mi dispererò per aver tralasciato qualche nome fondamentale.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

È una storia un po’ complicata. SweetDreams, il mio primo romanzo autopubblicato, nacque anni fa come feuilleton sul quindicinale con cui collaboravo. Nonostante l’azzardo, l’esperimento stava riscuotendo successo, senonché la rivista morì a seguito del cambio di proprietà con successivo tentativo di golpe. Una faccenda interessante, che magari poi ti racconterò. Comunque, il giornale sparì dalle edicole mentre la storia era ancora a metà e io mi dedicai ad altri due romanzi. Ma, vuoi perché nel tempo diversi lettori continuavano a dimostrarmi il loro affetto minacciandomi di ritorsioni cruente se non avessi concluso la storia, vuoi perché mi sembrava davvero un peccato, ho finalmente vinto la mia gigantesca pigrizia, rieditato, concluso e pubblicato da indipendente. Perciò direi che è stato tutto molto casuale e dettato dalla voglia di non abbandonare i lettori e vedere cosa sarebbe successo.

Hai pubblicato Echi di sangue, Apocalypse kebab con lo pseudonimo di J. Tangerine e SweetDreams. Ce ne vuoi parlare?

Echi di sangue è la storia di un comunissimo studente universitario con la sindrome del criceto, fuorisede a Bari, che dopo una serata di bagordi alcolici si imbatte in un vampiro, e da allora la sua vita sarà stravolta tra mafiosi albanesi, carabinieri con poco senso dell’umorismo e segreti mostruosi che sarebbe meglio lasciare sepolti.
Apocalypse kebab è un racconto di guerra, di alieni e d’amore ambientato in una Praga sull’orlo del collasso. Qui l’eroina più scazzata del mondo, per fermare l’apocalisse, dovrà uccidere il capo degli invasori. Solo che questi non solo è un ragazzo gentile e adorabile, ma ha anche delle ragioni più che valide per fare ciò che fa.
SweetDreams torna ai vampiri con una storia più corale, i cui personaggi principali sono, da una parte, Ivan, vampiro, guerriero e stratega, uno tosto e pericoloso ma con un debole per il musetto della nuova recluta, il quale si scopre al centro di una macchinazione che vuole stritolarlo; dall’altra parte ci sono Cataldo e Manuel, due nerd sfigatissimi trascinati nel conflitto dallo sciagurato interesse per il mistero dei vampiri.

Parli di vampiri. Scrivi storie horror, con sfumature umoristiche. Da Twilight in poi c’è stata quasi una saturazione del genere, declinato in tutte le salse dal romance, al new adult, all’ horror di stampo stokeriano. In cosa si differenzia il tuo stile?

Cerco di essere realistica, per quanto possa sembrare un nonsenso in una storia di succhiasangue. Mi sforzo di creare un mondo credibile, in cui i personaggi abbiano comportamenti e motivazioni sensate e coerenti. E mi piacciono i contrasti generati dalla collisione di universi all’apparenza inconciliabili, come quello dei vampiri con la vita di un ragazzo qualunque, il cui ricordo più terrificante fino a quel momento è stato il compagno di classe bullo che lo buttava nel cassonetto. Da ciò nascono le situazioni più spaventose ma anche i momenti esilaranti.

Perché secondo te la figura del vampiro affascina e continua ad affascinare? Che archetipo rappresenta?

Può essere il mostro puro, senza intelletto, governato solo dalla sete. Ma anche una creatura complicata e contraddittoria, che ha maturato saggezza e conoscenza ma al prezzo del dolore che una esistenza abnormalmente lunga comporta, che possiede qualità fisiche inumane di forza e resistenza ma non può sfuggire alle proprie passioni umane. Questo è l’archetipo che mi piace esplorare.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La prima stesura, quando sono completamente ossessionata dalla storia e, se va davvero bene, me la vedo dipanarsi sotto gli occhi mentre scrivo. È uno stato di grazia.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Già fatto, ma tutto sotto pseudonimo perché la mia compagna di merende non vuole apparire col vero nome. E se mi lascio sfuggire qualcosa mi strangola, mi dispiace. Però mi sono divertita come una pazza.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Scrivo sempre nella stessa stanza, con musica rock, punk o metal ad alto volume, e mangio, soprattutto cibo spazzatura. Tiro a cioccolata bianca, patatine e gelato. Una tragedia.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Direi generalmente pacifico. Solo una volta mi sono trovata in mezzo a una rissa tra schieramenti diversi e a distanza di anni ancora non ho capito come ci sia finita. Ma finora i blogger che si sono occupati del mio lavoro mi hanno trattata bene. Con gli autoprodotti poi vedo che molto dipende dal genere. Alcuni blogger che si occupano di fantastico e horror parlano solo di romanzi pubblicati con Casa Editrice, altri solo di autoprodotti, alcuni non toccherebbero un libro italiano neanche con un bastone di due metri, altri il contrario. Chi non si pone tutte queste limitazioni mi pare siano le blogger che si occupano di romance. Mi sembrano più libere.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Anni fa, mentre scrivevo il primo romanzo, sottoposi un racconto a un gruppo di lettura allora molto famoso. Si trattava di un lavoro a cui tenevo molto, che consideravo particolarmente riuscito. Dopo mesi di attesa ricevetti la risposta, una stroncatura completa. Fu una mazzata micidiale. Passai due giorni a piangere sui miei sogni infranti e su una bottiglia di primitivo di Manduria. E anche passata la sbornia non scrissi una riga per mesi. Quella volta ci sono andata davvero vicina. Poi un giorno ho deciso che, sì, va bene, chi se ne frega, a me piace troppo, e ho ripreso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Direi di sì. Si tratta sempre di cifre piccole, in rapporto al mercato italiano, ma una recensione positiva su un blog che gode della fiducia dei suoi lettori è importante.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Pure questa è difficile. Va ben, tre nomi totalmente diversi. Christian Frascella col suo Mia sorella è una foca monaca. Geniale, struggente ed esilarante, scritto benissimo. Claudio Vergnani, che con Il 18° vampiro ha inaugurato una serie di romanzi meravigliosa. Ha uno stile pulito, preciso e dissacrante, è un maestro. Tullio Avoledo. Il suo L’elenco telefonico di Atlantide è una spanna sopra i romanzi più acclamati degli ultimi venti anni.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Con incredibile ritardo, American gods di Neil Gaiman. È magnifico, ne sono innamorata.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Intanto grazie mille a te per il tempo che mi hai dedicato. E no, ancora non sto scrivendo. Sono ancora in fase di rimuginio furioso. Sto cercando di far combaciare i pezzi. Echi di sangue ha volutamente lasciato alcune domande in sospeso e alcuni dei lettori che lo hanno apprezzato mi chiedono da anni una seconda parte. Mi sembra giunto il momento di rispondere.

:: Un’ intervista con Alicia Giménez-Bartlett, a cura di Elena Romanello

14 marzo 2017

ALICIAAlicia Giménez-Bartlett è una delle autrici spagnole più popolari e amate oggi, sia grazie ai gialli (novelas negras in lingua originale) di Petra Delicado che alle sue altre storie. Al Circolo dei lettori di Torino ha raccontato un po’ di cose sui suoi libri, se stessa e la vita in generale.

Il genere giallo è considerato appanaggio degli autori uomini. Come mai siete così poche donne a cimentarvi con esso?

Prima le donne non scrivevano, così come non facevano tante altre cose, c’è un ritardo nella presenza delle donne nell’arte, nella musica, nella cultura, socialmente e storicamente. Di solito, inoltre, si pensa che nelle storie poliziesche ci siano situazioni poco piacevoli, adatte solo agli uomini. Del resto le donne hanno fatto la rivoluzione del giallo, innanzitutto quelle angloamericane, poi sono venute quelle europee, e hanno conquistato questo genere in maniera più rapida che non il potere economico per esempio, in un processo prima difficile ma che poi diventa rapido.

La letteratura gialla o novelas negras si è allargata a macchia d’olio, con prima i romanzi inglesi, poi quelli italiani, poi il filone spagnolo, poi gli autori nordici e orientali e non è ancora finita. Come mai la letteratura gialla si è evoluta da genere di serie B a fenomeno culturale?

Penso che la letteratura debba raccontare la realtà, questo succede dal tempo del realismo ottocentesco, con autori come Hugo e Zola che hanno raccontato davvero cosa voleva dire essere operai allora. Oggi il genere che racconta meglio il mondo contemporaneo e i problemi della gente è il giallo, che parla anche di attualità e dei problemi di oggi.

Come mai voi giallisti spagnoli ambientate le vostre storie praticamente sempre a Barcellona e non per esempio a Madrid?

Barcellona è una città con una rigida struttura sociale a piramide, con una mentalità borghese, tradizionalista, moderna solo all’apparenza. Un delitto che avviene qui fa da risonanza forte, tenendo conto che è anche una città turistica, variegata, vivace. Madrid è molto più grande come città ma non ha tutte queste caratteristiche, che sono perfette per lo sfondo di un romanzo giallo.

Tu alterni romanzi gialli e romanzi di altro genere, di costume. Cosa ti spinge verso un genere rispetto che un altro, visto che alterni?

Io sono una Gemelli e per me è tutto doppio, ho avuto due mariti, due figli, due cani, due case e due modi diversi di scrivere. Petra Delicado è la mia parte umoristica, giocosa, mentre nei miei altri romanzi, come Uomini nudi, viene fuori il mio aspetto introspettivo e malinconico.

Anche i tuoi romanzi hanno sempre al centro una coppia, c’è chi ha scomodato Don Chisciotte…

Non riesco a dare duplicità ad un solo personaggio. E per me sono fondamentali anche i personaggi secondari, avete mai notato come un film non funziona quando per esempio i personaggi di contorno non sono ben delineati?

Hai mai provato a scrivere due libri in contemporanea come faceva per esempio Simenon con la serie di Maigret e gli altri suoi romanzi?

Sì, ma non ci sono riuscita. Era impossibile per me. Comunque io non amo particolarmente Simenon, lo trovo molto maschilista, i suoi personaggi femminili sono o mogli o prostitute, stereotipati e insopportabili.

Nella letteratura gialla trova spazio il cibo e il mangiare, anche Fermin Gàrzon adora mangiare…

Tutta questa presenza di cuochi in tv oggi mi sembra una gran cretinata, cucinare non mi pare una grande arte, e il considerarla tale mi pare una prova del momento di decadenza sociale che stiamo vivendo, dove si dà spazio a chi non ha idee diverse e nuove da proporre. Fermin ama mangiare, ma perché mangiare è una necessità. In ogni caso, nei Paesi nordici sono rimasti stravolti perché faccio bere troppo alcool ai miei personaggi in servizio, cosa per loro inconcepibile.

L’umorismo che c’è nei tuoi libri fa parte della cultura spagnola?

Certo, mi ispiro molto alle battute che sento fare dalla gente per strada. Come quel giornalaio con un cagnolino piccolo che ad una signora che gli chiedeva a cosa gli servisse ha risposto dicendo al cane Attaccala! O al bar ho visto un cliente che pagava tirando fuori tante monete e il barista che gli diceva Ma credi di essere in chiesa? O ancora quando ho chiesto al ristorante una tazza di brodo gallego e ho detto che resuscitava i morti tanto era buono e il mio vicino ha detto L’importante è che il morto non sia Franco!

Quanto hanno in comune Petra e Alicia?

Petra è più coraggiosa di me, si arrabbia più di me, è più pratica, non invecchia e non ha paura di offendere gli altri. Però mi sono ispirata a certe cose con i miei figli per alcune situazioni di Petra.

Quali sono i tuoi autori e autrici preferiti?

Leggo molto e adoro cercare novità e nuove voci. Mi piace il giallo, soprattutto quello mediterraneo, e tra gli italiani adoro Ammaniti, Camilleri, un maestro con cui condivido lo stesso editore, Lucarelli, Carlotto e Elena Ferrante.

Il tuo prossimo libro?

Sto lavorando ad una nuova storia di Petra, che dovrebbe essere pronta per l’estate e che molto probabilmente uscirà in Italia entro fine anno. Parlerò di un problema grave di oggi, quello della solitudine nelle grandi città, e il titolo sarà Mio caro assassino.

:: Un’ intervista con Rocco Ballacchino

13 marzo 2017

parBenvenuto Rocco su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Descriviti ai nostri lettori come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

R: Per molti lettori io assomiglio molto al “mio” commissario Crema. Confesso che ci sono diversi riferimenti al mio quotidiano che ho trasferito in questo personaggio. L’ambito familiare è molto simile al mio, moglie e figli compresi, e ho spesso carpito alcuni episodi che ci sono accaduti per riportarli nei miei gialli. Per i più maliziosi confermo però, come spesso mi capita di fare durante le presentazioni, che non c’è nessuna Dottoressa Bonamico, il magistrato del cuore del commissario, nella mia vita.

Negli anni ho recensito parecchi tuoi libri da Crisantemi a Ferragosto, a Appello Mortale, fino a Torino Obbiettivo finale, ma questa è la prima nostra intervista. Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

R: Torino obiettivo finale è il mio settimo romanzo dal 2009. Chi l’avrebbe mai detto, in tutta onestà. Ho iniziato con Crisantemi a ferragosto, edito da Il Punto Piemonte in bancarella che non smetterò mai di ringraziare (specie Patrizia Marra) per aver creduto in me nonostante non avessi particolari raccomandazioni. Mi hanno pubblicato dopo aver letto e apprezzato la prima versione, autoprodotta di quel romanzo, cosa più unica che rara nel panorama editoriale italiano.

Fai parte di Torinoir, ce ne vuoi parlare?

R: Torinoir è un’associazione culturale, composta attualmente da 11 scrittori, nata nel 2014 su iniziativa del nostro presidente, Giorgio Ballario. Ci siamo proposti di promuovere la letteratura giallonoir mettendo, per una volta, da parte l’egoismo e l’individualismo che caratterizza solitamente il ruolo dello scrittore. Abbiamo pubblicato una serie di lavori collettivi e abbiamo un sito attraverso cui è possibile seguire ciò che facciamo (www.torinoir.it). Per il prossimo Salone del libro stiamo organizzando un’importante iniziativa, ma per ora non posso dirvi di più…

E’ appena uscito per Frilli editore Torino Obbiettivo finale, il tuo ultimo noir della serie con Sergio Crema e Mario Bernardini. Ce ne vuoi parlare?

R: Questo giallo fa parte di una trilogia, con Scena del crimine e Trama imperfetta, in cui i protagonisti sono il commissario Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini, due personaggi agli antipodi che hanno però incontrato il favore del pubblico. Penso che sia proprio la loro diversità, fisica e caratteriale, a favorire questa magica alchimia. Torino obiettivo finale inizia con la riapertura di un caso di omicidio già apparentemente risolto e porterà il commissario a confrontarsi con una storia più grande di lui relativa alla costruzione di un grattacielo a Torino.

L’ambientazione torinese ti è congegnale, definiresti Torino una città noir?

R: È una domanda a cui non è facile rispondere anche se penso che la varietà della sua urbanistica (i lunghi portici, la Mole, le piazze, il fiume, i numerosi parchi) favorisca molto l’ambientazione di trame gialle. Attendo di vivere qualche anno in un’altra città per poterti dare una risposta più attendibile sulla specificità di Torino in tal senso.

Trovi ispirazione per i tuoi romanzi dalla cronaca? Quali fatti ti hanno ispirato questo romanzo?

R: Avevo deciso di ambientare il mio giallo a Torino a novembre del 2015 e di trattare il tema dell’anarchia e del terrorismo. Coincidenza ha voluto che in quel periodo sono avvenuti i drammatici fatti di Parigi allo Stade de France e al Bataclan. Ho perciò ritenuto doveroso inserirli nella mia trama e di raccontare come possano condizionare, anche a distanza, la vita delle persone. La copertina di Torino obiettivo finale, proprio per quello, mostra, una accanto all’altra, la Tour Eiffel e la Mole Antonelliana.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

R: Apprezzo molto la parte che sta a monte della scrittura stessa e che riguarda l’ideazione del soggetto e le sue varianti che mi vengono in mente in corso d’opera. Forse perché sono un autore dallo stile “cinematografico” (dicono alcuni critici) penso di preferire quest’aspetto a quello, seppur piacevole, della stesura del testo.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

R: Devo ammettere che non leggo un esordiente da una vita. Ho però scoperto da poco una consumata giallista, Maria Masella, sempre della scuderia Frilli che mi ha particolarmente colpito. Si tratta di un’autrice già affermata, ma che ha esordito tra le mie letture.

Cosa stai leggendo?

R: Sto leggendo ZeroK di Don Delillo, confesso con qualche lentezza. Sicuramente è un libro interessante che va giudicato strada facendo…

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

R: Devo confessare che questo duello non mi ha appassionato più di tanto. Penso però che ci sia spazio per entrambi e sia ormai inutile piangere sul latte versato visto che erano anni che si paventava la possibile nascita di una proposta simile a Milano. Spero che il nostro salone sarà un salone innovativo, e non una replica ridotta di quello precedente.

Descrivici il tuo rapporto con la critica. Come affronteresti una recensione totalmente negativa?

R: Da quello che ho notato i recensori anziché stroncare totalmente un libro preferiscono non recensire. Detto ciò ammetto che non la prenderei bene anche se sono dell’idea che, soprattutto nel giudicare i libri, tutto sia opinabile. Vengono giudicati, spesso solo a parole, delle “schifezze” romanzi di autori di grande livello perché dovrei essere esente anch’io da una critica del genere. Magari come consolazione sarei “costretto” a divorare una bella carbonara insieme al mio amico Crema.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

R: Le presentazioni dei libri sono sempre un’incognita perché non sai mai quanta gente arriverà e se arriverà. Una volta superata la fase iniziale le trovo divertenti perché ti permettono di raccontare aneddoti curiosi sulla genesi del tuo libro. Sicuramente cominciano a essere, nella società dell’informazione digitale, un po’ anacronistiche perché le persone “vivono” soprattutto in rete, lettori compresi. Una volta, durante un incontro in cui erano presenti anche altri autori di Torinoir, ho definito, parlando a ruota libera, Dostoevskij “un collega” suscitando l’ilarità del pubblico.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

R: Confesso che sto scrivendo, nonostante fosse nata come una trilogia, il quarto episodio della saga Crema-Bernardini. Fatico sempre più a coinvolgere nella trama il critico cinematografico. Prima o poi lo farò fuori, ma le resistenze di alcuni affezionati lettori me l’hanno sinora impedito. Vediamo se sopravviverà anche a questo episodio che inizia con una donna, in fin di vita, che convoca al suo capezzale il commissario per…
Il resto spero lo leggerete a fine anno e grazie della piacevole ospitalità.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van der Noot

11 marzo 2017

DebBenvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei italo- lussemburghese, non è vero? Come si pronuncia il tuo cognome?

R: Intanto grazie per la corposa e interessante intervista. Comincio subito a rispondere. Sono nata italiana, ma diventata cittadina lussemburghese 33 anni fa, sposandomi. Allora in Lussemburgo non si poteva avere la doppia nazionalità. E si adottava il nome del marito con il quale ho cominciato a scrivere e firmare. Da poco le cose sono cambiate, ma ormai era fatta… Il mio cognome in italiano si pronuncia come si scrive. La prima parte come se al posto della K ci fosse una H.

Come è nato il tuo amore per i libri, la letteratura, la storia?

R: Per i libri il morbillo mi fu galeotto dovrei dire. Mi tenne a letto a dieci anni per
settimane, poi avere vicino una famiglia di forti lettori e per la Storia invece fu da sempre colpo di fulmine. A scuola mi regalava ottimi voti. Velo pietoso sugli altri.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. Come è andata?

R: Primo libro un romanzo giallo print on demand in italiano con Lampi di Stampa (gruppo Gems), poi tradotto e pubblicato in francese da una piccola casa editrice.
Poi altre esperienze romanzi e romanzi gialli sempre con piccole case editrici italiane e tedesche e nel 2006 primo contratto di polso con Corbaccio per L’oro dei Medici, pubblicato nel 2007…

Quanti romanzi hai pubblicato finora? Quante serie hai iniziato? Quali sono quelli a cui ti senti più legata, che hanno suscitato maggiore preferenza tra i tuoi lettori?

R: Ho pubblicato in totale 11 romanzi 6 dei quali gialli e thriller noir storici. Ho iniziato quattro serie: due per i romanzi attuali, due per gli storici: una sui Medici e una sul papa Giulio II e la sua Guardia Svizzera.

L’ultimo tuo libro, in ordine di pubblicazione è La congiura di San Domenico. Come è nata la trama di questo romanzo?

R: Dalla mia sviscerata simpatia per Giulio II, il papa generale, che riconquistò con le armi alla chiesa i territori che il suo predecessore Alessandro VI Borgia aveva scialacquato. Sicuramente non un papa “santo”, ma brillante, lucidissimo e quello che ha regalato a Roma straordinarie opere: vedi Cappella Sistina, San Pietro ecc., ecc. La prima avventura del Leutnant Julius von Hertenstein, l’ufficiale della Guardia Svizzera al servizio di Giulio I è stata pubblicata nel 2013 a cinquecento anni dalla morte del papa “terribile” come lo definivano i suoi contemporanei. Volevo scrivere di lui ma era difficile usare un ultrasessantenne come protagonista attivo e allora mi sono inventata un alter ego più giovane e in grado di stargli alla pari anche mentalmente.

Come è iniziato il tuo interesse per la famiglia Medici?

R: Anche se sono una fiorentina per caso, quando sono nata c’era una guerra di mezzo, impossibile per chi ama la storia non sapere tanto sulla più significativa famiglia che fece grande la sua città. Io ho scelto di partire da Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere e che fu il primo Granduca, scrivendo L’eredità Medicea. Poi so passati ai suoi figli Ferdinando e Giovanni in La gemma del cardinale e L’oro dei Medici.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, di genere storico, quali ti hanno maggiormente influenzata?

R: Walter Scott, Alexandre Dumas, Stendhal, Victor Hugo, Alessandro Manzoni, Lev Tolstoi, Maria Bellonci, Juliette Benzoni, Ken Follet, Danila Comastri Montanari, Valerio Massimo Manfredi, Valeria Montaldi, Giulio Leoni, Alfredo Colitto, le sorelle Martignoni, Marcello Simoni ecc. eccetera e non me ne voglia qualcuno se ho dimenticato di citarlo.
E non trascuriamo i grandi saggisti del passato come Guicciardini… Influenzata? Sicuramente, in realtà un po’ tutti e nessuno.

Che tipo di ricerche svolgi per i tuoi libri?

R: Tante e puntigliose, forse persino troppe, ma sono fatta così. Per me la ricostruzione e l’ambientazione sono essenziali. E quindi archivi, libri, web, tutto serve e, come con l’ultimo, magari l’andare a tampinare qualche collega che potesse darmi un’indicazione logistica esatta.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura dei tuoi romanzi?

R: Individuare il buco nero nella storia vera per poterci infilare una trama gialla noir.
Poi ricostruire in modo plausibile la natura dei personaggi realmente esistiti e colmare il vuoto inventando di sana pianta quelli che mi servono per costruire il romanzo. Per esempio nel mio ultimo libro La congiura di San Domenico ho approfittato della conquista di Bologna da parte dell’esercito pontificio (novembre 1506) per infilarci esorcisti, delitti e complotti. Poi con Michelangelo a tiro, convocato da Giulio II per eseguire una statua di bronzo, gli ho affibbiato il ruolo di spalla del mio ufficiale svizzero.

Che ruolo hanno nei tuoi romanzi i personaggi femminili? Ti senti una scrittrice femminista?

R: Ruoli molto importanti e spesso essenziali, anche se finora nei miei romanzi storici non ho mai avuto donne come protagoniste. Nel ‘500 pochissime donne hanno fatto la storia: vedi Caterina de’ Medici ed Elisabetta d’Inghilterra.
Femminista? Difendo con le unghie e con i denti le mie posizioni e non mi sento certo diversa da un uomo. Ritengo di essere in grado di ragionare e reagire come un uomo. Ma non mi sento femminista e non sono per le quote rosa. Sminuiscono le reali capacità femminili. Credo che si debba guadagnare ogni posizione con il proprio cervello.

Cosa stai leggendo al momento? Ci sono esordienti nel genere thriller o storico che ti piacerebbe segnalare ai nostri lettori?

R: Ho appena finito e recensito Alcuni avranno il mio perdono di Luigi R. Carrino, sto leggendo Delitto con inganno di Franco Matteucci.
Di recente mi non mi pare di aver avuto sottomano qualcosa scritto da esordienti. Posso segnalare invece, con piacere, due ritorni sulla scena a distanza di anni. Per il thriller Federica Fantozzi con Il logista e per lo storico Nicola Verde con Il Vangelo del boia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

R: Difficile. Muoversi con tanta prudenza. Direi cominciare partecipando a concorsi letterari seri tipo Giallo Mondadori, Nebbia Gialla e altri. Mi pare che anche Garzanti faccia qualcosa…

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Mi piace molto e aspetto solo gli inviti. Tra i più divertenti devo citare per forza il Nebbia Gialla che coagula brillantemente i tanti interventi di alto livello con una atmosfera festosa e conviviale, quasi da gita scolastica, in grado di coinvolgere tutti gli ospiti.

Oltre che scrittrice sei un’apprezzata operatrice culturale, lavori come recensore per molti siti e blog. Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore? Orientano e calamitano davvero le vendite?

R: Il ruolo dei forum, dei siti e dei blog, troppo a lungo sottovalutato dalle case editrici, è in perenne ascesa, soprattutto negli ultimi anni. Credo senz’altro che possa indirizzare il pubblico e dare una bella mano alle vendite. Internazionalmente parlando è senz’altro così. Non so però quanto questa valutazione possa contare in Italia. Il problema è chi legge veramente in Italia? E, da quello che ho potuto ascoltare di recente, anche le scuole italiane dovrebbero forse orientare i loro allievi su letture più abbordabili, insomma meno “pallose”. Io ho sempre sostenuto che dalla birra si passa al vino. E quindi da un buon fumetto si può arrivare a un buon libro.

Infine, per concludere, nel ringraziarti per la disponibilità, un’ ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

R: Ho appena finito un racconto lungo non storico. E forse avrei una trama… Ho in programma un nuovo storico. Vediamo intanto le reazioni della mia agente.

:: Intervista: Liberi di scrivere su RadioLibri

9 marzo 2017

logoCon grande piacere, non ostante la mia proverbiale timidezza, ho avuto il piacere di essere intervistata su RadioLibri dal mitico Benny Bottone, una delle voci del mattino di Radio Capital, che ringrazio assieme a Arianna Galati. Benny non ostante abbia fatto di tutto per mettermi a  mio agio, era disinvolto, io molto, molto meno. Comunque è stata una bella esperienza di cui sono felice. E’ bello vedere i piccoli grandi sucecssi del blog.

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