Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Golden days, Giulietta Iannone

22 settembre 2017
Nouveau Musée National de MonacoVilla Paloma Duane Hanson,

“Casalinga”, 1970 Duane Hanson

Millicent viveva in un mondo fantastico fatto di soap opera e riviste di fotoromanzi a puntate.
Per lei non c’era molta differenza tra la fantasia e la realtà, ma non per questo era una pessima cuoca. Anzi la sua torta di mele era un capolavoro ed ogni fetta, era una fetta di paradiso.
Ultimamente era entrato un nuovo personaggio nella sua soap preferita, una malvagia e intrigante creatura che inveiva di continuo contro i suoi beniamini. La dolce Millicent soffriva realmente nel vederli bistrattati nel quadratino lucente del suo televisore a 24 pollici.
Così prese l’autobus e si recò negli studi dove giravano “Giorni dorati”.
Cercò i camerini e con il suo dolce sorriso inoffensivo riuscì a scivolare tra le comparse, come una vecchia zia vestita di chiffon a fiori. Prese un vassoio con una tazza di caffè con il suo dolce sorriso e senza farsi vedere vi versò dentro della polverina verde, letale come il veleno di un aspide, e con aria materna cercò il camerino giusto.
L’attrice sedeva davanti ad un tavolo bianco pieno di disordine e trucchi di scena. Uno specchio pieno di cartoline e circondato da lampadine accese rifletteva una donna con i gomiti sul tavolo, le mani piene di cleenex. Stava piangendo ma le sorrise.
“Grazie che gentile. Posi pure dove riesce” disse con estrema cortesia e Millicent ebbe una strana sensazione. Dove era l’alterigia, dove era l’arroganza, l’altezzosità del suo personaggio? Le veniva voglia di cercarla sotto il tavolo spostando la tendina di seta chiara.
Si sedette perplessa e fissò ancora più smarrita quella donna in lacrime.
“Non l’ ho mai vista qua. E’ la nuova assistente di Fred?”.
Millicent si tolse il cappellino a fiori, incrostato di pois di velluto, e annuì preoccupata.
“Perché è così infelice?” chiese. Si interessava sempre degli stati d’animo dei suoi beniamini, e anche se lei era la cattiva della storia, ora piangeva.
“A non ci faccia caso. Ho un sacco di guai. Gli indici di ascolto, l’ipoteca sulla casa, i problemi di salute di mio figlio, la paura del domani, la competizione tra colleghi” sorrise e Millicent si irrigidì turbata. Che signora deliziosa, come riusciva a sembrare tanto cattiva?
“I problemi che abbiamo tutti” bisbigliò sempre più meravigliata. La donna in lacrime si soffiò il naso e allungò una mano verso il caffè avvelenato e Millicent gliela colpì con la sua. Lottarono un po’, poi Millicent si impossessò con aria trionfante della tazza e bevve tutto velocemente con un sorriso beato.

Nota: edito nella raccolta I Racconti di Shanmei #Vol3

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

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:: Angela, Daniela Distefano

15 settembre 2017

ANGELA - Racconto

Una volta ho fatto una scoperta portentosa: mi piace viaggiare.
Poggio la testa sul bordo del finestrino, in treno o in aereo mi godo la visuale come in trance.
Lascio espandere la mente tra le nuvole dello stupore, non sono a casa, non sono in luogo ben delimitato, viaggio, avverto la potenza degli ingranaggi, tutti diretti verso una destinazione ben precisa: la mia.
Vedo intorno a me tanti aggeggi sonori, smartphone, cellulari, tablet…
Ognuno perso nel proprio mondo virtuale, un anziano esce dalla valigia a mano caramelle, le offre a tutti; un bimbo gioca con i colori, scompone l’ordine delle riviste posizionate dietro i sedili del velivolo. Io traduco una dispensa sul tentativo di una Costituzione europea, poi una sul Trattato di Lisbona, infine una copia del “Time” di qualche settimana fa.
Non credevo che ce l’avrei fatta, non conoscevo neanche bene i miei desideri, so che quando studio ritrovo quella parte di me che mi più piace, mi convince, mi appaga.
E così qualche mese fa la laurea è arrivata con un botto che non mi ha sconvolto.
Nelle foto scattate quel giorno il mio viso è imperturbabile; ero felice, indubbiamente, però sapevo che sarei diventata di colpo il sasso gettato nello stagno.
Un bersaglio facile a cui mirare.
Ma io sono qui adesso, c’è una metropoli ad attendermi, gente saggia, il cuore delle Istituzioni europee mentre avverto che sta per cominciare una lotta che non avrei mai voluto ingaggiare.
– Auguri Angela, complimentoni alla mia cugina più bella”.
– “Auguri, scusami se non sono potuta venire alla tua laurea, sei proprio bella cognatina cara”.
– “ Vai sempre così, Angela, e non ti scordare di noi che ti vogliamo tanto bene”.
Messaggi di parenti e conoscenti a cui rispondo su Facebook con un pizzico di imbarazzo.
La mia famiglia ha pagato i miei studi, non il mio cervello.
Le prime volte che andavo a svolgere un esame facevo finta di niente, però temevo l’appello: il mio non è un cognome comunissimo, ma lo facevo passare per tale.
Sorridevo, mi piace quando non si riesce a leggere nei miei pensieri, ho imparato a bluffare con i sorrisi, le mezze parole, la fronte dubbiosa.
Anche il severo professor Gambino cadde nella trappola, o forse, per pietà nei miei confronti, ci volle cadere.
Il mio fidanzatino di allora era geloso della mia passione per gli studi, ma non lo lasciai per questo. Difficile passare la vita con chi non condivide le tue perplessità ideologiche, la tua passione per il codice civile, il pane di nozioni con cui ti nutri da anni.
Era orgoglioso di me, non del mio ragionare. Così feci il mio primo viaggio da sola. Gli occhi della Famiglia su di me.
Adesso la figlia di Totò Li Causi si è laureata, la nipote del boss Centone va a Bruxelles, una cosa da meraviglia.
Un onore per tutti i parenti, un vanto per il Sud mafioso?
“Ma che si è messa in testa?” .
Io? No. Io no.
Io non ho mai ucciso nessuno, mai odiato, mai rubato l’esistenza del popolo.
E allora?
Allora sono la gallina grassa, bella soda, mi hanno allevato per impreziosire il nome della mia stirpe, non per farmi vivere dignitosamente.
Forse un giorno metterò la muta al mio dolore, adesso fingo di non scappare per andare a cercare una salvezza che non nasce da un’ esibita necessità.
Il sole su questo treno veloce mi illumina il viso, mi specchio sorniona: sì, lo so che sono carina, me lo hanno sempre detto:
“Che bedda la nostra Angela”; “Quanto si è fatta bedda, Angela, forse si vergognerà di noi un giorno”.
E’ difficile crederlo, ma non ho provato mai vergogna per il mio cognome, per me stessa, invece, sempre.
Troppo appariscente, troppo pensierosa, troppo spigolosa per un clan di mafiosi che cercavano nelle donne un profilo basso.
Con una mano ti accarezzano, con l’altra ti strozzano le prospettive.
Odiano chi è diverso da loro. E’ uno sberleffo il complimento sfacciato, l’inchino falso di chi vorrebbe vederti inciampare.
E poi tutti, uomini e donne, mariti e mogli, tutti così, tutti così diversi da me.
Io ero la picciridda che non doveva sporcarsi le mani.
Una statua, come un pezzo di marmo da cui si ricava la personificazione della “Solitudine”. Sono l’immagine di chi è incompreso dalla nascita. Non capisco il loro decalogo mortifero, il loro parlare con la mimica facciale.
Non so perché sono capitata in questa famiglia, perché mia madre si curvi fino a toccare le suole delle scarpe, ogni giorno, ogni settimana, ogni santo mese di questo decennio di vita da sopravvivenza.
Eppure neanche lei mi capisce. Non comprende che la mia non è una ribellione generazionale, è un tentativo di non farmi sommergere dalla macchia di petrolio riversata su un mare cristallino.
Osservo i miei fratellini, giocano a farsi ammazzare, li vedo già grandi prendere le redini del comando criminale.
Non io. Io no, io no, mai.
Non posso credere che questo peso che mi porto nel cuore un giorno potrà avere ali per volare via, come faccio io adesso su questo treno, e prima ancora sull’aereo.
Ma ovunque andrò sentirò sempre il fiato grosso di coloro che mi respirano sul collo. L’abbraccio fatale che arriva dappertutto, in ogni angolo del pianeta dove deciderò di rimanere come nuova casa, nuovo inizio, altra storia.
Questo futuro però non è ancora realtà.
La realtà è che posso vivere solo di sogni. Ripenso ai momenti più belli che ho vissuto: gli esami brillantemente superati, la gioia del mio diploma di laurea stretto tra le mani tremanti.
E poi quella volta in cui il mio professore di diritto amministrativo mi guardò con i suoi occhi neri e penetranti e disse che la mia relazione sulla legge n.241 del 1990 era impeccabile e mi avrebbe assegnato il voto più alto con la lode.
Io? Io ho studiato giurisprudenza, e sono imparentata con le cosche. Io pago i miei libri con i soldi sporchi della criminalità. Non mi vergogno di loro, ma devo imparare a non vergognarmi di me stessa.
C’è voluto del tempo perché capissi che sono la buccia di una mela marcia al suo interno, una buccia invitante per non far cadere la mela nel cestino dei rifiuti.
Nulla è gratis, e so bene che la mia presenza accresce il loro valore ( mentre io sento di non valere nulla). Ma per me tutto ciò ha un prezzo troppo alto. E allora, nei momenti più neri della pece, penso a Dio. Se finora non sono stata che creta nelle sue mani, un giorno voglio poterlo servire con la coscienza pulita.
Morendo farei felice me stessa e coloro che non mi amano, ma non farei il volere del Signore. Lui vuole il pezzetto di croce sostenuto in vita, quindi accetto questo piccolo sacrificio. E mi riempio le tasche di sassi speranzosi.
No che non ce l’ho un’amica vera, nessun amore struggente, solo io e il mio giorno vuoto. Però così è più facile partire, lasciarsi poco alle spalle, dissetarsi alla fonte dell’ignoto. Non è quello che ho scelto, è quello che ho accettato.
Non si può vivere rinnegando se stessi. Ancora un’altra fermata e prendo la metropolitana del mio avvenire.
E’ come un tunnel, adesso comincio ad intravedere la luce, poco alla volta distinguo l’uscita da questo buco nero che è la mia vita.
Nessuno al mondo vuole questo, ma lo voglio io con tutta me stessa. Mi odieranno, proveranno a fermarmi, mi inseguiranno, ma io sarò al sicuro. Io ho Dio che mi avvolge con il suo manto luminoso.
Marica è morta, qualche anno fa. Anche lei voleva evadere dalla griglia compatta dei suoi consanguinei mafiosi. Si è uccisa, per vergogna, non ha retto, e come Virginia Woolf si è tuffata nel fiume, ha radunato tutto il suo coraggio ed è scomparsa dal mondo per recuperare un pezzetto di verità.
Perché quello che più ferisce, annienta, isterilisce, è il non contatto con la realtà. Si deve fingere sempre, essere sempre pronti a ingoiare le umiliazioni, le condanne della gente per bene. Si deve camminare a testa alta, mentre il verme solitario ti corrode il fegato. Io so come ci si sente, Marica voleva bere i raggi del sole, ed è morta sola.
Ha perso il contatto con l’Umiltà e si è fatta eroica, stoica, di marmo. Io penso che nei momenti più doloranti e opprimenti dobbiamo noi tutti riscoprire il valore dell’essere umili dentro.
Non l’umiltà esteriore, ma la consapevolezza che non siamo nulla, solo puntini che il Signore illumina di tanto in tanto. E’ l’orgoglio, la vanità che ci fa sprofondare, ma se siamo muro basso nessuno lo abbatterà per oltrepassarlo. Il mio muro adesso è talmente basso che neanche una bomba lo potrebbe frantumare.
Ma per essere davvero indistruttibile, il muro deve anche essere “edificato sulla roccia”. Così dice Gesù nel Vangelo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia..” (Vangelo secondo Matteo 7,20).
Forse la mia casa è invece costruita nella sabbia. Vorrei fortificare le mie aspirazioni, volgere il Male in Bene, però non sono alchimista e butto il mio tempo libero sul giro astrale dei pianeti.
Pure strega.
Merito di essere bruciata in un rogo che la mia Famiglia allestirebbe in grande stile, ma adesso sono in viaggio, ed io so che viaggiare mi dispensa dal muto rancore, dalla rabbia per aver paura delle persone a cui appartengo.
Un’ultima tappa, un solo ostacolo, poi la libertà. Tremavo come una foglia autunnale, ma adesso solo calma, serenità, attesa. “La felicità dell’attesa”, come scrive Carmine Abate nell’omonimo romanzo.
Ultimamente, però, leggo soprattutto libri di genere, voglio capire perché le donne si odiano così tanto. Si vedono, si annusano, vorrebbero essere l’una al posto dell’altra, poi si fanno la guerra.
E si piange. Renè Girard ha elaborato la teoria mimetica. Calza a pennello per spiegare l’evoluzione femminile. Cioè è in atto un’evoluzione, ma c’è anche un grosso masso sulla strada della liberazione.
Quel sasso siamo noi stesse, il nostro specchiarci sulla vita delle altre. I nostri omicidi, crimini, delitti, sono più sofisticati. Si punta a devitalizzare la propria simile, la cassetta dei lavori sono i nostri sguardi maligni, la subdola adulazione, i trabocchetti verbali, poi si passa agli attacchi nei punti deboli, la vile trafila delle menzogne, le ipocrisie, le minacce, l’insulto sboccato, i sorrisi alieni.
A questo punto interviene l’uomo, e la donna capitola del tutto. “Eliminata”. Come nel programma televisivo “L’isola dei famosi”.
Sono una donna del Sud, ma di un paese avanzato, occidentale, democratico. E non abbiamo avuto finora mai un Presidente della Repubblica donna.
Mai. Mai negli Stati Uniti, mai. Eppure l’America è da sempre terra di conquiste civili. Perché? Perché sono le donne che non vogliono proprie simili al Potere.
Quando Barack Obama è stato eletto primo Presidente di colore degli Stati Uniti, un zoom sulla gente nelle piazze faceva vedere volti con gli occhi lucidi. Persone di colore con i lucciconi, striscioni di festa, canti e balli perché l’evento aveva una portata storica eccezionale. Ma quante donne avrebbero condiviso la stessa emozione per la vittoria di una loro simile dopo una millenaria esistenza all’ombra del maschio?
Noi donne non ci stimiamo: vorremmo essere perfette, ma odiamo la perfezione nelle altre. Quante volte ho desiderato essere come le altre, e quante volte ho visto la rabbia delle altre per non essere come me. Il mondo si è capovolto, un giorno arriverà il buon Dio che ci porterà nel Regno dei Cieli dove non esisterà più la guerra. Ma già da adesso potremmo metterci in cammino.
L’omosessuale non è più uno spauracchio, il povero un giorno godrà del reddito di cittadinanza, l’odio sarà esorcizzato con i corsi di “amore per il prossimo” online. Solo la fede sarà oggetto del contendere.
Fede cristiana, fede musulmana, fede buddhista etc. Ma anche queste divisioni saranno superate recitando come un salmo la dottrina di John Rawls. Allora avremo un primo presidente della Repubblica donna.
E non sarà uno specchietto per le allodole, ma rappresenterà una popolazione matura, civile, unita. Una sola voce per il Paese. E mentre penso queste cose, mi accorgo che il mio tragitto si è concluso.
Prendo armi e bagagli, e mi guardo intorno.
Una metropoli europea, un profumo di gelsomino alle narici, respiro e mi avvio cantando:

E’ certo un brivido/averti qui con me/ in volo libero/ sugli anni andati ormai…”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Stormy Weather – Enrico Gregori

8 settembre 2017

stormy

Era il dolciastro del mio sangue, che inghiottivo insieme a scaglie di pelle e al succo di una caramella. Ma il sapore di sangue non se ne andava. E comunque non riuscivo a fare a meno di mordermi le labbra e l’interno delle guance.
Ti stai scarnificando, mi disse. Ti cola il sangue dagli angoli della bocca, sembri un vampiro. Hai ancora la paura addosso?
Invece era rabbia. Perché ormai quella storia che non avevo potuto cambiare, potevo solo raccontarla. Nero su bianco su un arido verbale, come fosse il furto di un’autoradio.
Questo dobbiamo fare, mi disse. E’ il nostro dovere.
Fallo tu quel cazzo di verbale, risposi. Io la storia te la racconto a modo mio.
Sì okay…”c’era un volta…”, disse per sfottere.
No, c’era sempre il sottofondo di Stormy Weather…
Di cosa?!?!

…o almeno c’era da quando lui era andato a lavorare in quella fabbrica.
Aveva 10 anni, Minù. E almeno due li aveva passati ad arrivare fino a lì da Chiang Mai.
Che poi Minù non era il suo nome… no. Il suo nome era lungo e difficile. Nemmeno lui lo sapeva dire bene. Figurarsi i padroni della fabbrica.
Sentirono una cantilena debole, ma capirono solo Minù.
Lì ce lo aveva accompagnato un connazionale più grande, uno esperto che sistemava tutti.
Avrai un tetto e da mangiare, gli aveva detto, basta che alla fabbrica ci lavori sodo.
Minù aveva il suo banchetto tra polvere e puzza.
Sei giovane, gli dicevano i padroni, e se non lavori tu…
E lui lavorava sì, col sottofondo di Stormy Weather. Che mette allegria, dicevano i padroni.
Nella mezz’ora di pausa, Minù guardava sempre il cielo.
Il cielo è il cielo, pensava. E’ uguale per tutti. E’ lo stesso cielo che vedono mamma e papà dove li ho lasciati. Perché lì c’è la fame, qui invece…
Qui mangi e hai un tetto, dicevano i padroni, basta che lavori. Poi c’è anche la musica, e ci puoi cantare sopra.
Stormy Weather, la polvere e la puzza.
Che poi Minù quando arrivò alla stazione quasi finì con la faccia sul mazzo di rose del fioraio ambulante.
Sarà tutto così il profumo di questo paese, pensò. Invece dove stanno mamma e papà…
Non sudava mai, Minù. E allora lo caricavano di cose da fare. Perché se non lavori tu che sei così giovane…
E la solita mezz’ora a guardare il cielo. Quello di mamma e papà, morti di fame.
Per lui invece un tetto e da mangiare. E Stormy Weather.
Ma di notte restava solo, Minù. La fabbrica era tutta sua, solo sua. Era guardiano e proprietario.
Meglio di un cane Minù, dicevano i padroni, perché mangia pure meno. Pane, riso, carne in scatola. E se succede qualcosa, altro che abbaiare! Gli abbiamo insegnato a telefonare col cellulare. Chiamaci Minù, ma abbassa la musica, perché Stormy Weather a noi rompe i coglioni. Dobbiamo dormire, noi.
Era il padrone di notte, Minù. Padrone della polvere, della puzza e di Stormy Weather.
Ma niente cielo da guardare, di notte. A montare la guardia, lui, meglio di un cane. Che mangiava troppo.
E una notte Minù la vide quella piccola scintilla nella fabbrica. Un minuscolo lapillo mentre andava Storrmy Weather.
C’era il telefonino, bastava correre e chiamare. Lui era il guardiano, meglio di un cane.
Ma non aveva mai visto il firmamento, di notte.
Però stavolta le vedrò le stelle, pensò Minù.
E lasciò andare la scintilla. Che diventò tante scintille. E poi un fuoco a catena.
Finché il boato della fabbrica di fuochi artificiali coprì Stormy Weather.
Minù volò in cielo insieme ai bengala colorati.
Mamma adesso arrivo, pensò.
E Minù fu l’unica luce che rimase in cielo.
Mentre tutti i razzi ricadevano a pioggia. Sulle note di Stormy Weather.

Enrico Gregori è nato a Roma nel 1954. Giornalista professionista dal 1983, si è sempre occupato di cronaca nera. Caposervizio per anni a Il Messaggero di Roma, ora collabora al sito on line del quotidiano. E’ autore di romanzi, memoriali di cronaca nera e di due biografie del cantautore Rino Gaetano : Un tè prima di morire (Bietti Media, 2007), Doppio squeeze (Bietti Media, 2008), Le mille facce della morte (Historica Edizioni, 2010), Cinque verticale (Senzapatria, 2010), Il percorso degli incubi (Azimut, 2011), “Quando il cielo era sempre più blu: Rino Gaetano raccontato da un amico” (Historica edizioni, 2012), “E io ci sto ancora, Rino Gaetano raccontato da un amico” (Historica edizioni, 2013), “Roma in nero” (Historica Edizioni, 2014) scritto insieme con la collega Paola Vuolo, “Le identità di Cleo” (Historica edizioni 2016), “Le ultime preghiere” (Historica edizioni 2017). Ha scritto inoltre alcuni racconti per varie antologie.

:: Lasciami il posto, Daniela Distefano

9 luglio 2017

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Cambio frequenza nella radio dell’auto di mia madre, tutto è lento come lei, e poi essere imbottigliati nel traffico a ferragosto è come fare un barbecue di se stessi. Sono appena tornata da un giretto in centro con un’amica. Nei negozi roba che costa troppo o troppo poco. Non mi sono rilassata perché ho il chiodo fisso di Marco conficcato nelle tempie. Mi ha mandato tre messaggi sullo smartphone. Vuole vedermi. Ma per dirmi cosa? E’ finita tra noi da un bel po’, mi vedo con un altro ragazzo, un amore recuperato dalla prima giovinezza. Marco mi aspetta sotto casa, eccolo, ed io sono in frantumi.
Non voglio salire sulla tua auto, ho da fare, vattene. Ti prego, non farmi spazientire, non tirarmi, non voglio, non ho nulla da dirti. Lasciami i polsi, ti imploro, se non vuoi capirlo chiamo aiuto. Siamo per strada, esattamente sulla tangenziale Catania- Paternò.
Studio Medicina, ho vent’anni e Marco mi ha convinta a salire sulla sua auto giurandomi che sarà l’ultima volta che accade.
Non parla; un lavavetri al semaforo ci vede sfrecciare incuranti dei suoi occhi supplichevoli e lancia un urlo a tutto volume come quello del vecchio profeta pazzo Elijah terrorizzato dal diabolico Capitano Ahab nel romanzo “Moby Dick”. Registro queste emozioni.
Allora, cos’hai da dirmi? Non girarci intorno, non torno sui miei passi, non ti amo più, no che non sono dura, restiamo amici se ti va, ma perché non parli? Dimmi qualcosa, mi fai paura. Almeno dimmi dove stiamo andando. Vedo che è più calmo, quasi sereno, ha raggiunto il suo scopo, sono in suo potere. E comincia a questo punto la mia agonia.
Tre mesi fa mi sono accorta di essere ad un bivio dell’ esistenza. Ho sofferto pensando che lasciare Marco sarebbe stato per lui una sconfitta e un colpo al suo orgoglio, ma c’era di mezzo il mio avvenire. Mi ero iscritta alla facoltà di Economia, poi però ho scoperto di avere una particolare sensibilità nei confronti delle persone che soffrono. Non sono una santona o una guaritrice, mi piacerebbe alleviare un po’ il dolore di chi lo sopporta in solitudine.
Mio padre è morto quando avevo dieci anni, mia madre ed io viviamo in simbiosi come due sorelle gemelle dalle braccia incollate. Sono la sua appendice. E’ stata lei a dirmi che se Marco non era più nel mio cuore era giusto separare le nostre vite.
Guardo i capannoni vuoti e abbandonati che corrono davanti al finestrino dell’automobile di Marco, è una fila indiana che mi getta sconforto ogni volta che ci passo accanto, poi però altri funghi commerciali sorgono come centri di raccolta umana, non mi piace, amo la grande città, ma non la sua propaggine industriale, commerciale, anti-estetica, le cattedrali secolari del 2000 e oltre.
No che non ho cessato di aver paura, ho lasciato la borsa con dentro lo smartphone nella macchina di mia madre, sono spacciata, non voglio pensare al peggio, ma inesorabilmente mi avvicino all’orlo dell’abisso.
E’ chiaro che non ne uscirò facilmente, non riesco a trovare una soluzione, non c’è nessuno che può far niente. Non so cosa sarà, e se continuerò ad esserci. Troppo buio dentro al mio animo congelato.
Mi viene in mente la ninna nanna che mia mamma mi cantava per farmi addormentare quando ero piccolissima: “Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do.. se la do all’uomo nero se la tiene un anno intero..”. Una canzoncina popolarissima che adesso mi fa sgocciolare una smorfia e voglia di dimenticare tutto. Davvero Marco è l’uomo nero? E da quando? Quando ha cominciato a scansare lo specchio per non vedersi nelle pupille, per non ammettere a se stesso di essere un Visitor oramai? Dietro l’aspetto gagliardo si nasconde una pelle di serpente in putrefazione; le sue parole, i suoi monosillabi, hanno un timbro alienante.
Dice il Signore Gesù nel Vangelo che non conta quello che entra nella bocca, ma quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore. “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”.
Oddio Marco, ti prego, riportami a casa. Mi dispiace davvero che sia finita, ma siamo adulti, anche tu ammetterai che non è più una favola noi due insieme. Marco, mi senti?
Lo vedo premere sull’acceleratore, abbiamo sorpassato una volante della Polizia, non c’è stato tempo di attirare l’attenzione su di noi, una coppia in viaggio in piena estate con una giornata di sole che tiene nascosti i misfatti degli uomini neri, che ci tengono anni interi.
Finalmente la macchina decelera, c’è una rotonda ultimata da poco tempo, siamo in coda, mi balena l’idea di gettarmi fuori al volo, ci riesco. Ma sfortunatamente accanto alla carreggiata c’è un’area di sosta dove vedo parcheggiare Marco. Cerco di correre per non farmi acciuffare. Marco è rapidissimo, io faccio zigzag tra le auto in fila, grido, voglio convogliare l’attenzione dei passanti su di me.
Ma cosa succede? Non c’è nessuno che mi dà un aiuto, molti alzano il finestrino nonostante l’afa imperante, una coppia di anziani mi rivolge un insulto, vedo una sagoma che il sole trasfigura ai miei occhi pieni di lacrime, è Marco.
Amore, non litighiamo davanti a tutte queste persone, amore andiamo in trattoria e parliamo.
Mi stringe il braccio, poi – appena raggiungiamo la sua auto- mi guarda con occhio animale, pupille nere e abissali, non c’è nessuno che si ferma a chiedere se qualcosa non va.
Marco tenta di innaffiarmi di benzina. Appena lo capisco mi agito con tutto il corpo e la voce, inutilmente.
Ma guarda questi che fanno spettacoli in mezzo alla strada, un signore dice alla sua signora.
Che vergogna, non c’è più decenza, via, non guardiamoli sennò non ce li scrolliamo più di dosso.
Marco mi soffoca con tutte e due le mani sul collo, poi mi dà fuoco.
Nessuno ha visto, nessuno si è fermato per evitare questa tragedia. Marco va via e corre a lavoro per cercarsi un alibi, per convincersi di non aver agito da mostro.
Sì, perché se nessuno si è accorto di niente, o nessuno voglia convincersi di nulla, lui rimane il bravo ragazzo che è stato mollato dalla fidanzata. Ragazzate, ma mica orco, orco è una parola per asociali, Marco, invece, paga le tasse, ha una famiglia, amici, il lavoro.
E poi chi piangerà questa ragazza, a parte la madre?
Noi donne siamo isole nell’oceano umano. Non ci curiamo se molte nostre simili nel mondo sono schiave, ancora, nel 2000 e oltre.
Volevo studiare per diventare medico. Ero più matura, non amavo più Marco per questo, ero cresciuta.
Lui era rimasto il bambinone che ottiene sempre tutto. Io volevo dedicarmi al mio prossimo perché tramite la fede ho scoperto di non essere del tutto inservibile.
La mia morte ha spazzato via la vigliaccheria e l’indifferenza degli esseri umani; nel punto esatto dove è stato ritrovato il mio corpo bruciato sono arrivati fiori, messaggi scritti, candele accese, immagini sacre, e un po’ di rimorso.
Forse si poteva evitare questa vergogna. Qualcuno, non tutti, almeno un passante, poteva fermarsi, poteva avvertire la polizia che stava succedendo qualcosa di strano, qualcosa forse di turpe. Ma la gente è andata avanti, come sempre, come se fossimo telecomandati, dei robot che vivono con meccanismi automatici, dei burattini manovrati dalle nostre preoccupazioni.
Ci accaniamo su cose che non meritano una vita. Chi c’era lì a quell’ora, in quell’istante esatto mentre Marco mi dava alle fiamme? Chi si è voltato dall’altra parte per non essere testimone di un delitto atroce? In Cielo lo sanno, c’era quel ragazzo col cappellino che doveva consegnare un pacco ed era in ritardo con la consegna. C’erano anche due donne che parlavano, parlavano di vestiti che sono troppo vecchi, del guardaroba da rinnovare, dei soldi che non bastano mai, dei mariti, della spesa, dei bambini che chiedono tutto e vogliono essere accontentati.
C’era pure un ciclista intento a battere il suo personale record, c’era una signora che era appena stata dal parrucchiere di lusso, intenta a parlare al telefonino, in comunicazione con il mondo, con la crema di questo mondo. C’era una coppia di giovani innamorati. Lui le baciava le dita mentre a pochi passi io esalavo l’ultimo respiro come una vittima dell’Olocausto, buttata ai bordi di una polverosa arteria stradale come scempio nello scempio e monito per tutti: non crediamo neanche se vediamo.
E ora è arrivato il momento di parlare dell’artefice di questo ordinario fatto di cronaca. Marco è tornato a casa dopo aver eseguito il suo lavoro metodicamente, come sempre. La polizia lo attendeva con un mandato di arresto, lui l’indiziato principale. Sono stati letti gli ultimi messaggi che ci siamo scambiati.
In uno io dicevo: “Perché Marco vuoi uccidermi?”. Marco messo alle strette ha subito confessato, ha raccontato per filo e per segno come si sono svolti i fatti.
Non ha trascurato il benché minimo particolare, non spera nella grazia, ma non sembra preoccuparsene. Il vero martello sul chiodo ero io. Ero io la sua ossessione, ed ora che si è liberato di me è pronto a rifarsi una vita, sia pure dietro le sbarre.
Sono passati due anni dall’uccisione di Paula Gettoni, l’ex fidanzato Marco Procelli si dichiara sempre colpevole, non vuole ostacolare la giustizia.
Da qualche mese viene a trovarlo, nelle ore di visita, una giovane donna che ammette di essere la sua nuova fidanzata.
I due si sono conosciuti tramite lettere scritte, e fotografie.
Marco vive da santo oramai da otto anni, non si è dimenticato di me, ma nella nostra lotta all’ultimo sangue io ho perso e lui ha vinto. Io non ci sono più, lui ha una nuova famiglia, pure un figlio, anche questo regalo per la sua buona condotta.
Ed ha vinto su tutti i fronti perché dopo il polverone che lo ha messo in una gabbia anche mediatica, la gente è tornata a provare la stessa emozione nei miei confronti, nei confronti di una vittima di femminicidio: indifferenza.
Povera ragazza, ma intanto la società ha decretato il mio oblio. Non c’è morte sociale per l’assassino.
E così eccomi a bere la rugiada dei petali sulla mia tomba. Un’altra donna, lo so, in questo stesso istante subisce violenza, è uccisa, stuprata, malmenata e vive con terrore le sue ore. Allora invoca Gesù e si rivolge all’altra che l’ha preceduta,e che adesso è nel Regno dei Cieli: “Lasciami il posto”. E l’altra – tra le altre – in sogno le dice: “Così sia”.

:: Il topazio perduto, Daniela Distefano

2 giugno 2017

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Nel 1986, quando avevo circa dieci anni,  usciva nelle sale cinematografiche un film: Heartburn – Affari di cuore con Meryl Streep e Jack Nicholson.
Una pellicola d’amore, una coppia scopre di non amarsi più. Lui la tradisce, lei ne prende atto mentre ascolta le conversazioni di alcune signore in un salone di bellezza.
Come la protagonista del film, sfoglio una rivista, ho i capelli frizionati dall’inserviente, ma riesco ad ascoltare i pettegolezzi che finiscono per instillarmi un dubbio: e se anche mio marito mi tradisce?
Ovvio che è così, come non averci pensato prima?
I pezzi combaciano nel mosaico, anch’io mi rendo conto di aver vissuto dentro ad un’ampolla.
Dopo la nascita di Carlotta sono stata assorbita dal suo universo. E poi volevo coronare il sogno dei miei genitori, sarei diventata presto Magistrato.  Il povero marito  era orgoglioso ma anche timoroso.  Forse negli ultimi tempi anche un po’ trascurato, ma non ero e non sono Wonder Woman.
Comunque tutto era una pagina già stampata del mio libro esistenziale.
Poi un pomeriggio, mentre Carlotta riposava saporitamente, ho visto questo film.              Non c’erano segnali di tradimento nella mia coppia, ma non c’erano neanche indizi di passione o sconvolgimento amoroso.
Volevo qualche emozione forte. Gli chiesi di portarmi a cena fuori, Carlotta sarebbe rimasta in casa con nonna Adele.
Lui non fu sorpreso da questa proposta, anzi, lo vidi rivitalizzato e subito passò a me la voglia di uscire.
Credevo che avesse un appuntamento con l’amante e che avrebbe escogitato una scusa per rimandare la serata insieme, ma adesso che avevo vinto il primo round dell’attacco al suo cuore diviso ero inerte come un rifiuto organico dentro la busta del cestino.
La seconda mossa sarebbe stata il controllo giornaliero della sua posta elettronica, dei suoi sms, delle telefonate nello smartphone. Un piano ben articolato.
Non riuscii ad ottenere nulla, solo un pugno di mosche. Ero certa che mi tradisse ma avevo anche il terrore di una conferma. Come se avessi paura di veder sconvolta la mia quotidianità così faticosamente  conquistata.
Dovevo sapere però se i miei sospetti erano fondati, poi ci sarebbe stato tempo per pensare al dopo.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi, il mio traguardo lavorativo, la mia vita di mamma chioccia, non mi distolsero dalla rabbia di non riuscire a smascherare la tresca del mio uomo con una donna che a volte immaginavo bellissima, avvenente, elegante, e non sformata come me dopo la maternità e le sue propaggini.
Non era più un’ossessione, era diventato un diversivo. Io dovevo ridare peso alla verità. Lui non era più il compagno perfetto, il marito inappuntabile, la mia spalla familiare. Ma davvero era difficile stanarlo.
Parlargli a muso duro? Dove volevo arrivare? Volevo sul serio metterlo con le spalle al muro senza alcuna prova?
Mi ero rassegnata. Era tutto frutto della mia immaginazione, il film, le chiacchiere dal parrucchiere, tutto creato dalla mia fantasia.
Le persone che vedevo attorno a mio marito erano le stesse da anni; facendo il responsabile di un negozio di computer, elettronica, informatica, aveva un giro di conoscenze perlopiù maschili. Pochissime le donne il cui numero di telefono era stato da lui memorizzato.
Ad alcune avevo pure telefonato di nascosto per sentire la loro voce, per scovare la sensualità di un timbro vocale, ma senza ricavarne alla fine nulla di nulla.
La vita si era fatta più acida. Non parlavamo quasi mai, nessun argomento di condivisione amorosa. Non sapevo più neanche se continuavo ad amarlo o no.         Avevo ideato il suo tradimento perché sommersa dalla noia. Non mi sentivo in colpa, ma neanche ne andavo fiera.
Venne giugno e il due era la Festa della Repubblica. Lui non lavorava. Era la giornata ideale per portare Carlotta in spiaggia, avrebbe raccolto i sassolini e li avrebbe regalati a nonna Adele una volta a casa.
Il lido era pieno di gente al primo mare. Ovunque corpi color mozzarella, come il mio  nel costume nascosto dal pareo gigante.
Carlotta era nel suo elemento, giocava con i suoi giochi di bimba che non ha paura degli spruzzi d’acqua, ero felice anch’io.
Non pensavo di poterlo essere perché credevo di non meritarlo.
Mentre toglievo la carta su cui era avvolto il gelato confezionato di mia figlia,
vidi in lontananza mio marito che parlava con una coppia di conoscenti.
Mi avvicinai meglio. L’uomo era di spalle ma la donna aveva un che di dejà-vu.
Non sapevo dove l’avessi vista prima, forse la moglie di qualche suo amico del passato.
Aveva un’abbronzatura dorata, sembrava una cotoletta impanata al punto giusto, era alta, più alta di me ma non aveva tratti regolari sul viso. Anzi, questo aspetto arzigogolato me la faceva sembrare ancora più intrigante.
Portava sandali e indumenti da spiaggia, però al collo aveva una collana con un ciondolo di topazio.
Ti ricordi, amore, che ti avevo detto anni fa di aver perso i gioielli della nonna e poi di averli ritrovati?
No, tesoro, ma se li hai ritrovati non mi sembra un gran smarrimento.
No, infatti, solo il ciondolo di topazio non c’era più nella scatoletta, ma io neanche me ne ero resa conto, fino ad oggi, quando l’ho rivisto al collo della tua amica.
Lui rimase di pietra, poi disse: non ci frequentiamo più da tre anni. Sta con un altro come hai potuto vedere tu stessa.
Lascialo al collo di lei, mentre io ho deciso tre anni fa di rimanere con te.
Così ho ritrovato il topazio che dopo tanti anni non sapevo neanche di aver perduto.

:: Scivolone di un angelo, Massimiliano Franchetto

20 gennaio 2017

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Non avrei mai creduto che il dolore fisico, normalmente riservato ai comuni mortali, potesse essere così intenso. Era come se ogni parte del mio corpo si stesse impegnando a ricordarmi della sua esistenza attraverso fitte lancinanti.
Feci uno sforzo immane per rialzarmi a sedere e, reprimendo faticosamente un urlo, ci riuscii. Sembrava andare un po’ meglio: ora la schiena non mi dava più l’impressione di essere trafitta in più punti, nonostante in quella posizione fosse l’addome ad urlare vendetta. Con un sospiro mi ricordai di non essere San Sebastiano e provai ad alzarmi in piedi, rendendomi immediatamente conto che senza un appiglio sarebbe stato impossibile.
Mi guardai intorno, cercando di capire dove mi trovavo, ma l’oscurità non mi era certo d’aiuto.
Sembrava un bosco di abeti, forse in una zona collinare, dato che mi pareva che il terreno davanti a me declinasse dolcemente.
A tentoni afferrai quello che mi pareva essere un ramo e, puntandomi con i piedi, riuscii a rialzarmi.
Sapevo di aver combinato un’enorme sciocchezza e di aver mandato su tutte le furie i miei superiori, sempre pronti a fregarsene di  tutte le loro farneticazioni sull’amore e sul perdono divino. Trovarmi in quella situazione era la prova lampante della loro ipocrisia.
A dire la verità qualcosa avevo combinato, ma non mi sembrava nulla più di un’innocente scappatella, senza contare che  quel tizio, oltre ad essermi simpatico, aveva veramente bisogno d’aiuto. Se questa è la ricompensa per aver semplicemente svolto il proprio dovere con un po’ troppo zelo… Tuttavia, pur avendo lodato la mia generosità erano stati inflessibili, sottolineando che ci sono limiti che non si possono superare, soprattutto in momenti di “confusione sessuale” come quelli attuali, avevano blaterato.
I miei sandali non erano certo adatti a camminare su quel terreno e muovendomi al buio avrei solamente corso il rischio di perdermi o, peggio, di ferirmi in modo anche più grave, così decisi di aspettare almeno l’alba per fare il punto della situazione. Gli uccelli avevano già iniziato a cantare, quindi non doveva mancare molto. Forse ero nei pressi di una strada dalla quale avrei potuto raggiungere un centro abitato…
Mi appoggiai al tronco di un albero e chiusi gli occhi, sperando che qualche ora di sonno mi aiutasse a recuperare un po’ di energia, ma dopo pochi minuti mi ridestai di colpo in preda al terrore, dato che qualcosa, qualcosa di peloso, mi aveva sfiorato un gamba.
Gettai uno sguardo intorno, trattenendo il respiro, fino a quando non scorsi una volpe a pochi metri da me. Mi fissava, con un misto di paura e curiosità, poi, forse a causa di un mio movimento involontario, si dileguò.
Un’ora di sonno profondo mi aiutò a sentirmi meglio, solo le fitte alla schiena sembravano non darmi tregua.
Il cielo stava ormai impallidendo, per cui, entro pochi minuti, la luce del giorno mi avrebbe permesso di muovermi da lì e trovare un posto più sicuro, dove potermi letteralmente “leccare le ferite” e provare a gettare le basi per una nuova vita.
Non avevo altra scelta, avendo buttato alle ortiche la mia condizione privilegiata. Basta voli in soccorso di poveri disgraziati e adunate paradisiache, era giunto il momento di iniziare a vivere come una persona normale, che si alza ogni mattina per andare al lavoro, che deve far quadrare i conti per pagare l’affitto e, soprattutto, che deve relazionarsi agli altri stando al loro livello e non più dall’alto del suo piedistallo che gli consente di compiere piccoli o grandi miracoli.
Avrei dovuto mescolarmi  alla gente ed affrontare sulla mia pelle tutte quelle situazioni e quelle ingarbugliate matasse che ho sempre cercato di sbrogliare.
Mi alzai in piedi, avvertendo subito due fitte lancinanti alla schiena, dove forse si trovavano le ferite più gravi. I graffi sulle gambe non erano nulla di preoccupante, come le escoriazioni alle braccia, per cui, dando fondo alla mia capacità di sopportazione, avrei potuto tranquillamente uscire a piedi dal bosco.
Mi sentivo debole come non mi era mai capitato prima e lo stomaco incominciò a rumoreggiare: la chiamano fame, pensai, dovrò farci l’abitudine, come se tutto il resto non bastasse…
All’improvviso sentii un latrato alle mie spalle ed un cane di media taglia sbucò da una siepe, fissandomi con una certa diffidenza.
-È un cane da tartufi, non si preoccupi.- Disse l’uomo che si stava districando tra la vegetazione.
Il suo sorriso cordiale svanì in un istante e, notando il mio aspetto, mi si avvicinò con aria visibilmente preoccupata.
-Tutto bene?- Chiese facendo il gesto di sorreggermi.- Che le è successo?-
-Nulla di particolare,-provai a giustificarmi, incurante della veste lacerata in più punti e delle macchie di sangue raggrumato un po’ ovunque –credo di aver perso l’orientamento…-
-Come è arrivata qui? Ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro la collina?- Chiese togliendo il cellulare da una tasca ed allontanando con un gesto il cane che aveva iniziato ad annusarmi.
-Non ricordo esattamente, ho avuto una riunione di lavoro, mi sono allontanata e devo aver battuto la testa…- Buttai lì sperando di apparire credibile.
-Ha due bruttissimi tagli alla schiena comunque. Forse è meglio che l’accompagni al pronto soccorso…-
Meglio di no, pensai, avrei dovuto giustificarmi con i medici e, ovviamente, ero senza documenti. Non potevo iniziare la mia nuova vita infilandomi in un pasticcio.
-Non si preoccupi, un po’ di disinfettante e passerà tutto…- Buttai lì avvertendo un leggero capogiro, causato sicuramente dalla fame e dalle emorragie.
In quel momento alcune piume, probabilmente trasportate dalla leggera brezza, iniziarono a fluttuarci lentamente davanti agli occhi, spingendoci, d’istinto,  ad alzare lo sguardo: tra i rami dell’albero, un paio di metri sopra di noi, penzolava un paio di ali bianche…

(Mantova, Marzo 2016)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

:: Pazzo per gli oggetti, Marcello Tropea

13 gennaio 2017

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La sveglia suona puntuale.
Mi alzo.
Un po’ smarrito guardo la stanza e il disordine che rispecchia il mio personale senso dell’ordine.
Mi trascino in bagno.
Il water è pronto a ricevere i miei residui organici. Il suo è un compito impegnativo. Chissà se si sente inferiore al lavandino, allo specchio, al bidet o alla vasca da bagno. Dovrei consolarlo? Ma come si consola un oggetto che raccoglie escrementi?
Esco dal bagno con addosso un vago senso di colpa per aver umiliato il cesso e vado in cucina. Metto sul fuoco la caffettiera e apparecchio il tavolo con la solita tazza, la zuccheriera, il cucchiaino, il tovagliolo e il bricco del latte. Gli oggetti sono sempre a disposizione. Ma quanti ne ho in casa? Dieci, cento, mille? Non ci ho mai pensato, ho dato sempre per scontato che ci sono senza mai pensare al loro numero e alla loro utilità. Faccio colazione con calma, da oggi sono in ferie. Restare nel proprio appartamento quando si è in vacanza è come essere ai domiciliari. C’è da impazzire.
Gli oggetti sono come la servitù, conoscono ogni segreto della vita privata del padrone. A questa cosa ci faccio caso solo adesso, quando li ho visti esposti, lucidi e ben illuminati me li sono portati a casa senza pensare alla loro potenziale pericolosità. Guardo gli oggetti che ho appoggiato sul tavolo e di rimando mi sento osservato. Non mi devo far condizionare, loro sono solo manufatti innocui mica delle spie pronte a spifferare le mie debolezze e le mie intimità a chissà chi, dai! Anche se, a pensarci bene, la lavatrice, per esempio, sa quando cambio le lenzuola, se ho camicie di buona qualità, se sono andato in palestra e quanto ho sudato, se oltre la mia biancheria le faccio lavare quella di un ospite o di qualche amica e anche quante volte mi cambio le mutande. Quella troia potrebbe sputtanarmi quando vuole. E pensare che le do pure l’anticalcare.
Anche il cesso è una spia, ma certo! Quel mangiamerda sa se evacuo regolarmente, se sono stitico o se ho la dissenteria. Per non parlare degli attacchi di aerofagia.
Allora anche il letto potrebbe… Dio mio, anche lui. In effetti sa a che ora vado a dormire, se russo e se scoreggio di notte. Sa anche con chi faccio l’amore e, soprattutto, come e quando lo faccio. Chissà che risate si sarà fatto con l’armadio, i comodini, le tende, i tappeti e le abatjour quando le cose non sono andate come sarebbero dovute andare. Bastardi.
Sul fatto che il televisore fosse il manipolatore delle masse per eccellenza, colui che trasforma la grigia realtà quotidiana in milioni di pixel colorati, in verità lo sapevo già da un pezzo. E del lettore dvd, la radio e lo stereo cosa ne devo fare?
Ho fatto bene a non andare al mare.
Il frigorifero si è messo in moto come se avesse un sussulto. Forse si sta lamentando con il microonde perché è sempre vuoto. Sono giorni che lo tengo d’occhio, da quando trovo sul pavimento chiazze d’acqua. Mi manifesta il suo malcontento con l’incontinenza. Da lui non me lo sarei mai aspettato, così imponente, distaccato. Freddo. Beh, per essere freddo è freddo, comunque lui sa come mi nutro. Ci sono anche il minipimer, il frullatore, le pentole, l’aspirapolvere, il ferro da stiro, la radiosveglia e tutti gli altri.
Cellule dormienti. Sì, cellule dormienti pronte ad entrare in azione per avere il potere assoluto su di me.
Un colpo di stato.
Devo fare qualcosa, è evidente. E devo farlo con disinvoltura e finta amicizia se voglio individuare chi potrebbe essere il loro capo. Perché è risaputo che i capi sono subdoli e ammaliatori. Chi sarà il monarca, il condottiero, il Napoleone  degli inanimati?
Ma sì, eccolo lì, come ho fatto ad non arrivarci subito. È sempre così: quelli a cui manifesti affetto e confidi segreti che non avresti mai affidato nemmeno alla riservatezza di un confessionale, sono i primi a tradirti.
Cristo, non solo mi sono portato in casa il più pericoloso ma gli ho anche attivato l’occhio. Ma adesso che ti ho beccato, appena avrò finito di bere il caffè, agirò come Ulisse: hai un solo occhio? Bene, io prima te lo acceco e poi ti formatto l’hard disk. Ti cancello tutto. Tutto! E finalmente tornerò padrone della mia vita privata.
A noi due, computer.
Click.
Formattare?
Sì.
Click.
Formattazione in corso ATTENDERE PREGO…
Fai con comodo. Io, intanto, me la rido. Ahahah!
Ho sedato una probabile rivolta. Adesso siete di nuovo tutti miei.
Tranquilli, nessuna paura, un capo deve saper perdonare. Anche tu, frigorifero, non avere più paura, sei salvo. Però adesso non pisciarti più addosso, d’accordo?
Ho fatto bene a non partire per le vacanze, adesso ho tutto sotto controllo.
Tranquillo frigorifero, tranquilla lavatrice…
Ho fatto bene a non partire per le vacanze.
Adesso ho tutto sotto controllo.

Marcello Tropea: all’età di quattordici anni ho iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ho aperto un mio salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicissitudini avverse, svolgo la professione come dipendente part-time.
La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ho iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale.
Mi piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare ma di più ascoltare le persone che mi arricchiscono col loro sapere.

:: Un terribile Natale, Giulietta Iannone

25 dicembre 2016

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Oggi è Natale, avrete ricevuto tanti regali, beh ho pensato di farvene uno anche io. Questo è un racconto natalizio, oggi è l’ultimo giorno utile, domani toglierò gli addobbi, anche dal blog. Nasce da un gioco sul blog di Giulio Mozzi, queste erano le regole: (qui), essendo stato scartato, penso di poterlo pubblicare sul mio blog. Che dirvi ancora, buona lettura!

Faceva piuttosto freddo. Non un freddo terribile, intendiamoci. Ma una maglia di lana in più mi avrebbe fatto comodo. Anche un berretto, già che c’ero. E perché no, un paio di guanti. Di quelli morbidi, imbottiti, di pelle ancora meglio. Che non si comprano al supermercato, ma in qualche boutique elegante, ricercata.
Ma dato che la guerra uno la affronta con le armi che ha, mi accontentavo del mio giaccone giallo, un po’ consunto ai gomiti, ma ancora erede di una certa classe, che non sfigurava se paragonata alla totale mancanza di gusto della gente che incontravo per strada.
Quella notte.
Non una notte qualsiasi, certo.
Ricordavo altre notti, come quella. Di un’altra vita. Di altri tempi. Avevo una famiglia una volta. Una moglie, due figli e un gatto rosso, piuttosto scontroso e selvatico.
In notti come quella ci raccoglievamo intorno a una grande tavola di mogano, e cenavamo tutti assieme, ridendo, litigando, giocando a dama, in attesa della mezzanotte.
Sollevai la testa e osservai le luminarie lampeggiare a intermittenza. Un lumino credo fosse prossimo a staccarsi da una complicata ghirlanda di cavi e cristalli. Qualcosa di artistico, senza dubbio. Ideato da qualche architetto delle luci alla moda. Chissà il comune quanto pagava per quello spreco di energia, così discutibile. Ma non erano fatti miei.
Tolsi un pacchetto di sigarette dalla tasca e trovai giusto una sigaretta, piuttosto malconcia, sul fondo. L’accesi e continuai la mia strada, cercando di ricordare l’ultima volta che ero stato felice.
Non era così difficile a dire il vero. Non avevo da scavare molto a lungo nei ricordi. Anche se la memoria non era più quella di un tempo.
Tendevo a dimenticare le cose, come i volti delle persone. Anche la voce a dire il vero. Sì dimenticare la voce era quello che mi dispiaceva di più. Ci sono voci davvero belle, sarà il timbro, l’intonazione, il modo di addolcire le consonanti più appuntite.
Al diavolo!
Buttai la sigaretta, senza spegnerla, e entrai in un bar.
Le luci erano basse, e quel senso di solitudine che si attacca alla pelle in notti come quella, mi avvolse come una coperta calda. Mi diressi al bancone e in equilibrio precario mi sedetti su uno di quei sgabelli all’americana, tanto di moda nei locali in del centro. Sono più che altro trappole, dannate trappole, ma almeno fanno selezione. Un ubriaco lì non riesce a stare seduto.
Per me lo fanno apposta, sono scaltri, e malvagi, i proprietari di locali come quello.
Una musica diffusa, raggiunse le mie orecchie, quasi come se fosse nata all’improvviso. E prima solo il silenzio mi avesse fatto compagnia.
Non era una musica natalizia, grazie a Dio.
Almeno quello.
Sono così kitsch e di pessimo gusto quelle canzoncine. Come fatte di plastica.
L’ho già detto che odio il Natale?
Forse no, ma sono certo che l’avete capito da soli.
E dopo tutto sono in buona compagnia. Siamo in molti a condividere questa fobia.
Ordinai un caffè corretto.
Il barista, bizzarramente vestito da pagliaccio, mi guardò scettico, ma fece il suo lavoro senza lamentarsi.
Mi conosceva, non ero proprio un habitué, ma ci andavo spesso, quando non volevo stare solo.
Sul fondo c’era una porticina, nascosta da un pannello di velluto nero che dava su un corridoio, piuttosto stretto. Infondo una scala. Non avevo mai visto dove conduceva.
Decisi di scoprirlo quella notte.
Pagai il mio caffè e raggiunsi la porta. L’aprii con attenzione e accesi una luce, piuttosto fioca, ma sufficiente a intravedere il corrimano della scala. Nessuno mi fermò. Non badavano a me.
Non quella notte.
Faceva di nuovo freddo, non c’era riscaldamento, ma non ci badai.
Salii due rampe di scale e osservai i muri umidi e macchiati.
Non sembrava un posto abitato.
Sui gradini c’era uno spesso strato di sporcizia che si attaccava alle suole di gomma delle mie scarpe.
Raggiunsi una porta.
Bussai, ma era aperta.
La scostai e vidi la luce di un camino. Ardeva allegro e invitante.
Era l’unica fonte di luce della stanza.
Ma non mi potevo lamentare. La vista era ancora buona.
Chissà dove ero? Chissà chi ci abitava?
In un angolo, scorsi un baule, chiuso, molto bello. Dal coperchio ondulato. Sembrava un baule dei pirati. Magari dentro c’era un tesoro.
Già un tesoro, custodito in una stanza vuota, senza un minimo di sicurezza.
Oltre il muro sentii delle voci.
Più che altro dei sussurri soffocati.
C’era qualcuno che discuteva di qualcosa di davvero misterioso.
Purtroppo non distinguevo le parole. Mi sedetti su uno sgabello basso e mi riscaldai alla fiamma del camino.
Una presenza mi fece sussultare. Mi girai e vidi una donna.
– Ti aspettavo- disse tranquilla.
Era piuttosto bella, alta e ben proporzionata. Aveva una bocca grande, senza trucco, e orecchini di corallo, di un’eleganza delicata. Come quei gioielli vittoriani che si trovano spesso su donne dai lunghi colli madreperlacei.
– Ci conosciamo?-
– Non mi riconosci?-
– No, affatto- dissi secco e mi alzai. Già mia aveva messo in difficoltà, stare anche seduto mi metteva in una posizione di eccessiva inferiorità.
– Gloria, sono Gloria-.
Quel nome mi diceva qualcosa, ma era troppo dire che mi fosse familiare.
– Ti trovo bene, come stanno Cinzia e i ragazzi?
– Non ci sono più. Da anni ormai-.
Parlare dei morti mi metteva sempre a disagio. Ancora di più in una stanza estranea, con una sconosciuta che a differenza di me sembrava conoscermi molto bene.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero. Che ora tu sia solo-.
Dispiaceva anche a me. E parecchio.
Forse quella conversazione era durata abbastanza.
Ostentando disinvoltura, cercai di guadagnare la porta, ma lei me lo impedì.
– Vuoi già andare?- disse sorridente. Più lei sorrideva più io mi sentivo gelare dentro.
– E sì, si è fatto tardi. Ho alcuni amici che mi aspettano- bofonchiai e lei annuì smettendo di sorridere. Fu allora che sentii un grido, un grido fortissimo e solo dopo qualche secondo capii che proveniva da lei. Il suo volto si contorse in una maschera di cera fusa.
Cera che mi colò ai piedi.
Ecco tutto quello che rimaneva di quella presenza.
Corsi via, sbattendo contro la porta, i muri.
Corsi giù per le scale a precipizio.
Tornai nel bar e col cuore in gola cercai di rallentare il respiro.
Stavo impazzendo.
Era certo, sicuro come il fatto che mi chiamavo Ubaldo Bianchi.
Il barista mi fece un cenno di saluto e osservai meglio i suoi ricci verde acido di nylon, e il naso rosso da clown.
Secondo voi era normale che un barista si vestisse così, in un locale mediamente elegante. Non era il segno che ero impazzito davvero?
La paura di impazzire mi accompagnava da tutta la vita. Anche prima di andare in pensione.
Ecco, ora la pazzia mi aveva trovato.
Non potevo più scappare.
Ma uno scampolo di senso comune, se non buon senso, mi spinse ad indagare.
Raggiunsi il bancone e chiesi al barista chi abitasse al secondo piano di quel palazzo.
– E’ disabitato da anni- disse servendo dei clienti.
Un brivido mi corse lungo la schiena.
– E prima chi ci abitava?-
– Non ricordi, ne parlarono tutti giornali- disse e mi sorrise. I clown non dovrebbero sorridere.
– No, forse ero fuori città. Ho abitato a lungo a Novara-.
– Fu uccisa una donna, una ventina d’anni fa-.
Era grottesca quella discussione, era grottesco lui, era grottesca la mia paura.
– Si chiamava Gloria, vero?-
– Sì, Gloria Visconti. Fu sorpresa nella notte da un ladro. Si disse. Ma le indagini non portarono mai a niente. Il palazzo andò in rovina, resta solo questo bar, e l’affitto che paghiamo ogni mese agli eredi-.
No, non era un ladro. Ora ricordo. Ricordo quel nome. Dunque avevo visto un fantasma.
– Io so chi l’uccise-dissi piano e lui oscillando la testa rise.
– E perché non l’hai detto alla polizia?-
– Non mi avrebbero creduto-.
Uscii dal bar, e mi appuntai mentalmente quella strada. Non ci sarei più tornato.
Urtai una coppia sorridente, che si dirigeva elegante verso una cena. E mi incamminai.
Strani scherzi ti fanno la memoria e i sensi di colpa.
Si risvegliano di colpo una notte, e ti macerano il cervello.
Conoscevo chi aveva ucciso quella donna.
E se ve lo chiedeste, no, non sono io.
Sarò un bugiardo, ma non sono un assassino.
Era un mio amico quell’uomo.
E non era un ladro, ma l’amante di quella donna.
Si suicidò quasi subito, non prima di avermi messo il suo pesante fardello sulle mie ossute spalle.
E io avevo taciuto, tutti quegli anni.
Ero un complice, per lo meno dell’inganno.
Chissà perché proprio oggi, tutto era saltato.
Perché avevo avuto quell’allucinazione, quella visione?
Era la notte di Natale, già.
Forse il peggior Natale della mia vita.
Ma sapevo cosa fare.
Senza esitare, mi diressi, a passi svelti, verso il più vicino commissariato di polizia.

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: Gita al mare, Daniela Distefano

21 dicembre 2016

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Dormiva beatamente quando la padrona la svegliò.
Si scrollò il sonno agitando la codina, poi si eresse statutariamente, un attimo dopo cercava la sua pappa nella ciotolina, la leccò, ma non le bastò annusare il latte, voleva qualcosa di solido, un’acciughina di quelle che lei sapeva assaporare per ore.
Era quasi luglio, i fiori del giardinetto erano stanchi dei raggi, piegavano i petali in giù, la calura li rinsecchiva.
Un’altalena dondolava solitaria grazie ad un venticello sereno, la gatta Ludmilla ci saltava sopra e viaggiava, per tutto il giorno poi perlustrava il cortiletto, in cerca di svago, gioia, senza mai una tristezza, sempre uguale a se stessa.
Eppure la padrona aveva un suo cruccio riguardo alla gattina:
“Sono quindici anni che ce l’ho e non l’ho portata mai al mare.
Vuoi vedere che mi muore senza aver conosciuto questo prodigio della Natura?”
E così una mattina Ludmilla partì con la padrona per una nuova avventura.
Sembrava intimidita, come se dovesse temere chissà cosa:
“E se mi lascia sui bordi della strada come fanno tanti per liberarsi di noi piccole bestie?”
Ma, quando scese dall’automobile e vide lo specchio di mare di fronte e tangibile, strascicò un “miaooo” da urlo.
Non sapeva cosa fosse, e più si avvicinava alla sabbia, più non comprendeva nulla, però familiarizzò presto con i granuli del terreno, era diventata una sfinge, non si sapeva cosa pensasse.
La padrona al suo fianco sorrideva: “Hai visto dove ti ho portato? Ora facciamo il bagnetto.”
Ludmilla aveva un certo timore dell’acqua. Metteva una zampina a riva e poi la ritraeva, l’onda le spruzzava la sua simpatia, la micina era atterrita.
La padrona la prese in braccio,quindi la buttò nel mare, poi fece un tuffo ed entrambe rimasero così estasiate per tutto il giorno.
“Si è trattato di un malore improvviso, mi dispiace per vostra zia, signore.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma i soccorsi hanno tardato il loro intervento, è arrivata in ospedale già in fin di vita. Un infarto a cinquant’anni, molti sopravvivono, altri – purtroppo – ci lasciano.”
Il medico parlava col nipote della padrona.
Ludmilla era ancora sulla spiaggia, miagolava: aveva fame, sete, voleva tornare a casa, ma nessuno la udì, solo la danza dell’acqua la quietava.
Si sentiva abbandonata perché in certo qual modo lo era davvero.
Decise che non poteva aspettare ancora, il cielo era rosso, c’erano tanti punti luminosi che correvano assieme a lei, saltellava in ogni portone pensando fosse il suo. Poi tre teppistelli la presero con sé.
Uno le diede del formaggio, uno un calcio, un altro la spinse verso il centro della carreggiata.
Era sempre più disperata.
“Cosa ho fatto per meritare questo?” pensava.
“Io le ho voluto molto bene e lei – il mio angelo tutelare – è fuggita via lasciandomi sola al mondo.”
La notte era in cima alle ore. Da un balcone si sentiva il latrare di un cane, poi il rombo di una moto che sgommava, infine il rumore di un treno.
Non era con la padrona quando questa si era accasciata per il malore, ignorava la sua morte però ebbe uno strano sentore passando vicino al cimitero comunale.
Decise che avrebbe sostato lì per qualche ora, si addormentò sulla tomba di un signore.
Il mattino successivo vide il nipote della padrona all’entrata del campo santo.
“Toh, Ludmilla” disse lui riconoscendola.
“Su bella, dài carina, saluta per l’ultima volta la tua padroncina.”
Ludmilla si asciugò i lucciconi dagli occhi.
Un pezzo di lei era morto, ma
sapeva che il giorno e la notte sarebbero arrivati comunque puntuali come la pappa e il riposo.
Il nipote della padrona l’adottò, non era però amorevole come aveva sperato.
Un giorno le disse:
“Su bella, ti porto al mare, sei contenta?”
Ludmilla cominciò a contorcersi dalla gioia: di nuovo in gita, di nuovo le onde, il mare, il mare, il mare!
E al mare tornò, da sola.
Stavolta davvero abbandonata, contenta di poter ritrovare il dono della padrona intatto come i suoi pochi ricordi di animale senza memoria.
Diede la vita a cinque gattini, infine morì come muoiono le dolci bestiole: di felicità.

:: Un amore lontano, Daniela Distefano

12 dicembre 2016

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Anno 2097, luce solare tridimensionale, pomeriggio di afa e gelo, neve sulle Maldive, ghiaccio su Ankara, forti piogge in Siberia.
Linda prepara la cena per suo figlio che torna da scuola.
Eccolo puntuale.
“Ciao mamma.”
“Ciao caro, com’è andata oggi la lezione? Faceva caldo a Oxford?”
“No, c’era un po’ di grandine, guarda il mio dito fotografico, un tempaccio di ben quindici secondi, poi sole a picco.”
“Oh, mi dispiace, qui a Reggio Calabria il tempo non ci ha dato noie, ben trenta minuti di luce chiazzata, e ora è quasi buio.”
“A proposito, cosa c’è per cena?”
“Salmone appena pescato nel fiume norvegese Lakselva, con contorno di patate e pomodorini di Pachino che ho comprato in Sicilia proprio stamani.”
“Ottimo, anche se ho un po’ di mal di testa.”
“ Mettiti a letto, prendi il sintonizzare delle sensazioni e vai alla voce malesseri passeggeri, ti aiuterà a ritrovare l’energia giusta per il nostro pasto.”
“Farò così, grazie.”
Mamma Linda stendeva la tovaglia sulla tavola, poi con una strizzatina di palpebre chiamava il marito che si trovava in Thailandia per dirgli che la cena era pronta.
Lui arrivò nel nano-secondo successivo.
Eccoli tutti insieme, una famiglia come tante, un nucleo pronto a separarsi per poi ricongiungersi di nuovo, nell’arco di una sola giornata.
“Tutto bene a lavoro, caro?” chiese Linda al coniuge in procinto di ingollare il salmone norvegese.
“Beh, sì, nessun intoppo, solo un po’ di stanchezza: il mente-trasporto mi procura ancora vertigini.”
“Capisco.”
“E tu? Sei stata da qualche parte stamani? I pomodorini siciliani sono la fine del mondo, oppssss: scusa, non volevo allarmarti, ma è che erano davvero buoni.”
“Sempre il solito grossolano, non riesci a contenerti neanche di fronte all’evidenza che siamo davvero davanti alla fine del mondo!
E poi io so perché hai le vertigini, e non solo per il mente-trasporto.
Guarda il mio occhio filmico: sei stato nel negozio di quella pakistana-thailandese prima di venire a cenare con me, con noi, con la tua famiglia. Ora basta ne ho abbastanza dei tuoi inganni! Da domani, terapia coniugale di gruppo o divorzio istantaneo.
Ho già tutte le pratiche legali incorporate nel mio orecchio, devo solo firmare con l’unghia e sarai il mio ex marito.”
“Perché sei così drastica, io non adopero le nuove tecnologie per stanarti o per sapere se mi tradisci col pensiero.”
“Oh, suvvia! Non dire corbellerie, è da un pezzo che non vedo con chi mi tradisci mentalmente! Mi ero stancata di corriere dietro ad ogni gonna che facevi sollevare col pensiero! Erano diventate troppe le tue prede, troppe ed ero disgustata.”
“Ok, se continui così finisce che stasera vado a dormire in Alaska, non ci sono ancora stato, e questa sarebbe la volta buona!”
“Figurati! Tu in Alaska ci vai per un minuto, poi te ne ritorni in Thailandia o in Brasile dove puoi darti alla caccia delle femmine di questo pianeta!”
Linda come madre era una creatura amorevole, come moglie, invece, sapeva infierire.
Erano quasi le ventitré, il figlio di Linda andava a dormire, l’indomani avrebbe fatto una gita a Londra, poi di nuovo a Oxford, infine ritorno a Reggio Calabria.
Era una vita diversa dai secoli passati, totalmente nuova e inesplorata.
Linda adesso leggeva un libro col suo occhio sinistro, era un giallo, molto vertiginoso. Dopo che lo ebbe terminato, trangugiato fino all’ultima frase, accese una sigaretta ecologica, e si mise a pensare. Già ma a chi?
Perché finire i giorni della propria vita assieme ad un giurassico donnaiolo?
Perché lei non era mai riuscita a tradirlo neanche col pensiero?
Era perché lo amava? Ancora? Dopo tutto e nonostante tutto?
No, non era per questo. E allora azionò il suo controllo interno di fedeltà e vide che almeno in un paio di occasioni anche lei lo aveva tradito mentalmente.
Molto tempo fa, quando erano ancora due studenti della Columbia University e vivevano ad Arezzo.
Già ma come si chiamava il tizio in questione?
Linda rivisitò in un istante la memoria di quel mese, anno, ed ora.
Il nome non saltò fuori perché era uno sconosciuto incrociato nel negozio di frutta e verdura di San Francisco, però premette il tasto emozioni del suo cervelletto e scoprì di aver conservato intatto quel sentimento estemporaneo.
Lo degustò per tutta la tarda serata, poi fece una doccia calda, quindi riordinò i suoi pensieri: doveva ritrovarlo; doveva rimettersi sul cammino della gioia amorosa.
In una città svuotata, privata – nell’arco di pochi decenni – di macchine e macchinari, affidato il trasporto solo alla velocità del cervello, il verde aveva ricoperto il paesaggio urbano come se fosse ritornato quello del tardo Medioevo.
L’indomani, Linda era già in piedi quando il marito si stava radendo prima di intraprendere il solito tragitto intorno al mondo.
Il caffè era sul tavolo, accanto ad un biglietto: Stasera vestiti da top model, ti porto a Parigi!
E così tutto era rimasto uguale, il marito vuol farsi perdonare le scappatelle: proprio come un secolo, dei secoli, fa.
Linda sorseggiò il caffè e poi scelse l’abito da indossare per la cena parigina.
Sfogliò virtualmente il catalogo dei vestiti e lo acquistò con il chip –buy, un dispositivo che ti consente di comprare le cose mentalmente e poi disporne immediatamente dopo l’acquisto.
Si trattava di un abito di tessuto stretch con lavorazione double. Silhouette a tubino, con taglio sotto il seno. Vestibilità asciutta. Scollo a barchetta arrotondato. Apertura a goccia con bottone dietro. Spalle a giro. Senza maniche. Chiusura con zip invisibile sul fianco. Lunghezza sopra il ginocchio. Corpetto foderato.
Era un amore, e addosso a lei sembrava valorizzato al meglio.
Linda aveva quarantotto anni, giovanissima per gli standard di vita di adesso.
In genere, nel 2097 l’età media degli anziani si aggira intorno ai 108-115 anni.
Si muore sempre più tardi, ma poi arriva quel giorno e non sappiamo ancora perché ci tocca: la vita è diventata mostruosamente facile.
Quella mattina passò in un attimo, marito e moglie avevano azionato l’opzione nasale dell’accelerazione delle ore.
Così fu subito sera.
Il figlio era tornato da scuola nel pomeriggio, fu mandato subito dai nonni che risiedevano in Austria.
Scelsero la stagione ideale da passare in Francia: ecco la primavera in pieno gennaio.
“Pronti –su-via!”
Erano a Parigi.
Avevano camminato un po’, fianco a fianco, imbarazzati per non farlo da tempo immemore.
Nessuno dei due riusciva a dire alcunché, erano due sconosciuti che non avevano parole e interessi da scambiarsi.
“Forse dovremmo separarci, che ne pensi?”, disse lei.
“Forse, ma prima ordiniamo qualcosa: sto svenendo dalla fame.”
Si sedettero in un ristorantino che avevano visto col dito fotografico, il loro tavolo era prenotato per le ventuno, mancava ancora un minuto.
“Sei molto bella con questo tubino”, fece lui mentre adocchiava una biondina dietro la sala per drogati tecnologici.
“Molto gentile da parte tua, grazie.”
“Ehm, cosa?”
“Ho detto: grazie! Per il complimento.”
Una serata penosa, ma né lui né lei osarono accelerarla per scansare il reciproco disagio.
Pagarono col doppio applauso, poi uscirono per respirare a pieni polmoni l’aria parigina.
Un mendicante chiedeva: “Mettete un’unghia qui, ne ho davvero bisogno. Basta un’unghia e la mia vita potrà ribaltarsi.
Stavano per attraversare la strada, con l’intento di aiutarlo, ma fece prima un donatore anonimo che mise un’unghia sul braccio del barbone e questi si tramutò subito dopo nella fotocopia di Richard Gere da giovane.
Potenza della tecnologia! Miracolo della fine dei tempi.
Avanzavano come due ubriachi, stanchi della loro reciproca presenza.
Si fermarono davanti ad una Chiesa, aperta e vuota al suo interno.
Solo un piccolo crocifisso in alto, sull’ultimo oblò vicino al tetto.
Si inginocchiarono per salutare Cristo, e accesero una candela grazie ad una grattatina sulla guancia destra.
“E’ che non siamo più gli stessi.. Capisci quello che voglio dire?”, fece lei.
“Capisco perfettamente, ma devo andare urgentemente al gabinetto. Ne parliamo subito dopo, ok?”
Mentre lui, col mentre-trasporto, faceva pipì nella propria abitazione a Reggio Calabria, lei lo aspettava a Parigi seduta in uno dei tavolini all’aperto che insistevano nel centro storico della Metropoli.
“Posso sedermi, madam?”, disse qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe il tempo di dire alcunché perché lo sconosciuto si era già seduto, aveva ordinato un caffè e la scrutava con un che di indovinello sul volto enigmatico per vedere cosa avrebbe alla fine detto lei.
In effetti, era sul punto di andare in escandescenza per il modo poco ortodosso di presentarsi, poi però rimase con il volto in stand-by.
“Non, non ci siamo già visti da qualche parte noi due?”
Lo disse come se stesse parlando a se stessa, ma lui lo prese come un incoraggiamento a dire: “Pensavo la stessa cosa, mia cara.”
“Chi è lei? Se non sono indiscreta.”
“Chi è lei,madam tutta soletta nella città degli intrighi..”
Lei non rispose, lui aggiunse:
“Bene, basta con i giochi, madam. Sono qui per un motivo ben preciso.”
“E quale sarebbe, di grazia, questo motivo?”, fece lei con la fonte imperlata di goccioline di sudore.
Ieri ho ricevuto una comunicazione dal mio <<controllo sulla memoria>>, qualcuno aveva visto la mia persona entrare ed uscire da un negozio di frutta e verdura di San Francisco circa venti anni fa. Il sensore delle emozioni era al limite della sua potenza, lei mi ha inondato di emozioni, ecco perché sono qui. E’ stato bellissimo rivivere quel frangente. Volevo scoprire chi era l’artefice di questo fortunato incontro.
Ed il sensore ha individuato lei”.
“Beh, tutto bellissimo, ma io adesso sono sposata, mio marito torna a momenti, non so, sono confusa, non so cosa mi succede, io.. io..”
Dopo lo stupore iniziale, si abituò velocemente a quegli occhi scuri che la inondavano di piaceri mai emersi.
Perché no – si disse – Cosa c’è di sbagliato nel prendere un caffè con uno sconosciuto gentile che ti reclama l’attenzione. Non c’è niente di sbagliato. Siamo esseri umani, in fondo. Viviamo non solo per e con le leggi che ci siamo dati, c’è anche il mondo del subconscio, e mio marito sarà qui a momenti, potrei farlo ingelosire, ma non credo che servirà. Siamo due barche non più complementari.
Meglio capirlo subito. Meglio cogliere al volo le opportunità che ti lancia la vita dal paracadute della fortuna.
Mentre pensava tutto ciò, il marito non arrivò, lo sconosciuto, invece, si presentò.
Si chiamava John Muratti, era italoamericano, viveva a Boston e a Trieste, contemporaneamente. Aveva tre lavori, e il suo massimo interesse era la musica di Nick Drake, cantautore del secolo scorso, morto (forse suicida) nel lontano 1974.
John le impresse col dito il profumo <<dolcezza imperitura>>( in un attimo si sentì invasa dalla gioia) e le propose un salto a Kyoto, un viaggio meraviglioso nel posto più romantico della terra.
Lei fece qualche smorfia, ma poi accettò, era strafatta di profumi orientali, lui le teneva la mano, si baciarono il momento successivo nel parco pieno di fiori di Kyoto.
“Perché mi hai cercato col pensiero?”, disse John.
“Non so, volevo sapere se mio marito era davvero la mia scelta definitiva.
“E lo è?”
“In un certo qual modo. Non avrei potuto fare un figlio con nessun altro, credo.
Però non ci amiamo più da molto tempo. Per questo forse chiederò il divorzio, non penso però ad un futuro amore. Vivrò con me stessa e per mio figlio.
Serberò nella cassaforte del cervelletto i ricordi più belli, lui se ne farà una ragione.”
“Pensi che anche lui non ti ami più?”
“Non penso a nulla, voglio solo godermi questi attimi di felicità, stare con te per me è come un riscatto, una vendetta, una vittoria.”
Si sedettero in una panchina, il vento faceva volare i fiori caduti dagli alberi, era tutto un turbinio rosa e giallo, si era fatto tardi.
“Bene, ci rivedremo”, fece lui.
“Magari”, disse lei.
Si ritrovò due secondi dopo nel proprio letto, accanto il marito russava forte, però emanava uno strano odore, un profumo inebriante. Ebbe un formicolio alle narici.
Capì che l’indomani non gli avrebbe fatto una scenata, altrimenti lui – col cambia-persona – si sarebbe tramutato nuovamente in John e lei avrebbe sposato così due volte la stessa persona.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Ghiaccio solitario, Daniela Distefano

20 novembre 2016

dia

Il trentuno agosto del 1997 moriva in un incidente stradale la principessa Diana Spencer.
Aveva trentasei anni, e li portava divinamente.
Ricordo quella data perché era un giorno speciale anche per Lui e per Lei.
Nel pomeriggio di quell’estate, lenta come un brodo evaporato, Lui era andato in tabaccheria per le solite sigarette e mentine.
Pagò con una banconota da cinquemila lire ed ebbe come resto solo mille lire maltrattate.
Su di esse vi era una frase scritta che attirò la sua attenzione, distratto da tutto il resto: << Se c’è una cosa che amo di te è tutto.>>
Sotto, vicino alla filigrana, un numero di telefono.
“Ah”, si disse, “Non ci casco. Troppo facile, troppo strano, troppo rischioso, troppo stupido.”
Ma chiamò. Rispose una vocina spaurita.
Era un telefono di casa perché allora i cellulari erano solo di proprietà dei paperoni, e Lui era una formica, lo era sempre stato, mentre Lei era una cicala senza fortune.
La conversazione durò qualche istante, il tempo di sentire le lamentele della donnina alla cornetta che sbuffava: “Se scopro chi mi ha tirato questo brutto scherzo, giuro che lo falcio!
Mi arrivano telefonate da ogni angolo d’Italia, mi vogliono conoscere, vogliono sapere se sono uomo, donna o transgender! Perdonami , ma devo riattaccare, non so nemmeno se sei un serial killer o un agente segreto delle Poste Italiane.”
Passò del tempo, non so quanto, anni perché Lui nel frattempo si era sposato, Lei era andata a convivere con un odontoiatra e si era laureata, si erano dati entrambi una mossa per approdare ad una condizione vitale di soddisfacente intelaiatura. Arrivarono il successo, coltivato da tutti e due con modestia, e poi la delusione che arriva sempre intorno ai quarant’anni: “ Potevo diventare.. e invece”; “potevo ottenere, ma”; “potevo .. ma non posso più.”
Lei era più portata per le lagne sentimentali, Lui per quelle esistenziali, però avevano entrambi un reddito e tasse da pagare, erano persone adulte e non destavano il sospetto della condivisa infelicità.
L’Europa era una chimera a portata di sogno, Lui aveva a riguardo una propria convinzione che esternava ai colleghi del Centro Studi dove lavorava.
“Vedi, Luca, dobbiamo far diventare l’Europa come una cassettiera.”
Luca guardava con l’occhio in tralice.
“Sì, hai capito bene. Una cassettiera. Ci sono i muri che s’ innalzano e dividono, e su questo non occorre aggiungere altro, sappiamo a cosa abbiamo rinunciato nell’erigerli.
Ma la cassettiera è una metafora azzeccata. E’alta, imponente come un muro, protettiva, unica, ma contiene cassetti che si aprono e chiudono a volere.
Ognuno dei cassetti mantiene la propria integrità, ciascuno fa parte di una cosa più grande che non è invasiva, il cassetto è dentro e insieme separato.
Ora immagina un’Europa sola, unita, che contiene la supervisione di ogni stato membro.
Lo protegge, lo conserva, non si carica del suo contenuto se non per volere del bisogno.
Tanti cassetti, tanti stati, tante lingue, un unico progetto eccetera eccetera…”
Bella metafora la cassettiera Europa, suona anche bene, chissà se quelli dell’Ikea ne progetteranno mai una di simile potenza evocativa.

Pre-Vigilia di Natale

Lui era tornato prima da lavoro, si era intrufolato in un maglione a collo alto che lo faceva very cool ed era uscito per le compere natalizie. Il manto solare lo proteggeva dalle raffiche di vento che strapazzavano i suoi grigi capelli.
Prima dello shopping sfiancante, doveva fare un salto in banca per cambiare un assegno. Ed ecco la parabola della << serendipità>> protesa a fargli uno sgambetto del destino. Indovinate chi era seduta dietro lo sportello bancario? Una bancaria, certo, ma chi lo sapete già. Era Lei. Lui non lo sapeva ancora, era in subbuglio, voleva immergersi nella folla di un centro commerciale, aspettava quel momento da giorni per lasciarsi alle spalle il silenzio dell’ufficio, la ciabatta spenta di fronte al televisore muto, il cane dondolante davanti alla porta, voleva respirare l’aria malsana di un horror vacui umano.
In banca c’era da aspettare un po’, era penultimo nella fila. Un crocchio di gente aveva cominciato a parlottare, ogni tanto i suoi sguardi si incrociavano con quelli nocciola di Lei, cenni di sopportazione per l’attesa.
Poi il suo turno.
“Ecco le mie generalità, ecco l’assegno da cambiare.”
“Ecco il suo contante, tutto in euro, buon Natale e felice anno nuovo.”
“Grazie, certo però che preferivo la lira, questo euro qua non mi convince ancora molto, ma per l’Europa è una necessità (e pensava al discorso con Luca sulla Cassettiera –Europa).”
“Sì, forse ha ragione, ma io con la lira ho avuto, come dire, una cattiva esperienza e non mi riferisco solo al fatto che mancasse un giorno sì e uno no nel mio portafogli!
Molti anni fa, un amico arrabbiato con me, per vendicarsi, scrisse il mio numero di telefono su una banconota da mille lire, accompagnata da una frase melensa che non ricordo più.”
“Era, per caso, << Se c’è una cosa che amo di te è tutto?>>”.
Finì come potete immaginare, Lui cominciò a guardare più attentamente la sua interlocutrice, la vivisezionò con lo sguardo mentre le mostrava la banconota famosa che conservava ancora come amuleto.
Anche Lei non si sottrasse alla danza dell’amore, degli sguardi fuggitivi, della passione che nasce da una morbida candela.
Si erano ritrovati senza essersi mai incontrati prima. Tutto il resto erano solo dettagli, tutto il resto era un mondo che non aveva alcun senso perché questo c’era solo se esisteva Lui per Lei e Lei per Lui.
Partì immediatamente un sottofondo melodioso, si vedevano già abbracciati, avvinti, rivoluzionari delle loro vite. In breve, iniziò una relazione destinata a nutrirsi di sotterfugi.
Ora , come ho già accennato, sia Lui che Lei erano a quel tempo legati ad altri e formavano così un rettangolo più che un triangolo. Come liberarsi di questi legami oramai obsoleti?
Il compagno di Lei aveva notato il mutamento repentino nelle pupille della sua amata, ma era un soggetto troppo debole per poter arrestare in tempo l’emorragia dei suoi sentimenti per l’altro.
“Non è più la stessa” – si diceva il tradito, ma poi pensava: “Sarà perché non riusciamo ad avere figli.”
Vivevano così accampati dentro una tenda lussuriosa:
“Amore – diceva l’uno all’altra nel pieno della tormenta – “vorrei morire piuttosto che veder passare via questo momento.”
Il mezzo più idoneo per comunicare si rivelò quello virtuale, i telefonini però potevano essere pericolosi. In genere, la sera, dopo cena, Lui le mandava una mail perlustrativa, Lei rispondeva con calma, scriveva con ancora più lentezza e poi ‘bruciava’ via la prova nel cestino.
Tutto procedeva come in un orologio ben congegnato.
Le scuse per riuscire a vedersi una volta al mese, i mozziconi telefonici, le mail da decifrare, era un adulterio ben pianificato, ma del resto i sospetti erano ben pochi. Nessuno dei due aveva alle spalle un’unione felice, erano famiglie a metà, col sogno di cambiare vita chissà per quale gioco del fato.
Il deus ex machina li aveva fatti incontrare, lo aspettavano da tempo, era scritto nella loro carta astrale.
Lei era un tipo piuttosto quadrato, del resto lavorava in una banca mica nel circo Orfei, però nutriva un certo interesse nei confronti di tutto quello che è paranormale; sentiva, intercettava come un’antenna l’umore, le perturbazioni degli altri esseri umani. Sapeva leggere un tema natale con tutto quel giramento di segni e pianeti. Sapeva pure come leggere la mano e le carte.
Per esempio, con le carte da gioco siciliane riusciva a interpretare il presente e il futuro immediato di una situazione.
Quella sera non c’era niente di speciale in tv, non le andava di andare da nessuna parte, era stanca però si sarebbe sciolta volentieri tra le braccia dell’amante. Era sola in casa, il telefono squillò mentre lei faceva il bagno, non poté rispondere, non se ne rammaricò. Era di sicuro qualche scocciatore.
Uscì ancora bollente dall’acqua, si sdraiò sul letto, accese il computer.
Il convivente era via per qualche giorno, e anche il suo Lui non c’era.
Era in montagna con la sua famiglia, lo aveva scritto in una mail molto malinconica. Ma Lei non era triste, anzi, sperava di poter restare un po’ di tempo da sola con se stessa. Ne aveva bisogno, doveva mettere in ordine i propri pensieri come si fa con le mensole piene di libri.
Prima di tuffarsi nel mondo del proprio io, decise di interpellare le carte per vedere se il suo Lui le era fedele o se c’era sua moglie a ingombrarle il cuore.
Il solitario risultò alquanto criptico. <>, cattivo presagio, lei sorrise.
“Sarà caduto con gli sci!”, cominciò a ridere forte, “Donna di spade, eh”.
Lo ripeté due volte, alla terza volta stramazzò al suolo come un pachiderma abbattuto.
Vana la corsa in ospedale, il convivente – tornato all’improvviso – l’aveva trovata ormai priva di vita. Non si pensò ad un malore,
qualcuno l’aveva colpita alla nuca mentre faceva un innocuo solitario una sera qualunque di questo oscuro mondo.
Le indagini cominciarono nel buio più pesto. Mancavano all’appello l’assassino, l’arma e il movente. Gli inquirenti appresero dalla lettura della posta elettronica che Lei e Lui erano stati piuttosto intimi, le mail erano state tutte cestinate, tranne una.
L’odontoiatra era quasi impazzito dal dolore, una tragedia dopo l’altra e poi tutte insieme.
Adesso pure gli occhi della polizia su di lui, un probabile assassino per impeto di gelosia.
Si cercò dappertutto l’arma del delitto, ma quella ce l’ho ancora io, è qui con me. E ho con me anche l’alibi se mai dovessero puntare l’obiettivo su una povera inerme moglie che ha sopportato dieci anni di corna e venti di matrimonio fallito alle spalle.
Voleva lasciarmi, quella gita in montagna era solo un palliativo, un addio e non l’ho bevuta.
L’ho seguito, pensavo stesse andando da Lei, sapevo tutto, e invece la sua coscienza di lavoratore indefesso lo ha portato all’ufficio del Centro studi. Lui era lì, io ero nascosta da Lei.
Era bella Lei, ma forse era più un tipo, insomma, di quelle che senza trucco sono piuttosto scialbe, o perlomeno così mi è parsa guardandola mentre si trastullava facendo un idiota solitario.
Io non la odiavo, ma odio le donne. Sono tutte sanguisughe, eravamo diverse cinquant’anni fa, volevamo la parità, ora invece siamo ritornate al punto di partenza, all’origine di tutto, all’uomo-padrone.
Bene, adesso che ho cancellato ogni prova mi sento più energica di prima, scriverò un libro, piangerò per la liberazione, darò l’acqua alle piante.
Già, l’acqua può essere vita e può essere morte.
Come l’essere umano può mutare pelle e divenire bestia, l’acqua divenendo ghiaccio può ferire, può … sì, può uccidere, basta un colpo ben assestato, povera Lei.
Ma è morta felice, non era solitaria.
“Commissario, gradisce l’aperitivo liscio o con un po’ di ghiaccio?”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.